|
IL PRIMO REGOLAMENTO
La Costituzione del vescovo Simone Gritti (1727)
Valeriano Chierichelli può definirsi il secondo fondatore del seminario diocesano di Ferentino: a lui si deve
la collocazione della sede nell'edificio, che ancor oggi ospita il pio istituto (1), e a lui si deve
l'orientamento verso la definizione di un preciso ordine degli studi.
Il Chierichelli tu molto sensibile ai problemi inerenti alla fondazione e costituzione dei seminari: egli era in
amicizia con il vescovo di Montefiascone, il card. Marco Antonio Barbarigo, che lo aveva consacrato alla
dignità dell'episcopato. Il Barbarigo, fondatore del seminario diocesano di Montefiascone, certamente non
poté fare a meno che ricordare al novello vescovo di Ferentino la necessità dei seminari per la santa e
retta formazione del clero. Anche il decreto pontificio di nomina imponeva al Chierichelli il dovere di
erigere e confermare nella sua istituzione il seminario diocesano.
Quando mons. Chierichelli prese possesso della diocesi ferentinate, con sollievo constatò che il seminario
era un dato di fatto, aveva le sue rendite; bisognava dargli una sistemazione non solo nelle strutture
murarie, ma anche in quelle più propriamente spirituali e culturali. L'attuazione dei suoi propositi ebbe
notevoli ritardi sia per le già ricordate vicende edilizie, che angustiarono i primi decenni di vita della pia
istituzione, tanto che il seminario fu chiuso per oltre cinque anni; sia perché il continuo avvicendarsi di
rettori e di prefetti impediva il consolidarsi di un sistema omogeneo nella gestione dell'istituto.
Riflettendo sulla storia della fondazione del seminario ferentinate, si ricava la convinzione che l'istituto,
almeno nella struttura disciplinare e didattica, si organizzò poco alla volta. Ciò tuttavia non deve indurre a
formulare un giudizio riduttivo sull'effettiva capacità del seminario ferentinate di formare adeguatamente
alla vita ecclesiastica i suoi sacerdoti.
Se si scorre la vasta bibliografia pubblicata sui seminari italiani (2), si nota che quasi generalmente la
gestione degli istituti di formazione del clero secolare si consolidò dopo tentativi e ripensamenti. Il Concilio
di Trento aveva indicato le direttive di massima, cui dovevano ispirarsi i vescovi per istituire i seminari
(3); era poi la situazione concreta che doveva determinare il modo di comportamento dell'Ordinario.
Almeno per il XVI secolo il modello ideale, cui tutti dovevano conformarsi, era riconosciuto nella vigorosa
ed efficace opera pastorale di S. Carlo Borromeo. Egli istituì in Milano il seminario, al quale aggiunse
diversi seminari minori ed uno per le vocazioni tardive. Non sempre fu possibile applicare il modello
proposto dal Borromeo alla situazione varia delle diocesi italiane; tuttavia il suo esempio fu una spinta a
perseguire pur nella molteplicità delle condizioni particolari, un criterio di uniformità per poter realizzare
regole chiare ed un'efficiente organizzazione.
La struttura organizzativa del seminario vescovile di Ferentino, nell'ultimo ventennio del XVI secolo, fu
molto semplice, anche perché il numero degli iscritti non superava la decina. Il corso di studi, improntato
all'acquisizione delle discipline umanistiche, si svolgeva in cinque anni. I seminaristi lo iniziavano a 12
anni e lo terminavano a circa 18 anni, dopo aver acquisito non solo la conoscenza dei doveri propri dello
stato ecclesiastico, della Sacra Scrittura e della teologia (4), ma anche della grammatica, «humanità»,
retorica (5) e scienze fisiche (6). Non sembra, sulla base dei documenti in nostro possesso, che
l'insegnamento ai seminaristi fosse svolto da docenti specializzati; questo almeno fino alla seconda meta
del XVIII secolo.
Nella nota delle uscite del seminario, stilata nel luglio del 1699 (7), il personale, che gestisce l'istituto, è
composto da un rettore, un prefetto ed un cuoco: non si fa riferimento ad insegnanti. Quindi il rettore
ricopriva il ruolo di lettere, oltre che di custode della probità di costumi ed educatore della «pietà» dei
seminaristi. Ciò è giustificato dal salario molto elevato che percepiva annualmente, 40 scudi, circa il triplo
di quello che riscuoteva il prefetto (18 scudi). La diversità del trattamento economico dipendeva, dunque,
dalla funzione che si svolgeva all'interno dell'istituto.
Il rettore era responsabile dei seminaristi, loro maestro ed educatore; pertanto doveva riscuotere un
salario, che lo ripagasse della grande responsabilità a lui affidata. Il prefetto, svolgeva generalmente
compiti di vigilanza sui seminaristi, quando uscivano dal seminario per partecipare alle funzioni religiose
officiate in cattedrale o quando li doveva aiutare nello studio. Questo incarico di vigilanza richiedeva
prudenza e abilità, ma non impegnava al pari dell'incarico di rettore; perciò lo stipendio del prefetto era
assai minore, tanto che successivamente la carica di prefetto fu affidata ai seminaristi, frequentanti
l'ultimo anno del corso di studi.
Si può paragonare il prefetto al ludi magister delle scuole - convitto umanistiche; infatti in un documento
del 3 gennaio 1709 tale similitudine è confermata (8). Dal 1707 per più anni fu visitatore e vicario
apostolico della diocesi ferentinate il vescovo di Anagni Giovanni Battista Bassi. Durante tale periodo
mons. Bassi ebbe piena autorità di emanare decreti ed editti, come se fosse lui il titolare della diocesi: e
cosi il 3 gennaio 1709 investi Giuseppe Calabrese (9) della carica di «ludi magister» degli alunni del
seminario ferentinate. Il Calabrese, però, sarebbe stato confermato nella carica previa professione di
fede: questo particolare indica la responsabilità, cui era chiamato il prefetto del seminario. Infatti egli
diveniva quasi «pedagogo» dei seminaristi, ossia il loro precettore o istitutore; avrebbe vegliato sulla loro
condotta per evitare che leggessero libri proibiti o facessero giochi poco leciti. Il precettore doveva seguire
i seminaristi nel lungo percorso educativo, che li avrebbe condotti al sacerdozio; quindi non solo doveva
aiutarli nello studio, ma anche indirizzarli e seguirli nella frequenza ai sacramenti, fondamento necessario
per la costituzione di una vita veramente cristiana.
Il «ludi magister», in pratica, doveva «vivere» con i seminaristi e la sua figura era talmente importante
che persino il V Concilio Lateranense (1512 - 1517), celebrato sotto Leone X, nella sessione IX aveva
sentenziato intorno alla sua funzione all'interno della vita della chiesa. Dai primi anni del XVIII secolo il
seminario ferentinate ebbe anche un economo (10), che doveva gestire l'amministrazione delle rendite e
dei beni in possesso del pio istituto.
Se nel primo ventennio di vita il seminario vescovile di Ferentino condusse vita stentata per i vari
problemi che dovette affrontare, prima fra tutti quello di una sicura e stabile dimora, la situazione migliorò
notevolmente quando, dopo le dimissioni di Valeriano Chierichelli, rassegnate nel 1718, gli successe nella
cattedra ferentinate Simone Gritti che già si trovava in diocesi come vicario apostolico. Anche l'episcopato
di Simone Gritti non fu tranquillo, perché ebbe le medesime «persecuzioni» del suo predecessore; tuttavia
fu significativo per l'impronta originale che seppe dare alla diocesi.
Mons. Gritti fu uno zelante vescovo e durante i suoi undici anni di episcopato in Ferentino (resse la diocesi
dall'8 luglio 1718 al 1729, quando fu trasferito alla sede di Acquapendente) si prodigò molto per il
seminario diocesano. Si avvide che, oltre alla cronica carenza di mezzi finanziari (11) ancora nessun
vescovo si era preoccupato di stilare un ordinamento per quel luogo pio, la cui retta e regolare gestione
avrebbe assicurato alla diocesi ed alla Chiesa sicuri beni spirituali.
L'edificio, che ospitava il seminario, era in un decente stato di sistemazione; ma per le scarse rendite, che
l'istituto possedeva, si potevano sostenere non più di otto alunni e non se ne potevano ospitare altri.
Già da tempo si era ricorso al sistema dei semiconvittori (12), cioè di giovani che in parte pagavano la
retta, non potendo il seminario sostenere tutte le spese per il vitto e l'alloggio di coloro che lo
frequentavano, aspirando al sacerdozio.
Per il momento bisognava accantonare il progetto di ampliamento dell'edificio per accogliere più candidati
desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica: le poche rendite non permettevano tali spese, né si
prevedeva un loro incremento mediante la fusione di altri benefici. Al vescovo Gritti non restava da
sviluppare altro che la parte spirituale: stilare le regole per la conduzione del seminario. Ciò fece il 18
luglio 1727, durante la Sacra Visita, e testimoniò con orgoglio nella Relatio ad limina del 1° novembre
1728 (13).
Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino, dettate dal Gritti, furono pubblicate
ufficialmente nel 1727, due anni dopo un importante Sinodo Provinciale, tenuto a Roma sotto la personale
direzione di Benedetto XIII. Fu lo stesso papa a voler celebrare tale concilio, nonostante il parere contrario
dei cardinali: lo volle presiedere egli stesso e ciò lo tenne occupato per più settimane facendogli
tralasciare gli altri doveri, richiesti dalla carica pontificia. Il Papa volle questa riunione anche per verificare,
a circa cento anni di distanza, l'attuazione delle norme tridentine circa i seminari diocesani; e per la
formazione del clero nei seminari, nello stesso anno 1725, nominò un'apposita congregazione (Bolla
Creditae nobis coelitus del 9 maggio 1725). Sull'onda dell'azione pastorale di Benedetto XIII numerosi
vescovi si orientarono verso una più precisa regolamentazione delle loro diocesi e, in special modo, dei
loro seminari (14). Anche l'Ordinario ferentinate si inseri nel generale spirito di riforma che pervadeva la
Chiesa cattolica (15).
§ 1. Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino (18 luglio 1727)
Durante la Visita pastorale del 1727 il vescovo Simone Gritti visitò anche il seminario e, accortosi
dell'inesistenza di un regolamento, che ordinasse la vita dell'istituto, lo stilò lui stesso e lo pubblicò
immediatamente, facendolo anche rilegare a mo' di volumetto. Il regolamento comprende, oltre la
premessa introduttiva, cinque capitoli, cosi suddivisi:
cap. I - Obblighi del Rettore o Maestro
cap. II - «Incombenze» del Prefetto
cap. III - «Pesi» dei seminaristi
cap. IV - «Incombenze del ministro che maneggia l'entrate del Seminario»
cap. V - Oneri del cuoco, con funzioni di portinaio e «spenditore ossia servente» del seminario.
Il testo, che si sviluppa in 24 fogli scritti con calligrafia chiara e ordinata, è in italiano, perché le Regole
dovevano «leggersi, a chiara intelligenza, in publico refettorio ogni primo giorno del mese, alla qual
lettura dovranno trovarsi presenti tutti li compresi in esse» (16), cioè il rettore, il prefetto, il ministro, i
seminaristi, i convittori e il portinaio.
Esaminando il contenuto del regolamento, si nota l'esigenza di organizzare la vita del seminario in modo
tale che i suoi superiori ed i suoi ospiti fossero orientati al perseguimento prima della «gloria di Dio» e poi
del bene della Chiesa e delle anime. Ciò è espresso incisivamente nella Premessa introduttiva delle Regole
(17).
Tra le incombenze, che porta con sé la carica episcopale, «una delle principali si è quella della disciplina e
buona direzione del nostro Seminario, giacché da questo hanno a sortire ecclesiastici degni del proprio
carattere e talmente forniti delle virtù intellettuali e morali che non solo rieschino d'esempio e
d'ammirazione ai popoli della nostra Città e Diocesi per i santi costumi, ma anche colla loro scienza e
dottrina possino istradare i Prossimi a quel termine, a cui aspirar deve ogni fedele e per il di cui
conseguimento siamo stati dall'Altissimo creati». In queste poche righe è condensato non solo il fine
culturale, cui deve tendere il futuro sacerdote, ma anche la linea di condotta, che egli dovrà osservare una
volta divenuto ministro della Chiesa. Il popolo dei fedeli aveva bisogno di sacerdoti istruiti, che non
dimenticassero di attuare il fine principale della loro missione: la Carità.
La consapevolezza del ministero sacerdotale si confermava e si consolidava in proporzione alla coscienza
di aver seguito un itinerario formativo, nel quale oltre al sapere si approfondiva anche la «sapientia
cordis». Dal seminario doveva uscire un sacerdote completamente rinnovato rispetto al modello ideale
proposto all'imitazione dei fedeli immediatamente dopo la conclusione del Concilio tridentino: al defensor
fidei doveva succedere l'ascetico e zelante pastore di anime. In questo credeva fermamente il Gritti, tanto
più che, come afferma esplicitamente, in Ferentino vi era urgente bisogno di un modello esemplare di
sacerdote, dal quale «si potrebbero apprendere le virtù; cosi anche mancano i giovani desiderosi di
approfittarsi in quelle» e manca «in questa medesima città... l'Università de' Studii» (18).
Quest'ultimo riferimento all'Università, la cui assenza era ritenuta una grave limitazione, ci fa
comprendere come il Vescovo, nello stabilire le regole di condotta per i seminaristi, avesse di mira il
progetto di un perfezionamento degli studi che implicasse un approfondimento continuo dei medesimi.
Non vi è vera sapienza, se non vi è costante ed amorosa applicazione allo studio ed all'approfondimento
dei suoi valori. Da queste premesse teoretiche scaturiva, dunque, tutta la struttura organizzativa del
seminario vescovile di Ferentino, a partire dalle norme che dovevano regolare la carica e i doveri del
Rettore (19).
Al momento dell'ammissione alla carica di Rettore subito doveva essere approntato e risolto il problema
dello stipendio, che sarebbe stato fissato in una somma superiore ad una «tavola di una mercede
competente». Questo appunto preliminare, concernente problemi di natura economica, sembrerebbe
contraddire le dichiarazioni espresse nella Premessa; invece il riconoscimento economico dovuto al
Rettore del seminario ci fa comprendere in modo più chiaro la nuova valutazione data a tale carica.
Ricevere un congruo salario rendeva ancor più importante la responsabilità assunta e spronava il rettore
ad impegnarsi con maggior dedizione al suo lavoro, prefiggendosi «nell'animo l'utile ed il profitto de' suoi
alunni» (20). I suoi oneri didattici consistevano nell'istruire i seminaristi nelle lettere e nel timor di Dio,
non solo con l'insegnamento teorico, ma anche con l'esempio pratico del suo comportamento ricavandone
grata «beneficienza» dal Vescovo e dagli altri superiori.
L'orario delle lezioni non doveva superare le cinque ore giornaliere: due ore e mezza la mattina ed
altrettante nel pomeriggio. Nella mattinata il Rettore avrebbe spiegato le regole grammaticali
dell'Emanuele (21), le «Epistole» e le «Orazioni» di Cicerone, programmando le lezioni secondo il grado di
comprensione e di preparazione raggiunto dalle varie classi del seminario; chiudeva l'orario mattutino la
spiegazione dei canoni del Concilio di Trento. Nel pomeriggio il Rettore avrebbe spiegato l'«Eneide» di
Virgilio, il Catechismo Romano e le lezioni del Breviario. Come si vede, lo studio del seminarista era
programmato in modo tale che di mattina venivano approfondite le tematiche inerenti alla prosa latina,
nel pomeriggio quelle della poesia, ritenuta più facile e dilettevole della prosa.
Lo studio dei classici latini, Cicerone e Virgilio, era propedeutico all'esercizio giornaliero di composizione in
volgare e di simultanea traduzione in latino. Il Rettore durante la correzione degli elaborati doveva aiutare
l'alunno ad autocorreggersi, cioè a «far ritrovare tutte le regole ad ogni circostanza, affinché finalmente
emendi da sé li suddetti errori» (22).
La lezione di teologia si risolveva nello studio preliminare del Catechismo Romano, del Breviario e del
testo del Concilio di Trento. Il vescovo Gritti non tralasciò di consigliare al Rettore anche il modo di
comportamento opportuno: «E perché la sperienza, la quale è maestra delle cose, c'insegna che la troppa
confidenza dei scuolari col maestro è cagione di negligenza dei medesimi, rifletta esso, pertanto, di farsi
più temere che amare, regolandosi con prudenza, secondo le qualità de' giovani, o più o meno diligenti, o
più o meno timidi; né trascorra nel troppo e continuato rigore, affinché non si avvilischino, ma sappia
usare circospezione, per renderli più diligenti ed animosi ad intraprendere le fatiche e lo studio» (23).
I canoni del metodo educativo, cui doveva ispirarsi il Rettore, erano quattro: amorevolezza, capacità di
lettura psicologica dei ragazzi, fermezza e moderazione. Egli doveva essere abile nell'individuare i
caratteri dei suoi allievi, per poter applicare a ciascuno di essi una didattica particolare: verso i poco
diligenti fermezza nello spronarli allo studio, verso i «timidi» moderazione ed amorevolezza, perché non si
«avvilischino». Questo metodo preannuncia quello che sarà poi chiamato metodo individualizzato.
Tuttavia l'impostazione della scuola è quella propria delle scuole cattoliche della Controriforma, in cui il
maestro esercitava nei confronti dei propri allievi un moderato paternalismo e, mediante il rispetto della
disciplina ed insistendo sull'esercizio della memoria e della ripetizione (24), mirava al loro «indurimento»,
cioè al rinforzo delle capacità esistenti o acquisite con lo studio e l'esperienza. E questo anche il metodo
propugnato dalla Ratio studiorum dei collegi gesuitici, sul cui modello si esemplavano, pur con qualche
differenza, i seminari vescovili.
Nel seminario di Ferentino, secondo la Costituzione del vescovo Gritti, si verificò una simbiosi tra il metodo
gesuitico ed il metodo delle scuole umanistiche. Secondo i canoni della pedagogia gesuitica nel seminario
ferentinate si privilegiava lo studio del latino e si insisteva sul rispetto della disciplina e del silenzio, sui
quali doveva costantemente vigilare il rettore, anche comminando pene per i disubbidienti (25). Si
assegnava grande rilevanza alla esemplarità del comportamento del rettore, che non doveva far trasparire
dai suoi gesti parzialità alcuna né nei rimproveri né nell'insegnamento.
Gli alunni dovevano apprendere maggiormente dall'esempio, piuttosto che dalle parole, «buone creanze si
nella scuola come nel refettorio ed in qualsivoglia altro luogo, tanto nel parlare, quanto nel gestire ed in
ogn'altro moto della persona». Dall'esempio gli scolari avrebbero appreso il giusto modo per «trattare alla
presenza de' maggiori, degli eguali et inferiori», specialmente il comportamento da assumere durante il
servizio in Cattedrale. «E quando (il Rettore) scorgesse che li medesimi scuolari o seminaristi fossero si
temerari che non osservassero il silenzio e la modestia in tempi e luoghi dovuti e specialmente in Chiesa,
procederà al castigo e penitenza in pane ed acqua» (26).
I castighi erano proporzionati alla gravità della disubbidienza. Sempre li decideva il rettore, tranne nel
caso che un seminarista o convittore gli mancasse di rispetto: solo allora era il vescovo ad intervenire con
castighi «più proprii e più adeguati» (27). Il rettore doveva sempre riferire al vescovo l'andamento del
seminario, affinché l'Ordinario potesse esaminare e prendere provvedimenti opportuni secondo i casi (28).
Come si vede, l'impostazione del seminario ferentinate era verticistica: il vescovo ne era l'autorità morale,
ma il vero e proprio capo era il rettore, cui competeva non solo l'andamento didattico, ma anche la cura
ed il progresso della spiritualità dei seminaristi. Infatti il vescovo Gritti ricordava quale doveva essere il
più impegnativo onere del Rettore o Maestro: «far imparare la Dottrina cristiana del Bellarmino a quei che
non la sapessero e di far fare ogni mattina, prima di dar principio alla scuola, l'orazione mentale per un
quarto di ora, almeno sopra le Meditazioni del Buseo (29) o d'altro auttore» (30). Non mancava alla
formazione del seminarista la recita del Rosario, l'esame di coscienza serale ed il ringraziamento a Dio,
datore di ogni bene (31).
A differenza dei collegi gesuitici, nel seminario di Ferentino, il rettore non doveva far leva sul sentimento
dell'emulazione, anche se indirettamente il vescovo Gritti riconosce la possibilità di far seguire la preghiera
mentale anche da «uno de' Convittori o Seminaristi, il più degno fra gl'altri» (32).
L'aggettivo «degno» indicava solo il criterio di scelta, non era un elemento selettivo utilizzato per
sollecitare l'emulazione reciproca: infatti poteva guidare la preghiera solo chi era sicuramente
incamminato sulla via della perfezione.
Stabiliti i compiti del rettore, con il ricordargli di chiudere dopo l'Ave Maria ogni porta di accesso al
seminario e di impedire che vi potessero entrare donne o altri estranei (33), il Vescovo passò a definire le
«incombenze del Prefetto» (34). «Per la povertà del medesimo seminario non si può stipendiare» un
Prefetto, per questo il Gritti ordinò che «sia uno de' Convittori da elegersi da parte dell'Ordinario». Egli
avrebbe avuto l'incarico di condurre i seminaristi in chiesa o a passeggio: «sia suo peso il procurare che
per le strade publiche (i seminaristi) camminino tutti a due a due, con distanza proporzionata tra gli uni e
gl'altri, con occhi bassi, con passo grave senza dimenare con moto irregolare le braccia, ma con quella
composizione e modestia, che renda edificazione ai riguardanti» (35). L'atteggiamento esterno doveva
essere educato e composto non solo quando il seminarista andava per strada, ma anche quando si
trovava in dormitorio.
Il Prefetto doveva impedire ogni schiamazzo e doveva avvisare il rettore se vi era qualche alunno
maleducato e disturbatore, perché fosse castigato «a proporzione della sua colpa». Per «adocchiare
chiunque avesse un tal ardire, dovrà tenersi accesa tutta la notte una lampada nel mezzo del detto
dormitorio». La cura di questa lampada spettava ad uno dei seminaristi o convittori, scelto
settimanalmente e punito in caso di negligenza insieme con il Prefetto (36).
Il Prefetto avrebbe fatto pulire il dormitorio due volte alla settimana dagli stessi seminaristi, ciascuno
dovendo spazzare «quella parte convicina al proprio letto»; inoltre egli avrebbe dovuto impedire che, per
il caldo, qualcuno degli alunni si facesse vedere scomposto o seminudo (37). In questa serie di regole si
nota un cambiamento nel ruolo del prefetto: mentre prima della Costituzione del Gritti, il Prefetto aveva la
fisionomia del precettore (38), nel 1727 invece è ridotto al rango di un semplice capoclasse.
La parte più interessante delle Regole per il buon governo del Seminario riguarda i «pesi» che devono
osservare i seminaristi (39). Il Vescovo stabilì che potevano essere ammessi solo ragazzi, che avessero
compiuto 12 anni, di legittimi natali, d'indole buona e disposti a migliorare sempre più nella dottrina e nei
buoni costumi. La retta, cui erano obbligati, ammontava a 20 scudi annui e doveva essere pagata in rate
mensili. Il Vescovo faceva intravvedere anche l'evenienza che tal somma potesse essere aumentata non
solo per «l'età e qualità de' giovani», ma anche per l'aumento del costo della vita, essendo la retta
destinata a pagare le spese per il vitto. Il seminario, infatti, oltre all'alloggio, provvedeva
all'alimentazione: «letto, vestito, biancaria, posata et altro si avrà ciascheduno da provvedere del proprio»
(40).
Una volta entrati in seminario la separazione dal mondo era netta e decisa: i seminaristi non dovevano
scrivere lettere ad esterni né riceverne senza il permesso del rettore e previa lettura delle medesime (41).
A loro era proibito anche affacciarsi alle finestre, «particolarmente a quelle dalle quali si possono vedere le
persone»; anche quando i seminaristi tornavano in vacanza nelle loro case, non dovevano affacciarsi «ben
sapendosi quanto sia pericoloso ne' giovani dar troppa libertà agli occhi, li quali sono come finestre per
dove entra la morte spirituale, cioè il peccato» (42).
La vita di comunità imponeva anche sacrifici: il medesimo trattamento alimentare a tavola, eccettuando
chi fosse malato (43), e l'osservanza di un rigido ordine degli studi.
Nella retta non era compreso il pagamento dello stipendio al rettore, per cui, «per maggiormente
stimolano ad insegnare, ciò che deve, con attenzione ed amore», ciascun seminarista, all'atto dell'ingresso
in seminario, gli donava, come contributo alla sua dedizione, un onorario, consistente in una «piastra».
Nelle Regole non è specificata la data di inizio delle lezioni scolastiche; forse era fissata a discrezione del
rettore, oppure le lezioni si protraevano continuamente per tutto l'anno solare, osservandosi come
vacanza le domeniche, le feste comandate (44) ed ogni giovedì (45). Nei giorni di vacanza non si dava
lezione, perciò i seminaristi, dopo il Vespro, accompagnati dal Prefetto, sempre che non vi fosse
impedimento alcuno, potevano uscire a spasso per la città (46).
Nel seminario svolgeva attività didattica un solo maestro, il Rettore, che doveva impartire tutte le
conoscenze necessarie per cinque ore giornaliere; Poiché l'intero corso di studi durava un quinquennio, se
si ammetteva la possibilità di tre mesi di vacanza, i seminaristi non avevano tempo sufficiente per
acquisire perfettamente tutte le nozioni culturali. Inoltre il Rettore poteva programmare il corso delle
lezioni in base al livello di preparazione dei suoi allievi ed a seconda delle loro capacità (47).
Dai documenti in nostro possesso si ricava che, almeno per il primo periodo di esistenza del seminario, i
seminaristi venivano iscritti ogni quinquennio, cosicché il gruppo degli allievi risultava omogeneo fino alla
licenza. Questo era determinato dalla carenza di stanze in dotazione del seminario e ciò risulta anche dalla
lettura approfondita delle Regole del Gritti. Il testo della costituzione episcopale fa riferimento solo ad una
stanza utilizzata come aula scolastica (48): si parla, inoltre, di un dormitorio degli allievi (49), della sala
per lo studio (50), della cucina (51), del refettorio (52), di una cappella sita al piano del dormitorio (53) e
di un cortile per la ricreazione, dove ai seminaristi era consentito «giuocare qualche volta alle boccie»
(54). A queste stanze doveva naturalmente aggiungersi quella del Rettore. Complessivamente il seminario
di Ferentino doveva avere circa dieci stanze e il dormitorio degli studenti doveva essere molto ampio.
La giornata del seminarista era scandita da un orario assai articolato. Gli alunni e i convittori si alzavano,
svegliati dal prefetto con il suono di una campanella: d'inverno un'ora prima dell'alba, d'estate mezz'ora
prima. Dovevano vestirsi in un quarto d'ora e subito dopo entrare in cappella accompagnati o dal rettore o
dal direttore spirituale, per un altro quarto d'ora di orazione mentale. Terminata la preghiera, avevano
una mezz'ora per ripetere gli argomenti di studio, assegnati il giorno precedente; dopo iniziavano le
lezioni della giornata.
Finite le due ore e mezza di lezione mattutina, accompagnati dal prefetto, i seminaristi si recavano in
chiesa per assistere alla messa in ginocchio, con la testa bassa o rivolta all'altare. Ascoltata la messa,
tornavano in seminario per applicarsi a tradurre in latino, ciascuno per conto proprio, la composizione in
italiano a loro assegnata (55). Lo studio durava fino all'ora di pranzo, il cui inizio sarebbe stato avvisato
con il suono di una campanella.
Radunatisi tutti in refettorio, dopo la benedizione della mensa impartita dal Rettore, mentre i seminaristi
mangiavano rispettando un assoluto silenzio, uno di essi, scelto settimanalmente, avrebbe letto ad alta
voce autobiografie di Santi o il Martirologio Romano.
I seminaristi erano dispensati dal silenzio solo nelle solennità principali dell'anno: Natale, Pasqua,
Ascensione, Pentecoste, Assunzione di Maria Vergine al Cielo e la ricorrenza in cui si celebrava il martirio
di S. Ambrogio. A queste festività il Rettore poteva aggiungerne altre a sua discrezione (56).
Il vitto era sobrio, ma veniva arricchito di una pietanza nelle giornate di Natale, Pasqua e S. Ambrogio,
protettore di Ferentino; «e l'istessa distinzione si usi per l'ultimo giorno di Carnevale (martedi grasso)
coll'aggiunta d'un antipasto di più» (57). Dopo il ringraziamento, alla fine del pranzo, i seminaristi
potevano godere di un'ora di ricreazione, senza «pigliarsi troppa licenza o nel parlare o nello scherzare;
ma i discorsi dovevano essere o di cose buone o almeno indifferenti e si dia di bando alle mormorazioni di
chi che sia, per non perdere la carità verso de' prossimi e la grazia del Signor Iddio, quando la detrazzione
fosse gravemente pregiudiziale per l'altrui fama» (58).
Terminata la ricreazione, che a volte consisteva nel gioco delle bocce, eseguito solo per divertimento,
senza strepiti o clamori (59), un suono di campanella avvertiva i giovani di tornare in classe per
continuare, sotto la guida del Rettore, le lezioni. Allo scadere delle due ore e mezza di lezione ci sarebbe
stata la lezione di canto fermo o figurato, «ornamento necessario in ogni ecclesiastico». I giovani, quindi,
si sarebbero portati in cappella per le orazioni serali, che nel periodo estivo si recitavano «su l'ore
ventiquattro in punto», ossia le 18, e immediatamente si sarebbero recati in refettorio per la cena.
Durante la cena il regolamento era quello stabilito per il pranzo; ad essa sarebbe seguita un'ora di
ricreazione, dopo la quale «si dovrà andare alla cappelletta, dove si leggerà il punto della meditazione per
la mattina seguente e si reciterà qualche breve orazione... il De profundis... l'orazione pro Benefactoribus
defunctis... preci per quelli che hanno fondato et in qualunque modo beneficato al Seminario» (60).
Esauriti tutti i compiti richiesti, «tutti si porteranno al dormitorio, dove si spoglieranno con ogni possibil
modestia, con pensare che quel letto potrebbe essere l'istessa notte un cataletto; e pertanto ciascuno
penserà attentamente a fare atti di contrizione, di conformità al volere di Dio, di Fede, di Speranza, di
Carità e simili per poter prendere il riposo dell'anima in Dio e del corpo nel letto» (61).
Questa era la giornata del seminarista: tutto in essa era determinato con precisione per impedire che il
giovane restasse in ozio e si abbandonasse a pensieri non adeguati alla finalità spirituale del luogo, che lo
ospitava. Niente, dunque, era lasciato all'improvvisazione o allo spontaneismo. Persino le ore serali da
destinare allo studio erano stabilite secondo un rigido calendario: dal 4 ottobre al 1° novembre doveva
destinarsi alla memorizzazione degli argomenti di studio un'ora; dal 1° novembre al 31 gennaio allo studio
erano concesse due ore e mezza; dal 1° febbraio a Pasqua un'ora e mezza. Il prefetto doveva
«sopraintendere» allo studio, controllando che ciascuno stesse al suo posto «con quel numero de' lumi,
che si stimerà dal Rettore puramente necessario» (62). Il Vescovo stabili anche il menù dei seminaristi. Il
vitto non doveva eccedere la spesa di due baiocchi per ciascun giovane. Ogni giorno veniva servita la
minestra e l'insalata (secondo piatto) era distribuita il lunedì, il mercoledì, il venerdì e il sabato. La sera
dei giorni di domenica, martedì e giovedì si serviva brodo di carne. Con i tozzi di pane avanzati e raffermi
si preparava la minestra di pane, «detta volgarmente pancotto». Il pane, distribuito ai seminaristi, doveva
essere bianco, impastato con la farina ricavata dal grano, che il seminario stesso forniva al fornaio. Ogni
pagnotta non doveva superare le dieci once di peso. Anche il vino era distribuito a pranzo e a cena, una
foglietta e mezza al pranzo ed una sola alla cena per ciascuno (63): gli avanzi ritornavano «alla
disposizione del Rettore o Prefetto in utili del Seminario». Un consiglio il Vescovo dava premurosamente al
ministro: «applichi... lo studio al risparmio, dovunque può, come usarebbe se fosse interesse suo proprio»
(64).
Le Regole del Gritti non trascurarono di regolamentare anche il comportamento del personale
amministrativo e di servizio, che collaborava per la corretta gestione del seminario. Il Ministro, cui
spettava uno stipendio annuo di dodici scudi, era l'amministratore dei beni e doveva svolgere il suo
dovere con grande diligenza ed avvedutezza (65); pertanto avrebbe dovuto provvedersi di un registro sul
quale segnare le entrate e le uscite giornaliere dell'istituto. Egli, ogni primo lunedì del mese, doveva
relazionare sulla sua amministrazione ai deputati del Seminario, riuniti con il Vescovo. Solo quando il
Ministro doveva affrontare spese straordinarie («dare i beni stabili in affitto o locazione»), avrebbe dovuto
chiedere il beneplacito vescovile. (66)
Il seminario aveva una struttura gerarchica ben definita: a capo dell'istituto era il Rettore, a lui sottoposto
era il Prefetto. Il Ministro, invece, dipendeva dal Vescovo ed era responsabile davanti alla deputazione
tridentina ed ai visitatori (sindicatori, che annualmente l'Ordinario nominava per far controllare
l'amministrazione.
Al seminario non mancava il cuoco, che, però, per le poche rendite dell'istituto, doveva svolgere anche
mansioni di portinaio e di cameriere; egli percepiva uno stipendio annuo di sei scudi e veniva alloggiato a
spese del seminario (67). Le «incombenze del cuoco» non riguardavano solo la cucina che gli veniva
prescritta dal Ministro, ma anche mantenere integro il vasellame, gli utensili e le vivande (68). Quando il
cuoco aveva terminato il suo lavoro in cucina, doveva badare alla porta, per impedire che senza permesso
si potesse uscire o entrare.
Se qualcuno alla porta chiedeva di parlare con un seminarista, il cuoco - portinaio doveva ottenere dal
Rettore il permesso. Il colloquio non era concesso se interrompeva le ore di lezione e di studio (69).
La conversazione, non essendoci parlatorio, avveniva lungo un corridoio, per non permettere ai
seminaristi di scendere alla porta d'ingresso (70).
Il cuoco doveva fare la spesa, sollecitamente e senza attardarsi nelle bettole, nei giochi di piazza o in
discorsi con persone poco affidabili, pena il licenziamento (71); inoltre svolgeva anche le mansioni di
cameriere e servo (72). Nessuna confidenza doveva avere con i seminaristi né poteva di nascosto portare
ad essi vivande o biglietti (73). Nel suo lavoro doveva sempre aver presente il fine soprannaturale: «abbia
sempre nelle sue azioni innanzi agli occhi... che dal suo servizio, fatto di cuore, ne ritrae pur merito,
servendo Iddio ne' suoi ministri» (74).
Le Regole del Gritti risentono molto della mentalità del tempo forse alcune di esse ci potranno far
sorridere per la loro ingenuità Tuttavia sono un documento assai importante per capire la successiva
evoluzione storica del seminario diocesano ferentinate.
Note
1) La fabbrica del Seminario, restaurata sotto l'episcopato del Chierichelli, rimase immutata nelle sue strutture per quasi due secoli, pur
essendo stata in parte ampliata sotto il vescovo Borgia nel 1751, come testimonia la lapide, murata nel corridoio d'entrata dell'edificio:
SEMINARIUM ECCLESIASTICUM
ERECTUM EPISCOPO IOHANNE CAROLO ANTONELLO
HIC POSITUM EPISCOPO VALERIANO CHIERICHELLO
AUCTUM DEIN ET IN HANC MOLEM
REDACTUM
EPISCOPO FABRITIO BORGIA
A. D. MDCCLI.
Delle decisioni prese dal vescovo Borgia in merito al seminario si parlerà nel successivo III capitolo.
2) Oltre al citato saggio di F. Caraffa di cui alla nota 24 del capitolo I, cfr. anche: Il seminario di Padova, notizie, a cura di vari, Padova 1911;
Il seminario di Piacenza e il suo fondatore, a cura di vari, Piacenza 1969; L. Mezzadri, Il collegio Alberoni di Piacenza: contributo alla storia
della formazione sacerdotale, Roma 1971; A. Berenzi, Storia del seminario vescovile di Cremona, Cremona 1925; L. Caliaro, Storia del
Seminario vescovile di Vicenza, Vicenza 1936; A. Pellico, Seminario di Feltre. Notizie storiche, Venezia 1942; 6. Pistoni, Il seminario
metropolitano di Modena. Notizie e documenti, Modena 1953; A. Gabrijelcic, Alle origini del Seminario di Perugia (1559 - 1660), Boll. della
Dep. di Storia Patria per l'Umbria, 1971, pp. 1 - 201.
3) cfr. O'Donohoe, Tridentine Seminary Legislation. Its Sources and its Formation, Lovanio 1957; Idem, The Seminary Legislation of the
Council of Trent, in Il Concilio di Trento, I, Roma 1965, pp. 157 - 172; H. Jedin, Domuschule und Kolleg. Zum Ursprung der Idee des tridenter
Priesterseminars, Trieer Theologische Zeitschrift (fino al 1944: Pastor Bonus) Treviri 1888ss.; Idem, L'importanza del decreto tridentino sui
seminari nella vita della Chiesa, in «Seminarium» 15 (1963) 396 - 412.
4) Nel 1705 il Vescovo Chierichelli fece inserire nel curriculum degli studi anche l'insegnamento della teologia morale. Cfr. supra nota 96 del I
capitolo.
5) Sia nell'editto di mons. Roncioni nel 1664 (AV F, Patentalium, f. 109r) sia in quello di mons. Antonelli del 1687 (AVF, Patentalium, f. 113)
viene affermato che nel seminario sarebbero state impartite da un maestro le discipline letterarie ed umanistiche oltre all'insegnamento dello
«scrivere», ossia della composizione.
6) Il vescovo Chierichelli fu fautore dell'introduzione delle discipline matematiche nel corso di studi del seminarista. Cfr. supra nota 96 del
primo capitolo.
7) cfr. supra nota 86 del I capitolo.
8) AVF, Patentalium, ff. 170v - 171r.
9) Giuseppe Calabrese era entrato in Seminario come alunno presentato dalla Comunità, il 4giugno 1700 (cfr. supra nota 89 dell capitolo):
quindi nel 1709 non doveva avere più di 21 anni.
10) Cfr. supra nota 61 del 1° capitolo.
11) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di S. Gritti del 1° novembre 1721 e del 1° novembre 1728.
12) Ibidem, Relazione di S. Gritti del 1° novembre 1728.
13) Ibidem. Il testo delle Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino dettate da Simone Gritti nel 1727 si conservano nell'Archivio
Vescovile di Ferentino in una cartella, che contiene documenti riguardanti il Seminario diocesano e risalenti all'epoca contemporanea. Sono
state per caso ritrovate ed il loro invenimento è stato tanto sorprendente, perché si ignorava la loro esistenza.
14) Ne è testimonianza il sinodo diocesano celebrato nel 1726 dal vescovo Giovanni Battista Bassi in Anagni. Negli atti manoscritti ditale
assise sono inseriti alcuni decreti del Sinodo Romano provinciale, promosso da Benedetto XIII, segno della grande risonanza dell'iniziativa
papale (cfr. F. Caraffa, Il seminario diocesano di Anagni, cit., p.13).
15) Il pontificato di Benedetto XIII fu improntato dallo spirito semplice e ascetico del Papa, che proveniva dall'ordine domenicano. Il Pontefice
fu esempio di zelo pastorale: infatti pur essendo stato eletto alla carica suprema della Chiesa, mantenne l'arcivescovado di Benevento, che
visitò spesso. Ridusse lo sfarzo della corte papale e si prodigò ad edificare chiese e ospedali, a soccorrere anche con i suoi denari i poveri, a
promuovere sinodi provinciali, a promulgare sagge leggi, a ridurre l'attrito tra potere laico e quello ecclesiastico. Benedetto XIII nei suoi
cinque anni di governo pontificio non smise mai di indossare, al posto delle vesti papali, l'abito del suo ordine, quello domenicano, come
segno di umiltà e fedeltà alla sua vocazione.
16) AVF, Regole, f. 24r.
17) Ibidem, ff. 1 e 16r.
18) Ibidem, f. lv.
19) Ibidem, «Obblighi che risguardano il Rettore e Maestro del Seminario. Cap. I».
20) Ibidem, f. 2.
21) Si tratta della grammatica latina scritta dal gesuita Emanuele Alvarez, De Institutione Grammatica. Questa grammatica ebbe più di
quattrocento edizioni e fu la più usata, anche se ricevette diverse critiche di natura didattica. Nel 1894 tale opera venne riedita in veste
rinnovata dai gesuiti americani del Woodstock College (U.S.A.).
22) AVF, Regole, f. 2v.
23) Ibidem, ff. 2v - 3.
24) Ibidem, f. 3r. Il Rettore doveva far esercitare giornalmente i suoi allievi nella ripetizione a memoria delle regole spiegate e di alcuni versi
di Virgilio e di Cicerone.
25) Ibidem, f. 3r. Il Rettore aveva l'obbligo di far osservare sempre in silenzio ai seminaristi, eccettuando il momento della ricreazione. Anche
nel refettorio il rettore doveva vigilare sul comportamento disciplinare dei giovani: «osservi bene tutti i loro andamenti e gesti, per vedere se
vi sia chi borbotti o si lamenti delle vivande o chi voglia esser singolare nel mangiare cibi più confacenti al suo genio. E quando ritrovasse
persona di tal sorta, la mortifichi con publiche penitenze di digiuni in pane ed acqua... adoprando sempre la discrezione e la prudenza».
26) Ibidem, ff. 3v - 4r.
27) Ibidem, f. 4r.
28) Ibidem.
29) Buseo, nome italiano del teologo gesuita Peter de Buys (Nimega 1540 - Vienna 1587); professore di esegesi neotestamentaria nella
università di Vienna (1571), fu membro per la commissione della ratio studiorum. È noto come editore della Summa di Pietro Canisio. Sue
opere sono le Auctoritates S. Scripturae et SS. Patrum, che pubblicò anonime e la Summa doctrinae christianae (1577).
30) AVF, Regole, f. 4v.
31) Ibidem, ff. 4v - 5.
32) Ibidem, f. 4v.
33) Ibidem, f. 5.
34) Ibidem, ff. 5v - 7: «Incombenze del Prefetto, Cap. II».
35) Ibidem, f. 6r.
36) Ibidem, f. 6v.
37) Ibidem, f. 7.
38) Cfr. supra nota 8 del II capitolo.
39) Ibidem, ff. 7 - 17: «Pesi dei Seminaristi. Cap.III».
40) Ibidem, ff. 7v e 17r.
41) Ibidem, f. 17r.
42) Ibidem, f. 16v.
43) Ibidem, f. 11v. al malato, alunno o convittore che fosse, competeva la spesa delle medicine e l'eccedenza della spesa per il vitto, qualora
superasse la somma della retta.
44) Ibidem, f. 15.
45) Ibidem. Se nella settimana cadeva qualche festa, allora il giovedì si svolgeva regolarmente lezione.
46) Ibidem, f. 15. Anche un altro motivo poteva indurre i superiori a non concedere vacanza ai seminaristi: per la povertà dell'istituto non si
possedeva una casa adatta ad ospitare i giovani per trascorrere un periodo di ferie (ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di Pietro Paolo
Tosi del 10 gennaio 1790).
47) AVF, Regole, f. 2. Non sembra che agli inizi della sua attività il seminario di Ferentino richiedesse come requisito per l'ammissione anche
l'aver frequentato un corso di studi elementare. Per essere ammessi bastava avere 12 anni, essere nati da legittimo matrimonio e sapere
almeno leggere. Ancora nel 1867 il curriculum degli studi iniziava dall'acquisizione dei rudimenti delle Lettere (ASV, Relationes ad limina, B,
Relazione di Gesualdo Vitali del 12 giugno 1867).
48) Ibidem, f. 10r.
49) Ibidem, f. 6v.
50) Ibidem, f. 14v.
51) Ibidem, f. 16v.
52) Ibidem, ff. 9v, 11r.
53) Ibidem, ff. 9v e 14r.
54) Ibidem, f. 12v.
55) Ibidem, ff. 7v - 9. Durante lo studio era severamente vietato «far ridere», «ciarlare»; lo studente non doveva nemmeno lamentarsi per la
fatica, che richiedeva il suo impegno; infatti «se pare poco dura la fatica, a cui si soccombe per giungere all'acquisto della scienza, riusciranno
poi soavissimi i frutti della medesima» (ibidem, f. 8).
56) Ibidem, ff. 11ss.
57) Ibidem, f. 12r.
58) Ibidem, f. 12v. La vita di comunità non era facile e spesso potevano sorgere delle antipatie tra seminaristi; ma chi era incamminato sulla
via del sacerdozio doveva vincere con la forza di volontà e con l'autodominio i suoi istinti naturali, usando ogni diligenza per non cadere in
peccato ed accostandosi alla confessione ed alla comunione «in tutte le feste mobili, in quelle della SS.ma Vergine, in quelle degli Apostoli ed
in tutte le terze domeniche di ciascun mese (ibidem, f. 15v). I seminaristi avrebbero ricevuto l'eucarestia dalle mani del Vescovo nei
Pontilicali (ibidem) ed ogni sabato avrebbero ascoltato dal Rettore o dal direttore spirituale un fervorino su argomenti sacri o di teologia
morale (ibidem, f. 16r).
59) Ibidem, f. 12v.
60) Ibidem, ff. 13r - 14r. Ai moderni sembreranno strani gli orari, che scandivano la vita dei seminaristi. In realtà le ore 20, non
corrispondevano alle 20 odierne, ma alle ore 14 e le 24 alle ore 18. Infatti era costume, negli orari ecclesiastici, seguire il sistema di contare
le ore dal vespro del giorno precedente.
61) Ibidem, f. 14v.
62) Ibidem, f. 14v. Nei giorni di festa vi era una variazione nel programma della giornata. Appena alzati (non si farà l'orazione mentale, ma
tutti dovranno cantare nella cappelletta... l'offizio della SS.ma Vergine alternativamente a due cori ... con quel rispetto e devozione che si
richiede nelle lodi alla regina del Cielo». Al termine dell'ufficio, se i giovani seminaristi non dovevano essere obbligati al digiuno eucaristico,
avrebbero consumato una colazione composta da pane e vino e subito dopo, in attesa che arrivasse il tempo stabilito per la cerimonia,
avrebbero svolto i compiti scolastici. Quindi «giunto il tempo di portarsi alla cattedrale dopo i tocchi della messa maggiore», vi si sarebbero
recati in ordine; entrati in essa, dopo la riverenza al Santissimo Sacramento, sarebbero entrati in sagrestia e, salutati i canonici, avrebbero
indossato le loro cotte e si sarebbero disposti secondo l'ordine dato dal maestro delle cerimonie. Alla fine della liturgia essi avrebbero
accompagnato prima il Vescovo nei suoi appartamenti, poi si sarebbero recati di nuovo in seminario per studiare canto fermo (o figurato) o
qualche altro argomento culturale fino all'ora del pranzo, stabilito per le undici e mezza in inverno e per mezzogiorno in estate (ibidem, ff. 9 -
11r).
63) Ibidem, ff. 18v - 19r.
64) Ibidem, f. 20r.
65) Ibidem, ff. 17v - 20r: «Incombenze del Ministro che maneggia le entrate del Seminario».
66) Ibidem, f. 18r.
67) Ibidem, ff. 20v - 21r.
68) Ibidem, ff. 21v.
69) Ibidem, f. 22r.
70) Ibidem, f. 22v.
71) Ibidem, f. 23r.
72) Ibidem.
73) Ibidem, f. 23v.
74) Ibidem, f. 24r.
2capitolo 26/04/2007,18:05 117.56 Kb
|