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Seminario Vescovile minore
Ferentino - Frosinone
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Scritto da Administrator   
giovedì 26 aprile 2007

IL SEMINARIO NEL PRIMO SECOLO DI VITA

Il Gritti fu trasferito nel 1729 nella diocesi di Acquapendente e non poté verificare né l'attuazione delle

regole, da lui stilate, né il miglioramento della vita dei seminaristi. Fabrizio Borgia, il vescovo che gli

successe e resse la diocesi dal 23 dicembre 1729 al 1754, data della sua morte, non si lasciò sfuggire

l'occasione di potenziare e migliorare l'istituto del seminario vescovile di Ferentino.

Si può, a buon diritto, sostenere che il Settecento fu l'epoca d'oro del seminario ferentinate, non solo

perché il tal periodo si definì meglio la sua struttura culturale, ampliandosi ed articolandosi con più

precisione il curriculum scolastico; ma anche perché si incrementò la frequenza dei giovani e ciò

determinò uno sforzo notevole per l'ammodernamento dei locali e per la ricerca di nuovi cespiti di entrate.

Nel XVIII secolo la storia della diocesi di Ferentino fu dominata da due grandi figure di pastori: Fabrizio

Borgia, (1) che la governò per venticinque anni, e Pietro Paolo Tosi, (2) che la resse per 46 anni dal 16

settembre 1754 al 1800. La lunga durata dell'episcopato dei due presuli, oltre al loro infaticabile zelo

pastorale, dà la spiegazione del successo delle loro iniziative.

§ 1. Il rigoglio culturale del XVIII secolo.

Nel 1732, il 5 dicembre, Fabrizio Borgia scriveva una Relatio ad limina molto precisa e riferiva che nel

seminario gli otto alunni frequentanti si sostenevano de proprio, cioè erano convittori. Gli alunni

progredivano in sapienza e dottrina, solo nella grammatica «sufficienter proficiunt». Essi servivano la

cattedrale nelle festività e seguivano con diligenza le regole e le costituzioni che il Borgia aveva dettato,

riformando quelle del Gritti (3).

Gli Avertimenti per il buon regolamento delli seminaristi introducono nel primo articolo l'affermazione che

il fine e l'oggetto primario di ogni regola è il retto comportamento da osservare e praticare davanti a Dio e

davanti al prossimo. Da questo principio scaturisce l'ordine per i seminaristi, tanto alunni quanto

convittori, di chiedere continuamente nella loro preghiera pubblica e privata «un tal amore da Sua Divina

Maestà» che sia sostegno di ogni loro atto. Solo così secondo il vescovo Borgia i seminaristi avrebbero

potuto sperare «ogni più felice avanzamento nella perfezione cristiana ed un profitto speciale alla coltura

delle lettere» (art. I).

Stabilito che il principio primario di ogni azione umana, tanto nell'ordine spirituale quanto in quello

culturale, era la Carità, il Vescovo indicò il cammino da seguire per perfezionarlo nella concretezza della

vita: «il mezzo efficacissimo per ciò fare è la frequenza delli santissimi sacramenti». Per questo ordinò che

i seminaristi ogni domenica si accostassero alla confessione e nelle terza domenica del mese alla

comunione, da ricevere anche nelle feste solenni. La confessione doveva essere frequente, la comunione,

invece, mensile: questo stava a significare che per accostarsi all'eucarestia si doveva essere degni e tale

dignità si accresceva tanto più si saliva nell'ordine ecclesiastico.

Infatti il suddiacono e il diacono dovevano accostarsi più frequentemente alla comunione proprio per la

loro maggiore responsabilità all'interno della vita ecclesiastica. Tuttavia mons. Borgia non lasciava di

esortare i seminaristi a fare confessioni annuali e generali e comunioni straordinarie per loro devozione

(art. II). Era obbligatorio ricevere la comunione specialmente durante i pontificali celebrati dal Vescovo o

da altri da lui designati (art. III).

Dopo che il Vescovo ebbe determinato i principi ispiratori nel suo regolamento, passò a delineare nei

minimi particolari la vita pratica del seminarista. Il giovane entrato nel pio istituto, previa esibizione

dell'attestato di frequenza ai sacramenti, rilasciato dal parroco, nella prima domenica o festa di precetto

successiva alla sua ammissione doveva accostarsi alla confessione e comunione (art. IV). A lui era

imposta la rigida osservanza del regolamento, compilato per rendere meno gravosa la vita comunitaria

(art. V).

La giornata del seminarista iniziava con la preghiera, distinta in due momenti: dapprima l'orazione

mentale per un quarto d'ora, riflessione e meditazione personale su un tema proposto dal prefetto,

successivamente un altro quarto d'ora di «orazioni vocali, solite a dirsi nella mattina» (art.VI). L'altra

preghiera quotidiana del seminarista era il rosario; invece la domenica si recitava l'Ufficio della Beata

Vergine (art. VII) con ordine e senza generare confusione o riso, cantando in falsetto (art. VIII).

I seminaristi erano suddivisi in due camerate a secondo della loro età, sotto la sorveglianza di un prefetto

(art. IX). Tra camerate era proibito il reciproco contatto, permettendo solo scambi di opinioni su

argomenti scolastici previo permesso del maestro (art. X).

Entrando in seminario, il giovane doveva abbandonare l'atteggiamento individualistico ed assumerne uno

improntato da genuino spirito comunitario, specialmente nei periodi di svago (artt. IX e XII). Per i

contravventori di tale norma la prescrizione consisteva nel silenzio imposto fino a quando il prefetto non

disponeva altrimenti (art. XII).

Negli Avertimenti del vescovo Borgia riecheggiava la medesima volontà di educare il seminarista non solo

nella cultura scolastica, ma anche nel comportamento. Mai il giovane chierico doveva assumerne

atteggiamenti, che nuocessero al suo decoro (art. XIV), o doveva usare parole e gesti volgari (art. XV),

nemmeno per ischerzo; né gli era permesso portare con sé armi e temperini (art. XVI) o leggere opere,

che impedissero una buona e santa formazione culturale (art. XVIII).

Durante le ore di svago era permesso leggere qualche libro di devozione, mentre era proibita la lettura di

«romanzi, commedie o altri simili» (art. XVIII). Il decoro imponeva ai giovani il rispetto dell'abito

ecclesiastico, da loro indossato (art. XIX) sia nell'interno del seminario che durante le passeggiate (art.

XX). Non si doveva alzare la voce né disubbidire ai superiori andando a fare ricreazione fuori delle

camerate dei luoghi a ciò destinati (art. XXI). Anche nel gioco il seminarista doveva essere educato e

sobrio: non doveva alzare la voce né dire parole piccanti né giocare con i soldi «benché in leggerissima

somma»; gli era consentito giocare a bocce, a dama e con le «immaginette e simili cosarelle... per puro

spasso» (art.XXII). Dall'art. XIII all'art. XLII il vescovo Borgia riconfermò le norme già stabilite dal Gritti

sull'ordinamento interno del seminario: ribadì l'osservanza del silenzio in refettorio, durante le lezioni e le

preghiere (art. XXIX), l'obbligo della pulizia quasi quotidiana delle camerate (art. XXXI), gli oneri dei

cuochi e degli inservienti, il divieto dei seminaristi di andare alla porta (art. XXXIV) o di parlare con il

personale di servizio (art. XXXIII) o di lamentarsi per il pranzo (artt. XXIV - XXVI).

Nessuno degli alunni poteva uscire dal seminario senza il permesso del vescovo (art. XLIII); ai convittori

cittadini che «avranno il permesso d'andare a pranzo alle proprie case, le si assegnerà anche il compagno

delli più provetti, quale, accompagnatolo in casa, farà ritorno nel seminario. Il giovane restato in casa,

dopo il pranzo debba essere accompagnato dal padre o madre o altro parente» (art. XLIV). Sicuramente a

tali seminaristi, cui era consentito recarsi a pranzo nelle loro famiglie, il valore della retta era dimezzato.

Un'altra distinzione si evidenziava all'interno del seminario tra gli studenti desiderosi d'acquisire una sana

preparazione culturale e quelli che entravano nell'istituto col «fine di giungere al santo sacerdozio». Per

questi il corredo doveva consistere, oltre che nella divisa del seminarista, comune a tutti i dimoranti

nell'istituto, anche nella cotta o altri paramenti richiesti ai chierici, che dovevano servire durante le

funzioni in cattedrale. Tali paramenti dovevano essere confacenti all'ordine sacro ricevuto dal seminarista

(art. XLV).

Gli ultimi articoli degli Avertimenti, dal XLVI al LXI, ripropongono le norme disciplinari dettate dal vescovo

Gritti nel 1727 per regolamentare la condotta dei seminaristi specialmente quando si recavano a dormire.

Nel dormitorio ci doveva essere sempre per tutta la notte la luce accesa ed i giovani avrebbero osservato

con diligenza tutti i comandi loro impartiti dal prefetto.

Fedele al motto biblico «quos amo corrigo et castigo», il vescovo Borgia invitò i seminaristi a considerare

le correzioni e gli ammonimenti, indirizzati al miglioramento della loro condotta, uno strumento necessario

per la formazione di coloro che avevano scelto una via impegnativa, quella del sacerdozio. Il criterio guida

dell'azione dei superiori era l'amore; infatti solo chi ama il suo prossimo, non disdegna di riprenderlo

quando sbaglia, perché desidera indirizzarlo al conseguimento di un bene sempre più grande. Il numero

degli alunni in breve tempo aumentò, passando da otto a venti (4). Il Vescovo, operando la riforma degli

studi, aveva distinto le attività didattiche, per cui in seminario prestavano la loro opera un insegnante per

grammatica e «umane lettere» ed un precettore per filosofia e teologia morale (5). I seminaristi erano

incentivati nello studio, perché spesso molti di essi davano esempio di dottrina «in publicis thesibus», cioè

venivano impegnati nella dissertazione pubblica di tesi teologiche o letterarie (6). Questa è la

testimonianza più evidente dell'accettazione del metodo gesuitico, che utilizzava due strumenti

metodologici di notevole importanza: la praelectio e la concertatio.

La praelectio veniva utilizzata specialmente durante il corso di studi di retorica (7): essa consisteva nella

scelta di un tema o nella presentazione di un brano, analizzato nelle sue regole grammaticali, retoriche,

poetiche e poi illustrato con dati storici, geografici o scientifici, per poterne trarre conclusioni soprattutto

etico - religiose. Questo metodo caratterizzava la scuola del seminario ferentinate voluta dal vescovo Gritti

(8).

Nell'impostazione didattica voluta da Fabrizio Borgia questo momento della praelectio non mancava, tanto

che il Vescovo aveva assegnato l'insegnamento della grammatica e della retorica ad un insegnante

distinto da quello di filosofia e di teologia. Come lo studio della retorica veniva integrato con quello della

filosofia, così il metodo della praelectio veniva completato con quello della concertatio o disputa teoretica

tra i due gruppi in cui veniva divisa la classe.

La concertatio si fondava su domande e risposte sia da parte del docente sia degli allievi tra loro: talvolta

essa consisteva in una gara, in cui i due gruppi, dimostrando tesi o discutendo problemi culturali,

manifestavano il loro grado di preparazione. La concertatio era organizzata in vista del continuo progresso

degli allievi, che erano stimolati nel senso dell'onore e nel desiderio dell'emulazione (9).

La più forte incidenza del metodo gesuitico nel seminario ferentinate era dovuta alle simpatie, che mons.

Borgia nutriva per l'ordine di S. Ignazio. Infatti ciò è testimoniato anche dalla notizia, che il vescovo

riferisce nella relazione ad limina del 1° dicembre 1735: egli, a sue spese, pagava l'alloggio ai padri

Gesuiti, che appositamente faceva venire in seminario per predicare gli esercizi spirituali agli alunni (10).

Anche gli esercizi spirituali diventarono sistematici; si predicavano prima dell'inizio ufficiale delle lezioni

scolastiche ed anche nei cosiddetti momenti «forti» dell'anno liturgico. Il personale, chiamato a questo

ufficio, era altamente specializzato e, quindi, offriva un servizio incisivo e valido; non si trattava di lezioni

spirituali «arrangiate» dal rettore o dal direttore spirituale ogni sabato, come stabilivano le Regole del

Gritti (11).

Gli alunni, intanto, continuavano a crescere: nel 1741 erano ventiquattro (12), nel 1751, venticinque

(13). Anche il corpo insegnante si ampliava: oltre ai precettori vi erano lettori per l'insegnamento della

filosofia, della teologia scolastica e morale in aggiunta a quello per la grammatica e le «humaniores

litterae» (14). La funzione del lettore era molto importante nelle scuole ecclesiastiche, essendo la lezione

scolastica una vera e propria lectio, ossia lettura e spiegazione del brano prescelto per l'insegnamento.

Gli alunni del seminario di Ferentino mostrarono interesse per la riforma scolastica operata dal Borgia e

progredirono assai nel rendimento (15). Il vescovo Borgia, allora, nel 1754 inserì nel corpo docente del

seminario un altro maestro, quello di S. Scrittura ed un «moderator cantus» (16).

La situazione didattica del pio istituto migliorò ancor di più sotto il quarantennale episcopato di mons.

Tosi. Questo vescovo dedicò molta cura a reperire personale docente preparato e idoneo a svolgere il

compito di guida per i giovani, che si incamminavano lungo la via del sacerdozio.

Il rettore, padre Domenico de Dominici (17), riceveva nel 1756 uno stipendio di 50 scudi per insegnare

retorica e grammatica; egli era probo e assai preparato, come il padre maestro Romanini, che proveniva

dal convento dei francescani conventuali di Ferentino ed era stato assunto, proprio dal Tosi, per essere

lettore di filosofia e di teologia (18). Altri maestri non poteva il vescovo chiamare, Poiché le entrate del

seminario, 400 scudi annui, erano insufficienti a sostenere la spesa di altri stipendi; i salari del rettore, dei

maestri e del ministro complessivamente raggiungevano i 109 scudi e con i restanti 291 scudi il seminario

doveva provvedere al vitto e all'alloggio dei seminaristi, alla conservazione dei due conventi suburbani di

S. Maria degli Angeli e di S. Domenico, agli oneri delle messe da celebrare nelle varie cappellanie, annesse

come benefici al seminario, ed alla manutenzione dell'edificio, che ospitava i seminaristi (19). Tuttavia gli

alunni studiavano con profitto e progredivano anche nel canto fermo, insegnato da un maestro

specializzato (20).

Il vescovo Tosi visitava spesso il seminario (21), anche per controllare l'attuazione delle regole da lui

dettate per i chierici residenti nel pio istituto nel sinodo del 1767 (22). Il sinodo diocesano celebrato da

Tosi ebbe vasta risonanza nella diocesi, tanto da indurre il Vescovo a pubblicarne gli atti l'anno successivo,

nel 1768.

Ai lavori della riunione, il cui fine era la rinnovazione della vita diocesana in tutti i suoi aspetti,

parteciparono anche i deputati del seminario: il canonico Gaetano Pompili, il canonico Francesco Antonio

Ghetti, morto mentre si stava curando l'edizione degli atti sinodali, l'abate di S. Valentino Giovanni Luca

de Sere e l'abate di S. Maria Gaudenti Domenico Capua (23). Al seminario il sinodo dedicò 35 articoli, in

cui venne compendiata ogni regola stabilita dai predecessori e confermata dall'uso, tanto che il sinodo del

Tosi può ritenersi la regolamentazione definitiva del seminario ferentinate.

I primi due canoni (artt. I e II) della Parte III, cap. V (De clericorum seminario) sono un'introduzione

storico - teologica al regolamento vero e proprio. Dopo una breve descrizione delle finalità istitutive del

seminario, ad opera del Concilio Tridentino (Sess. XXIII, de reform. cap. 18), e dopo aver sommariamente

ricordato la data di fondazione ed il Vescovo fondatore del seminario di Ferentino, il Tosi dichiarò i suoi

propositi istituzionali: «nostra auctoritate fovere necessum est ac tota animi nostra contentione

enitendum, ut augeatur, recte administretur, provide gubernetur». Quindi l'Ordinario caldeggiava e

sosteneva con tutte le sue forze ed in virtù della sua autorità, l'accrescimento dell'istituto non solo dal

punto di vista esteriore e quantitativo, ma specialmente da quello di un incremento qualitativo, ossia di

dottrina e pietà.

Per raggiungere e conseguire tali obiettivi, il Tosi richiedeva una retta amministrazione ed un prudente e

previdente governo da parte del Rettore, Maestri, Prefetti, Amministratori, i quali, destinatari principali

delle costituzioni sinodali, le avrebbero dovute conoscere con chiarezza ed applicarle con altrettanta

fermezza e sollecitudine. Davanti alla loro responsabilità non vi era solo l'istruzione immediata dei

seminaristi, ma il bene di tutta la diocesi, che doveva avere santi e saggi sacerdoti (art. II).

Definite le finalità dell'istituzione, il Vescovo iniziò a prescrivere quanto spettava alla competenza del

Rettore. Nel seminario il cardine era rappresentato dal Rettore, sulla cui persona era esemplato il modello

del perfetto sacerdote; cosicché egli doveva curare la sua persona in modo tale da esprimere la virtù, la

viva dottrina, lo zelo e la pietà, per spingere i suoi seminaristi a perseguire il medesimo ideale di vita con

il comportamento più che con la parola (art. III). Il Rettore aveva, quindi, un compito molto delicato,

dovendo curare il progresso spirituale dei giovani a lui affidati (art. IV), ciò che solo una grande

esperienza di vita, unita ad una vigilanza sollecita, ad una prudente moderazione (artt. V e VI) e ad una

sagace capacità di introspezione psicologica (art. VII), poteva permettere.

Oltre a controllare i giovani, il Rettore doveva seguire attentamente anche l'attività degli ufficiali e

dell'economo del seminario: tra i suoi oneri c'era, dunque, quello più prosaico di controllare l'igiene e la

salubrità delle stanze (art. VIII), di non permettere l'ingresso di alcuno senza licenza dell'Ordinario (art.

XI), di mantenere sempre chiuse le porte dell'edificio, specialmente per non farvi entrare donne (art. XII),

di stabilire i posti nel dormitorio e determinare gli orari della giornata (art. XIII).

L'adolescenza è un'età difficile, per questo doveva essere cura del Rettore controllare i comportamenti dei

giovani convittori e alunni: non solo doveva indirizzarli verso un'attiva vita spirituale e sacramentale, ma

continuare a seguirli anche quando, durante le ferie autunnali, essi tornavano a casa. Infatti al loro rientro

in Seminario i giovani dovevano mostrare un attestato, rilasciato dal parroco e comprovante che il

seminarista pur essendo in vacanza, aveva assolto gli obblighi del suo stato: nei giorni festivi aveva

soddisfatto il precetto, aveva ricevuto la Comunione e la Confessione, aveva svolto lezioni di catechismo

(art. XXXI) e si era comportato bene (art. XXXIII).

Al Rettore competeva l'autorità di dimettere dal seminario gli alunni e i convittori e se uno di essi si

ammalava, doveva seguirlo con ogni cura (art. XIV). Il suo diretto superiore era il Vescovo al quale

doveva riferire sull'andamento del seminario (art. X) ed obbedire, senza pretendere di assumere

atteggiamenti innovativi rispetto ai voleri dell'Ordinario (art. XI). Nel suo compito di vigilanza sui

seminaristi era aiutato dal Prefetto (artt. XV e XVI), al quale erano demandati compiti di vigilanza della

disciplina e dell'igiene dei locali e delle persone. Riguardo al Prefetto mons. Tosi riconfermò le Regole del

Gritti (24); invece si prodigò nel descrivere gli oneri dei vari maestri, insegnanti nel seminario. Per

definire i loro compiti il vescovo dettò ben otto articoli.

Nel testo normativo, stabilito nel sinodo del 1767, non sembra che il Rettore avesse anche l'onere

dell'insegnamento nella scuola del seminario: egli era soltanto il rappresentante dell'istituto e svolgeva

funzioni dirigenziali, per questo doveva essere esente da responsabilità didattiche. L'insegnamento era

troppo oneroso per chi, come il rettore, doveva organizzare tutta la vita della comunità. Il sinodo

consigliava una diversificazione tra le mansioni del rettore e quelle dei Maestri, ma le scarse risorse

economiche del seminario ferentinate imposero al vescovo di eliminare tale differenza e di attribuire di

nuovo al Rettore l'incarico di insegnante di grammatica e retorica (25).

Secondo le norme del sinodo diocesano del 1767 dovevano esserci almeno quattro maestri a seconda dei

quattro gruppi di materie insegnate nel seminario: grammatica (art. X), latino ed «humaniores litterae»

(art.XXI), retorica e poesia (art. XXII), filosofia, teologia, giurisprudenza, storia ecclesiastica ed etica (art.

XXIII) (26). Ai maestri era affidata l'istruzione culturale dei seminaristi, che erano chiamati a frequentare

il ginnasio (art. XVIII). Tuttavia i docenti dovevano iniziare e terminare le lezioni con la preghiera e

dovevano provvedere l'aula scolastica in un'immagine religiosa (art. XIX). La grammatica veniva studiata,

perché disciplina propedeutica al corretto ragionamento (art. XX) e gli insegnanti di «humaniores

litterae», curando lo studio del latino, dovevano educare i loro discepoli a parlare scioltamente la lingua

latina impedendo con ogni cura errori di pronuncia e di sintassi (art. XXI).

Nel seminario era impartito anche l'insegnamento della retorica e della poesia per abituare gli allievi ad

esercitarsi nell'arte oratoria, ma i docenti dovevano evitare che l'esercizio continuato con la poesia

introducesse la consuetudine con costumi profani. Per scongiurare che la lezione desunta da autori pagani

inquinasse gli animi degli studenti, il Vescovo consigliava ai maestri persino a riscrivere i brani poetici, se

non potevano sostituirli o ometterli (art. XXII).

Anche lo studio della filosofia non era esente da rischi, perché facilmente poteva essere studiata per se

stessa e non per essere utilizzata come supporto propedeutico alla teologia. E chiaro l'influsso della

filosofia tomista, che considerava le verità della ragione preambulum fidei e la filosofia come ancilla

theologiae. In seminario dovevano formarsi ministri della chiesa e non saeculi doctores, cioè dotti nel

sapere mondano. Complemento della teologia era lo studio della giurisprudenza, della morale e della

storia ecclesiastica (art. XXIII). Ai maestri era richiesta la consapevolezza che la scuola è efficace, se alle

parole segue un comportamento conforme ai principi teoretici trasmessi (art. XXV). Non mancava nel

numero delle materie il Catechismo Romano e la teologia sacramentale, strumenti necessari per il futuro

prete (art. XXIV).

Nelle norme del sinodo Tosi non mancò il riferimento all'economo del seminario, che doveva essere

onesto, pratico e previdente nell'amministrare i beni dell'istituto (art. XXVI) e nel mantenere due registri:

uno per l'inventano dei beni e per le spese di amministrazione, l'altro per registrare i nomi dei seminaristi,

con le date di ammissione e di licenza (art. XXVII). Gli ultimi otto articoli, dal XXVIII al XXXV, trattano

argomenti burocratici: le norme di ammissione al seminario (art. XXVIII) la retta annua, ammontante a

30 scudi, che i seminaristi pagavano a semestre o a trimestre per il vitto (art. XXIX), l'abito ecclesiastico e

la tonsura, che i seminaristi dovevano assolutamente portare (art. XXX) e l'orario della giornata, che

ricalcava quello stabilito dal Vescovo Gritti nelle Regole del 1727 (art. XXXI) (27).

L'educazione, cui era sottoposto un seminarista, era completa e organica, doveva plasmare un uomo

nuovo, che sarebbe stato attento ad ogni suo gesto e ad ogni sua parola: egli doveva essere modesto nel

comportamento, sobrio nella conversazione, solerte nell'adempimento dei suoi doveri (art. XXXII).

Il gioco non era bandito dall'educazione del seminarista, anzi onesti e leciti svaghi servivano per rilassare

l'animo; unici divertimenti esclusi erano il gioco delle carte e dei dadi, cioè i giochi d'azzardo (art. XXXIII).

Per gli studenti discoli era prevista l'espulsione dall'istituto, dopo tre ammonizioni successive (art. XXXIV).

Tutte le trentacinque norme erano finalizzate all'arricchimento spirituale e al progresso del seminario

vescovile (art. XXXV), i cui primi responsabili erano il Vescovo e la deputazione tridentina. Sembrava che

l'ordinamento del seminario fosse ormai stabilito e che ai seminaristi non restasse altro che giovarsi

dell'istituto messo a loro disposizione; invece furono proprio gli alunni a lamentarsi con una lettera, a dir

poco, «incendiaria», spedita alla Congregazione del Concilio il 16 dicembre 1769 (28).

Gli alunni di Ferentino raccontavano la loro situazione e reclamavano giustizia. Essi si appellavano ad un

antico privilegio secondo il quale avrebbero dovuto pagare una retta annuale di 15 scudi, somma molto

minore a quella versata dai forestieri. Invece una decisione del Vescovo aveva annullato tale distinzione,

ordinando il pagamento di una medesima retta di 30 scudi tanto per i seminaristi cittadini quanto per i

diocesani. L'aumento della retta si era verificato, perché nel 1750 era stato chiuso il seminario per lavori

di ampliamento e con le rendite dell'istituto si sarebbero pagate le spese della fabbrica. Terminati i lavori

e riaperto il seminario, gli alunni ebbero la sgradevole sorpresa di vedere aumentata la retta annuale a

trenta scudi «col pretesto di doversi estinguere li debiti per detta fabbrica».

I seminaristi ferentinati allora ricorsero alla Congregazione per ottenere il ripristino dei 15 scudi solo per i

cittadini. Essi adducevano vari argomenti. alla loro perorazione: era ingiusto gravare con rette esose gli

studenti, quando il seminario possedeva pingui rendite e quando anche la mensa vescovile contribuiva con

una tassa speciale alle risorse dell'istituto. I seminaristi si spingevano oltre nel loro reclamo, cercando di

trovare una giustificazione all'aumento della retta nella scusante che al seminario servivano altri maestri e

di conseguenza doveva essere corrisposto loro un congruo salario. Anche questa probabile scusa era

scartata perché, quando la retta era di 15 scudi, il seminario disponeva di maestri di grammatica, retorica,

umanità e filosofia morale. In passatoi erano anche più alunni, che davano lustro all'istituzione con il loro

profitto lodevole. Nel 1769 invece non si poteva dire altrettanto; le risorse erano poche, perché la cattiva

amministrazione dilapidava le rendite.

Oltre ad accusare l'impreparazione del personale docente, che non attirava altri allievi, e la poca

onorevole gestione amministrativa, i giovani seminaristi non trascuravano di lamentarsi per lo scarso

vitto, mentre in città vi era abbondanza di generi alimentari di prima qualità ed anche a basso prezzo.

Nella lettera reclamo i seminaristi inclusero anche la tabella dei prezzi di vendita dei generi di prima

necessità, facilmente acquistabili in Ferentino. La carne di «vaccina» costava due baiocchi la libbra, quella

di vitella e castrato dodici quattrini, quella di capra e altri carni «basse», cioè di scarso valore

commerciale, sette quattrini la libbra, il grano non superava il valore di quattro scudi il rubbio; il vino, il

cui raccolto era stato abbondante, era pagato in ragione di quaranta baiocchi ogni barile ed in città vi era

grandissima abbondanza di legumi ed altre «vettovaglie». Gli studenti si lamentavano perché ritenevano,

che nella richiesta di aumentare la retta a trenta scudi, si celasse un interesse, non molto lodevole, di

carpire e gabellare la buona fede dei seminaristi ferentinati.

La risposta vescovile si ebbe solo un mese dopo, il 10 gennaio 1770 (29). Il Vescovo dichiarò false e

tendenziose le accuse dei giovani e le smascherò una ad una. La retta annua, che i seminaristi versavano,

era di 25 scudi, utilizzata solo per pagare il vitto. Il reddito del seminario non era florido, a stento

raggiungeva i 400 scudi, dai quali si traeva lo stipendio per pagare i cinque maestri, che prestavano la

loro opera nella scuola (30), lo stipendio per il rettore e gli inservienti, il sostentamento di due alunni, che

gratuitamente per legato pio erano ammessi a frequentare il seminario, e le spese di manutenzione con

gli oneri di messa dei due conventi extramuranei, annessi all'istituto nel 1653. Quanto alla nuova fabbrica

del seminario, erano stati spesi circa 800 scudi, pagati grazie ad un mutuo che il pio istituto aveva

ottenuto durante l'episcopato di mons. Borgia (la I rata) e di mons. Tosi (la II più consistente rata). Il

reclamo dei giovani era destinato a rimanere solo una vivace parentesi goliardica, smentita dalla realtà dei

fatti che le relazioni episcopali testimoniavano con evidenza lampante.

§ 2. Le vicende edilizie del seminario e la situazione economica nel XVIII secolo

Anche nel XVIII secolo l'edificio del seminario conobbe restauri ed ammodernamenti, perché aveva

bisogno di spazio maggiore per ospitare i giovani seminaristi, che accorrevano numerosi ad iscriversi. Nel

giro di pochi anni, dal 1730 al 1735, il numero dei seminaristi salì da otto a venti (31) e dopo il 1790

raggiunse i trenta iscritti (32). Quindi era urgente un ampliamento dell'istituto, ma per fare ciò era

necessario reperire altri fondi economici.

Il seminario di Ferentino era stato eretto per educare santamente i giovani; ma per raggiungere tale

obiettivo, doveva fidare sull'aiuto di valenti maestri, ai quali sarebbe stato opportuno corrispondere un

congruo salario per l'opera prestata. Oltre a queste spese l'istituto doveva provvedere alla manutenzione

dell'edificio e di altri conventi ad esso annessi come benefici. Allora il Gritti pensò di introdurre, il 26

settembre 1725, una tassa, il cui valore oscillava tra il cinque e il tre per cento su ogni rendita annuale di

chiese, cappellanie, benefici e confraternite della città e diocesi (33).

Tale tassa, però, non sembra essere stata applicata con regolarità, se il Vescovo Borgia nel 1732

dichiarava che mai era stata imposta una regolare tassazione a favore del seminario. L'istituto si

sosteneva con i 110 scudi annui derivanti dai redditi dei due conventi extramuranei di S. Domenico e di S.

Maria degli Angeli, dai 40 scudi annui della cappellania di S. Pietro in Vincoli e da vari redditi, provenienti

dai ventidue benefici annessi dall'Antonelli al seminario (34). Tuttavia il numero crescente degli alunni ed

il perfezionarsi delle strutture scolastiche esigevano un ampliamento dell'edificio, per il quale era urgente

esigere il rispetto dell'editto di Mons. Gritti, mai applicato (35).

Il Borgia, constatando che anno per anno la situazione diveniva sempre più precaria e cresceva l'esigenza

di maggiore spazio per i 25 seminaristi frequentanti, riuscì ad ottenere l'ordine di ampliare il seminario

con una spesa complessiva di 154 scudi «in parandis coementis». Il Vescovo contava di non contrarre

debiti per il suo impegno edilizio, anche perché con le multe, da lui comminate, era riuscito a racimolare

ben 100 scudi (36).

Nel 1754 mons. Borgia dichiarò alla Congregazione del Concilio che la fabbrica del seminario era stata

completata, e, a ricordo di tale opera, nella facciata aveva fatto murare un'epigrafe, che ricordava non

solo i suoi predecessori Antonelli e Chierichelli, fondatore il primo ed organizzatore del seminario il

secondo, ma anche il felice coronamento della sua opera edilizia (37). Anche i redditi dell'istituto erano

fiorenti se potevano permettere il sostentamento di dodici alunni e di altrettanti convittori e di

corrispondere salari congrui agli ufficiali dell'istituto (rettore ed economo) e ai maestri di lettere, di Sacra

Scrittura e al «moderator cantus» (38).

Il successore mons. Tosi, nel prendere possesso della diocesi ferentinate, ereditò anche i difficili problemi

economici del seminario. I ventitré seminaristi, che nel 1756 lo frequentavano, pagavano rette di diversa

consistenza; due alunni erano alloggiati gratis, essendo uno accettato su presentazione della Comunità ed

uno degli eredi Cascese. Gli altri avrebbero dovuto pagare una retta di 25 scudi solo per il vitto, ma alcuni

versavano 20 scudi, altri 15 scudi ed uno 12 scudi e 5 baiocchi.

Il seminario era composto da un deambulatorio, un dormitorio e diverse stanze, aveva anche il pozzo; ma

necessitava di un ulteriore ampliamento, per cui era stata preventivata una spesa di almeno 600 scudi,

somma che l'istituto non possedeva a causa delle sue scarse entrate (39). Bisognava chiedere un mutuo

con l'interesse del 26%: tale sacrificio era imposto dalla constatazione che l'edificio era ancora per la

maggior parte inabitabile e il reddito annuo non consentiva di detrarre una tale somma per affrontare e

sostenere le spese di ristrutturazione. Anche le rette, che pagavano i seminaristi, a mala pena coprivano

le spese per il vitto; infatti solo pochi giovani pagavano la retta completa, gli altri per le condizioni

economiche della loro famiglia erano esonerati dal pagamento dell'intera somma, versandone solo una

parte più o meno consistente. Il seminario doveva, poi, mantenere a sue spese due giovani di Ferentino

mentre un alunno di Prossedi era mantenuto dalla sua comunità di provenienza.

Al Vescovo servivano denari per poter restaurare il seminario e per potervi ospitare un numero sempre

maggiore di alunni; perciò chiese il beneplacito apostolico di applicare il 3% di tassa sui benefici

ecclesiastici (40). La Congregazione non accettò la richiesta di aumentare la tassazione, ma consigliò di

accrescere le rendite del Seminario sopprimendo confraternite, benefici, cappellanie (41).

La situazione dei benefici ecclesiastici di Ferentino non era semplice da risolvere e specialmente quella dei

benefici uniti al seminario vescovile. Il pio istituto poteva contare solo sul pieno ed indiscusso possesso

della cappellania di S. Pietro in Vincoli, come anche riconosceva la bolla papale di Benedetto X del 12

dicembre 1727 (42). Eppure alcuni cittadini intrapresero azioni legali non solo per togliere al seminario

ferentinate tale beneficio, ma anche gli altri (43). Già dal 1732 il vescovo Borgia lamentava che molti

cittadini avessero sollevato questione di invalidità riguardo alle annessioni fatte da Antonelli al seminario

(44); ma durante l'episcopato del Tosi si giunse ad adire le vie legali.

Nel 1761 il chierico Pietro Nolli fu persuaso ad intentare causa al seminario per riprendergli il possesso

della cappellania di S. Pietro in Vincoli (45). Dal 1700 Giovanni Battista Ferri aveva sollevato l'illegittimità

dell'unione della cappellania di S. Pietro in Vincoli al seminario; ma Benedetto X aveva risolto la questione

il 12 dicembre 1727, sentenziando che la cappellania contesa alla morte del Ferri sarebbe passata in pieno

e totale possesso del seminario. Alla sua morte, avvenuta nel 1736, il Nolli rivendicò a se stesso il diritto

della cappellania. Anche questa volta, però, grazie all'intervento di Clemente X, il seminario poté godere

della titolarità del beneficio, indebitamente conteso dal Nolli (46).

Quella di Pietro Nolli non fu l'unica rivendicazione: precedentemente anche don Fabio Pace aveva

intentato causa al seminario per far dichiarare nulla l'annessione dei benefici Rosini al pio istituto; anche

questa volta la pretesa fu dichiarata insussistente (47).

Queste controversie legali imposero al seminario vescovile di Ferentino molte spese e assottigliarono le

sue magre rendite, tanto che si impedì l'ingresso a molti giovani aspiranti al sacerdozio, non si poté

pagare lo stipendio al prefetto, che era scelto tra i seminaristi, non si poterono stipendiare altri inservienti

oltre il cuoco, cui all'occorrenza si richiedevano le funzioni di portinaio e di cameriere (48).

Nonostante le controversie giuridiche e le difficoltà economiche, il profitto dei seminaristi era lodevole; ma

al vescovo Tosi premeva la salute dei suoi giovani, che non potevano usufruire di vacanze autunnali,

perché il seminario non possedeva una casa di campagna. Il Vescovo, per non pregiudicare la salute dei

seminaristi, era costretto a dimetterli per il periodo delle vacanze autunnali (mesi di settembre e ottobre),

con grande preoccupazione. Pensò, dunque, di ovviare a tale situazione reintegrando la tassa per il

seminario; la sua decisione poteva suscitare discordie e querele, ma gli avrebbe permesso un maggiore

introito di denari, tale da permettergli di affittare una casa di campagna. Inoltre avrebbe aumentato la

retta per gli studenti extradiocesani a 30 scudi l'anno (49). La Congregazione mitigò la decisione del

Vescovo, consigliandogli di abolire le vacanze autunnali e di imporre una tassa assai moderata.

Mons. Tosi aveva richiesto espressamente che l'economo del seminario possedesse un registro, in cui

segnare i beni dell'istituto, i suoi redditi e le sue spese (50). Tale registro doveva essere annualmente

mostrato all'Ordinario perché egli potesse controllare l'amministrazione del luogo pio. La prescrizione era

stata dettata, perché con la costituzione del seminario si era andata sempre più ampliando la consistenza

dei suoi redditi.

Nel 1755 dal sig. Filippo Vergè Fini, pubblico agrimensore di Ferentino, era stato stilato un «libro

dell'inventario legale di tutti i beni urbani e rustici del venerabile seminario» di Ferentino (51); purtroppo

l'archivio del seminario non conserva più tale importante documento e solo da pochi documenti superstiti,

conservati nell'Archivio Vescovile di Ferentino, sì può ricostruire, almeno a grandi linee, la situazione

patrimoniale del luogo pio nel XVIII secolo.

Il seminario possedeva numerosi beni, per la cui conduzione ricorreva alla prassi del contratto enfiteutico.

La prima richiesta di enfiteusi nel XVIII secolo risale al 14 settembre 1729, quando Francesco Trenta

richiese in affitto un cortile posto dietro la stalla di Sante Rossi, per costruirvi una stalletta per i maiali;

egli avrebbe pagato un canone di 15 baiocchi l'anno (52).

Successivamente, il 10 gennaio 1755, per un canone annuo di trenta giuli si concesse in enfiteusi a favore

del sig. Viola una possessione del seminario (53). A Dionigi e Michelangelo Vinci venne concesso il 22

settembre 1758 in enfiteusi un terreno in contrada Valle Marsecana, ossia Cancello, con l'onere di ridurre

metà del fondo a seminativo e l'altra metà a selva; i Vinci si impegnavano a pagare un canone di 15 giuli

(54).

L'enfiteusi veniva spesso concessa con l'obbligo della miglioria, ossia di apportare miglioramenti al bene

dato in affitto ad tertium genus. Questo fu il caso di un predio, sito in contrada Madonna degli Angeli e

confinante con il pozzo Calcara e l'orticino della chiesa. Dal fondo, la cui estensione si aggirava oltre il

rubbio, si ricavava un affitto consistente in 6 quarte di grano. Poiché tale predio aveva bisogno di

miglioramenti, il seminario bandi l'affitto; rispose Agostino Picchi di Ferentino, che si impegnò a piantare

nella zona collinare del fondo ulivi e nella parte pianeggiante viti. Oltre al solito affitto di 6 quarte di grano

il Picchi si impegnò a dividere a metà il raccolto di olive e per un terzo quello del mosto (55). Il vescovo

Tosi accettò la richiesta del Picchi il giorno 8 settembre 1764, includendo tra le clausole del contratto

anche quella di inserire nella miglioria una piantagione di gelso, la costruzione di una casetta ed il

riconoscimento che il prezzo del grano oscillava tra i 5 e i 7 scudi e mezzo il rubbio, a seconda della

qualità e della quantità del raccolto (56).

Talvolta il terreno affittato in enfiteuti non rendeva più e allora gli enfiteuti ne chiedevano la permuta. Il

31 dicembre 1767 Filippo Stampa, enfiteuta del seminario per una possessione, sita in contrada Fresine,

del valore di 29 scudi e 4 baiocchi, presentò richiesta di permutarla con un'altra in contrada Carditola,

ossia Viano, valutata 37 scudi e baiocchi 35. Dalla perizia, redatta da Filippo Vergè Fini il 24 dicembre del

medesimo anno, risultava che il terreno di Fresine, confinante con i beni dei signori Ugolini, era sassoso,

non adatto ad essere coltivato e senza alberi; invece la possessione di Carditola era di buona qualità, era

terreno lavorativo, con alberi vitati (cioè vigneto che si appoggiava su alberi da frutta), e con quindici

alberi di olivo. Lo Stampa chiedeva all'economo del seminario, Antonio Ricci, di stipulare il contratto, atto

che prontamente fu scritto ed approvato (57).

L'anno successivo, 1768, Antonio Ricci, nominato rettore del seminario, prese informazioni sulla richiesta

di permuta presentata da Giovanni Pietro Ghetti. Il Ghetti possedeva in enfiteusi un orto, stimato 128

scudi; egli lo volle cambiare con un fondo posto in contrada Collichio di valore 80 scudi. Naturalmente il

cambio era vantaggioso per il seminario; pertanto il rettore ed anche la Congregazione dei Cardinali

approvarono tale permuta il 2 dicembre 1768 (58).

Una volta fu lo stesso seminario di Ferentino a richiedere alla Congregazione dei Cardinali di approvare

una permuta; l'accordo era già intercorso tra le parti. Il seminario possedeva un predio indiviso con il

signor Paolo Borgetti in contrada La Matrice; poiché il seminario voleva la proprietà intera del fondo,

aveva convenuto con il Borgetti di prendere tutto l'appezzamento con l'aggiunta di un arboreto in

contrada Valle. L'11 settembre 1777 la Congregazione dei Cardinali approvò il cambio ed il 1° ottobre del

medesimo anno anche il vescovo di Ferentino (59).

Quando si doveva concedere una permuta, era necessario non solo raccogliere informazioni sul valore dei

beni in questione, ma anche perizie tecniche redatte da «pubblici agrimensori», cioè da tecnici stipendiati

per valutare e stimare con precisione la realtà del patrimonio dato o richiesto in enfiteusi; spesso si

richiedeva una dichiarazione rilasciata dai confinanti, per avere una più chiara conoscenza della realtà dei

fatti.

Il 29 gennaio 1786 Pietro Antonio Bifari, di 70 anni, dichiarò che il suo confinante Francesco Ferri

conduceva da quarant'anni una vigna, dì proprietà del seminario, posta in contrada Sommo. Poiché questo

vigneto non rendeva, lo aveva ridotto ad albereto (frutteto) e oliveto; infatti il terreno, di cattiva qualità,

essendo sassoso era poco fertile e se vi si coltivava una quarta di grano, appena si raccoglieva il

corrispondente di quanto era stato seminato. Anche gli ulivi e le viti davano poco frutto (60).

Tale dichiarazione del Bifari era stata richiesta dallo stesso Ferri, per accluderla alla supplica, che rivolse a

mons. Tosi per giustificare non solo le migliorie, ma anche per ottenere la riduzione degli arretrati del

canone ed il passaggio del fondo in enfiteusi al nipote Giuseppe Cuppini.

Francesco Ferri, ormai avanti negli anni e senza prole, aveva condotto il citato predio per quarantasei

anni, pagando sempre un canone annuo di 1 scudo. Il ministro o economo del seminario, invece, avendo

aggiornato i canoni alla stima corrente dei contratti di enfiteusi e del valore reale del fondo, richiedeva un

canone di 20 scudi. Il Ferri, pur avendo apportato delle migliorie al predio di Sommo, non aveva una

somma tale da poter tranquillamente saldare il disavanzo degli arretrati; inoltre, essendo vecchio, non

avrebbe avuto il tempo materiale per pagare gli 874 scudi di disavanzo.

Perciò chiedeva due possibilità: o essere condonato dal pagare gli arretrati, data la tarda età sua e della

moglie; o trasferire l'enfiteusi con il debito a suo nipote Giuseppe Cuppini. A scusante dell'irrisorio canone

di 1 scudo, da lui pagato per oltre quarant'anni, c'era la testimonianza dell'inventario dei beni del luogo

pio nel quale per il predio di Sommo era fissato il canone di 1,50 scudi. Quando si concesse il fondo al

Ferri, non era usato il sistema del contratto, al più si provvedeva con il semplice memoriale: per questo

era ingiusto applicare, a chi non aveva contemplato nemmeno la possibilità di un aggiornamento dei

prezzi o di ulteriori clausole, una multa con valore retroattivo (61).

Al seminario di Ferentino non ricorrevano solo per ricevere una sana istruzione o la convenienza di poter

sfruttare e migliorare i suoi terreni; ma anche per ottenere denaro in prestito, ciò che un tempo si definiva

«censo». Naturalmente il denaro prestato sarebbe stato restituito versando una modesta percentuale di

interessi; la Chiesa doveva soccorrere i bisognosi senza, però, praticare il sistema degli usurai.

Il 12 maggio 1759 i due coniugi Domenico e Antonina di Giulio chiesero al seminario vescovile un prestito

di 12 scudi, impegnando la loro casa di tre stanze e orto, posta nel territorio della parrocchia di S. Pietro,

presso i beni dei signori Ambrogio Pasqualetti e Nicola Bianchi. Come sicurtà presentavano il canonico

Benedetto Caperna (62).

Una notizia curiosa si ricava spulciando i documenti di archivio: il seminario vescovile di Ferentino

possedeva un locale, adibito ad osteria, e sito «in regione nuncupata Porta del Borgo», vicino la chiesa di

S. Agata (63). Nel 1773, essendo prossima la proclamazione dell'Anno Santo, i deputati del seminario

chiesero la possibilità di creare un mutuo di 1.000 scudi per ristrutturare l'osteria, affinché potesse

accogliere degnamente i pellegrini. Se il mutuo veniva concesso, a partire dal 1777, quattro anni dopo

l'erogazione del prestito, il seminario avrebbe restituito la somma con il versamento di 50 scudi annui fino

all'estinzione totale del debito. La richiesta venne approvata dalla Congregazione dei Cardinali il 15 luglio

1773 (64).

I lavori vennero eseguiti prontamente, ma trent'anni dopo l'osteria aveva nuovamente bisogno di

riparazioni; infatti le intemperie e l'incuria l'avevano assai danneggiata. L'architetto camerale Bracci,

passando in Ferentino nel 1803, aveva visitato il locale e redatto una perizia per approntare lavori di

restauro e riattazione: in tutto ci sarebbero voluti 400 scudi. Restaurare il locale significava aumentare

l'affitto dei pigionanti che invece di pagare 75 scudi, avrebbero dato un affitto di 110 scudi. Questo

andava in grande vantaggio al seminario, che poteva liberarsi subito del debito ed incrementare le sue

magre rendite (65). Il seminario allora decise di notificare l'avviso di concessione in enfiteusi dell'osteria,

che era una casa composta di tre vani, coperti a tetto e confinante con la strada maestra (66).

Si è conservato un modello dell'avviso, con cui il seminario di Ferentino notificava il bando per l'affitto

dell'osteria. Da tale avviso si ricavano altri dati relativi al locale: esso era ad uso di trattoria e locanda, gli

era annesso un orticino ed un pozzo, era edificato «sulla linea della strada Casilina, che da Roma conduce

a Napoli». Gli aspiranti a partecipare alla gara d'affitto avrebbero presentato le loro offerte, chiuse e

sigillate, in Cancelleria Vescovile entro dieci giorni dall'affissione dell'avviso. Si presentarono solo tre

persone: Ambrogio Catracchia con l'offerta di 9 scudi annui di canone (67); Silvestro di Tomassi con la

medesima offerta e Giacinto Ferraguti con l'offerta di 10 scudi annui. Naturalmente fu accettata la

proposta del Ferraguti anche perché l'offerente si era impegnato a restaurare e migliorare, entro tre anni,

la casa, che era stata stimata 275 scudi (68).

Si assiste dunque nel XVIII secolo al consolidarsi della proprietà del seminario ed alla tendenza a

migliorare il suo rendimento (69). La politica economica dell'istituto consisteva nello sfruttare meglio i

beni già in suo possesso piuttosto che ottenere nuove annessioni di Cappellanie, che l'esperienza aveva

dimostrato poco proficue, date le controversie legali sorte con i titolari. Insieme a questa politica di

investimenti di fondi, i vescovi imposero la necessità di costituire un inventario, che almeno descrivesse la

consistenza dei fondi, valutasse il loro valore reale ed indicasse i più utili sistemi di sfruttamento. Questa

lungimiranza economica creò le basi per lo sviluppo rigoglioso, che il seminario vescovile di Ferentino ebbe

nel XIX secolo.

Note

1) Fabrizio Borgia nacque a Velletri il 16 ottobre 1689 e si laureò in utroque iure nell'università di Macerata il 28 maggio 1721. Divenuto

vescovo di Ferentino nel 1729 a quarant'anni, si prodigò in molte opere. Nel 1747 rinnovò la cappella, dedicata a S. Ambrogio ed eretta in

Cattedrale. Durante i lavori di ripristino ritrovò il corpo del Santo centurione (Arch. Cap., Instrumenti, lett. C, f. 69). Dopo tale inventio

riordinò l'ufficio del santo e lo fece ristampare. Rimodernò il palazzo episcopale e terminò un appartamento, i cui lavori erano stati iniziati dal

suo predecessore. Alla sua morte lasciò ai poveri della città di Ferentino tutto il grano, che si conservava nel monte frumentario, da lui

costituito. Il suo corpo fu seppellito nella Basilica cattedrale, in un artistico sepolcro opera dello scultore genovese Queirolo. (AVF, Vescovi, f.

101r).

2) Pietro Paolo Tosi, nato nel 1714 fu creato vescovo di Ferentino da Benedetto XIV nel settembre 1754; morì il 31 marzo 1798 a 84 anni e il

suo corpo fu sepolto nella cattedrale ferentinate, il due aprile del medesimo anno, vicino all'altare maggiore. Nel 1767 convocò un sinodo

diocesano, i cui atti furono stampati l'anno successivo dalla Tipografia Salomoni di Roma. La sua attività è documentata dai numerosi atti

conservati nell'Archivio Vescovile di Ferentino, tra i quali si ricordano le minute di diverse relazioni ad limina ed il testo di una lettera

pastorale(2 febbraio 1755), scritta per spiegare l'importanza e l'utilità dell'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli e agli adulti (AVF,

Vescovi, f. 101v).

3) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732. Il Borgia allude alle regole da lui stilate negli Avertimenti per il

buon regolamento delli seminaristi che vennero approvati il 29 gennaio 1753. L'originale degli Avertimenti è conservato nell'Archivio Vescovile

di Ferentino.

4) Ibidem, Relazioni di F. Borgia del 1° dicembre 1735 e del 5 novembre 1738.

5) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 1° dicembre 1735.

6) Ibidem.

7) Non necessariamente la distinzione delle materie nei collegi gesuitici veniva stabilita in base alla scansione tipica della scuola

contemporanea. Più che di classi, per la pedagogia gesuitica, si deve parlare di corsi, in quanto gli argomenti di studio venivano articolati

secondo programmi, la cui trattazione poteva durare anche tre anni. Per esempio il corso di retorica durava due anni, quello di filosofia tre.

8) Cfr. supra nota 22 del capitolo II.

9) Per ulteriori approfondimenti sulla pedagogia gesuitica, utile è il saggio di G. Giampiero - F. Trossarelli, La pedagogia nella tradizione

culturale dei gesuiti, in Nuove Questioni di Storia della Pedagogia, La Scuola Brescia, 1977, vol. I pp. 737ss.

10) ASV, Relationes, ad limina, A, Relazione di F. Borgia dell dicembre 1735.

11) Cfr. supra nota 61 del capitolo II.

12) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 4 settembre 1741.

13) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751.

14) cfr. supra nota 12.

15) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751.

16) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 febbraio 1754.

17) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 15 novembre 1756.

18) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1758. Di questa relazione si conserva la minuta in AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff.

273 - 285.

19) Ibidem.

20) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1759.

21) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 10 dicembre 1771. Ditale relazione si conserva la minuta in AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff. 279 -

302.

22) AVF, Sinodo, pp. 165 - 170.

23) Ibidem, p. XIX.

24) Cfr. supra nota 34 del capitolo II.

25) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P Tosi del 1° dicembre 1758.

26) I documenti, che testimoniano l'attività didattica del seminario, descrivono una diversa ripartizione del corpo docente: il rettore insegnava

grammatica e retorica, un altro docente filosofia e teologia (ibidem) e un altro canto fermo (ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P.

Tosi del 1° dicembre 1759). Per avere il maestro di giurisprudenza bisognerà aspettare il XIX secolo, quando i gesuiti, che surrogarono i

Conventuali nella conduzione della scuola cittadina, aprirono pubblici corsi di diritto (ASFr, Seminario, 1820). Con ogni probabilità il docente

di filosofia insegnava anche teologia dommatica (o scolastica); l'insegnamento della storia ecclesiastica competeva al Rettore, perché, come

avevano già stabilito le Regole del Gritti, insegnava grammatica e retorica insieme con le norme del Concilio di Trento e del Catechismo

Romano. La contrazione del personale docente era determinata dalle povere rendite del Seminario.

27) Cfr. supra nn. 55-56 del cap. II.

28) AVF, Informazioni, vol. D/I, ff. 290ss.

29) Ibidem, f. 291r.

30) Un maestro insegnava filosofia e teologia dommatica (o scolastica), uno morale, uno grammatica, uno retorica, uno canto fermo.

31) ASV, Relationes ad limina, (A), relazione di F. Borgia del 1° dicembre 1735.

32) Ibidem, relazione di P.P. Tosi del 10 gennaio 1790.

33) AVF, Editti, f. 15r.

34) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732.

35) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 4 settembre 1741.

36) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751.

37) Ora questa lapide si trova murata nel corridoio d'ingresso all'attuale seminario.

38) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 5 febbraio 1754.

39) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 15 novembre 1756.

40) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1758.

41) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1759.

42) AVF, Collazioni, vol. C/I, f. 383v. Copia ditale bolla si conserva anche in ASFr, Seminario, b. 514, fascicolo 1064.

43) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1762.

44) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732.

45) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1762. La causa durò un anno e si risolse a favore del seminario il 16 gennaio 1762.

46) Ibidem, B, Relazione di P.P. Tosi del 14 dicembre 1777.

47) Ibidem.

48) Ibidem.

49) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 10 gennaio 1790.

50) AVF, Sinodo, parte III, cap. V. art. XXVII, p. 169.

51) AVF, Collazioni, vol. C/III, f. 317v.

52) Ibidem, vol. C/IV, ff. 198 - 200.

53) Ibidem, vol. C/III, ff. 490 - 495.

54) Ibidem, ff. 317v - 318.

55) AVF, Informazioni, vol. D/III, ff. 133ss, memoriale del 7 agostol764.

56) Ibidem, f. 134v.

57) AVF, Collazioni, vol. C/III, ff. 556 - 558.

58) AVF, Informazioni, voi. D/III, ff. 227ss, memoriale del 16 settembre 1768.

59) Ibidem, ff. 421 - 422.

60) AVF, Collazioni, voi. C/VI, ff. 563ss.

61) Ibidem, f. 564.

62) Ibidem, vol. C/III, ff. 347 - 348.

63) Ibidem, ff. 488 - 489.

64) Ibidem.

65) Ibidem, vol. D/V, ff. 384 - 385.

66) Ibidem, ff. 793 - 794. Con la medesima notificazione il seminario concedeva in enfiteusi, in linea maschile, oltre all'osteria altri due fondi:

I) un terreno «nudo» con casetta fatiscente di capacità coppe 5 circa in contrada La Stufa, confinante per tre lati con la strada; 2) un terreno

arativo «nudo» in contrada via di Campola, ossia Fontana Olenti, di capacità quarte 3, confinante con la via maestra e i beni dei signori Bossi.

Quest'ultimo fondo fu concesso a Raimondo Bernola, possidente, con il pagamento di un canone annuo di 3 quarte di grano. Il Bernola fu

l'unico offerente ed a lui l'economo del seminario, canonico Acquavita, lo concesse il 17 agosto 1807 (ibidem, f. 811). Il terreno in contrada

S. Spirito, invece, fu concesso in enfiteusi ai fratelli Giampietro, Saverio e Francesco Datti, con l'onere di un canone annuo di 1 rubbio e

mezza quarta di grano, di riparare la casetta in esso costruita e di mantenere indivisa la proprietà (ibidem, f. 810).

67) Ibidem, f. 809.

68) Ibidem, f. 810v.

69) Un esempio ditale nuova prospettiva economica, perseguita dal seminario, fu la richiesta di miglioria a favore di Biagio Salvatori. La

famiglia Marinelli godeva l'utile dominio di un terreno in contrada La Vallicella: non avendo più bisogno di conservare tale diritto, i Marinelli lo

offrirono in favore di Biagio Salvatori, con l'annuo affitto di un rubbio di grano. Il terreno valeva 90 scudi, ma se si apportavano miglioramenti

era rivalutato a scudi 891. Il seminario, quindi, accettò l'offerta (ibidem) vol. D/VII, ff. 201 - 204, 18 settembre 1808). Nel 1811 il seminario

concesse in enfiteusi ad Onofrio Datti un pezzo di terreno «nudo», cioè non coltivato, in contrada La Lenza, con un canone di una quarta di

grano pronto per essere portato in granaio. L'enfiteuta inoltre si impegnava a migliorare il fondo «vestendolo», ossia piantandovi alberi da

frutta (ibidem, vol. C/III, ff. 708 - 709).

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Ultimo aggiornamento ( giovedì 26 aprile 2007 )
 
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