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Seminario Vescovile minore
Ferentino - Frosinone
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giovedì 26 aprile 2007

LE VICENDE DEL SEMINARIO NEL XX SECOLO

Nel XIX secolo il seminario vescovile di Ferentino conobbe un periodo di vero splendore, grazie

all'infaticabile attività di vescovi come Giuseppe Maria Lais (1), Vincenzo Macioti (2), Bernardo Maria

Tirabassi (3), Gesualdo Vitali (4) e Pietro Facciotti (5). Sotto l'azione di questi illuminati pastori il pio

istituto venne rinnovato in tutte le sue strutture, da quelle edilizie a quelle spirituali, culturali e burocratico

- amministrative.

Agli inizi del secolo l'edificio del seminario, dopo un intervento di restauro al soffitto del dormitorio (6), era

solido e ampio, tanto da ospitare sessanta alunni circa. Se ne possiede una minuziosa descrizione, stilata

nel maggio 1836 dal rettore can. Magni (7) su richiesta del vescovo Macioti, promotore di un'importante

visita pastorale (8).

L'edificio del seminario era a due piani. Al pianoterra, subito a sinistra dell'ingresso, era una camera

coperta a volta, dentro la quale era una cisterna per l'acqua. La camera riceveva luce da una finestra alta

nove palmi e protetta da un'inferriata. A destra dell'ingresso si accedeva in un corridoio piccolo, dove si

trovava una seconda cisterna d'acqua. Esso era illuminato da una finestra e dava adito ad una carbonaia e

alla cantina.

La cantina, composta da tre vani, poteva contenere circa 25 botti; due dei suoi vani avevano una finestra,

che dava nel cortile interno, l'altra nell'orticino della cucina. La cantina aveva anche un'uscita sulla strada

maestra, «per commodo... nella vendemmia». Infatti l'uva veniva trasportata direttamente in cantina,

senza così sporcare l'ingresso principale dell'edificio.

Nel cortile interno del seminario si entrava attraverso il corridoio principale: in esso si apriva a sinistra il

granaio, che aveva anche la parte esterna sulla via maestra e due finestre con inferriata, la legnaia ed il

pollaio. A destra invece vi era un locale adibito a lavatoio ed un altro dove si «spillava» l'acquavite. Il

cortile era chiuso per quattro lati ed il lato opposto all'ingresso, chiuso da un muro alto circa tredici palmi,

aveva un cancello che dava nell'orto.

Al primo piano dell'edificio si accedeva mediante una scala a due rampe. Al termine della prima rampa,

che iniziava dal corridoio d'ingresso, si apriva una finestra con inferriata, affacciantesi sul cortile interno.

Dal ballatoio si entrava a destra in due stanze: una coperta a volta, che dava sul cortile, l'altra

sovrastante la stanza del pianterreno, che aveva il pozzo. Ambedue le stanze avevano finestre con

inferriate.

La seconda rampa di scale, composta di 18 gradini di travertino, terminava in un ballatoio illuminato «di

prospetto» da una finestra alta sei palmi e munita di vetri. Sulla destra del medesimo ballatoio si entrava

nell'ufficio dell'economo, composto da due stanze, che si affacciavano sulla strada. Uscendo da tale ufficio,

passando per una bussola, si accedeva ad un secondo corridoio, al cui termine era la camera del

ripetitore, coperta a volta e con finestra sulla strada.

Questo secondo corridoio aveva luce da una finestra con vetri, situata in corrispondenza del portone

d'ingresso. Dopo la camera del ripetitore vi era una camera con finestra ovale, che dava accesso al

corridoio d'ingresso alla cucina. Dirimpetto a tale camera, usata dagli inservienti del seminario, vi era una

torretta di legno con orologio a pendolo. Al termine del corridoio, a destra, si apriva la porta di accesso

alla cucina e al refettorio, il cui soffitto era a volta. Il corridoio riceveva luce da due finestre prospicienti il

cortile, mentre il refettorio da un finestrone, che si affacciava sulla strada, e da due finestre che

guardavano l'orticino della cucina. Il refettorio aveva un pulpito di legno «per uso da leggere in tempo di

pranzo e cena». La cucina era illuminata da tre finestre: una a sinistra dell'ingresso, prospiciente il cortile,

una accanto al camino ed un'altra sulla porta «che dà ingresso al piccolo orticino ... ove esiste un luogo

commodo ad uso dei servi».

Ritornando nel corridoio grande, su cui si affacciava la camera del ripetitore, «vi si trova dirimpetto

un'altra bussola; quindi, entrando da essa, a diritta vi è una porta, che dà ingresso ad un mignano con

luoghi commodi per l'uso dei superiori. Detto mignano tutto di legno corrisponde nel cortile interno». Dalla

bussola si passa in un'altra camera grande usata come stanza da studio dai «piccoli» alunni; tale stanza

riceve luce dal cortile interno ed è intercomunicante con una «più grande e a volta, che serve di camerata

dei piccoli, ove sono due fenestre dalla parte di mezzogiorno, con suoi vetri e gelosie. Uscendo da questa,

a mano manca, vi è altra porta che mediante un piccolo corritore dà ingresso al lavamano e luogo comodo

per uso della suddetta camerata. Vi sono due finestre con vetri e quindi si passa da altre due camere ed

un piccolo camerino».

Questi ultimi tre vani, intercomunicanti, ricevevano luce dal cortile interno; precedentemente erano stati

usati come dispensa, ma nel XIX secolo erano utilizzati come infermeria. Dal ballatoio d'ingresso a questi

tre vani, sulla sinistra si accedeva ad altre due stanze, utilizzate come granaio, che si affacciavano

sull'orto. Dal primo piano si saliva al secondo per una scala di ventuno gradini di travertino, che si alzava

in prosecuzione della scala di accesso al primo piano.

Sul ballatoio, illuminato «di prospetto» da una finestra, a destra si apriva una porta, che dava ingresso

alla camerata dei «grandi» con cinque finestre ed un locale con il «lavamano e luoghi comodi per uso degli

alunni con due finestre». Dal ballatoio si accedeva anche «di prospetto» alla «libreria» o biblioteca,

illuminata da tre finestre, due affacciantesi sul cortile, una sull'orto. L'appartamento del rettore

comprendeva un corridoio di disimpegno ed una camera grande con finestra affacciantesi sulla strada.

Dalla camera del rettore, attraverso un locale adibito a «lavamano con luoghi commodi», si passava alla

camerata dei mezzani, illuminata da quattro finestre, due a destra e due a sinistra. Dalla camerata si

passava alla cappella, le cui finestre davano sull'orto. Unita alla cappella era un piccola camera sottotetto

usata come sacrestia. Dalla cappella si accedeva, mediante una porticina, alle soffitte.

L'edificio del Seminario era funzionale ed era dotato di un piccolo archivio, dove l'economo conservava

sedici registri delle amministrazioni annuali dell'istituto. La biblioteca, abbastanza fornita di libri,

possedeva un aggiornato inventario, compilato da don Vincenzo Giannoni. Era permesso il prestito dei

libri, «premessa però la ricevuta».

Gli inservienti del seminario erano quattro: un cuoco col salario di 24 scudi annui (9), uno sguattero col

salario di 10 scudi (10), un cameriere, con il salario di 18 scudi (11), un cuoco «giubilato» (12). Questi

inservienti non costituivano gli unici collaboratori del seminario; essi erano il personale fisso, ma insieme

con loro all'occorrenza prestavano la loro opera il dottore (13), il chirurgo (14), il «computista» (15), ossia

chi faceva i conti, il procuratore (16), il portiere (17) e il barbiere (18).

Nel seminario vescovile di Ferentino, dal 1815 al 1870 circa, non vi erano maestri; i giovani seminaristi

andavano a seguire le lezioni nel collegio Filetico, gestito dai Gesuiti. Tuttavia il seminario stipendiava il

rettore, con il salario di 24 scudi annui (19), l'economo (20), il ripetitore (21), il prefetto (22) e il maestro

di canto (23).

I seminaristi, distinti nelle tre camerate dei «piccoli», «mezzani» e «grandi», a turno servivano la

cattedrale; solo nelle solennità erano obbligati tutti insieme a partecipare alla sacra funzione. Essi erano

obbligati ad indossare la divisa: una sottana di colore violaceo («paonazza») con mostre rosse. D'estate,

quando uscivano, indossavano una soprana del medesimo colore e d'inverno «il ferraiolo di Borgonzone o

panno di colore blu, con maniche» (24).

§ 1. Le cure dei Vescovi

Dall'11 agosto 1800 al 1815 fu vescovo di Ferentino Nicola Buschi. Pur essendo animato da buoni

propositi pastorali, tuttavia non li poté portare a pieno compimento sia perché, durante la sua carica, la

diocesi fu turbata dalle scorrerie dei briganti e delle truppe rivoluzionarie francesi, sia perché sull'esempio

dell'Ordinario anagnino giurò fedeltà al governo francese ed alla costituzione. Alla sua morte fu sepolto

nella Cattedrale di Ferentino, nella cappella di S. Ambrogio (25).

Nonostante le tristi vicende del suo episcopato, egli si prodigò per il seminario vescovile. Il 5 dicembre

1801 ottenne l'autorizzazione ad aggregare al seminario le rendite di alcuni benefici, che già dal 29

maggio del medesimo anno aveva deliberato: un beneficio resosi vacante nella chiesa di S. Pietro a

Supino, la cappellania sub titolo di S. Ambrogio di Selva Molle e il beneficio semplice di S. Maria

dell'Auricola in Amaseno, di cui era titolare il principe Filippo Magno Colonna. I patroni dei due benefici si

riservarono il diritto di nominare sei alunni in seminario, di cui quattro sarebbero stati accettati

gratuitamente, gli altri due avrebbero pagato metà della retta (26).

Il successore di mons. Buschi fu Luca Amici, eletto l'11 marzo 1815. Mons. Amici resse anche la diocesi di

Anagni nel periodo in cui il suo titolare era stato sospeso, in quanto aveva giurato fedeltà a Napoleone.

Egli governò la diocesi ferentinate per soli due anni, infatti mori l'8 febbraio 1818. Durante il suo

episcopato prese la risoluzione di autorizzare i seminaristi a frequentare le lezioni nel collegio Filetico, che

dal 1815 era gestito dalla Compagnia di Gesù. La sua deliberazione era stata causata dall'esiguo reddito

dell'istituto, che non avrebbe permesso di pagare stipendi adeguati ai cinque maestri necessari per

l'istruzione dei chierici. Infatti secondo la costituzione del 1767, dettata dal vescovo Tosi, nel seminario

dovevano svolgere funzione didattica insegnanti di grammatica, di retorica, di filosofia, di teologia e di

canto gregoriano.

I Gesuiti nel loro Collegio ferentinate impartivano tali lezioni e con una modica spesa il Vescovo avrebbe

assicurato ai suoi seminaristi una solida preparazione (27). Inoltre il seminario aveva ottenuto un prestito

di 1000 scudi, utilizzati dal compianto mons. Buschi per ripararlo ed ampliarlo con un nuova «accessione».

In parte il debito era stato saldato, ma ancora le spese da affrontare erano urgenti ed a stento soddisfatte

dal reddito annuo dell'istituto, ammontante a 600 scudi. Da questa somma si dovevano detrarre gli oneri,

tra i quali il salario del rettore, che nel 1822 era il canonico Pietro Paolo Pisani, «uomo di età grave e di

vita morigerata» (28).

Il pio istituto non poteva fare affidamento sulle rette versate dai seminaristi (29), i quali molto spesso

risultavano morosi per le loro povere condizioni economiche (30).

Subito dopo la morte di mons. Amici fu eletto vescovo di Ferentino fra' Gaudenzio Patrignani dei minori

osservanti, che resse la diocesi dal 25 maggio 1818 al 1823, quando gli successe mons. Giuseppe Maria

Lais. Il Lais mantenne la cattedra episcopale di Ferentino per 13 anni, fino alla sua morte avvenuta nel

1836.

Questi divise le sue cure pastorali fra la cattedra ferentinate e quella anagnina, di cui fu amministratore

apostolico fino al 1834. In Ferentino trovò un seminario vescovile ben organizzato e sul suo modello

rinnovò le strutture di quello anagnino (31). Alla morte di mons. Lais fu eletto alla cattedra episcopale

Mons. Vincenzo Macioti (1836 - 1840). Questi, non appena prese possesso della diocesi ferentinate, svolse

una rapida e meticolosa visita pastorale, durante la quale, avendo conosciuto la situazione diocesana,

riuscì a riformare, secondo le esigenze a lui attuali, tutte le istituzioni ecclesiastiche, primo fra tutte il

seminario vescovile (32).

Mons. Macioti, prima di iniziare la S. Visita al seminario di Ferentino, inviò al Rettore un elenco di quindici

quesiti, a cui rispondere nel termine di «giorni 40» dalla data del 10 maggio 1836. Il Vescovo non solo

chiedeva la data precisa dell'erezione dell'istituto, ma anche se «abbia sofferto mai cambiamenti di

locale», il luogo dove era edificato, la minuta descrizione dei suoi ambienti e di tutte le sue strutture

didattiche e disciplinari. La risposta del Rettore non si fece attendere e con chiarezza diede esauriente

chiarificazione ad ogni quesito; tuttavia il Vescovo trovò delle manchevolezze non solo nella gestione

dell'istituto, ma anche nel profitto spirituale degli allievi, perciò pensò di migliorare il regime del

seminario, che ancora era rimasto al regolamento prescritto circa cento anni prima da Benedetto XIII (33)

e settanta anni prima dal vescovo Tosi (34). Il decreto di riforma del seminario vescovile fu pronto nel

breve volgere di giorni, segno dell'impegno pastorale del Macioti, ed il suo testo fu pubblicato il 31 maggio

del medesimo anno 1836, con l'obbligo per il Rettore di leggerlo pubblicamente per una sola volta nel

refettorio e di ripeterne la lettura, una volta al mese, in ciascuna camerata fino alle vacanze autunnali.

Poi, mentre l'originale del decreto sarebbe stato incluso negli atti della Visita, la copia in possesso del

Rettore sarebbe stata conservata nell'archivio del luogo pio.

Il decreto di riforma era scaturito sia dalle risposte del Rettore ai quesiti, sia dalla visita pastorale eseguita

dal Vicario vescovile nei giorni 23 e 24 del mese di maggio. Il Vicario aveva notato diversi abusi, presto

notificati al Vescovo. Le camerate non erano dedicate ad alcun santo protettore, né in esse vi era collocata

immagine sacra. Gli alunni non erano abituati, prima di uscire o dopo il rientro in camerata, a pregare la

Vergine; anzi erano disordinati e chiassosi, mentre camminavano per i corridoi o andavano in cappella o a

passeggio per la città, «senz'ordine, attruppati o divisi in bande senza regola».

Il medesimo disordine si notava nell'ora della levata dal letto: i seminaristi «non tutti sono ugualmente

pronti ad alzarsi, per cui alcuno non trovasi in ordine al suono dello studio, dopo la mezz'ora della levata».

Anche nelle pulizie personali i giovinetti erano poco accurati, come nell'abbigliamento: non tutti usavano

la medesima berretta con fiocco propria della divisa ecclesiastica, ma alcuni preferivano indossare

copricapi simili a quelli usati dai secolari o berretti con fiocchi molto grandi. Spesso i seminaristi calzavano

ciabatte invece di scarpe, erano poco ordinati nel cambiarsi la biancheria e nel rassettare i loro credenzini,

dove «ritengono... oggetti commestibili e grassi... temperini, forbici, danari, orologi ed altri oggetti di

valore o pericolosi». Il loro comportamento era superficiale anche nel coro, perché non possedevano

generalmente l'ufficio della Madonna o altri libri devoti, per cui erano facile preda della distrazione. Nei

rapporti con i colleghi erano poco rispettosi: non si salutavano tra loro incontrandosi, «ordinariamente nel

parlarsi si danno del tu» e non sempre, durante le ore di studio stavano «voltati e fissi nel rispettivo

credenzino». Le prescrizioni episcopali riguardarono, dunque, la disciplina da osservarsi in seminario. Ogni

camerata avrebbe avuto sulla porta d'ingresso un'iscrizione recante il nome del Santo Protettore, al quale

era dedicata: la camerata dei «grandi» a S. Carlo Borromeo, quella dei «mezzani» a S. Filippo Neri, quella

dei «piccoli» a S. Stanislao Kostka. In ognuna sarebbe stato appeso un quadro raffigurante la Vergine ed

il Santo Protettore; dinanzi a tali effigi i giovani la mattina avrebbero recitato tre Ave Maria, dopo il pranzo

e al ritorno dal passeggio della sera l'Angelus Domini o Regina Coeli, a seconda dei tempi liturgici, al

ritorno dalla cena il De profundis. Un'altra preghiera tanto raccomandata dal Vescovo era l'antifona Sub

tuum praesidium.

Il Macioti insistette molto sull'osservanza del silenzio rigoroso sia lungo i corridoi del seminario, sia per le

strade cittadine durante il passeggio. Il comportamento doveva essere austero e dignitoso: i seminaristi,

in fila per due, in silenzio mostrando «gravità d'incesso, raccoglimento negl'occhi e nella persona»

avrebbero camminato «tenendo uniformemente le braccia innanzi al petto». Nella visita al SS.

Sacramento, quotidiano esercizio di pietà, dopo la genuflessione i seminaristi aspettavano il prefetto e,

ripetendo tutti insieme il doveroso inchino, si sarebbero raccolti in preghiera per un quarto d'ora.

Nel corredo dei seminaristi non dovevano mancare oltre all'ufficio libri devoti per la preparazione alla

confessione ed alla comunione.

Entrando in cappella, come anche in refettorio, i giovani chierici avrebbero rispettato sempre il medesimo

ordine: prima la camerata dei «piccoli», poi quella «mezzani» e quindi quella dei «grandi». I giovani

avrebbero dovuto mostrare il loro saluto togliendosi il cappello, che non doveva avere ornamenti, né

fettucce né soggoli. Anche l'abito doveva essere decoroso e conforme alla foggia ecclesiastica: le scarpe

avrebbero avuto fibbie e non lacci, unica eccezione le scarpe accollate da calzare nei giorni di pioggia.

Assolutamente vietati erano i collari con la «spina a giorno, gli scopettoni, le acconciature nei capelli, gli

orologi, che si dovranno depositare in mani del Rettore», insieme con tutti gli altri oggetti di valore,

temperini, rasoi e forbici.

Era interdetto conservare i dolci negli armadi, perché il seminario li serviva a colazione e nei giorni di

festa. L'aspirante al sacerdozio doveva abituarsi alla vita parca e non al lusso. I seminaristi erano obbligati

a curare l'igiene personale, cambiandosi «ogni domenica mattina al più tardi la camicia ed almeno una

volta il mese le lenzuola del letto».

Il Vescovo regolamentò anche l'orario dei servizi e le modalità del loro uso, affinché si evitassero

confusioni e disordine. L'ordine era la prima regola da osservare con precisione in tutte le azioni della

giornata, dal rassettare il proprio letto al sistemare la biancheria sporca, al mettere a posto la propria

sedia dopo lo studio. Non sembra che ai seminaristi fosse consentito l'uso di una scrivania; infatti lo studio

avveniva in camerata, stando seduti in silenzio e voltati verso il proprio armadietto, per non disturbare gli

altri.

Il comportamento reciproco durante i momenti di ricreazione doveva bandire scherzi con le mani o atti

sgarbati; non era consentito gioco di carte né il gioco della «nezzola» né altro gioco che implicasse l'uso

del denaro. In camerata si doveva entrare solo per andare a riposare e a studiare; non era permesso

andarvi in altro orario, se non per qualche giusto motivo e sotto la vigilanza del viceprefetto. Tutte queste

prescrizioni erano dettate perché il giovane seminarista si confermasse nella convinzione che il seminario

non era assimilabile ad alcun collegio. La scuola doveva preparare il seminarista al sacerdozio, che

richiedeva spirito di sacrificio, di abnegazione e decoro nel comportamento. Il carattere si modella

dall'infanzia, quando ancora la «pianticella» è tenera e si adatta di buon grado alla disciplina ed alla

correzione. Fedele a questi principi pedagogici il Macioti stabili la disciplina da osservarsi nel seminario

vescovile di Ferentino: i suoi criteri possono a noi moderni sembrare talvolta troppo rigidi, ma nell'epoca

in cui venivano applicati, erano funzionali al modello di sacerdote che l'episcopato si proponeva di

conseguire (35).

Il Macioti nel 1836 impose anche un'altra norma da osservare: «Poiché una funesta esperienza fa

purtroppo conoscere che gravissimi danni ordinariamente risultano ai giovani, sotto doppio riguardo

morale e scientifico, dal permettere ch'essi tornino alle loro case nelle vacanze autunnali», il Vescovo

ordinò che nemmeno in tale occasione i seminaristi potessero uscire. Naturalmente sarebbe aumentata la

retta mensile: 16 scudi per i diocesani e 20 scudi per gli extradiocesani. Intanto la retta annua sarebbe

aumentata rispettivamente a 48 e 60 scudi.

Oltre a tale versamento i giovani ammessi in seminario avrebbero pagato annualmente uno scudo per gli

utensili, uno scudo d'entrata per il Rettore, 30 baiocchi per i servi, 30 baiocchi per la famiglia del vescovo

«a titolo di regalia». A Natale, come regalo, i seminaristi avrebbero donato tre paoli ai servi del seminario,

due per la famiglia del vescovo e uno per il barbiere.

Per l'ammissione in seminario si richiedeva non solo l'approvazione del vescovo, ma anche le testimoniali

del battesimo e della cresima, di non avere cause pendenti né nel foro civile né in quello ecclesiastico e

l'attestato del parroco sulla buona condotta del giovane e della sua capacità a studiare nelle scuole,

condotte dai Gesuiti.

Gli alunni forestieri avrebbero dovuto eleggersi il domicilio in Ferentino; a tutti indistintamente era fatto

obbligo di provvedersi di «un letto lungo palmi otto e largo palmi sei... due pagliaccetti... una copertina di

lana verde, per coprire il letto, lunga palmi 12 e larga palmi otto... biancheria necessaria cosi per la

persona come per il letto, salviette e posate... un crocifisso da porre a capo del letto, una sedia, un

bicchiere... pettine per la pulizia della testa». L'ingresso in seminario era fissato improrogabilmente il 31

ottobre di ogni anno (36).

Dopo la riforma disciplinare di Mons. Macioti i suoi successori furono più solerti nelle visite al Seminario

Vescovile di Ferentino. Giovanni Giuseppe Canali, vescovo dal 1840 al 1842 (37), il 29 luglio 1841 durante

la sua visita pastorale ispezionò insieme con i canonici convisitatori, De Cesaris e Cocumelli, il seminario.

Dopo aver pregato nella cappella, rivolse un fervoroso discorso agli alunni, invitandoli ad essere

perseveranti nella via da loro intrapresa (38). La medesima sollecitudine di mons. Canali animò Antonio

Benedetto Antonucci (39) suo successore. Questi il 23 novembre 1842 alle ore 16, si recò in seminario,

accompagnato dai deputati canonici Giovanni Pietro Trenta, Giovanni Paolo Bertoni e Domenico Lolli. Lo

accolsero il rettore can. Ambrogio Lucioli e l'economo can. Domenico Necci. Dopo una breve orazione

davanti all'altare della cappella, dedicata a S. Luigi, mons. Antonucci ricevette l'obbedienza degli alunni,

che esortò con un lungo discorso ad arricchirsi di fede e di cultura, essendo questi i due cardini, su cui si

fondava la corretta educazione del sacerdote. Nella visita all'edificio il Vescovo non notò anomalie o

manchevolezze, segno che le prescrizioni del Macioti erano fedelmente osservate e per questo non

condusse l'esame personale degli allievi (40).

Trasferito mons. Antonucci al titolo arcivescovile di Tarsi, gli successe sulla cattedra episcopale di

Ferentino Bernardo Maria Tirabassi, che, a differenza dei suoi predecessori, resse la cattedra per venti

anni, dal 1845 al 1865. Mons. Tirabassi nel 1850 svolse una visita al seminario, la cui cappella ordinò di

restaurare completamente (41). L'anno seguente 1851 potè comunicare che nel suo seminario erano

alloggiati 64 alunni (42), ma purtroppo non potevano godere di vacanze autunnali perché non vi era casa

di campagna (43). Nel 1862 i settanta seminaristi, comodamente ospitati nell'istituto, erano sotto la guida

di due padri gesuiti, uno rettore e l'altro ministro (44). Il Tirabassi fu un grande benefattore del seminario,

la cui biblioteca arricchì con il dono di numerosi libri.

La biblioteca del seminario nella prima metà del XIX secolo conservava circa 3.000 volumi;

fortunatamente si possiede l'inventario, compilato nel 1836 dal bibliotecario don Giannoni su richiesta del

vescovo Macioti (45). Tale inventario ci mette a conoscenza delle opere che i seminaristi di Ferentino

potevano consultare. Come ogni biblioteca a disposizione del seminario, anche quella ferentinate

possedeva testi di cultura ecclesiastica, agiografica, storica e letteraria. A titolo esemplificativo si possono

citare: Valerii Maximi, Facta e dicta memorabilia, la Storia Romana in 7 tomi di Rollin, le Eleganze della

lingua toscana di Aldo Manuzio, le Lettere di S. Francesco di Sales in tre libri, l'Introduzione al Simbolo

della fede di Luigi di Granata, le Orationes di Mario Equicola, l'Opera di Bossuet in 36 volumi, alcune opere

del Bellarmino (Opuscola 5 ascetica, Delle 7 parole dette da Gesù Cristo in Croce, libro volgarizzato da

Costa), le opere dei padri della chiesa Agostino, Crisostomo, Giustino, Isidoro, alcune opere di Paolo

Segneri, eccellente predicatore del XVII secolo.

Quando dopo il 1870 i Gesuiti presero definitivamente stanza nel seminario vescovile, già dal 1867 i

redditi del pio istituto ammontavano a 1000 scudi, non contando le pensioni degli alunni. Il curriculum

degli studi era ormai nelle sue linee stabilizzato: dall'apprendimento dei primi rudimenti delle lettere alla

teologia morale e dommatica (46). Dal 10 novembre 1871(47) i Vescovi di Ferentino cessarono di riferire

alla Congregazione del Concilio le loro preoccupazioni organizzative riguardo al seminario vescovile.

Avendo affidato ai Gesuiti la gestione dell'istituto, essi avevano risolto uno dei più gravi problemi, quello di

reperire insegnanti degni, per dottrina e sapienza religiosa, del grave compito a loro richiesto.

Nacquero, però, altre questioni: necessità di ampliare la fabbrica del seminario, cui chiedevano accesso

sempre più giovani, necessità di risolvere i problemi organizzativi ed educativi proposti da un ordine

religioso, quello Gesuita, che richiedeva una disciplina più sistematica e rigorosa. Tale argomento sarà

chiarito nel terzo paragrafo di questo capitolo. Per il momento è bene far luce tra i rapporti tra seminario

vescovile e Comunità ferentinate. Fino al XVIII secolo non vi erano stati dissapori tra le due

amministrazioni: agli inizi del XIX secolo, con il risvegliarsi della coscienza laica cominciarono a sorgere

controversie, che divennero ostilità dopo il 1870.

§2. Controversie con il Comune di Ferentino

La Comunità di Ferentino dal XVII secolo godeva del diritto di nominare ad un posto gratuito in seminario

un giovane cittadino meritevole e bisognoso; tale diritto le proveniva dall'essere titolare di giuspatronato

della cappella di S. Pietro in Vincoli, eretta in S. Maria Gaudenti dal can. Giovanni Leonini e poi passata al

Comune dopo la sua morte. Anche il papa Benedetto XIII il 12 dicembre 1727 aveva confermato al

Comune di Ferentino il diritto di nominare ogni quinquennio un chierico ferentinate «magis idoneus»,

perché il Comune aveva accettato di assegnare al seminario tutte le rendite della cappellania (1).

Il 18 settembre 1830, poiché era vacante il posto in seminario, la cui collazione spettava di diritto alla

Comunità, si riunì il consiglio comunale per scegliere il chierico, che dovesse godere del posto gratuito. Il

consiglio voleva comportarsi come sempre aveva fatto: estrarre a sorte il nome del candidato. Il

consigliere Arcangelo Rossi, invece, chiese la parola ed ottenutala dichiarò che non si doveva affidare alla

sorte la carriera di un giovane «iniziato nell'acquisto delle scienze» per «rendersi ... utilitoso a se stesso

ed alla Patria». L'estrazione a sorte non rispondeva integralmente ai criteri di giustizia, cui si richiamava il

Comune di Ferentino; era, invece, più onesto sottoporre tutti i concorrenti ad un esame collettivo e

scegliere quello che si fosse mostrato il migliore per studi e dottrina. Naturalmente i candidati sarebbero

stati divisi per classi, in modo che non vi sarebbe stata disparità culturale tra di essi. La Magistratura

avrebbe scelto gli esaminatori, ai quali era affidato l'onere di stilare una relazione sull'esito dell'esame; poi

il consiglio avrebbe scelto il giovane tra i migliori selezionati. La proposta del Rossi era stata fatta per

evitare di ricadere nelle «erronee, deplorabili ed infruttifere scelte dei notissimi Ambrogio Viola e Loreto

Patrizi», due giovani che avevano dato un pessimo ricordo di sé.

All'arringa del Rossi rispose il consigliere Mattia Cappella, il quale richiamandosi alla Bolla di Benedetto

XIII, non vedeva la necessità di una tale seduta straordinaria di esami; non solo nella bolla si lasciava

piena libertà al Comune di operare la scelta, ma la prassi ordinaria, divenuta ormai una consuetudine,

aveva sempre ammesso pacificamente l'estrazione a sorte con voti segreti. Senza formalità d'esame il

consiglio, prendendo direttamente visione delle istanze dei concorrenti, poteva operare una scelta giusta e

coscienziosa.

Il Presidente della assemblea, Giuseppe Santarelli, riscontrando l'opposizione delle due proposte, le mise

entrambi in votazione. Dapprima si votò la proposta Rossi, che ricevette otto voti favorevoli contro sette

contrari; Poi si passò a votare per l'arringa Cappella, che riportò la medesima votazione. Pertanto data la

parità dei suffragi, si dovette procedere ad altri scrutini segreti. Al primo scrutinio risultò nuovamente la

parità, al secondo invece riportò la maggioranza la proposta Rossi di sottoporre ad esame i concorrenti al

posto gratuito (2).

La commissione d'esame risultò composta dai canonici De Cesaris, Collalti e Cocumelli e dal consigliere

Giovanni Battista Marchioni e la data della prova fu fissata il 9 ottobre 1830.

All'esame si presentarono 8 studenti:

Ambrogio Ceccarelli, studente di grammatica inferiore, di anni 15

Antonio Querci, studente di grammatica superiore, di anni 15

Pasquale Bernola, studente di grammatica superiore, di anni 19

Domenico Cataldi, studente di grammatica superiore, di anni 17

Filippo Palombo, studente di umanità, di anni 19

Ambrogio Patrizi, studente di umanità, di anni 17

Luigi Cataldi, studente di umanità, di anni 19

Vincenzo Virgili, studente di umanità, di anni 18

Furono scrutinati all'unanimità e per la classe di umanità furono approvati col magis:

Luigi Cataldi, primo;

Ambrogio Patrizi, secondo;

Filippo Palombo, terzo.

Per la classe di grammatica:

Pasquale Bernola, primo;

Antonio Querci, secondo.

Gli altri vennero respinti; la commissione, dunque, passò i nominativi dei cinque vincitori al consiglio

perché eleggesse il candidato, che avrebbe goduto del posto gratuito per un quinquennio.

Prima di passare ai voti il consigliere Ambrogio Lolli dichiarò che l'esame era stato condotto per suggerire

al consiglio un criterio regolativo per la scelta. Tuttavia, secondo il tenore di breve pontificio, sembrava

che non si dovesse fare distinzione per merito, ma che ogni cittadino potesse avere eguali possibilità di

concorrere al posto gratuito. Invece il regolamento adottato dal Comune dava adito a pensare che con

l'esame il consiglio ponesse una pregiudiziale negativa per i tre respinti. Il Lolli chiedeva di ritenere

l'esame come puramente consultivo e di ammettere alla scelta tutti gli otto nominativi dei candidati.

Il consigliere Mattia Cappella, sostenendo l'ipotesi del Lolli, aggiunse che l'esame doveva essere

considerato come mezzo per valutare l'idoneità dei giovani, non per restringere la libertà del Consiglio;

quindi tutti i candidati senza nessuna distinzione tra promossi e bocciati, dovevano concorrere

all'assegnazione del posto gratuito. Il Consiglio, invece, con 10 voti contrari su 17 votanti respinse tale

proposta e ammise al «bussolo» solo i 5 candidati che avevano superato l'esame preliminare: risultò

eletto Filippo Palombo con 12 voti favorevoli e 5 contrari (3).

Il consiglio approvò la votazione e sciolse la seduta, ma il gonfaloniere Enrico Lolli non si diede per vinto

considerando l'elezione del chierico Palombo ingiusta nei confronti del chierico Cataldi, il quale era

risultato primo alla prova selettiva. Se il consiglio aveva scelto il nominativo senza tener conto dell'esame,

perché dunque proporre un concorso tra i candidati? (4)

Anche Luigi Cataldi presentò il suo reclamo a mons. Provenzali, delegato apostolico di Frosinone; egli,

avendo compiuto il corso di umanità ed essendo passato a pieni voti in quello di retorica, non poteva

sopportare di essere stato posposto al Palombo, maggiore di età, ma inferiore della preparazione,

trovandosi ancora il Palombo nello studio di grammatica (5). Nonostante questi reclami, la richiesta del

Cataldi fu giudicata inammissibile e pertanto respinta (6).

Terminato il quinquennio di Filippo Palombo, il 1° agosto 1835 si bandì un nuovo concorso per assegnare

il posto gratuito in seminario. Ormai la prassi concorsuale era un dato di fatto e nella commissione

entrarono a far parte un gesuita, rappresentante delle scuole pubbliche, i canonici Magni e Cocumelli e il

consigliere Giovanni Battista Marchioni. All'esame, stabilito per il 22 luglio, avevano partecipato solo due

concorrenti: Vincenzo Bruscoli di 20 anni e Romualdo Di Rocco di 18 anni. Questa volta il consiglio rispettò

la graduatoria stabilita dalla prova d'esame, confermando al Bruscoli, con 24 voti favorevoli su 31 votanti,

l'ammissione al posto gratuito (7).

I rapporti all'interno del consiglio andarono sempre più deteriorandosi; infatti allo scadere del quinquennio

goduto dal giovane Vincenzo Bruscoli, si riaccese la discussione. Il consigliere Pio Roffi nel suo intervento

lodò la prassi, seguita negli ultimi 10 anni, di espletare il concorso culturale prima di passare all'elezione

del chierico. Tale concorso aveva dato buoni frutti non favorendo più «persone, che altro scopo non

ebbero che alimentare il ventre, senza trarne o niuno o poco profitto»; utilizzando l'esame selettivo era

stato aiutato il giovane Bruscoli, che era un sacerdote «ottimo di conoscenza e di specchiata condotta».

Tuttavia il Roffi proponeva alcune modifiche al concorso: 1) «apporre qualche condizione per favorire i

poveri; 2) concedere il posto ogni biennio «a quelli già in sacris o prossimi» al sacerdozio, secondo quanto

avrebbe desiderato il vescovo.

Al Roffi rispose il consigliere Vincenzo Bertoni, che, richiamando i consiglieri ad una più attenta

osservanza del Breve di Benedetto XIII ricordò che il diritto di eleggere un giovane al posto gratuito in

seminario prevedeva espressamente una scansione quinquennale. Quanto ai requisiti i concorrenti

dovevano avere: certificato della ricevuta tonsura, di buona condotta, degli studi conseguiti, di povertà

della famiglia, di non aver superato i 18 anni, attestato di rinunciare per un quinquennio ad altre borse di

studio.

Il Bertoni proponeva che solo i Padri Gesuiti di Ferentino componessero la commissione e che il Consiglio

scegliesse tra quei candidati che avessero superato la prova d'esame. Messe ai voti la proposta Roffi e

quella Bertoni, ritenute dal consiglio un metodo unico per la selezione, la riunione le approvò a

maggioranza con 26 voti favorevoli su 28 votanti (8).

La accettazione ditale proposta non fu, però, pacifica. Il chierico Romualdo Di Rocco, che già aveva

concorso al posto gratuito, senza fortuna, nel 1835, dopo cinque anni voleva ripresentare la propria

candidatura; ma il consiglio, che aveva espletato solitamente la prova selettiva nel mese di luglio, andava

procrastinando l'esame (9). In realtà tale ritardo era causato da problemi organizzativi, non riuscendo il

Comune a reperire i membri della commissione esaminatrice: i Padri Gesuiti si erano rifiutati di accettare

l'incarico, proposto loro il 9 agosto 1840 e, nonostante una nuova convocazione di altri commissari, gli

sforzi del consiglio comunale vennero frustrati, tanto che Francesco Antonio De Andreis, gonfaloniere

facente funzione, chiedeva al Delegato Apostolico di Frosinone che venisse restaurata la prassi

tradizionale del sorteggio tra i candidati, senza premettere esame (10).

Finalmente nel novembre il Vicario Capitolare di Ferentino riuscì a comporre una commissione

esaminatrice, che stabilì il criterio di selezione: non sarebbe stato ammesso chi superava i 10 errori per

traduzione. Tutti i concorrenti sbagliarono e perciò non furono ammessi. Il concorso, quindi, non poté

essere espletato, perché il comune nella sua autonomia aveva deciso che la scelta dovesse cadere su uno

di quei candidati, che avesse superato l'esame. Il Vicario Capitolare, riferendo alla Delegazione Apostolica

sull'accaduto, lamentava l'introduzione del criterio selettivo nel concorso, bandito dal comune per

l'assegnazione del posto gratuito in seminario, e richiedeva che si ristabilisse la prassi tradizionale del

semplice sorteggio tra i nominativi dei candidati.

La Delegazione Apostolica frusinate il 18 dicembre 1840 rispose che avrebbe deciso solo dopo le

controdeduzioni del consiglio comunale di Ferentino. Presa la parola, nel consiglio comunale del 7 gennaio

1841, il consigliere Pio Roffi dichiarò che sarebbe stato opportuno procedere a nuovo concorso,

convocando una commissione composta dai canonici Lolli, Trenta e Fratazzi; questi commissari avrebbero

presentato al Consiglio solo un candidato, quello risultato migliore di tutti.

In risposta a questa esasperata selezione intervenne il consigliere Vincenzo Bertoni, che propose alla

commissione di segnalare almeno tre nomi dei candidati approvati, tra i quali il Consiglio avrebbe scelto il

candidato vincente, secondo le norme stabilite nella riunione consiliare del 13 luglio 1840. Nessuna delle

due proposte, sia quella Roffi che quella Bertoni, venne approvata e perciò il presidente dell'assemblea,

Francesco Antonio De Andreis, rimise la decisione al Delegato apostolico di Frosinone (11).

Il 18 marzo 1841 il Delegato concesse al Comune di Ferentino di riaprire il concorso per il posto gratuito in

seminario (12). Nella contesa si inserì anche il vescovo, mons. Giuseppe Maria Lais, cui il Delegato aveva

chiesto informazioni. Il Lais, in una lunga lettera, spiegò la sua versione dei fatti e richiamandosi al Breve

apostolico di Benedetto XIII (12 dicembre 1727), lo interpretava in modo diverso dai consiglieri comunali.

Infatti sosteneva che «nel citato breve vi si prescrive che il giovane da nominarsi sia un cittadino

ferentinate, non si fa motto affatto di premettere un concorso per la scelta del medesimo e, per verità,

trattandosi di un giovane che deve abilitarsi agli studi, non si può pretendere che abbia studiato; al più si

può esigere che sia iniziato almeno ne' primi studi per la carriera ecclesiastica». Quindi per il Lais la

discriminante culturale era inutile, doveva tenersi in conto un altro elemento: che il giovane scelto fosse

un cittadino e non uno del «volgo», che abbia una condotta lodevole e sia manifestamente inclinato alla

carriera ecclesiastica, «che poi sia indigente, lo porta con sé la giustizia, poiché non deve alimentarsi de'

beni della Chiesa chi non ha bisogno».

Su questa linea di interpretazione il Lais esaminava anche la condotta del consiglio comunale e vi

ravvisava «un qualche sospetto di broglio». Fino al 1830 le nomine comunali al posto gratuito in seminario

erano state condotte pacificamente col sistema del sorteggio; dopo tale data si era introdotta una nuova

regolamentazione, suggerendo per le scelte il metodo concorsuale. Tuttavia gli stessi consiglieri, discordi

sul modo di condurre l'esame e sul successivo criterio di scelta da adottare riguardo ai vincitori, ma

specialmente la ricusa di molti esaminatori, convocati per la formazione delle commissioni, di per sé

mostravano scontentezza e un tentativo di sottrarsi alle brighe della politica paesana.

Inoltre proprio durante il 1840, in occasione dell'espletamento del con corso per il quinquennio 1840-

1845, il consiglio apertamente aveva dichiarato, nonostante i risultati assolutamente negativi della prova

di esame, che mai avrebbe vincolato la sua autonomia di scelta al voto degli esaminatori (13).

L'atteggiamento pratico dei consiglieri contraddiceva le dichiarazioni teoriche; quindi il Vescovo vi

scorgeva «una qualche mano segreta» che «procurava d'intorbidare le menti, per giungere allo scopo

prefissosi ... l'impegno... a favore d'un figlio d'un impiegato comunale, che ha padre vivente». L'ingiustizia

era veramente palese perché si ledeva il diritto del chierico Alessandro Simonetti, giovane di «specchiata

condotta, che ne' studi ne' quali è iniziato nelle scuole dei PP Gesuiti, dà continui contrassegni di

progresso, ch'è cittadino.., orfano di padre, povero di sostanze». Anche il cardinale Polidori, protettore di

Ferentino, lo aveva segnalato e questo intervento del porporato non era lesivo del Breve apostolico di

Benedetto XIII, che richiedeva espressamente i requisiti già in possesso del Simonetti e non prescriveva

«esperimento o concorso di sorte alcuna»; non era lesivo nemmeno dell'autonomia deliberante del

Comune, «poiché questo non deve essere arbitrario», ma nell'esprimere pienamente la sua capacità

giuridica deve tutelare i principi primi di giustizia, necessari «per una elezione giusta e spassionata».

Il Vescovo però non disdegnava il criterio del concorso, purché questo, nel suo espletamento, tenesse in

considerazione non solo i requisiti culturali, ma anche quelli indicati dal Breve apostolico. Nel caso che

venisse bandito un nuovo concorso e persistesse il tentativo di broglio da parte dell'amministrazione

comunale, il Lais sarebbe stato costretto ad opporre alla scelta del Comune il suo diritto di veto, diritto

che gli riconosceva anche la costituzione apostolica del 12 dicembre 1727, laddove affermava che

l'esecutore legale del Breve era lo stesso vescovo. Quindi, essendo il breve apostolico una legislazione

concernente l'ammissione in seminario, tra i principali requisiti il Vescovo collocava, come primo, quello

della manifesta vocazione ecclesiastica, perché non si voleva permettere l'ingresso a «chi portasse la

dissipazione ed uno spirito alieno da quel pio stabilimento» (14).

Il concorso venne espletato il 6 maggio 1841 e la commissione fu composta dai canonici Paolo De Cesaris,

Domenico Lolli, Giovan Pietro Trenta e Domenico Fratazzi (15). I canditati che presentarono istanza di

partecipazione furono tre: Francesco Rossi, Vittorio Pro e Alessandro Simonetti, ma solo il Simonetti si

presentò alla prova selettiva. Anche il consiglio comunale, il 28 maggio del medesimo anno, confermò la

nomina del Simonetti, perché orfano di padre, povero e degno di ogni considerazione; infatti il padre era

stato un benemerito cittadino e consigliere comunale (16).

Con la nomina ufficiale del Simonetti (17) il consiglio accordava convalida alla richiesta episcopale, ma

ribadiva con forza la sua autonomia giurisdizionale, scegliendo il chierico non perché chiamato alla vita

sacerdotale, ma perché figlio di un benemerito cittadino. Con tale delibera l'assemblea lasciava intendere

che non era competenza sua il valutare l'effettiva vocazione religiosa, essa si avvaleva solo di un diritto,

ormai acquisito, di nominare uno studente cittadino e povero ad una borsa di studio quinquennale in

seminario. Era ormai in atto una frattura, difficilmente ricomponibile, nei rapporti tra la comunità laica di

Ferentino e il vescovo, tanto che Francesco De Andreis, gonfaloniere facente funzione, il 12 ottobre 1841

al Delegato Apostolico di Frosinone comunicò laconicamente che il consiglio comunale non era approdato

ad alcuna risoluzione positiva in merito alla prassi da osservare per la scelta del candidato da assegnare al

godimento di un posto gratuito quinquennale in seminario (18).

La Delegazione non prese provvedimenti e il consiglio comunale di Ferentino continuò a seguire il

regolamento stabilito nel 1830. Infatti quando nel 1857 si riaprì il concorso per l'assegnazione del posto

gratuito in seminario, subito vennero nominati i membri della commissione: don Ambrogio Lucioli, don

Antonio La Posta, signor Ambrogio Pace (19). La commissione svolse l'esame ai due candidati, il

suddiacono Camillo Iaconelli e il chierico Felice De Andreis il 12 dicembre e dopo lo scrutinio, avvenuto il

18 dicembre, assegnò il primo posto per merito allo Iacononelli ed il secondo al De Andreis. Il consiglio,

secondo la risoluzione presa nella assemblea del 13 luglio 1840, procedette alla scelta tra i due candidati il

28 dicembre 1857. Prima di passare ai voti il consigliere Pio Roffi espose la sua proposta: suggerì di

scegliere il chierico De Andreis perché più giovane, potendo, nei cinque anni di studio, rendersi abile al

sacerdozio.

Lo Iaconelli, essendo già ordinato in sacris, sembrava aver raggiunto lo scopo di essere prossimo al

sacerdozio; quindi, assegnandogli il posto gratuito, si sprecava l'opportunità di istruire un altro giovane

nel delicato compito del sacerdozio. Il consiglio approvò la proposta; dalla votazione però si astenne il

consigliere Francesco Antonio De Andreis, padre del chierico concorrente Felice, che ottenne 14 voti

favorevoli su 15 votanti (20). Felice De Andreis fu nominato al godimento del posto gratuito in seminario il

2 gennaio 1858 (21), ma subito sorsero problemi riguardo al riconoscimento di tale delibera consiliare.

Il 14 gennaio 1858 il Delegato Apostolico, con dispaccio dichiarava nulla l'elezione del De Andreis,

avvenuta nell'assemblea comunale il 28 dicembre 1857. Tale dichiarazione di nullità era scaturita

dall'illecito comportamento dell'assemblea consiliare di Ferentino, che aveva disatteso tanto le norme

stabilite dal breve papale del 12 dicembre 1727 quanto la delibera consiliare del 13 luglio 1840, secondo

la quale si doveva nominare al posto in seminario un alunno, che durante il quinquennio non dovesse

essere provvisto di altri benefici comunali. invece Felice De Andreis, successivamente alla nomina al posto

gratuito, aveva ricevuto dal consiglio, nella stessa data del 2 gennaio 1858, il godimento di un beneficio di

giuspatronato comunale in S. Ippolito, intitolato a S. Paolo. La borsa di studio quinquennale in seminario

veniva annullata e il diritto passava all'altro candidato, Camillo Iaconelli.

Il consigliere Giuseppe Bono si oppose all'accettazione del dispaccio delegativo, dichiarandolo lesivo

dell'autonomia comunale, anche perché era notorio che le norme, stabilite dall'assemblea del 1840, cui si

era richiamato il Delegato, erano temporanee e transitorie. Pertanto doveva riconfermarsi nel godimento

del posto gratuito in seminario il chierico Felice De Andreis. Così stabilì con votazione il consiglio

comunale, approvando la proposta Bono con 14 voti favorevoli su 15 votanti (22).

Anche il vescovo Bernardo Maria Tirabassi entrò nella questione reclamando l'osservanza letterale del

breve pontificio del 1727 e l'annullamento della nomina al De Andreis, in quanto non idoneo alla carriera

ecclesiastica (23). La questione si inaspriva perché il consiglio comunale si ostinava a considerare il

seminario alla stregua di un semplice collegio - convitto per l'istruzione umanistica; il Vescovo, invece,

ribadiva la natura del pio istituto, un luogo specializzato per la formazione esclusiva di sacerdoti.

Il Ministro dell'Interno e Grazia e Giustizia, mons. Andrea Pila, intervenne nella controversia, richiedendo

al Delegato Apostolico di Frosinone informazioni. A lui era giunta la supplica di Francesco Antonio De

Andreis, padre del chierico Felice, indebitamente sospeso dal godimento del posto in seminario,

assegnatogli dal consiglio comunale il 28 dicembre 1857. Nonostante il dispaccio della Delegazione

Apostolica del 14 gennaio 1858, non era stato possibile dichiarare nulli gli atti del consiglio comunale di

Ferentino in merito all'assegnazione del posto gratuito. Gli atti erano sostanzialmente e formalmente

corretti; tuttavia il Delegato Apostolico, desiderando favorire, al pari dell'Ordinario diocesano, il

concorrente Iaconelli, aveva sospeso il 23 febbraio 1858 la deliberazione consiliare del 28 gennaio 1858

fino a nuovo ordine. Non era il consiglio comunale ferentinate a commettere brogli! Perciò il De Andreis

sollecitava una pronta giustizia e la reintegrazione del figlio al godimento della borsa di studio

quinquennale (24).

Il Ministro richiese informazioni sulla vertenza tra Comune e Vescovo riguardo al caso De Andreis ed il

Delegato di Frosinone gli inviò il 30 marzo 1858 un rapporto informativo molto particolareggiato sullo

sviluppo della vicenda. Se da una parte il Vescovo reclamava il riconoscimento dello Iaconelli, perché era

stato giudicato il più bravo dalla commissione, il consiglio comunale rivendicava la sua autonomia

giurisdizionale: le due posizioni erano inconciliabili, nonostante gli interventi pacificatori del Delegato

Apostolico. Il Delegato, però, riteneva, per porre fine alla vertenza, che non era illegale riconoscere la

validità al deliberato consiliare, in quanto, accettando il responso della commissione, veniva ad affermarsi

che il diritto di nomina non competeva più al Comune: e questo era veramente lesivo del principio di

autorità (25).

Mons. Pila, avendo con cura esaminato la documentazione inviatagli dal Delegato di Frosinone, deliberò la

conferma del De Andreis al godimento del posto gratuito in seminario, perché nel concorso non può

essere privilegiato chi è più grande di età e quindi più avanzato negli studi. Se lo Iaconelli era stato

collocato al primo posto nella graduatoria dell'esame selettivo, ciò era stato determinato dalla sua

maggiore preparazione rispetto a quella del chierico De Andreis, più giovane d'età e frequentante un corso

di studi inferiore. L'ingiustizia era stata commessa dalla commissione giudicatrice, che aveva condotto

l'esame senza tener conto dei diversi livelli culturali tra i due concorrenti. Per ristabilire il diritto, dunque il

Ministro concedeva la borsa di studio al chierico Felice De Andreis e dava comunicazione del suo deliberato

tanto alla Delegazione Apostolica di Frosinone (26) quanto al Comune di Ferentino (27).

L'ostinazione di De Andreis non era senza motivo; egli si sentiva chiamato alla vita ecclesiastica tanto che,

spirato il quinto anno della sua borsa di studio, egli supplicò il consiglio comunale a prorogargliela di altri

due anni, per completare gli studi teologici da lui iniziati con buon profitto. Avendo anche la Delegazione

Apostolica di Frosinone, cui il De Andreis si era rivolto, accettato la possibilità della proroga di due anni, il

consiglio comunale approvò la richiesta del suddiacono Felice con 12 voti favorevoli su 14 votanti (28).

Nel l864, il 6 dicembre, il consiglio comunale di Ferentino venne di nuovo convocato per eleggere un

alunno al posto gratuito in seminario; si presentarono quattro concorrenti, tra i quali a maggioranza fu

prescelto il chierico Salvatore Palladini, con 15 voti favorevoli su 17 votanti (29). Tuttavia, benché non

fosse spirato il quinquennio, il 18 luglio dell'anno seguente (1865) il vescovo Gesualdo Vitali dichiarò

vacante il posto (30). Il gonfaloniere Alfonso Giorgi convocò il consiglio per il 23 settembre per le ore 8,30

(31), per surrogare il Palladini. La riunione ebbe luogo solo il 27 ottobre 1865, perché il 23 settembre il

consiglio era stato interrotto dalla discussione sulla pregiudiziale posta dal consigliere Giuseppe Rossi. Il

Rossi, richiamandosi alla decisione del vescovo Vitali, che aveva escluso dal seminario il Palladini per

cattivo rendimento, proponeva di considerare nei concorrenti, come requisiti prioritari, la buona condotta

e l'attitudine agli studi (32). Aggiornato il consiglio al 27 ottobre, in tale data si esaminarono le istanze di

otto concorrenti e i consiglieri dovettero ricorrere ad una seconda votazione per assegnare il posto al

chierico Giampietro Catracchia (33), che fu nominato dal gonfaloniere il giorno dopo (34) ed approvato dal

Delegato Apostolico di Frosinone il 10 novembre del medesimo anno (35).

Il chierico Catracchia l'anno successivo fu ordinato sacerdote, liberando così il posto in seminario;

pertanto il 10 novembre 1866 si riunì nuovamente il consiglio comunale per procedere ad un'altra nomina.

Si iscrissero al concorso otto giovani, dai quali fu scelto Arcangelo Rossi con 13 voti favorevoli su 17

votanti; si era astenuto dalla votazione suo padre, il consigliere Giuseppe Rossi (36).

Fino al 1866 le elezioni al posto gratuito in seminario furono pacifiche, perché per consuetudine i chierici

erano stati preferiti ai laici e quelli non costituiti nella tonsura non erano nemmeno stati accettati tra i

concorrenti. Invece con l'elezione di Arcangelo Rossi, figlio non ancora decenne del notaio Giuseppe, la

consuetudine era stata stravolta, preferendo questo bambino al chierico Raffaele Angelisanti (37); era

quindi doveroso assegnare il posto gratuito a chi fosse già indirizzato alla carriera ecclesiastica.

Non fu solo l'accendersi delle polemiche sull'assegnazione del posto gratuito in seminario ogni

quinquennio, che guastò i rapporti tra vescovi e Comune di Ferentino: un altro argomento al contendere

fu offerto dal reperimento di fondi per la fabbrica del collegio - convitto Filetico, passato dal 1815 dalla

gestione dei Francescani Conventuali a quella dei Gesuiti (38). La fama dei maestri e l'apertura di scuole

di grammatica, belle lettere, diritto e teologia attirarono un numero sempre maggiore di allievi, che

provenivano anche dal vicino Regno di Napoli. Per accogliere dignitosamente gli allievi si aveva bisogno di

unire alla scuola anche un convitto; quindi si sarebbero dovuti ampliare i locali a spese della Comunità di

Ferentino perché la scuola apparteneva al Comune.

Il Comune nel 1833 non aveva i fondi sufficienti per affrontare tali spese, per cui risolse di seguire la via

meno costosa: ammettere a frequentare le scuole solo un numero limitato di allievi ed escludere i

soprannumerari, particolarmente forestieri. I padri degli esclusi reclamarono ed ottennero

l'interessamento anche del vescovo, che vedeva compromesso il buon rendimento del seminario, in

quanto, per penuria di mezzi economici, era costretto a inviare i suoi sessanta alunni a frequentare le

scuole dei Gesuiti. Tra i seminaristi vi erano molti forestieri, i quali sarebbero stati colpiti dalla medesima

esclusione.

Il vescovo Lais interessò alla questione la Congregazione degli Studi, proponendo come alternativa

l'ampliamento del locale grazie alle contribuzioni provenienti dai paesi della provincia, che inviavano i loro

allievi nel collegio ferentinate.

La Sacra Congregazione rispose al Vescovo elogiandolo per la generosa iniziativa di promuovere la cultura

non negandola a nessuno.

Era lodevole e degna di ogni attenzione la proposta di sollecitare la Provincia a contribuire per le spese di

ampliamento delle scuole di Ferentino; tuttavia per ottenere qualche successo a tale disegno bisognava

rivolgersi direttamente agli amministratori provinciali. Ciò fu prontamente fatto da parte del comune il 30

gennaio 1833 ma grande fu la sorpresa, quando dalla Delegazione Apostolica di Frosinone giunse la

comunicazione che il 9 aprile del medesimo anno il Segretario di Stato aveva ordinato che l'ampliamento

si facesse solo a spese del comune. Il consiglio comunale interpellò il Vescovo diocesano per sentire «se

intendeva di contribuire alcuna somma di denaro necessario per la nuova fabbrica, in vista del vantaggio,

che risente il seminario diocesano, i cui allievi frequentano le suddette scuole per l'esoneramento della

spesa dei maestri».

Intanto il consiglio comunale fu adunato per risolvere la delicata questione il 7 maggio 1833. I temi da

dibattere erano due: 1) vietare l'ammissione degli studenti forestieri, per non privare i cittadini

dell'istruzione; 2) nel caso che tale criterio risultasse inattuabile e si dovesse procedere all'ammissione

totale di tutti gli alunni, cittadini e forestieri, l'ampliamento del locale doveva avvenire anche a spese della

Provincia, sia perché il comune di Ferentino da solo ogni anno doveva sostenere una spesa di circa 900

scudi per la pubblica istruzione, sia perché, essendo il collegio unico della provincia e accogliendo giovani

da ogni parte della medesima, anche la Provincia doveva sentirsi impegnata a contribuire alle spese

scolastiche.

Il consigliere Pio Roffi chiese la parola ed espose la sua opinione: poiché, come testimoniavano i deliberati

della Congregazione degli Studi, era andato a vuoto il progetto di coinvolgere la Provincia nel pagamento

delle spese scolastiche, si doveva senz'altro procedere alla esclusione dei forestieri dalla scuola

ferentinate. Messa ai voti la sua proposta, essa fu approvata a maggioranza schiacciante: 23 voti su 24

votanti (39).

Naturalmente la reazione del Vescovo fu immediata, perché fra i forestieri vi erano inclusi anche i

seminaristi, provenienti dal territorio della diocesi. Di fronte alle rimostranze episcopali, il Comune oppose

la richiesta ufficiale che anche il Vescovo contribuisse alle spese di ristrutturazione ed ampliamento

dell'edificio scolastico comunale, motivando la tassazione con l'utilità che il seminario ricavava dall'inviare

i suoi alunni a seguire le lezioni presso la scuola gestita dai Gesuiti. La preoccupazione del Vescovo era

aumentata dal parere favorevole che la Congregazione degli Studi aveva espresso su tale nuova

tassazione.

Per esporre le sue ragioni il Vescovo scrisse il 21 maggio 1833, al delegato apostolico di Frosinone, mons.

Provenzali, una lettera molto circostanziata nella descrizione dei fatti. Senza voler esprimere giudizi

negativi sull'operato della Congregazione, piuttosto ignara delle reali condizioni economiche del seminario,

mons. Lais riprovava la faciloneria, con cui si disegnava di imporre un'altra tassa al pio istituto di

Ferentino. Il seminario avrebbe potuto sostenere l'onere di quella contribuzione straordinaria solo

utilizzando estremi rimedi, cioè creando un mutuo; ma questa risoluzione oltre a creare altri debiti e

pesanti obbligazioni per le povere finanze del seminario diocesano, avrebbe anche gettato cattiva luce

sull'operato del Lais, che accendeva debiti per «una causa estrinseca» alla retta conduzione del pio

istituto. Il Vescovo riconosceva i vantaggi derivanti dall'avere scuole interne al seminario; ma la situazione

diocesana non glielo permetteva, per cui doveva gioco forza servirsi dei Padri Gesuiti e del loro collegio,

per poter istruire i seminaristi. Alle origini del seminario era stato possibile costruire scuole interne perché

pochi i seminaristi e solo quattro i docenti, per i quali l'onorario non superava complessivamente i 100

scudi. Con l'accrescimento del numero degli alunni, che raggiungevano persino le settanta unità, era

impossibile servirsi di maestri a pagamento: per questi si poteva ricorrere ai Gesuiti che insegnavano nelle

scuole pubbliche, mentre per la necessità del seminario bastava un ripetitore. Gli alunni del seminario

vescovile più volte al giorno dovevano uscire dall'istituto, ma, economizzando sulla spesa dei maestri si

poteva dare sostentamento e alloggio a più giovani non essendo sempre sufficiente la quota della retta

annuale, spesso decurtata per venire incontro alle esigenze economiche delle famiglie povere.

Ora la tassa comunale rischiava di compromettere il precario equilibrio economico del seminario. La

tassazione prevista e richiesta dal consiglio comunale si basava su un principio, che il Vescovo non esitò a

definire falso e addirittura equivoco: quello di considerare il seminario «estrinseco alla Comune in cui

trovasi. Il seminario non è che un corpo morale, il quale forma parte della stessa comune; esso non

consiste nel fabbricato materiale, ma nell'unione degli individui, che vi dimorano e vi si educano sotto la

disciplina di chi è destinato a presiedervi e vi ricevono il mantenimento. Sotto questo essenzialissimo suo

rapporto il medesimo seminario soggiace a pagamenti de' dazi e pesi camerali, provinciali e comunitativi».

Come ente il seminario era già soggetto ad una tassazione che, di riflesso, gli dava diritto a «godere de'

privilegi e favori ... tra quali favori meritano primaria considerazione l'assistenza de' professori sanitari e

l'uso de' mezzi di pubblica istruzione». Quindi era ingiusto, in linea di principio e di fatto, escludere il

seminario vescovile dall'usufruire di scuole pubbliche

Quanto alla esclusione dei forestieri dimoranti nell'istituto, anche tale risoluzione era ingiusta, perché

disconosceva la natura stessa del seminario, nato, secondo il Concilio di Trento, «a vantaggio non della

sola città, ove sia piantata la cattedrale, ma della intera diocesi»: escludere i diocesani sarebbe stato

come contravvenire all'ordine del Concilio. Il vescovo Lais riteneva che la scuola filetica, retta dai Gesuiti,

dovesse essere ampliata grazie alle contribuzioni dei Comuni della Provincia, che, inviando i loro studenti

in Ferentino per ricevere «i sinceri principi della moralità e di letteratura», traevano indubbio beneficio

dalla scuola gesuitica. Il Lais chiudeva la sua fervida perorazione, chiedendo al Delegato Apostolico di

Frosinone di intervenire «perché si rigetti la stessa risoluzione per quella parte che pregiudichi questo ...

seminario e pel resto si adotti un temperamento più confacevole al bene della pubblica istruzione ed al

sostegno del primario diritto, che v'ha questa Comune» (40).

Non fu senza effetto la presa di posizione del Lais; infatti il cardinale Gamberini per ben due volte ricordò

al delegato apostolico di Frosinone, mons. Antonelli, che era ingiusto richiedere al Vescovo ferentinate una

tassa speciale per l'ampliamento delle scuole pubbliche, quando egli già pagava la tassa per le scuole

(41); era preferibile, per le necessità del Comune, ricorrere alla tassa «chiamata delle scuole», da imporre

alla Provincia (42).

Il Collegio - Convitto gesuitico fu infine ampliato e ammodernato secondo i criteri didattici previsti dalla

disciplina scolastica dei Gesuiti, ma non cessarono le questioni.

Nel 1839 il gonfaloniere Domenico Stampa riferì al Delegato Apostolico di Frosinone che la Comunità

disegnava di far sopprimere la scuola di legge, aperta nel collegio gesuitico ferentinate, perché pochi

erano gli iscritti e l'insegnamento non concedeva gradi accademici.

L'unico ad opporsi a tale soppressione fu il vescovo Macioti, che si serviva di tale scuola per nove suoi

seminaristi. Egli aveva ordinato ai seminaristi di usufruire della disciplina giuridica, impartita dai Gesuiti,

perché era molto utile per il clero conoscere non solo le scienze filosofiche e teologiche, ma anche quelle

inerenti al diritto. Anche se la scuola di diritto, costituita in Ferentino, non era legalmente riconosciuta, gli

studenti interessati alla giurisprudenza avrebbero potuto continuare in Roma gli studi giuridici, facendosi

riconoscere e valutare gli anni di studio, svolti nel collegio ferentinate. (43)

Intanto i rapporti tra seminario diocesano di Ferentino e padri Gesuiti, docenti nelle scuole comunali, si

stringevano: dal 1837 al 1859 il seminario concedeva annualmente 10 scudi per i premi da assegnare agli

scolari (44). Durante la triste esperienza della Repubblica Romana i Gesuiti furono cacciati dal collegio da

loro diretto, ma trovarono accoglienza nel seminario vescovile, dove, deposto l'abito religioso, impartivano

lezioni ai seminaristi (45). Dopo questo fatto cominciò una più stretta collaborazione tra l'ordine gesuitico

e l'amministrazione del seminario vescovile, collaborazione che culminò nel 1871, quando i Gesuiti presero

definitivamente residenza nell'istituto.

§ 3. I Gesuiti alla guida del seminario

I Gesuiti erano stati gli animatori della vita ferentinate dal 1815 al 1870 non solo dal punto di vista

culturale, ma anche da quello spirituale. In una lettera del 13 gennaio 1860 il vescovo Tirabassi

ringraziava il P. Pasquale Cambi, gesuita, perché gli aveva donato una reliquia di S. Stanislao Kostka a cui

patrocinio aveva raccomandato il seminario di Ferentino (1). Il Vescovo si augurava che quel dono

prezioso promuovesse sempre più la venerazione verso il santo gesuita polacco, alla cui protezione anche

il vescovo Macioti aveva affidato la camerata dei «piccoli» (2).

Quando nel 1870 cadde definitivamente il potere temporale dei Papi ed anche Ferentino entro a far parte

del Regno d'Italia, cambiarono tutte le strutture politiche e scolastiche della cittadina e persino le

istituzioni ecclesiastiche subirono il contraccolpo del mutamento. Già dal 14 settembre le truppe

piemontesi avevano invaso la città e avevano messo a soqquadro il collegio retto dai Gesuiti, temendo che

vi nascondessero uomini armati; in realtà le truppe erano composte da vili ladroni, desiderosi solo di

accaparrarsi un ricco bottino di guerra. Alle violenze dei soldati si aggiunsero le angherie della nuova

giunta municipale.

Il Sindaco, reclamando i diritti della municipalità, rivendicò la gestione della scuola al comune (3). I

Gesuiti si opposero strenuamente al tentativo di sottrazione delle istituzioni ecclesiastiche; riuscirono, per

ben due volte, sia nel tribunale di Frosinone che in quello di Viterbo, ad avere partita vinta nelle cause

loro intentate dal Sindaco Achille Giorgi per contrastare il loro diritto di insegnare pubblicamente. Tali

sentenze furono vanificate dalla legge di soppressione degli Ordini Regolari e quindi il 28 novembre 1873

il sindaco fece sapere ai Gesuiti di abbandonare immediatamente il collegio, ordine che i religiosi

rispettarono in quella notte stessa.

I Gesuiti furono ospitati provvisoriamente in case private: tre padri presso la sorella di padre Frattali, Elisa

Lesen; altri due, per breve tempo, nelle case di privati. Intanto i religiosi prestavano la loro opera

spirituale a favore delle Suore Clarisse; ma il sindaco, per danneggiarli ulteriormente, minacciò la badessa

di gravi danni, se continuava a proteggere i Gesuiti. La situazione, già precaria, rischiava di peggiorare

ulteriormente, se non interveniva il canonico Stanislao Cocumelli, fratello del padre Vincenzo; il canonico li

fece accogliere nella chiesa di S. Salvatore, detta comunemente di S. Giuseppe. In questa chiesa, che

minacciava rovina, i Gesuiti si insediarono, la restaurarono, e dopo aver annesso al loro ordine l'antica

Congregazione di S. Giuseppe, eretta nella chiesa, iniziarono il loro ministero sacerdotale, che richiamò

gran concorso di popolo. Il numero dei Gesuiti, dimoranti in Ferentino, cominciò a diminuire, perché padre

Corti si ammalò e morì; unico superstite padre Lippi continuò la sua opera, istituendo il pio esercizio del

mese di maggio ed il sodalizio delle Figlie di Maria. Intanto già nel 1870-1871 tre padri gesuiti iniziarono

ad impartire lezioni nelle scuole inferiori, ormai rese private, del seminario diocesano; Poiché i seminaristi

non ebbero più l'autorizzazione a frequentare le scuole del collegio comunale, il vescovo Vitali chiese al

Padre Provinciale della Compagnia di Gesù l'autorizzazione all'insegnamento dei Gesuiti nel seminario

vescovile.

Nell'anno scolastico 1871-1872 il personale del seminario ferentinate fu cosi ripartito: P. Carlo M. Turri,

rettore e maestro di Belle Lettere; p. Tito Giacobini, Morale e Teologia dogmatica; p. Stefano Anticoli,

ministro e lettore di Filosofia (4); p. Giuseppe Severi, maestro di Grammatica della classe media e

superiore. Purtroppo, il numero degli alunni residenti in seminario e l'angustia dell'edificio imponevano che

le lezioni si tenessero nel dormitorio. Le camerate inoltre erano anguste e la biblioteca, conservata in uno

stretto ambiente, aveva bisogno di essere sistemata meglio.

Lo stipendio annuo dei quattro maestri ammontava a 500 scudi come fu pattuito; ma alla fine dell'anno

scolastico, il vescovo mons. Gesualdo Vitali, come atto di ringraziamento, dopo l'accademia che chiudeva

l'anno, con un biglietto di ringraziamento inviò al p. Turri, rettore, 100 scudi di premio. Tale premio, dono

personale del Vescovo, fu assegnato annualmente fino alla morte del Vitali.

Gli alunni continuavano a crescere sia nel numero (oltre 60 giovani) sia nel profitto, tanto che il personale

docente dovette essere ampliato. Nel seminario vescovile di Ferentino, il cui corso di studi era strutturato

dalla grammatica inferiore alla teologia, a partire dall'anno scolastico 1872-1873 furono aggiunte le

esercitazioni di Sacra Scrittura, di diritto canonico, di lingua francese. Inoltre il padre Giacobini ebbe

l'incarico di direttore spirituale dei seminaristi, i quali ricevevano insieme all'istruzione una formazione

morale, che li abituava alla frequenza ai sacramenti ed alle funzioni celebrate in S. Giuseppe, alla visita

degli infermi, alla partecipazione alle prediche svolte nelle chiese cittadine (5).

Prima che si aprisse il nuovo anno scolastico 1872-1873, all'interno del corpo docente si ebbero degli

avvicendamenti. Padre Severi, che soffriva di stomaco, il 17 settembre 1872 ottenne di recarsi a Napoli

per potersi curare; ritornato, dapprima si recò «a diporto» a Prossedi, poi andò a svolgere gli esercizi

spirituali a Giuliano, e ritornò a Prossedi. Padre Soriani fu destinato il 21 ottobre del medesimo anno a

Tivoli; il 24 ottobre arrivò in seminario p. Augusto Succi, maestro di matematica e fisica, ed il 3 novembre

p. Giuseppe Bianchini, nuovo ministro e maestro di grammatica superiore.

L'anno scolastico 1872-73 iniziò, in nome dell'Immacolata Vergine e sotto gli auspici del «patriarca» S.

Giuseppe e di S. Carlo, il 4 novembre 1872. Il personale del seminario era composto da p. Turri, rettore e

maestro di Belle Lettere, p. Bianchini, ministro e maestro di Grammatica superiore, p. Giacobini, direttore

spirituale e professore di Dogmatica e Morale, p. Succi professore di Fisica e Matematica, don Pietro

Bocanelli, sacerdote diocesano di Ferentino, maestro di Grammatica inferiore e don Camillo Iaconelli,

economo (6).

Per sostenere il peso economico dell'ampliamento didattico, non erano più sufficienti le magre entrate

dell'istituto. I sette padri Gesuiti erano già troppo sacrificati nell'angustia dei locali. Essi vivevano in tre

piccole stanze, una quarta, ancora più stretta ed esposta a nord fungeva da biblioteca. Il vitto era modico

e povera di medicamenti era l'infermeria. C'era bisogno di altri introiti, perché non bastava né lo stipendio

dato ai docenti né le elemosine delle messe. Il Rettore espose queste difficoltà economiche e dopo

qualche discussione sia con il Vescovo che con gli amministratori del luogo pio, si stabilì di aumentare la

retta mensile dei seminaristi di 5 scudi. Il lavoro dei Gesuiti si accrebbe ancor di più perché, oltre agli

interni, incominciarono a frequentare la scuola del Seminario anche 12 chierici esterni (7).

Nel 1878 fu un anno molto critico per il seminario vescovile di Ferentino; se dopo il 1870 le iscrizioni dei

giovani avevano fatto salire il numero ad ottanta, nel 1878 il pio istituto rischiò la chiusura. L'anno

scolastico si aprì con soli 13 allievi (8) e, per scongiurare il pericolo della chiusura, il Padre Rettore implorò

l'aiuto di S. Giuseppe, promettendo con voto di far celebrare una messa il giorno 19 di ogni mese (9).

Il motivo, per cui ci fu un decremento di iscritti, dipese da un duplice ordine di fattori: la leva obbligatoria

per tutti e il nuovo ordinamento degli studi, che prevedeva esami di idoneità, per chi frequentava scuole

private. Non fu tanto la leva obbligatoria, imposta a tutti i cittadini di sesso maschile dallo Stato Italiano a

far calare le presenze in seminario, quanto il cattivo esito degli esami, cui erano sottoposti i chierici. La

pessima prova fu conseguenza di un programma di studi diverso da quello richiesto dalle scuole statali.

Inoltre si erano verificati anche fenomeni incresciosi di indisciplina che costrinsero il Rettore ed il Vescovo

ad espellere i facinorosi (10).

Il 24 dicembre 1878, essendo andati i seminaristi a dare gli auguri di Natale al Vescovo, questi li

rimproverò per il cattivo esempio che davano durante le funzioni religiose della mattina: non solo non si

erano presentati alla messa i sei seminaristi convocati, ma se ne erano andati anche a spasso. Gli altri

seminaristi, durante le cerimonie liturgiche, erano scomposti nell'atteggiamento, ridevano e parlavano. Il

rimprovero non fu preso molto in considerazione; infatti nemmeno due mesi dopo, il 20 febbraio, giorno di

giovedì grasso, otto seminaristi, capeggiati dal prefetto e dal sottoprefetto, invece di andare a dormire

dopo la cena, nonostante che il Rettore avesse chiuso la porta, si introdussero in biblioteca e li

organizzarono una cena supplementare. Il Rettore, accortosi che in biblioteca era accesa la luce, andò a

ispezionare la camerata, vide chi stava a letto e chi mancava; poi, recatosi in biblioteca, apri pian piano la

porta e colse i trasgressori, mentre mangiavano. Li riprese e li invitò ad andare a letto; ma quelli non

obbedirono e continuarono a fare rumore per i corridoi. Anche padre Succi li rimproverò mandando un

inserviente, ad invitarli alla moderazione. Nemmeno questi riuscì a moderarli, allora il Rettore si impose di

autorità minacciando per il giorno dopo severe punizioni. Infatti il giorno seguente, a pranzo, gli otto

malandrini rimasero a pane e acqua; ma questi, quando videro servire agli altri il pranzo, si alzarono dal

loro posto e uscirono dal refettorio. Diede il cattivo esempio prima il prefetto Corsi, e dopo di lui il

sottoprefetto Silvino De Alexandris e gli alunni Severino Gasbarra, Casali e Alfredo Iacobelli (11). Gli altri

tre in punizione, Agostino Gabrielli, Cesare Magliozzi e Stanislao De Luca, non si mossero dal posto e dopo

il pranzo chiesero scusa al Rettore. Tra i seminaristi «ribelli» continuava a correre il malcontento, come

accadde il venerdì santo, 11 aprile 1879, quando a pranzo, essendo stato servito il pane avanzato a

colazione, alcuni si lagnarono ad alta voce.

Lo scandalo, però, successe il 21 maggio del medesimo anno, quando Alfredo Iacobelli fu espulso dal

seminario «per la sua insubordinazione, per gli amoreggiamenti con due civettine e per un libro pessimo

trovatogli». Lo Iacobelli non era tagliato per la vita ecclesiastica, per questo subiva con impazienza la

disciplina del seminario. Il giovane si rifiutò di andarsene dall'istituto forse intimorito per la reazione

paterna; allora fu mandato in castigo nella camerata dei «mezzani» in attesa dell'arrivo del genitore.

Questi arrivò la sera ed ebbe un furibondo colloquio con il Rettore, poi, violando la clausura della

camerata dei «grandi», cercò di introdurvi il figlio, imponendogli di rimanervi «finché non fosse strappato

dai Carabinieri».

Il 23 maggio il giovane obbedì ai consigli del canonico Patrizi, che lo pregava di star separato e di andare

a dormire nella camera dei «mezzani». Il padre, Cataldo, prima di partire per Supino aveva supplicato il

Vescovo affinché intercedesse a favore della riammissione del figlio in seminario. Mons. Vitali avrebbe

acconsentito, ma i Gesuiti, che risiedevano nel pio istituto, minacciarono di andarsene tutti se lo Iacobelli

tornava; allora, negando la grazia alla supplica, il Vescovo concesse ai giovane di restare fino alla

conclusione dell'anno scolastico in seminario, poi sarebbe stato licenziato definitivamente. Il 23 giugno,

invece, il padre ritirò anticipatamente il figlio e si fece dare indietro la retta dei due mesi, che restavano

alla conclusione dell'anno scolastico. Il cronista laconicamente annotò: «Sia ringraziato Dio e S. Luigi

Gonzaga che se n'è ito colle buone, senza chiasso» (12).

Liberato il seminario da studenti troppo vivaci, il 18 ottobre 1879, arrivò il nuovo padre ministro e

maestro di Grammatica; p. Giuseppe Bonavenia. Questi fece adottare un nuovo ordine di studi, ispirato al

programma dei Ginnasi del Regno d'Italia (13): il Ginnasio veniva distinto in quattro classi ed avrebbe

avuto due maestri, uno per le prime due classi, uno per le ultime due (14).

Le innovazioni favorirono la rinascita della scuola del seminario, in cui si iscrissero giovani non solo della

diocesi di Ferentino ma anche da Roma, Napoli, Abruzzo, Calabria, Puglia e Sardegna. Il 31 dicembre

1879, dopo un breve periodo di dolorosa malattia morì il vescovo Vitali e il 29 maggio 1880 gli successe

Pietro Facciotti di Palestrina. (15)

Durante l'anno scolastico 1879-1880 il seminario vescovile fu dedicato a S. Giuseppe, sposo della

Madonna, perché grazie al suo intervento era stato scongiurato il pericolo della chiusura dell'istituto. Il

seminario sperimentò nuovamente il patrocinio del protettore anche nell'anno scolastico 1882 - 1883:

infatti in tale periodo l'istituto dovette affrontare e superare tre gravi pericoli.

I seminaristi non potevano più uscire a spasso perché offesi con parole volgari dagli studenti del collegio

comunale e persino presi a sassate. Contemporaneamente cominciarono a circolare calunniose illazioni

contro i Padri Gesuiti, che insegnavano nel seminario. Tali calunnie furono pubblicate in un libercolo ed

anche in giornali come Il bersagliere, La Capitale, La Libertà, Il Popolo Romano. Il rettore venuto a

conoscenza di questa campagna diffamatoria mandò i giornali al Padre Provinciale e dovette subire nel

gennaio 1880 l'ispezione di due visitatori, inviati dal Ministro della Pubblica Istruzione I funzionari

controllarono ogni stanza del seminario ferentinate ed esaminarono gli allievi, che elogiarono per cultura e

preparazione. Così l'accusa cadde nell'oblio.

Superato questo scoglio, ad aprile del medesimo anno scoppiò un'epidemia di colera nel paese; in

seminario si verificarono alcuni casi, ma la preghiera devota al patrono S. Giuseppe scampò

miracolosamente il pio istituto dal contagio (16).

Mons. Facciotti nel 1881 dovette organizzare didatticamente il corso di filosofia razionale e

«sperimentale». Il problema consisteva nel raggruppare il corso di filosofia razionale nel primo anno e

quello di matematica e fisica in quello successivo oppure suddividere entrambi i corsi in due anni ciascuno.

Il Vescovo richiese che si esponessero i pareri favorevoli e contrari alle due proposte.

Al primo quesito «se si abbia a far tutto il corso di filosofia razionale in un anno e quello di matematica e

fisica in un altro», cinque erano le risposte favorevoli e quattro le contrarie.

A favore della scansione annuale vi era il vantaggio di avere sempre aperto «il passaggio dalle classi

ginnasiali», di applicarsi ad una sola materia, di avere maggiore continuità e di richiedere solo un

professore ed un anno di tempo. Tra gli svantaggi si annoveravano quello di non riuscire ad approfondire

la materia, di non avere esercitazioni di latino per un anno, di creare ostacoli per gli studenti senza

attitudine per le matematiche (inconvenienti ai quali si poteva ovviare con qualche esercizio letterario

almeno per i giorni di vacanza), di dover svolgere un corso troppo elementare e «compendiato».

Il secondo quesito richiedeva di rispondere se era possibile «dividere l'uno e l'altro corso in due anni». A

favore di tale proposta giocava la possibilità di una maggior applicazione allo studio, di una ripartizione più

didattica nelle discipline, essendo il primo anno propedeutico al secondo; non sarebbe mancata la

possibilità di svolgere esercizi letterari e ridurre lo spazio da attribuire alle matematiche. Di contro vi

erano altri svantaggi: ad esempio quello di avere «il passaggio alla filosofia... un anno sì e l'altro no», di

essere applicati allo studio di più materie con evidente dispersione di tempo e di fatica, di richiedere

l'insegnamento di più docenti. «Due professori toglierebbero ogni inconveniente e meglio tre»; inoltre si

sarebbe dovuto concedere un periodo di almeno due ore e mezza di scuola al mattino e altrettante la

sera. Questo tempo sarebbe stato insufficiente per spiegare ripetere le materie e far esercitare gli scolari.

I seminaristi avrebbero potuto studiare con diligenza le materie letterarie, ma «con discapito di tempo e di

applicazione alle materie filosofiche».

Il Vescovo di suo pugno stilò il regolamento: lo studio della filosofia razionale e «sperimentale» sarebbe

stato ripartito in due anni e il P. Augusto Succi per gli studenti del secondo anno si sarebbe impegnato ad

insegnare la fisica, che altrimenti sarebbe stata ignorata (17).

Sempre mons. Facciotti dettò il regolamento da seguire per lo svolgimento degli esami annuali. Al termine

del corso annuale di studi «tutti gli alunni di qualsivoglia scuola e classe» avrebbero sostenuto due prove:

una scritta e l'altra orale. I saggi scritti sarebbero stati svolti nel mese di luglio e ripartiti in modo tale che

tra essi vi sarebbe stato un congruo spazio di tempo; gli orali avrebbero avuto luogo nel mese di agosto. I

temi per gli «esperimenti» sarebbero stati assegnati «nell'atto e nel luogo stesso dell'esame»; invece le

materie oggetto d'esame orale, scelte dai professori entro il mese di giugno, non avrebbero dovuto

esulare dalle discipline studiate durante l'anno scolastico. Il merito degli alunni sarebbe stato determinato

non solo dai risultati conseguiti durante tutto l'anno scolastico, ma anche dal valore mostrato durante

l'esame (18). Subito dopo il superamento della prova orale, nell'ultima decade di agosto ci sarebbe stata

la distribuzione dei premi; coloro che non erano riusciti a superare qualche materia e, quindi, non erano

iscritti nel libretto dei premi, avrebbero subìto l'esame di riparazione prima della riapertura delle scuole e

nella data stabilita dal Rettore. I superiori, però, avrebbero potuto dispensare dalla riparazione di qualche

materia secondaria (storia e geografia) solo gli alunni di quinta ginnasiale, che aspiravano al passaggio in

Filosofia (19).

Il motivo di questa piccola riforma del regolamento del seminario era nato da una riunione del collegio dei

professori con il Vescovo. Tale consiglio propose alla discussione alcuni problemi, che non si potevano più

ignorare. Nel corso del precedente anno scolastico 1884-1885 i docenti si erano resi conto di alcune

manchevolezze del regolamento disciplinare e didattico. Una prassi sempre seguita era quella degli esami

trimestrali; cioè l'insegnamento di ogni materia veniva strutturato in modo tale che la verifica

dell'apprendimento avveniva allo scadere del trimestre. L'esperienza aveva dimostrato che tali esami

invece di favorire lo sviluppo del programma, si risolvevano in una perdita di tempo. Inoltre gli studenti

non imparavano a memoria i classici latini e italiani, mentre apprendevano mnemonicamente la storia e la

geografia, senza riflettere o capire le cause degli avvenimenti. Era trascurato l'insegnamento della lingua

italiana e la preparazione culturale conseguita in seconda e terza ginnasiale era insufficiente per il

passaggio alla classe quarta; anche gli studenti del corso superiore filosofico mostravano gravi carenze,

non superate durante la frequenza della quarta e quinta ginnasiale.

Era urgente prendere dei provvedimenti che almeno limitassero i vizi di uno studio non sempre

approfondito e di un metodo di insegnamento, che spesso indirizzava all'acquisizione di tecniche

mnemoniche e non sviluppava la riflessione. Allora all'unanimità l'assemblea prese la deliberazione di

abolire gli esami trimestrali, mentre rimanevano i gradi intermedi o «dignità»; poi per la ripartizione dei

compiti didattici si stabiliva che don Raffaele Angelisanti avrebbe insegnato nella prima ginnasiale, il padre

ministro nella seconda ginnasiale e il padre Bianchini nella terza ginnasiale. Questi ultimi due avrebbero

insegnato solo italiano, latino e greco; mentre padre Lippi avrebbe insegnato tutte le altre materie

comprese nel curriculum della seconda e terza ginnasiale (20).

I Padri Gesuiti non solo in seminario prestavano la loro opera, ma si prodigavano anche svolgendo

missioni nei centri della diocesi, compiendo veri «miracoli», come quello di riuscire a far confessare

persone, che non si accostavano al sacramento della penitenza da 15-20 anni. Nell'anno scolastico 1883

1884 si verificarono altri cambiamenti nel corpo insegnante: p. Costantino Lippi, zelante parroco di S.

Salvatore, fu chiamato ad insegnare in seminario (21); p. Luigi Bianchi, dopo avere insegnato per due

anni in quarta e quinta ginnasiale, fu revocato; p. Francesco Rossi fu destinato al Seminario Stratense,

dopo aver svolto insegnamento nella scuola elementare. Fu rimosso anche p. Pio De Mandato per tre anni

lettore di teologia e prefetto spirituale degli alunni (22).

Il 19 aprile 1885, il vescovo Facciotti consacrò alla Madonna 12 giovani, istituendo nel seminario il

sodalizio dell'Immacolata Concezione (23). Fino al 1886 il compito di padre spirituale dei seminaristi era

stato svolto con diligenza dal p. Roberto Gherardi; dopo tale data lo sostituì p. Ettore Venturini, maestro

di teologia (24). Anche p. Carlo M. Turri definitivamente abbandonò la carica di rettore nel 1887 (25).

Prima che p. Turri rinunciasse alla carica dopo 16 anni di servizio sorsero, delle incomprensioni tra lui e il

vescovo Facciotti. Il Vescovo nelle sue visite al seminario si era accorto dell'angustia dell'edificio, che non

poteva più contenere oltre gli ottanta seminaristi in esso dimoranti. Era necessario ampliare la fabbrica,

ma le finanze del pio istituto non consentivano molte spese. Dapprima si pensò di accomodare l'edificio

alla meglio, distribuendo gli alunni nelle camerate, ma subito tale progetto causò i primi dissapori. In una

lettera del 2 ottobre 1886 il rettore padre Turri rimproverava il Vescovo di aver cambiato progetto del

restauro dell'edificio inaspettatamente. Prima era sembrato che mons. Facciotti avesse accettato la

proposta del rettore di far ristrutturare le stanze adibite a biblioteca; successivamente era giunta al p.

Turri la notizia dell'inizio di altri lavori. Aveva sentito dire che il Vescovo disegnava di mettere nella

camera dei «piccoli» i sette «grandi» della seconda camerata, nella parte di stanza separata dal resto

dell'ambiente da un arco. Tale progetto al Rettore apparve subito poco funzionale, sia perché le due

camerate sarebbero state intercomunicanti con grave pregiudizio della disciplina, sia perché il numero dei

«grandi» si sarebbe accresciuto di lì a poco con i ragazzi quindicenni provenienti da Chieti. Al Rettore

pareva opportuno che i «grandi» stessero al piano superiore, vicino alla sua camera per essere

continuamente vigilati (26).

La risposta del Vescovo fu immediata; lo stesso giorno, al ricevimento della lettera del Rettore, mons.

Facciotti stese di getto una replica, che poi limò per renderla meno aspra. Il progetto iniziale di sistemare

la biblioteca in vari ambienti era stato mutato perché era apparso subito inconcepibile; ma era «del tutto

nuova l'idea di collocare i sette alunni grandi nell'appendice che si andrà a fare nella camerata seconda

(dei «piccoli»)». Il Vescovo non aveva mai pensato a tale opportunità né altri l'avevano manifestata;

anche se qualcuno avesse proposto tale mescolanza, l'Ordinario non l'avrebbe mai approvata. Faceva

parte integrante «dell'unico progetto realizzabile... l'idea di collocare nell'attuale camera dei piccoli, dopo

che sarà ingrandita del vano adiacente, la camerata dei mezzanini, come quella che riesce sempre la più

numerosa (canc.: e d'ordinario la più irrequieta) e di trasportare i piccoli all'attuale camera dei mezzani e

questi collocarli nella camera inferiore, ora dei mezzanini» (27). Sperando di aver chiarito ogni dubbio e

desiderando di evitare ogni «incidente» che potesse ritardare i lavori di ristrutturazione dell'edificio, mons.

Facciotti scrisse anche a p. Tommaso Ghetti, provinciale della Provincia romana della Societas Iesu. La

sua lettera doveva essere una chiarificazione degli screzi sorti fra lui ed il padre rettore che aveva

minacciato, mediante pronunciamento del Padre Provinciale, il ritiro di due professori. il padre Succi e il

padre Bianchini. Padre Turri, infatti, aveva lamentato che ai due padri non era stata ancora assegnata una

comoda abitazione, almeno due camere; se tali ambienti non fossero stati approntati in breve tempo, egli

si sarebbe trovato costretto a ritirare i due professori dal seminario vescovile di Ferentino. Il Vescovo, per

scongiurare tale pericolo, subito si recò in seminario, per provvedere alle necessità dei due padri Succi e

Bianchini. Non riuscendo a trovare accordo con il Rettore, al Facciotti non restò altro che iniziare le

trattative di acquisto di una casa vicina al seminario, di proprietà della famiglia Roffi Isabelli, abitata dal

Colocci. Con tale acquisto, che imponeva sacrifici gravosi come quello di «comprare quella casa... a prezzo

di affezione», il Vescovo avrebbe risolto due problemi: reperire l'alloggio ai professori e procurarsi locali

per le aule scolastiche, dato che il seminario non disponeva di spazio per la scuola interna.

Sfortunatamente le trattative di acquisto non andarono in porto, perché il signor Roffi Isabelli era impedito

da una clausola testamentaria di vendere quella casa; infatti «la conservazione della casa e l'assunzione

del cognome Isabelli erano due condizioni apposte all'eredità». Al Vescovo, quindi, rimase solo

l'opportunità di adattare due camere, ricavandole da un ambiente già esistente all'interno del seminario;

questo, data la situazione, era l'unico progetto realizzabile a breve termine (28). Chiarita la situazione e

ricevute anche le scuse del Padre Provinciale (29), il vescovo Facciotti continuò nella realizzazione dei

lavori di restauro, ma subito si evidenziò la necessità di ampliare l'edificio con la costruzione di una nuova

ala. Le finanze del pio istituto erano ridotte ai minimi termini: i sessantasei seminaristi pagavano una

retta annua che a stento copriva le spese per il vitto (sei di essi erano accolti gratuitamente nel pio

istituto). Per il vitto ai sette gesuiti che risiedevano in seminario (superiori e professori), si spendevano £.

2500. Lo stato attivo del bilancio economico del 1888 ammontava a £. 4829, quello passivo a £. 11432

con un disavanzo di £. 6603 (30).

I lavori di ristrutturazione dell'edificio erano urgenti e non si potevano più procrastinare, anche a costo di

richiedere un mutuo, espediente troppo oneroso per le finanze della diocesi. La Provvidenza intervenne

perché il pontefice Leone XIII, assai legato alla diocesi ferentinate, perché vi aveva ricevuto gli ordini

minori nel 1843, nel 1888 inviò al seminario vescovile di Ferentino un dono di 23.000 lire con il card.

Gaetano Aloisi Masella; successivamente il Papa donò altre somme per un totale complessivo di £.

26.000. La Compagnia di Gesù donò £. 1.000 ed il resto si ottenne grazie alle oblazioni dello stesso

Vescovo e di pie persone (31).

Si conserva nell'Archivio Vescovile di Ferentino sia il «Resoconto sommario dell'amministrazione della

Fabbrica del Seminario», sia il «Giornale dei pagamenti». Questi due interessanti documenti sono rilegati

insieme nel volumetto, che contiene le Regole per il buon andamento del Seminario di Ferentino stilate dal

vescovo Gritti nel 1727 (32). Il «Giornale dei pagamenti» è compilato dallo stesso vescovo Facciotti e

riporta tutte le spese affrontate per la fabbrica del nuovo edificio, i cui lavori durarono dal 1889 al 1890,

con la direzione dei lavori affidata all'architetto Giuseppe Morosini e all'architetto Augusto Carletti.

Se la fabbrica fu ultimata nel giro di un anno i pagamenti per il lavoro durarono fino al dicembre 1895 per

una somma totale di £. 50.535 e 7 centesimi.

Le entrate, invece, ammontarono a £. 41.194 e 45 centesimi (33); ci fu un disavanzo di £. 5.340 e 62

centesimi, che tuttavia il vescovo Facciotti il 22 settembre 1897 riuscì a colmare, devolvendo

all'amministrazione del seminario i fondi stanziati per la fabbrica della nuova cattedrale, iniziata dal

predecessore mons. Tirabassi, mai portata a termine (34).

Terminati i lavori, il nuovo edificio constava di due piani, era largo circa 34 piedi e lungo 100; il vescovo

fece apporre una lapide commemorativa, composta da p. Antonio Angelini, sull'ingresso della nuova ala

dell'edificio (35).

Durante l'anno 1889 si erano verificati altri avvicendamenti nelle cariche: alla morte dell'economo, il can.

Camillo Iaconelli, fu nominato Cesare Corsi. Anche p. Bianchini fu collocato a riposo ed il suo incarico di

docente di terza ginnasiale fu dato a p. Giovanni Perciballi (36). Alla carica di Rettore, dopo le dimissioni

di p. Turri, era stato eletto p Felice Massaruti, che si era prodigato moltissimo durante i lavori per

l'edificazione della nuova ala del Seminario.

Nel 1890, mentre il p. Massaruti stava predicando le missioni in Guarcino, si ammalò di polmonite e morì

il 5 aprile; a lui successe fino al 13 giugno temporaneamente p. Gerardo Bracaglia, ministro del

Seminario, e poi il p. Luigi Banti, che mantenne la carica di rettore fino alla sua morte, avvenuta nel 1909.

Nel 1890 giunse nel Seminario p. Cesare Agolanti, nuovo maestro di terza ginnasiale e gli alunni di questa

classe sostennero con successo gli esami di passaggio alla classe quarta in Veroli (37).

L'anno successivo, 1891, di nu