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INTRODUZIONE
Conoscere la storia di un ‘istituzione significa apprezzarne maggiormente la funzionalità nel contesto
sociale, in cui opera. Se, poi, questo istituto è il seminario vescovile, luogo ideale per la cura ed il
perfezionamento della vocazione religiosa si capisce quanto sia necessario lo studio delle sue vicende
storiche. Lo studio del passato non è sterile, ma è la chiave di lettura della realtà attuale.
Si deve a mons. Giovanni Di Stefano, rettore del seminario vescovile di Ferentino, la decisione di celebrare
il terzo centenario del pio istituto con la pubblicazione di un volume sulla sua storia dal 1687, anno della
fondazione, ad oggi.
Anche se la ricerca delle fonti è stata laboriosa, tuttavia ha dato notevoli soddisfazioni. A mano a mano
che i documenti venivano alla luce nella paziente indagine negli archivi, si è delineata la storia del
seminario di Ferentino, un istituto nato dal disegno degli Ordinari e dalla collaborazione con le forze più
vitali degli organismi religiosi diocesani.
Questo volume sviluppa la narrazione dei fatti secondo l'ordine cronologico degli avvenimenti. Dopo aver
analizzato la situazione storico culturale della diocesi di Ferentino nella seconda metà del XVI secolo e
dopo aver accennato alle fasi della fondazione del seminario vescovile, il racconto continua con la
riflessione sui regolamenti organizzativi dei vescovi Simone Gritti (1727) e Fabrizio Borgia (1753).
Nel secolo XVIII il seminario ferentinate conobbe un notevole sviluppo sia nell'ordinamento degli studi sia
nella riorganizzazione edilizia dell'edificio, che ospitava i giovani seminaristi. La fama dell'istituto si diffuse
ovunque tanto che nel XIX secolo molti giovani, provenienti dalle Puglie, dall'Abruzzo, dalla Sardegna,
dalla Campania, chiesero di esservi ammessi.
Ciò avveniva perché già dagli inizi del secolo i Gesuiti erano divenuti maestri titolari del seminario e, dopo
il 1870 entrarono ufficialmente a gestire anche la struttura organizzativa dell‘istituto. L'attività della
Compagnia di Gesù durò fino al 1923, quando per mancanza di elementi validi, la Compagnia dovette
lasciare il Seminario alla direzione del clero diocesano.
Dopo il primo disorientamento, causai o dall'acquisizione di una responsabilità molto gravosa, come è
quella della formazione degli aspiranti al sacerdozio, i nuovi amministratori seppero dare slancio al
seminario ferentinate, che ancora oggi mantiene inalterata la sua finalità essenziale: essere il vivarium
delle vocazioni sacerdotali.
Nel mio lavoro di ricerca sono stata sorretta dalla fiducia del rettore del seminario, mons. Giovanni di
Stefano, cui va il mio ringraziamento che estendo al padre ferentinate Silio Giorgi S.J., che mi ha aiutato a
ricercare nell'Archivio della provincia Romana della Compagnia di Gesù.
L'autrice Prof.ssa Bianca Maria Valeri
COMUNE DI FERENTINO
Il Consiglio Comunale ha voluto dare rilevanza alle celebrazioni del III Centenario del Seminario Vescovile
per testimoniare lo stretto legame dell'Istituzione con la storia civica della nostra città.
Il notevole contributo alla crescita culturale, civile e religiosa, la presenza attiva e decisiva nei momenti
tragici dell'ultima guerra quando il Seminario divenne luogo di sicuro incontro dei giovani; sono i segni più
giustificativi della sua incidenza nella storia cittadina.
La lettura di questo libro riporterà alla nostra memoria l'impegno della Chiesa locale e l'interesse della
municipalità per il Seminario che certamente continuerà, nel futuro, a perseguire i nobili fini per cui è
stato istituito.
Il sindaco - Francesco Gargani
PRESENTAZIONE DEL VESCOVO
Il Seminario Vescovile di Ferentino in quest'anno 1987 festeggia il terzo centenario di fondazione. La
commemorazione ha avuto inizio con la Messa celebrata dal Pontefice Giovanni Paolo II il 31 maggio 1986
nella Sua cappella privata. Dopo tale incontro di preghiera così ricco di favori celesti, i Superiori del
Seminario di Ferentino hanno organizzato numerose manifestazioni civili e religiose per festeggiare
l'importante avvenimento storico. Una iniziativa encomiabile è stata quella di scrivere la storia del
Seminario Vescovile ferentinate.
Tale scelta culturale è tanto più valida quanto più si pensa alla necessità di confermare nella memoria dei
posteri le vicende del passato, seme ed alimento per la fioritura di grazie spirituali per la Chiesa locale.
La Chiesa promuove le vocazioni al sacerdozio e le cura con amorosa sollecitudine nel Seminari, aiutando i
giovani, che li frequentano ad attuare lì pro getto di salvezza loro riservato dal Signore. Auguro al
Seminario Vescovile di continuare la Sua missione nella fedeltà a ciò che la Chiesa chiede in questo
tempo. Invoco, mediatrice Maria Santissima, la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sul
Seminario ferentinate, affinché continui a dare santi sacerdoti alla Chiesa di Dio per il servizio ai fratelli.
Dalla Sede Vescovile, 4 novembre 1987
Il Vescovo - Angelo Cella
PREFAZIONE
Conoscere la storia di un ‘istituzione significa apprezzarne maggiormente la funzionalità nel contesto
sociale, in cui opera. Se, poi, questo istituto è il seminario vescovile, luogo ideale per la cura ed il
perfezionamento della vocazione religiosa si capisce quanto sia necessario lo studio delle sue vicende
storiche. Lo studio del passato non è sterile, ma è la chiave di lettura della realtà attuale.
La Chiesa di Ferentino, appena fusa con quella di Veroli - Frosinone, celebra quest'anno il III Centenario
della fondazione del Seminario, che da trecento anni è scuola di formazione dei nostri sacerdoti e di figure
magnifiche di laici, ottimi cittadini, mariti e padri, che hanno portato la testimonianza della loro
formazione e fede nei vari ambienti, dove sono vissuti o che hanno frequentato per le varie attività, che la
stessa vita richiede.
Dopo i disagi dei primi tempi, esso ha trovato la sua sede definitiva nel luogo attuale in un edificio, che
lungo i secoli ha avuto accrescimenti e trasformazioni.
La commemorazione centenaria, però, si riferisce più che all'edificio, alla comunità del Seminario. Per oltre
due secoli la Diocesi di Ferentino ha attinto da questa scuola i suoi preti, cioè i pastori delle sue parrocchie
e i maestri del suo popolo; dall'inizio di questo secolo prepara gli adolescenti ad entrare nel Pontificio
Collegio Leoniano di Anagni.
Quanti giovani si sono formati al ministero sacerdotale nell'ascesi e nella gioia, nella preghiera e nello
studio, nell'impegno individuale e con l'aiuto comunitario!
Quanti educatori hanno profuso qui le loro doti e il loro impegno! Quante vicende alterne di gioia e di
dolore, di tranquillità e di tensioni, di crescita e di decadimento!
Dimenticare non è umano, non è saggio, e allora per un dovere di memoria e di riconoscenza verso chi ci
ha lasciato questa eredità e per quello che questa eredità ha rappresentato e rappresenta per noi, ho
pregato vivamente la Dott. Biancamaria Valeri, stimata ed esperta in materia, di fare le ricerche per
stendere una storia del Seminario.
La ringrazio per il lavoro fatto e mi auguro che esso non si limiti a soddisfare una pur giusta curiosità
storica, ma susciti in tutti amore ed impegno, perché una istituzione così importante nella vita della
Chiesa locale viva e cresca rigogliosa.
Il Signore ci sta dando la gioia di assistere ad una rinascita vocazionale.
Non è ancora sufficiente, occorre continuare a pregare e ad interessarsi al tema delle vocazioni
sacerdotali: nella nostra Diocesi questo è possibile, ed è doveroso.
Come Direttore del Centro Diocesano Vocazioni mi appello ai religiosi ed ai laici, specialmente ai genitori:
mi appello ai sacerdoti, anziani e giovani.
Mettiamo da parte discussioni e critiche.
Noi sacerdoti mostriamo a tutti la gioia per il dono ricevuto, diciamo a tutti l'amore per il Seminario: i
ragazzi e i giovani ci seguiranno.
Il III Centenario ci impegna in questa linea: dare un futuro al suo passato per la nostra Chiesa particolare.
Il Signore ci aiuti mediante l'intercessione della Madonna della Perseveranza, venerata nel Pontificio
Seminario Romano Minore e in questi giorni pellegrina al nostro Seminario e alle nostre parrocchie.
Ferentino, 6 novembre 1987
Il Rettore - Mons. Giovanni Di Stefano
CAPITOLO I
LA FONDAZIONE DEL SEMINARIO DIOCESANO DI FERENTINO
§ 1. Lo stato della diocesi dopo il Concilio di Trento
Nel 1585 il vescovo Silvio Galassi prese possesso della diocesi ferentinate, a lui affidata; subito decise di
svolgere una visita pastorale per poter conoscere più approfonditamente le necessità e la situazione
spirituale del suo gregge (1).
La realtà della diocesi non era confortante perché lo spirito religioso languiva; anche se tra i fedeli non si
manifestavano clamorosi casi di peccatori, tuttavia la pratica dei sacramenti era molto tiepida
specialmente nei centri minori della diocesi (2). Il disagio morale delle popolazioni, lasciate in balia della
più ingenua superstizione, praticata da molti diocesani (3), non era compreso dal clero, il più delle volte
preoccupato di accumulare benefici ecclesiastici o di difendere prerogative o privilegi feudali.
Il ceto ecclesiastico, quindi, non brillava per zelo pastorale e nemmeno eccelleva nell'istruzione. Pochi
ecclesiastici all'esame del Galassi risultarono meritori di elogio per la loro preparazione culturale; i più
ignoravano «litteras latinas» (4), la liturgia (5), il canto (6), inoltre non possedevano nemmeno i testi
sacri (la Bibbia) (7), il catechismo romano (8), i decreti di riforma del Concilio tridentino (9), i manuali più
noti in uso per i confessori, come la Summa Navarri (10) o la Summa Silvestrina (11).
Lo stato morale dei pastori era talvolta deplorevole: frequente il concubinaggio (12) ed i comportamenti
poco dignitosi, fomite di cattivo esempio per i fedeli (13). Il vescovo Galassi non si limitò solamente a
notare questi comportamenti ed a farli verbalizzare nella Visita, ma prese dei provvedimenti per eliminare
la condotta scandalosa del clero (14), cercando di ravvivare la sua vita spirituale, obbligando gli
ecclesiastici allo studio delle sacre lettere e delle opere teologiche, imponendo la conoscenza approfondita
dei decreti di riforma del Concilio di Trento (15).
Servendosi della sua notevole preparazione giuridica e dell'esempio formidabile del card. Carlo Borromeo,
il Galassi si prodigò nel riorganizzare le fondamenta cristiane della diocesi ferentinate. Tuttavia,
nonostante i suoi sforzi, il suo lavoro non fu completo, mancò alla sua attività di riformatore la risoluzione
di uno dei problemi più urgentemente richiesto dal Concilio tridentino: l'erezione del seminario.
Sembra strano che uno zelante pastore come il Galassi, che si era formato alla scuola del Borromeo e che,
durante il suo episcopato, cercò di incarnare le esigenze di riforma suscitate dal Concilio, abbia potuto
trascurare la necessità impellente di erigere il seminario diocesano. Con tale istituto il Vescovo ferentinate
avrebbe potuto facilmente sanare la piaga del clero indegno, avrebbe costituito una scuola dove formare
non solo la cultura del clero, ma anche la sua pietà e la sua spiritualità; avrebbe, quindi, giovato ancor di
più alla popolazione a lui soggetta, cosi avvilita nell'ignoranza e nella povertà.
Nel suo episcopato, cosi fecondo di attività riformatrice, non si ha il minimo accenno alla questione
riguardante il seminario.
È nemico della completezza storica il «naufragio» di gran parte dei documenti conservati negli archivi di
Ferentino; tuttavia una riflessione più attenta sulla storia, a noi nota, della cittadina ciociara può dare una
giustificazione del ritardo con cui il seminario venne eretto in diocesi.
Il Concilio di Trento nella sessione XXIII, tenutasi il 15 luglio 1563, aveva stabilito che ogni cattedrale
dovesse mantenere, educare e formare nelle discipline scolastiche un certo numero di ragazzi della stessa
città e diocesi (certum puerorum ipsius civitatis et dioecesis numerum) in un collegio apposito, eretto dal
vescovo preferibilmente in prossimità della cattedrale. Tale collegio non avrebbe solo dovuto preparare gli
ecclesiastici per il servizio della cattedrale, ma avrebbe dovuto essere Dei ministrorum perpetuum
seminarium, un perpetuo vivaio di ministri di Dio (sess. XXIII cap. 18).
Il Concilio stabiliva che nel seminario venissero accolti ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo
matrimonio, che sapessero sufficientemente leggere e scrivere. I giovinetti, orientati al sacerdozio
sarebbero stati scelti soprattutto tra i figli dei poveri, senza però escludere quelli dei ricchi. Essi durante il
corso di studi avrebbero appreso la grammatica, il canto, la Sacra Scrittura, le opere di scienza
ecclesiastica, le omelie dei santi e ciò che sarebbe stato necessario per amministrare i sacramenti (16).
L'esecuzione del decreto presentò subito notevoli difficoltà specialmente per il reperimento dei sussidi
economici e per il reclutamento di superiori e docenti idonei. Gli oneri di natura economica ritardarono la
fondazione dei seminari in molte diocesi italiane, nonostante che il Concilio tridentino, in previsione delle
difficoltà pecuniarie, avesse stabilito anche la creazione di un'apposita tassa pro Seminario.
Ostacoli economici impedirono al Galassi, dunque, di erigere il seminario. Infatti la sua diocesi non era
molto ricca: vi circolava poco la moneta, era per la maggior parte dei centri sottoposta alla baronia
feudale di grandi casate romane (17). L'economia non era florida e gran parte dei territori, appartenenti
alla Chiesa, erano concessi in enfiteusi con redditi non sempre sufficienti al sostentamento dei coloni, che
spesso ricorrevano all'usura (18).
Grazie alla visita pastorale del 1585 il Vescovo poté tracciare una pianta abbastanza fedele e minuziosa
della proprietà ecclesiastica e, ordinando di ristrutturare gli archivi parrocchiali, predispose un piano per il
recupero dei beni ecclesiastici occupati illecitamente (19). Questo lavoro di riordinamento della proprietà
ecclesiastica nella diocesi ferentinate fu preliminare all'individuazione di quei benefici, che potevano
essere utilizzati per l'istituzione del seminario diocesano.
Il clero di Ferentino, pur non avendo il seminario, nel XVI secolo poteva tuttavia usufruire di altre
istituzioni scolastiche, per migliorare la sua preparazione culturale. Nella città, dalla fine del XV secolo,
funzionava una scuola di retorica, fondata dall'umanista Martino Filetico (20) e tale istituto, per espressa
volontà del testatore, doveva istruire gratuitamente i giovinetti di Ferentino e del territorio. Nei centri
minori della diocesi erano aperte scuole pubbliche di grammatica, retorica e logica, i cui insegnanti
appartenevano al clero cittadino (21).
Il Galassi nella sua visita del 1585 impose ai maestri delle scuole laiche di inserire nel curriculum degli
studi materie attinenti le discipline ecclesiastiche e li invitò, in conformità con quanto consigliava il cap. 18
della XXIII sessione del Concilio tridentino, a provvedere che gli allievi «ogni giorno assistano al sacrificio
della Messa e confessino i loro peccati almeno ogni mese, che ricevan il Corpo di nostro Signore Gesù
Cristo quando il loro confessore lo giudicherà opportuno, e che prestino servizio nei giorni festivi nella
chiesa cattedrale o nelle altre chiese del luogo».
Il Vescovo, quindi, essendo a conoscenza delle povere rendite della sua diocesi, non si preoccupò di
costruire il seminario, ma pensò di utilizzare le scuole pubbliche di grammatica per la formazione del suo
clero. Appena conseguita una discreta cultura, allora l'Ordinario concedeva all'ecclesiastico, avviato al
sacerdozio, di recarsi a Roma a completare gli studi (22) specialmente giuridici (23).
Il Galassi non volle gravare la diocesi di Ferentino con la spesa derivante dalla costruzione del vero e
proprio seminario; preferì adattarsi alla situazione di fatto, in attesa che si verificassero condizioni
economiche più favorevoli. D'altra parte la difficoltà che si presentava in Ferentino era la medesima in cui
si dibattevano le diocesi viciniori. Nella vicina città di Anagni già dal 1572 il vescovo Lomellino aveva
desiderato fondarvi un seminario; ma aveva dovuto accantonare il pio proposito per la scarsezza dei
mezzi finanziari in suo possesso. Cosicché solo nel 1609, durante l'episcopato di Antonio Seneca, tale
aspirazione poté realizzarsi (24). Nella diocesi di Alatri il vescovo Bonaventura Furlani nel 1588 fondò il
seminario diocesano, che fu aperto solo nel 1689 (25). In Veroli il vescovo Asteo nel 1611 costitui il
seminario, che solo nel 1652 cominciò effettivamente ad operare (26).
Se il decreto tridentino, che aveva reso obbligatoria l'erezione dei Seminari, per molti anni fu inefficace,
ciò dipese solo dalle difficoltose condizioni economiche delle diocesi del basso Lazio, non dalla negligenza
dei loro Vescovi (27).
§ 2. Le fasi della fondazione del seminario
I primi tentativi per la creazione del seminario diocesano di Ferentino risalgono al vescovo Enea
Spennazzi, che resse la diocesi dal 1643 al 1658. Le sue premure approdarono all'emanazione di una
bolla, con la quale Innocenzo X il 15 ottobre 1652 sopprimeva alcuni benefici ecclesiastici per ricavarne
rendite e favorire la fondazione del seminario (28). Si addivenne alla chiusura dei conventi ferentinati dei
Domenicani (S. Domenico) e dei Carmelitani (S. Maria degli Angeli) e di quelli dei Conventuali di Prossedi
e Ceccano, perché ormai troppo esiguo era il numero dei religiosi in essi ospitato e le rendite non
permettevano più una vita dignitosa.
Il prefetto della congregazione super statu Regularium, il cardinale Spada, da Roma il 1° luglio 1653,
trasmise al Vescovo ferentinate la bolla di Innocenzo X, che decretava anche il modo di applicazione e di
ripartizione delle rendite dei benefici soppressi: al seminario diocesano sarebbero stati assegnati solo i
redditi dei conventi domenicano e carmelitano di Ferentino, unitamente ai 100 scudi, che un pio testatore
aveva lasciato per lo stipendio del maestro di scuola. Quanto ai religiosi, che tardavano ad abbandonare le
loro sedi ferentinati, l'Ordinario doveva sollecitarne la partenza definitiva (29).
Nonostante questa decisione drastica, dettata da esigenze economiche, ancora era lontano dalla
realizzazione il proposito di erigere il seminario. Erano trascorsi dal decreto di riforma sui seminari,
emanato dal Concilio tridentino, novant'anni, ma la situazione economica ferentinate faceva prevedere
altri ritardi. In questo lungo periodo di attesa si stavano, però, gettando le basi per poter con più facilità
erigere il pio istituto (30).
La realizzazione del progetto fu ritardata anche dalle carestie e dalle epidemie, che funestarono la prima
metà del XVII secolo. Nel primo decennio del secolo la popolazione diocesana era stata decimata da una
grave pestilenza, che aveva ridotto gli abitanti a 9.575 unità, così distribuite per centro abitato (31):
Ferentino 2510
Supino 1789
Ceccano 1284
Giuliano di Roma 1053
Patrica 879
Prossedi 796
Amaseno 696
Villa S. Stefano 399
Pisterzo 169
Tale decimazione aveva ritardato il miglioramento delle condizioni economiche, privando l'agricoltura di
forza lavoro e rendendo troppo oneroso per la popolazione il pagamento delle tasse ecclesiastiche. Molti
redditi di chiese e cappellanie si assottigliarono tanto da non essere più sufficienti al sostentamento del
beneficiato e ciò favorì quanto già aveva permesso il Concilio di Trento: il vescovo era autorizzato a
sopprimere e a fondere in un unione perpetua benefici troppo modesti (32).
Il peggioramento della situazione economica della diocesi ferentinate (33) favorì le fusioni dei benefici
ecclesiastici e permise la costituzione di un fondo di rendite, anche se poco consistenti, necessarie per la
fondazione del seminario.
Se mons. Enea Spennazzi riuscì soltanto ad ottenere l'unione dei benefici soppressi all'erigendo seminario
diocesano, più fortunato fu il vescovo Roncioni, che resse la diocesi dal 1658 al 1676. Ottavio Roncioni
riuscì a promuovere ancor di più l'attività pastorale del suo predecessore. Secondo la norma dal Concilio di
Trento impose una congrua tassazione alla mensa vescovile, ai benefici ed agli enti pii a favore del
seminario e nella congregazione del 10 ottobre 1664 elesse la cosiddetta «deputazione tridentina», ossia i
quattro deputati per amministrare le rendite del pio istituto (34).
L'Ordinario diocesano era membro di diritto della commissione, gli altri quattro membri erano eletti
secondo una precisa modalità: due scelti tra i componenti del Capitolo (uno eletto dal Vescovo, l'altro dal
Capitolo), due appartenenti al clero cittadino (uno eletto dal vescovo, l'altro dal clero secolare).
Tra gli oneri della deputazione tridentina vi era quello di nominare il rettore ed il prefetto del seminario, i
professori, di controllare la situazione economica dell'istituto e di prendere decisioni all'unanimità sulla
conduzione dei beni e delle rendite patrimoniali dell'istituto.
Il vescovo Roncioni il l° ottobre 1664 ebbe l'onore di nominare i primi deputati del seminario: in prima
congregazione dal Capitolo vennero scelti il can. Tiberio Santino ed il can. Giovanni Battista Tauco, in
seconda congregazione dal clero cittadino don Lelio Guadagnoli e don Magno Corazzini. Tali nominativi
vennero eletti considerando la probità e la disponibilità degli ecclesiastici (35). Nella stessa data il Vescovo
promulgò un editto con cui costituiva il seminario in conformità con quanto prescritto dal Concilio di
Trento.
Sarebbero stati ammessi giovani di età non minore di 12 anni: gli appartenenti ai ceti disagiati avrebbero
pagato una retta annuale di 18 scudi ciascuno, gli altri 30 scudi l'anno. Gli alunni sarebbero stati istruiti,
durante il corso di studi, da un maestro nella conoscenza della «grammatica, di Sacre Lettere, di scrivere
et altre bone discipline». Nel giorno stesso della pubblicazione dell'editto i padri di famiglia, abitanti in
Ferentino o nel territorio della diocesi, avrebbero dovuto presentare al vescovo e ai deputati i loro figlioli
desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica e «veramente accesi di voler servire a Dio et alla sua
S. Chiesa».
Al momento dell'iscrizione, dopo che i deputati si fossero informati sulla buona condotta e indole degli
aspiranti, i padri avrebbero dichiarato le generalità dei propri figli, indicando anche il nome del padre e
della madre, l'indirizzo, l'età e la «piena e vera informatione del habilità e stato suo».
Purtroppo non essendoci ancora rendite consistenti il vescovo, consigliato dai deputati del seminario,
aveva già tassato la mensa episcopale e capitolare «come del resto di tutte le entrate di prebende e
benefitii, abbatie, monasteri, hospitali, confraternite et altri beni ecclesiastici della città e diocesi... Tutti
quelli che sono stati tassati... debbono haver pagato per tutti li 25 del corrente mese de octobre la sua
rata in mano delle persone... a ciò destinate; e cosi successivamente negli anni a venire».
Il vescovo, inoltre, consigliava di unire al seminario benefici semplici: a chiunque si sarebbe prodigato in
tal senso, «parimenti si andarà sgravando ... la somma tassata» (36).
L'editto fu affisso il 19 ottobre del medesimo anno alla porta maggiore della Cattedrale e nella piazza del
comune dal Mandatario della curia episcopale Giacomo de Angelis; mentre il cancelliere Giulio de Andreis
si faceva carico di trasmettere le copie dell'editto, accompagnate da lettere circolari, nelle città sottoposte
alla giurisdizione diocesana di Ferentino, perché i vicari foranei le affiggessero alle porte delle collegiate e
ne dessero la più ampia pubblicità (37).
Il seminario di Ferentino era, dunque, stato eretto, rispettando tutte le formalità richieste dal Concilio di
Trento: tuttavia non si fa accenno ad una casa, che potesse ospitare i giovani seminaristi, né si
conservano documenti attestanti l'adesione del popolo alla deliberazione del vescovo Roncioni di
«ammettere» nel seminario giovani «delli più atti» sino al numero da lui «previsto» (38).
Può darsi che l'erezione, di cui si parla, non riguardi l'edificazione del seminario, ma solo la costituzione
ufficiale di un «seminarium», di un istituto specializzato per la formazione del clero diocesano, dipendente
direttamente dal vescovo, senza dover più ricorrere, come nel passato, alle scuole pubbliche di
grammatica e retorica.
Ottavio Roncioni chiude, quindi, la prassi consueta e si inserisce con decisione sulla scia riformatrice
indicata dal Concilio di Trento: la diocesi di Ferentino avrebbe avuto finalmente il suo seminario ed i suoi
sacerdoti avrebbero avuto fin dall'adolescenza un'istruzione degna del loro ministero. Per il momento non
era ancora urgente l'esigenza di un edificio apposito, dove ospitare i «seminaristi», che, forse sull'esempio
della diocesi di Sora (39), dimoravano con il vescovo, essendo l'episcopio di Ferentino molto vasto ed
accogliente.
Tuttavia il desiderio di mons. Roncioni era destinato a non aver fortuna, essendo troppo gravosa la retta
annua di 18 scudi per gli alunni «poveri» e 30 scudi per gli «altri». Nei seminari postridentini per lungo
tempo si mantenne la distinzione tra «alunni», mantenuti gratis, e «convittori», che si mantenevano
dietro compenso di una retta annua. Sembra, invece, dall'editto del Roncioni che tale distinzione fosse
solo in parte accettata: infatti anche i «poveri» dovevano versare un compenso pecuniario, anche se
minimo rispetto all'intera somma di 30 scudi. Ciò è giustificato se si pensa che ancora il seminario non
godeva di un consistente fondo patrimoniale. Il vescovo dovette applicare tasse sulle rendite
ecclesiastiche; ma non bastando l'introito, consigliava tanto ai sacerdoti che ai laici di unire al seminario
benefici semplici con l'accattivante proposta di sgravare, chi acconsentiva all'incentivo, dell'onere di
questa tassa pro Seminario.
Il vescovo Roncioni morì il 2 luglio 1676 senza veder progredire la sua iniziativa. Più favorevole
all'istituzione del seminario fu l'episcopato di Giancarlo Antonelli, che resse la diocesi dall'11 gennaio 1677
al 20 aprile 1694 (40). Il suo predecessore non era riuscito ad ottenere risultati positivi, perché troppo
tenue la consistenza dei redditi.
La Congregazione nel 1653 aveva concesso la facoltà di erigere il seminario, utilizzando i redditi dei due
conventi soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli: essi, infatti, ammontavano a 198 scudi e 65
baiocchi, troppo poco per poter mantenere un'istituzione così delicata e complessa (41). Perciò mons.
Antonelli decise di trovare altri cespiti d'entrata per favorire lo sviluppo ed il potenziamento del seminario
diocesano.
Il 3 aprile 1687 il vescovo Antonelli riunì il capitolo e gli espose il suo parere favorevole alla assegnazione
dei beni dei conventi soppressi e dei 100 scudi, lascito testamentario per il pagamento dello stipendio al
maestro della scuola cittadina, al seminario diocesano (42). Avuta l'approvazione a tale disegno, subito il
vescovo riunì la congregazione per eleggere i nuovi deputati. Vennero nominati solo due sacerdoti: il can.
Giovanni Battista Bellà dal Capitolo e dal clero cittadino l'abate parroco di S. Maria Maggiore Ambrogio
Squanquarilli (43).
La riunione si protrasse fino a tarda ora e si rimandò al giorno seguente, 4 aprile, l'elezione degli altri due
deputati della commissione tridentina «pro bono regimine et manutentione seminarii»: dal capitolo il
cancelliere episcopale Marsilio Agnei e «de clero civitatis» Francesco Antonio Gizzi. In quel medesimo
giorno fu decretata la definitiva e perpetua annessione dei due conventi soppressi; inoltre si stabilì di
istituire la tassa pro Seminario da applicare ai capitoli, chiese, benefici e luoghi pii tanto della diocesi che
della città. Fu incaricato di esigere tale imposta il canonico Domenico Antonio de Gasperis (44).
Intanto nella bolla episcopale, emanata il giorno precedente, il vescovo aveva espresso il desiderio di
aggregare al Seminario anche le rendite della cappellania di S. Pietro in Vincoli, vacante per la morte del
cappellano Magno Corazzini, di giuspatronato della Comunità, e delle altre cappellanie di giuspatronato
della Comunità vacanti per la morte dei loro cappellani: cappellania di S. Caterina e cappellania della
Conversione di S. Paolo (45).
Sulla cappellania di S. Pietro in Vincoli è necessario spendere qualche spiegazione, perché tale beneficio
implicò successivamente, nel corso del XIX secolo, un conflitto giurisdizionale con il Comune di Ferentino.
Tale cappella fu eretta il 4 marzo 1596 dal canonico Giovanni Leonini (46). Egli aveva avuto dal vescovo
Orazio Ciceroni e da Ercolano Masi, abate e rettore della chiesa di S. Maria Gaudenti, la licenza di
trasferire all'interno dell'edificio sacro una cappella esterna eretta vicino alla porta di ingresso e ormai
diruta. Costruita la nuova cappella, il Leonini la dotò, riservandosi solo il diritto di nominare il cappellano,
diritto che esercitò in vita e che lasciava, dopo la sua morte, al Comune di Ferentino. Il primo cappellano
fu Giovanni Battista Ciuffarella, chierico iniziato alla prima tonsura; il suo onere consisteva nel celebrare o
far celebrare due messe ogni settimana, al martedì e al sabato (47).
Essendo nel 1687 morto l'ultimo cappellano, il Comune di Ferentino, subentrato al Leonini nel diritto di
giuspatronato, decise il 6 aprile 1687 di non nominare più altri cappellani e di applicare al seminario i
redditi della cappellania, riservandosi il diritto di nominare ogni quinquennio ad un posto gratuito un
alunno scelto tra i cittadini.
Il 25 maggio, circa un mese dopo dalla deliberazione, si riunì il consiglio comunale per ratificarla. Erano
presenti i priori Plinio Bagalè, Giovanni Battista Gasbarra e Giovanni Battista Grappella, insieme con i
settantacinque assistenti e con la partecipazione del governatore Giuseppe de Sanctis. Presa la parola, il
primo consigliere Ambrogio de Gasperis chiese che venisse approvata con votazione la proposta di
passaggio ai seminario della cappellania di giuspatronato comunale. Solo dopo votazione favorevole si
poteva nominare l'alunno al posto gratuito.
Messa ai voti la prima parte della proposta (arringa) de Gasperis, risultò approvata con 74 voti favorevoli
(bianchi) contro un contrario (nero). Sempre il de Gasperis propose di nominare quattro consiglieri per la
scelta di almeno cinque nomi di concorrenti, i cui nomi sarebbero stati scritti su apposite «schedule», poi
estratte a sorte. I consiglieri eletti furono: Ambrogio de Gasperis, Ludovico de Gasperis, Camillo de
Sanctis e Marco Antonio Luciola. Furono poi designati i nomi dei concorrenti: Romualdo Francesco, Marco
Antonio Cialino, Carlo Fortunato Ulponi e Domenico Gasbarra. Fu estratto il nome di Marco Antonio
Cialino, che fu accettato in seminario solo il 4 giugno 1687 (48). Nella medesima data vennero accettate
le annessioni al seminario dei conventi soppressi e della cappellania di S. Pietro in Vincoli; furono aggiunti,
comprendendo la tassa sulla mensa episcopale e sul clero, altri 150 scudi annui (49).
Il vescovo Antonelli il 4 aprile 1687 promulgò un editto per avvertire la popolazione della sua diocesi che
venivano aperti i termini per l'iscrizione al seminario dei giovani aspiranti. Nel testo il vescovo ricalcava il
formulano del precedente editto del 1664 emanato da mons. Roncioni, pur introducendo alcune diversità
fondamentali.
Solo otto alunni «poveri», di età non superiore ai dodici anni, potevano essere accettati; gli altri giovani
desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica, sarebbero stati considerati convittori con la retta di
due scudi al mese, pagati anticipatamente. Le condizioni per essere ammessi al sacro istituto, erano
quelle stabilite dal can. 18 della sess. XXIII del Concilio Tridentino con l'esplicita menzione che i giovani
dovevano mostrarsi «veramente accesi di voler servire a Dio et alla Santa Chiesa».
Trascorsi 10 giorni dalla pubblicazione dell'editto e dalla sua affissione nei luoghi stabiliti (piazza del
Comune e porta maggiore della Cattedrale in Ferentino; porte delle chiese maggiori negli altri centri della
diocesi), venivano aperte le iscrizioni per gli aspiranti ai posti gratuiti, che sarebbero stati selezionati in
base al criterio della attitudine al sacerdozio. Dopo l'ammissione e la presentazione dei documenti di rito
comprovanti il nome, l'età, la paternità e l'indirizzo, sarebbero iniziate le lezioni, impartite da maestri di
grammatica, sacre lettere, «humanità», retorica ed altre «buone discipline».
Concludeva il testo dell'editto la nota delle rendite patrimoniali del seminario: l'unione dei conventi
soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli e gli introiti derivanti dalla tassa permanente applicata ai
benefici ecclesiastici, tassazione distinta in due rate annuali da pagarsi la prima entro il mese di maggio e
la seconda entro il mese di novembre. Il Vescovo ventilava inoltre la proposta di eliminare (sgravare) tale
tassazione, previa fusione di benefici semplici al seminario (50).
Il tentativo del vescovo Antonelli ebbe subito vasta risonanza in città e in diocesi. Il Comune si affrettò a
concedere le cappellanie di suo giuspatronato erette in S. Maria Gaudenti, per favorire maggiormente
l'inizio del nuovo istituto. Anche le famiglie ferentinati risposero all'invito dell'Ordinario e gli presentarono i
loro figli, desiderando usufruire della possibilità di partecipare all'assegnazione degli otto posti gratuiti.
Il 26 maggio 1687, il giorno successivo alla riunione consiliare in cui il Comune nominava alunno del
seminario Marco Antonio Cialino, figlio di Giuseppe (51), la deputazione tridentina eleggeva, tra quelli che
si erano presentati, quattro alunni per il quinquennio 1687 1692: Romualdo Mancini, figlio di Giacinto,
Giuseppe Collalti, figlio di Giacinto, Orazio Vellucci, figlio di Carlo Ambrogio, e Giuseppe Antonio Tartaglia,
figlio di Ambrogio (52).
La commissione avrebbe dovuto scegliere otto nominativi di alunni, invece ne scelse solo quattro. Non
furono conservate, purtroppo, le domande di iscrizione relative al primo quinquennio dell'attività scolastica
del seminario, per cui non si sa se si presentarono solo in quattro all'esame di selezione o se furono più di
quattro. Sta di fatto che il bando di concorso fu emanato il 4 aprile 1687 e le domande potevano pervenire
alla commissione dei deputati a partire dal 14 del medesimo mese ed anno senza limitazioni di sorta.
La deputazione tridentina ebbe circa 40 giorni a disposizione per esaminare le richieste di ammissione,
raccogliere informazioni sui candidati e condurre le prove di esame per scegliere i giovani più idonei al
sacerdozio. Quindi il lavoro della commissione fu svolto con prudenza e serietà. Poiché il numero degli
alunni, ammessi a godere gratuitamente del posto in seminario, era la metà esatta del numero previsto,
successivamente si aprì l'ingresso anche ai convittori, che avrebbero sborsato annualmente una retta pari
a 24 scudi l'anno. Tale retta sarebbe stata utilizzata per coprire le spese per il vitto e alloggio e per lo
stipendio ai superiori e ai docenti (53). Furono accettati come convittori per il medesimo quinquennio: da
Ferentino Vincenzo Luciola e Giacomo Bellà, da Patrica Pietro Getulio Stella e da Frosinone Germano e
Giuseppe Imperiali (54).
Il seminario diocesano aveva i suoi alunni ed i suoi convittori, ma mancava l'edificio che li potesse
accogliere dignitosamente Il vescovo Antonelli, allora, il 31 maggio 1687 riunì la deputazione tridentina e
le sottopose la sua proposta di reperire necessariamente un edificio per comoda e dignitosa abitazione dei
seminaristi e dei loro superiori. La commissione espresse parere favorevole ad utilizzare gli edifici di
proprietà dei canonici della cattedrale e della parrocchia di S. Ippolito «insimul connexos cum suo horto»,
posti nel centro abitato nel territorio della parrocchia di S. Maria Gaudenti. Il verbale della riunione è
molto preciso nell'indicare i confini della proprietà: le case confinavano con i beni dei signori de Mariis,
passati poi in proprietà alla signora Cecilia Loira, erano delimitati per due lati con le vie pubbliche e per
l'ultimo lato con i beni di proprietà dei Canonici concessi in enfiteusi a Giovanni Battista Mazzolo.
Il Concilio di Trento aveva suggerito nel can. 18 della sessione XXIII la necessità che il seminario fosse
vicino alla Cattedrale, dovendo i chierici servire in essa; pur non verificandosi in Ferentino tale
opportunità, ma dovendosi reperire urgentemente un fabbricato per alloggiare i dieci seminaristi e
dovendo finalmente dare l'avvio al funzionamento ufficiale e definitivo dell'Istituto, il vescovo Antonelli
accettò la proposta della deputazione tridentina, anche perché l'edificio prescelto era già di proprietà
ecclesiastica e quindi non si sarebbe dovuto pagare alcun affitto. Subito il Vescovo inviò il suo vicario
generale, il can. Giulio de Andreis, per ispezionare tali edifici e verificare la loro abitabilità; infatti vi si
dovevano ammettere i cinque alunni, scelti nelle congregazioni del 25-26 maggio 1687.
Intanto l'Ordinario diocesano aveva eletto rettore del seminario don Antonio Ciafroni, abate di S. Ippolito
(55). Nella stessa giornata del 31 maggio il vicario generale de Andreis si diresse verso la nuova sede del
Seminario uscendo processionalmente dalla cattedrale con i canonici e maestri di cerimonie Sante Santino
e Giuseppe Infussi, i canonici Giovanni Battista Bellà e Francesco Antonio de Andreis, l'abate Ambrogio
Squanquarilli, il deputato Francesco Gizzi, Domenico Antonio de Gasperis, Francesco Antonio Matulano,
l'abate Giacinto Ciuffarella, Michelangelo Pagella, Ambrogio de Gasperis, Pietro Paolo Squanquarilli. La
cerimonia di benedizione del nuovo seminario fu molto suggestiva: il canonico Giulio de Andreis benedisse
l'edificio, lo proclamò pubblicamente seminario diocesano e vi introdusse i chierici. Al rettore Antonio
Ciafroni consegnò le chiavi e con tale atto ufficiale gli riconobbe l'autorità di proteggere, istruire e far
progredire nella cultura e nella pietà i cinque alunni a lui affidati (56).
Le costituzioni e le regole dei seminari post-tridentini ricalcarono uno schema uniforme: non solo vennero
seguite le direttive tracciate dal concilio, ma si ritenne come modello insuperabile lo schema che la
Compagnia di Gesù aveva dato al Seminario Romano, in vigore fin dal 1571. La separazione tra
seminaristi e mondo esterno doveva essere netta e la formazione ascetica degli aspiranti al sacerdozio
doveva passare attraverso la meditazione, l'esame di coscienza e gli esercizi spirituali. Una eco di questa
intransigenza si legge nell'ultimo editto promulgato il 31 maggio 1687 dall'Ordinario, per impedire che
chiassi e schiamazzi potessero disturbare i seminaristi nel loro cammino ascetico.
Il seminario era stato eretto in un quartiere popoloso, per questo il Vescovo ordinò che nessuno, né di
notte né di giorno, osasse cantare, suonare, giocare (anche se si trattava di gioco lecito) nelle immediate
vicinanze del luogo pio, per evitare che gli alunni fossero allontanati dalle «virtù e bone e sante
educationi, prescritti dal Sacro Concilio tridentino». Chi contravveniva a tale ordine era condannato a
pagare 25 scudi, da applicarsi al medesimo seminario o ad altri luoghi pii. Nella pena era accomunato
anche chi avrebbe favorito i disturbatori. Il Vescovo fu intransigente, dichiarando che «si procederà con
ogni rigore, senza speranza di alcuna gratia, anco per inquisitione o denuntia di legato esploratore per
mezzo del giuramento». Quindi ci sarebbero stati anche degli inviati episcopali destinati a controllare che
l'editto fosse osservato e rispettato (57).
Il 6 giugno del medesimo anno Giancarlo Antonelli con soddisfazione unì altri benefici al seminario, perché
le tre possessioni di San Domenico, S. Maria degli Angeli e della Cappellania di S. Pietro in Vincoli non
erano sufficienti a sostenere le esigenze degli otto seminaristi, cinque alunni e tre convittori.
Il Vescovo riuscì ad aggiungere, per la mancanza dei cappellani, 22 benefici semplici alle rendite
dell'istituto: di questi benefici sei erano di giuspatronato di Francesco Rosini (58), otto di Giovan Pietro
Strada (59), cinque del Fede (61), uno chierico Francesco de Angelis in S. Ippolito (62).
§ 3. I primi anni di vita del pio istituto.
Sembrava che finalmente ogni cosa si fosse stabilita per il meglio, invece cominciarono i problemi. Non
era passato nemmeno un mese che il rettore don Antonio Ciafroni, il 12 luglio del medesimo anno si
presentò alla deputazione tridentina per rassegnare le dimissioni, perché riteneva le rendite del seminario
non sufficienti alle esigenze dell'istituto.
La commissione esaminò l'istanza del Ciafroni e, accettando le sue dimissioni, lo sostituì con Giovanni
Battista Pellegrini. Anche il prefetto Aristotele Velli, eletto nella congregazione del 31 maggio 1687, venne
surrogato da Domenico Rossi (63).
La situazione dell'edificio adibito a seminario non era delle migliori, perché distava troppo dalla cattedrale
ed il luogo non era adatto al raccoglimento dei seminaristi, perché era confinante con abitazioni di privati
cittadini. Sembrò quasi un segno provvidenziale quando, il 23 luglio 1687, il signor Ascanio Cascese del fu
Domenico presentò al vescovo Antonelli una supplica, in cui dichiarava di offrire al seminario una sua
casa, con orto e cortile, sita vicino ai beni degli eredi di Antonio Rossi, Cinzio Collalti e dei signori Ghetti.
La casa era delimitata dalla via pubblica ed al momento era affittata a Bernardino Isabelli. Il Cascese si
riservava solo per sé e per i suoi eredi il diritto di nominare un alunno da mantenere gratis per un
quinquennio in seminario.
La supplica ebbe positiva accoglienza da parte del Vescovo, che convocò per il giorno seguente la
deputazione tridentina, per discutere sul da farsi (64). La commissione, composta da Giulio de Andreis,
vicario generale, e dai deputati canonici Giovanni Battista Bellà e Marsilio Agnei, Ambrogio Squanquarilli,
abate di S. Maria Maggiore, e Francesco Antonio Gizzi, Abate di S. Valentino, accettò la donazione del
Cascese perché la casa era edificata in prossimità della cattedrale. Al Cascese fu riconosciuto anche lo ius
eligendi (65), che venne subito messo in atto con la presentazione di Francesco Antonio Battista (66).
Il Cascese con la sua donazione offriva al seminario una casa, insieme con una rendita di 100 scudi, 50
dei quali sarebbero stati subito versati; gli altri 50 sarebbero andati all'istituto dopo la morte del donatore.
Nelle intenzioni del munifico benefattore non era il desiderio che tale casa divenisse il vero e proprio
istituto per la formazione del clero; tale deliberazione si verificò solo nel 1694, dopo la denuncia
dell'inagibilità dell'edificio in cui era ospitato il seminario (67).
Intanto la vita dell'istituto era travagliata dalle continue dimissioni dei rettori e dei prefetti. L'11 novembre
1687 il prefetto Domenico Rossi rinunciò alla sua carica, a cui venne subito richiamato don Aristotele Velli
(68). Il 20 dicembre dell'anno successivo (1688), però, il Velli di nuovo rassegnò le dimissioni, perché
dovendosi recare in Roma per affari e dovendovi abitare, non poteva esercitare la funzione di prefetto;
immediatamente fu sostituito da Domenico Infussi (69). Non passò nemmeno un mese che il 13 gennaio
1689 don Giovanni Battista Pellegrini rettore, alias deputato, del Seminario diocesano richiese di essere
sostituito; al suo posto fu scelto Carlo Torti (70). Circa un anno dopo, il 12 aprile 1690, anche il prefetto
Domenico Infussi si dimise e venne sostituito da don Salvatore Gobbo (71).
Nel primo quinquennio di vita il Seminario ebbe a superare molte difficoltà, derivate forse dal fatto che i
superiori prescelti non erano in grado di assolvere il loro compito, oppure avevano troppi impegni che li
distoglievano dal condurre la loro vita a contatto con i seminaristi (72). Tuttavia l'istituto ancora aveva
piccole dimensioni, non superando gli iscritti la decina (73), eppure gli allievi erano dotati di vivo interesse
per lo studio, per cui, nonostante l'avvicendarsi dei superiori, essi riuscirono tutti a licenziarsi nel 1692.
Al loro posto furono introdotti il 1° ottobre 1692 altri otto alunni:
Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Antonino Marcelli, Pietro Trenta, Giovanni Battista Epifani,
Giuseppe Viola. Su presentazione di Ascanio Cascese fu accettato Silverio Battista, mentre su
presentazione della Comunità il 22 febbraio del 1693 venne accettato Francesco Antonio Bertoni (74).
L'anno 1694 fu un anno funesto per il Seminario Vescovile e per tutta la diocesi di Ferentino: il 20 aprile
1694 morì Giancarlo Antonelli; a lui successe Valeriano Chierichelli il 21 giugno del medesimo anno (75).
Era trascorso appena un mese dalla presa di possesso della diocesi, che il 25 luglio 1694 si recò dal nuovo
Ordinario il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per mostrargli le sue lamentele riguardo alla
situazione della sede dell'istituto.
La casa che il 31 maggio 1687 il vescovo Antonelli aveva stabilito come abitazione degli alunni seminaristi
non era comoda, né funzionale; era distante dalla Cattedrale e sita in una zona oscura e insalubre, per cui
gli alunni e i ministri spesso cadevano ammalati. La situazione igienica era divenuta ormai insostenibile.
Dal 23 luglio 1687 era venuta in possesso del seminario una casa edificata vicino alla cattedrale, posta in
una zona assai salubre: ma nessuno aveva mai pensato di trasferirvi la sede del pio istituto.
Questa casa, donata da Ascanio Cascese, era stata successivamente ampliata con l'acquisto da parte dei
canonici di un altro edificio contiguo dotato di cortile e di orto. Poiché il fabbricato era isolato dagli altri
poteva essere ampliato e completato di tutte le comodità necessarie per un seminario. Salvatore Gobbo
consigliava il vescovo di usare la casa Cascese come nuova sede del seminario e di trasferirvi, senza
apportarvi modifiche, gli alunni e i ministri. (76)
Il vescovo, consultatosi con i deputati, decise di accettare la proposta del prefetto del seminario e quindi
diede al vicario generale l'ordine di andare in casa Cascese, benedirla, dichiararla pubblicamente
seminario ed introdurvi gli alunni, i convittori ed i ministri. Prontamente il vicario obbedì e si recò in casa
Cascese, accompagnato dai seminaristi allora ospitati nell'istituto (77) e da Carlo Torti, rettore, e
Salvatore Gobbo, prefetto. Davanti ai deputati (78) benedisse la casa con tutte le sue pertinenze e vi
introdusse i seminaristi (79).
Le peripezie del Seminario, però, non erano terminate.
Il 9 dicembre 1694 il can. Domenico Antonio de Gasperis, depositario e agente del seminario, riferì al
Vescovo che la casa Cascese, nuova sede del seminario, era poco funzionale alle esigenze dell'istituto che
ospitava. Essa era composta da due case vecchie e dirute, che sebbene adiacenti, erano su piani diversi e
minaccianti rovina. Si doveva subito correre ai ripari, demolendo le murature pericolanti e facendone
erigere altre più solide. Inoltre si doveva provvedere a rifare il tetto e per tutto il lavoro, che si richiedeva,
era necessario convocare un architetto.
Il preventivo di spesa si aggirava sugli 800 scudi, una somma esorbitante per le magre entrate
dell'istituto. Il consiglio del depositario era di chiudere per almeno un quinquennio il luogo pio, per poter
affrontare e portare a termine i lavori richiesti. Il Chierichelli, constatando la delicatezza della questione
implicante gravi spese economiche, aggiornò la seduta al giorno seguente alle ore 17, convocando non
solo la congregazione dei deputati, ma anche Ascanio Cascese e il capo priore della Comunità di Ferentino
Domenico Antonio Tibaldeschi (80).
All'ora stabilita il 10 dicembre si riunì la congregazione composta dai deputati can. Giulio de Andreis,
Giovanni Battista Tomei, parroco di S. Pietro, Marsilio Agnei, cancelliere, Francesco Antonio Gizzi, abate di
S. Valentino e dal capo priore Domenico Antonio Tibaldeschi. Era assente per malattia Ascanio Cascese,
sostituito dal can. Domenico Antonio de Gasperis, agente e depositario dell'istituto.
All'ordine del giorno era previsto solo un argomento di discussione: ampliare, rinnovare ed adattare ad
uso di seminario casa Cascese. La discussione si accese subito, perché le difficoltà economiche da
risolvere erano molto gravi. Si trattava di reperire oltre 800 scudi, necessari per ristrutturare un
complesso edilizio composto da due case, in cui sarebbero state ospitate più di dieci persone. Dopo
matura riflessione i deputati ed il capo priore ritennero opportuno affrontare qualsiasi sacrificio economico
pur di mantenere in vita il seminario diocesano. Per questo quanto prima sarebbero iniziati i lavori ed il
seminario sarebbe stato chiuso.
Intanto bisognava designare il nome dell'architetto, che avrebbe diretto i lavori, e fare provvista di calce,
sabbia, sassi, «tartare» e di quanto potesse essere necessario per la costruzione (81). Anche Ascanio
Cascese, venuto a conoscenza della volontà espressa dalla Congregazione, espresse il suo parere
favorevole ai lavori di ripristino dell'edificio (82). I seminaristi furono dimessi e rimandati alle loro case
con l'obbligo di essere disponibili al servizio in Cattedrale.
I lavori iniziati nel 1694 terminarono quattro anni più tardi, nel 1698. Infatti il 30 novembre 1698, avendo
constatato che il nuovo fabbricato per uso seminario era stato completamente restaurato e ammodernato,
il Chierichelli ordinò a Francesco Antonio Salvatori, agente e depositano, di introdurre, a partire dal 1°
gennaio 1699 gli alunni eletti e destinati per il successivo quinquennio: Francesco e Giacinto de Gasperis,
Angelo Antonio Malatesta, Baldassarre Agnei, Pietro Paolo Sisti, Pirro Squanquarilli, Silverio Battista,
presentato da Ascanio Cascese, e un altro alunno, designato dalla Comunità. Il Vescovo riconfermava
come rettore l'abate Carlo Torti e come prefetto don Salvatore Gobbo (83).
Il giorno dopo, 1° dicembre , il Salvatori si presentò al Vescovo per chiedergli di revocare l'ordine dato:
«la fabbrica e muraglia della habitatione non sono ancora stagionate né asciutte» e facendovi alloggiare
gli alunni, il rettore e il prefetto, sarebbe come «esporli alla morte o ad una lunga malattia, per essere la
calce delle muraglie, volte e matonati fresca».
Il vescovo e i deputati avrebbero potuto rendersi conto, dopo aver eseguito un sopralluogo, che bisognava
aspettare un altro anno prima di permetter l'ingresso ai seminaristi. Mons. Chierichelli, chiamati i deputati,
si recò a verificare la veridicità della deposizione del Salvatori: oculariter si rese conto del pericolo che
avrebbero corso gli alunni sia per il fetore sia per l'umidità, che esalava dalle pareti. Perciò stabili che gli
alunni non potessero entrare nel nuovo seminario prima del mese d'ottobre dell'anno successivo (1699),
perché bisognava dare ai muri il tempo di asciugarsi (84).L'inizio dell'anno scolastico, intanto, veniva
fissato per il 1° novembre 1699.
Mentre l'edificio diventava abitabile, mons. Vescovo il 15 luglio 1699 rinnovò la composizione della
deputazione tridentina: al posto del can. Giovanni de Andreis e dell'abate Ambrogio Squanquarilli designò
Domenico Antonio de Gasperis, vicario generale, e Giovanni Sante Santino (85). Sette giorni dopo, il 21
luglio, Mons. Chierichelli esaminò Domenico Antonio de Gasperis (di 45 anni) e Giovanni Francesco
Antonio Salvatori (di 52 anni), sotto giuramento, riguardo ai beni posseduti dal seminario.
Le entrate ammontavano a circa 256 scudi e 65 baiocchi così ripartiti:
1) dai beni dei conventi soppressi e dalla cappellania di S. Pietro in Vincoli, scudi 47 e baiocchi 20;
2) per canoni, pigioni di case, affitti di orti, possessioni e prati, scudi 65 e baiocchi 20;
3) grano «sconcio» rubbia 21 alla misura romana, scudi 72;
4) mosto di canoni e «risposto» barili quaranta, scudi 12;
5) olio, barili quindici, scudi 2 e baiocchi 25;
6) entrate annue derivanti da sei benefici di giuspatronato del sac. Francesco Rosini e consistenti in grano,
denari e mosti, scudi 30;
7) entrata annua derivante dai cinque benefici di giuspatronato del chierico Antonio Rogato Vanni e
consistenti in grano, denari e mosti, scudi 28;
Le uscite ascendevano a scudi 404 così ripartiti:
1) salario del rettore, scudi 40;
2) salario del prefetto, scudi 18;
3) salario del cuoco, scudi 12;
4) vitto per Otto seminaristi poveri, rettore, prefetto, cuoco in ragione di scudi 24 ciascuno l'anno, scudi
264;
5) per la celebrazione delle messe e per l'acquisto di cera per i conventi e cappelle uniti al seminario,
scudi 30;
6) per legna e olio, scudi 20;
7) per utensili necessari al seminario, scudi 10;
8) per il mantenimento delle case e delle chiese, scudi 10.
Le entrate erano inferiori alle uscite di circa 147 scudi e 35 baiocchi e i due deponenti erano degni di fede,
perché avevano amministrato i beni del seminario: Domenico Antonio de Gasperis dalla data di erezione al
15 maggio 1696, Giovanni Francesco Antonio Salvatori da tale data al 21 luglio 1699 (86). Il Vescovo
quindi ebbe una chiara visione dello stato economico in cui versava il pio istituto, situazione in verità non
molto florida.
Avvicinandosi la data della riapertura del seminario mons. Chierichelli insieme con i deputati stabilì con un
decreto, emesso il 22 settembre 1699, che i lavori di restauro del nuovo seminario erano terminati e
pertanto nell'edificio poteva essere ripresa l'attività di formazione degli aspiranti alla carica ecclesiastica
(87). Intanto il 29 settembre del medesimo anno la carriera di prefetto veniva assegnata a Salvatore
Gobbo, quella di rettore a don Antonio Gizzi (88).
Il 30 settembre furono nominati gli alunni per il quinquennio 1699 1704; Baldassarre Agnei, Gregorio
Savelloni, Pietro Paolo Collalti, Pietro Paolo Germanus Sixti, Francesco Antonio Avanzi, Pietro Collalti e,
presentato da Ascanio Cascese, Romualdo Giovanni Squanquarilli.
Il candidato del Comune, Giuseppe Calabrese, entrò in seminario solo il 4 giugno 1700 (89).
Appena approvato l'elenco degli alunni, ebbe luogo la cerimonia di benedizione della nuova sede adibita a
seminario. Dal palazzo episcopale si snodò una processione composta dal vicario generale Domenico
Antonio de Gasperis, iuris utriusque doctor e protonotario apostolico, seguito dagli alunni, dal rettore
Antonio Gizzi e dal prefetto Salvatore.
Il de Gasperis benedisse il nuovo edificio e vi ammise gli alunni con i loro superiori, dopo aver dato lettura
dell'editto episcopale, pubblicato nella stessa giornata del 30 settembre 1699 (90).
L'editto di Mons. Chierichelli intendeva difendere l'integrità e il decoro del Seminario, per cui proibiva che
in esso potesse entrare alcuna donna, né parenti di alunni o convittori o ministri. Nessuno poteva entrare
nell'edificio senza licenza in scriptis dell'Ordinario, eccettuando i deputati, i ministri, il depositario, garzoni
e «vetturali». Per impedire che nei dintorni dell'istituto si facesse chiasso, il Chierichelli ripropose la multa
già stabilita dall'Antonelli, di 25 scudi per i contravvenenti (91).
Il 5 dicembre 1699 il Chierichelli nella sua relazione ad limina poté dichiarare non solo l'ammontare reale
dei redditi del seminario a 348 scudi e 65 baiocchi, ma anche che ora poteva disporre di un fabbricato
nuovamente costruito dalle fondamenta, più moderno e funzionale per le esigenze dei seminaristi (92).
Purtroppo due anni dopo, il 2 ottobre 1701, il prefetto chierico Domenico Antonio Collalti (93), notificò che
«l'habitatione del seminario sta in pericolo di rovinare, conforme minaccia da più parti, vedendosene i
motivi delle muraglie e volte tutte crepate, dalle quali del continuo ne casca la calcina o calcinaccio».
Qualche giorno prima ne era caduto dalla volta del dormitorio grande quantità. Si richiedeva di nuovo il
permesso di far uscire gli alunni dal seminario, per poter condurre a termine i lavori.
Subitanea fu la reazione del Vescovo, che, convocati all'istante i deputati, con essi si portò ad ispezionare
i danni. Con suo disappunto dovette constatare la verità di quanto aveva dichiarato il Collalti: la volta del
dormitorio minacciava veramente imminente pericolo di crollo. Riunito il consiglio dei deputati, mons.
Chierichelli deliberò che gli alunni potessero uscire dal seminario e tornare nelle loro case fino a quando,
scongiurato il pericolo di crollo della volta, la sede dell'istituto fosse riattata e restaurata (94).
Eliminato il pericolo, l'attività del seminario riprese a svolgersi normalmente.
Il 5 novembre 1703 vennero introdotti come alunni del quinquennio 1703 - 1708 Giacinto Ambrogio
Agnei, Girolamo Bossi, Pietro Giorgi e, presentato dal Cascese, Francesco Antonio Galassi. Solo mesi più
tardi, 1° gennaio 1704, la Comunità ferentinate presentò il suo nominativo: Magno Marra (95).
Intanto l'istituto andava acquistando una fisionomia culturale sempre più precisa. Alle discipline
tradizionali quali grammatica, retorica, logica e sacra scrittura, nel 1705 vennero associate anche altre
materie:
morale e scienze fisiche (96). Il seminario di Ferentino usciva dall'«infanzia» e si avviava a divenire un
istituto specializzato per la formazione del clero diocesano.
Note
1) AVF, Visite Pastorali 1585, ff. 1-82; cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, un vescovo della Controriforma a Ferentino (1585-1591), ed. Casamari
1983, pp. 25 ss.
2) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 75: alle domande del Vescovo l'arciprete Francesco Procacci dichiarò sconsolatamente che i cittadini di
Supino non osservavano il precetto festivo e non frequentavano la Chiesa (cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 37).
3) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 39.
4) AVF, Visite Pastorali, 1585, ff. 13, 14, 76.
5) Ibidem, f. 38v.
6) Ibidem, f. 17.
7) Ibidem, ff. 11v, 12v, 15r.
8) Ibidem, ff. 14v, 15v, 16v, 18v.
9) Ibidem, f. 11v. Alcuni ecclesiastici non possedevano nemmeno il breviario; tra questi è da ricordare il chierico Curzio Giuli (Ibidem, f. 18v).
10) La Summa Navarri era un'opera destinata ad istruire i sacerdoti nel delicato sacramento della Penitenza; era stata composta nel 1575 dal
dotto Martin De Azpilcueta (1492-1586), il Navarro, col titolo Enchiridion sive manuale confessariorum et poenitentium.
Il) La Summa Silvestrina era anch'essa un testo molto letto e studiato nel XVI secolo, tanto da essere uno dei libri necessari per la
completezza della biblioteca di ogni sacerdote. Fu stampata in Roma nel 1516 con il titolo Summa Summarum quae Silvestrina dicitur. La
denominazione Silvestrina fu data perché opera del p. Silvestro Mazzolini dell'Ordine dei Predicatori.
12) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 34, 36, 98.
13) Ibidem, pp. 36 - 37.
14) Ibidem, p. 36.
15) Ibidem, pp. 25ss e 73ss.
16) Per una conoscenza delle fonti del Concilio Tridentino cfr. Concilium tridenti num. Diariorum, actorum, epistolarum, tractatuum nova
collectio, Friburgi Brisgoviae, 1901ss. Per una traduzione accurata degli atti del concilio cfr. i passi scelti nell'antologia curata da M. Bendiscioli
e M. Marcocchi, Riforma Cattolica, Roma ed. Studium, 1963.
17) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 25ss.
18) Ibidem, p. 38.
19) Ibidem, pp. 37 - 38.
20) Ibidem, pp. 83 - 85; per una notizia più approfondita su tale scuola cfr. B. Valeri, Un'esemplare scuola di retorica a Ferentino nel
Rinascimento, relazione tenuta nel Convegno di Studi Storici «L'Umanesimo in Ciociaria», Torrice 18/19 maggio ‘87, Frosinone 1987, pp.
67ss.
21) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 27 - 28.
22) Ibidem, p. 34.
23) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 63 v. Il ventisettenne diacono Marco Antonio de Petris già dal 1582 studiava in Roma diritto civile e
canonico.
24) F. Caraffa, Il Seminario diocesano di Anagni dalle origini alla fine dell'Ottocento, Italprint Colleferro, 1981, pp. 9 - 10.
25) Seminaria Ecclesiae Catholicae, a cura della S. Cong. de Seminaribus et Studiorum Universitatibus, Città del Vaticano, 1963, p. 722.
26) Ibidem, p. 725
27) A sostegno di quanto affermato sul ritardo riguardo alla erezione dei seminari diocesani di Anagni, Veroli, Alatri basta considerare i
seguenti dati relativi alle altre diocesi del Lazio meridionale. Il seminario diocesano di Segni fu eretto nel 1709 dal vescovo Filippo Ellis; quello
di Terracina - Priverno - Sezze fu istituito nel 1650 in Sezze dal vescovo Ventimiglia; quello di Tivoli fu costituito il 6 aprile 1635 dal card.
Giulio Roma. Un'eccezione è rappresentata dalla diocesi di Sora - Aquino - Pontecorvo, dove il Seminario risale al 1565, quando il vescovo
Tommaso Gigli, il 7 giugno, lo costituì unendogli i benefici di alcune parrocchie (Ibidem, pp. 723 - 725).
28) AVF, Patentalium, ff. 115v e ss.
29) Ibidem, f. 118r.
30) In questi novant'anni (1563 - 1653) i vescovi di Ferentino non erano rimasti inattivi. Già ho parlato diffusamente dell'attività pastorale di
Silvio Galassi (1585 - 1591) e del suo impegno riformistico. Egli sulla scia dei due visitatori apostolici, che l'avevano preceduto (Domenico
Petrucci nel 1578, in ASV, Visite Apostoliche, 55; e Pietro Antonio Olivieri nel 1581, in ASV, Visite Apostoliche, 73) minuziosamente si dedicò
alla riforma della sua diocesi. I suoi successori proseguirono nell'attività di riforma, incentivando la rinascita dello spirito religioso (ad es. il
fiorire del culto del martire Ambrogio sotto il lungo episcopato di Ennio Filonardi, durato dal 1612 al 1644) e favorendo la moderata ripresa
dell'attività economica o il recupero della proprietà ecclesiastica.
31) AVF, Patentalium, ff. 2 - 3.
32) «Per la costruzione del collegio per il salario di professori ed inservienti, per il nutrimento degli allievi e per altre spese saranno
necessarie sicure entrate; i redditi già destinati... all'istruzione e al sostentamento dei fanciulli siano applicati al Seminario a cura del
Vescovo. Inoltre i medesimi vescovi... sottrarranno dalle rendite della mensa episcopale, del capitolo, di qualunque dignità, pensionato,
ufficio, prebenda, abbazia, priorato, di qualunque Ordine regolare,... di benefici anche regolari, anche dotati di un diritto di patronato, anche
esenti... La porzione cosi detratta sarà applicata ed incorporata a detto collegio e vi si potrà aggiungere qualche beneficio semplice, di
qualunque qualità e dignità sia, o dei prestimoni... anche prima che si siano rese vacanti, senza pregiudizio del culto divino e di coloro che li
otterranno» (Sess. XXIII, cap. 18).
33) I primi sintomi della crisi economica erano stati già avvertiti nella diocesi già dalla seconda metà del XVI secolo, cfr. B. Valeri, Silvio
Galassi, cit.; AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 482. Il popolo di Prossedi era incorso nella scomunica, perché aveva comprato il grano fuori della
Provincia di Campagna, contravvenendo agli ordini dell'autorità ecclesiastica. Lo Stato Pontificio nel XVI secolo impostò una politica di
protezionismo economico, per mantenere il prezzo del grano e bloccare almeno in parte l'inflazione, che angustiava le povere popolazioni a lui
soggette (cfr. la pregevole opera di J. Delumeau, Vie économique et sociale de Rome dans la seconde moitié du XVI siècle, Parigi, 1957 -
1959, 2 voll.).
34) Sess. XXIII, can. 18. In un primo momento tutti e quattro i nomi dei deputati venivano scelti dal Vescovo; successivamente si stabilì che
due nomi sarebbero stati presentati dal Vescovo e gli altri due nomi dal capitolo e dal clero della città, sede della cattedra episcopale.
35) AVF, Patentalium, f. 109r.
36) Ibidem, ff. 109v - 110.
37) Ibidem, ff. 110v.
38) Purtroppo non sono conservati nell'Archivio vescovile a Ferentino documenti relativi a questo primo «bando» di concorso per accedere a
posti in seminario. Probabilmente il numero degli ammessi non doveva superare la diecina; ciò si può congetturare sulla base del primo
elenco o «catalogo» di alunni in nostro possesso (AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione): nel 1687, il 31 maggio, furono introdotti
per un quinquennio sei alunni e cinque convittori. La differenza tra alunni e convittori era definita dal fatto che gli alunni venivano sostenuti a
spese del seminario. I convittori, invece, appartenendo a famiglie benestanti, potevano pagare il loro mantenimento. Nell'editto del vescovo
Roncioni si legge questa differenza nella diversa modalità della retta annua: 18 scudi i «poveri», 30 scudi «gli altri». Di Ottavio Roncioni si
conserva anche il testo di un Sinodo, celebrato il 29 settembre 1666 e stampato in Velletri dalla tipografia Cafasso nel 1667.
39) I seminaristi della diocesi sorana abitarono con il Vescovo fino al 1616, anno in cui si iniziò la fabbrica del seminario, che terminò nel
1618 sotto l'episcopato di Gerolamo Giovannelli (Seminaria Ecclesiae Catholicae, cit. p. 723).
40) Il Vescovo Antonelli celebrò l'8 giugno 1683 un sinodo; alcune costituzioni, in esso stabilite, si conservano nell'Archivio Capitolare di
Ferentino, al f. 81 del vol. 4. 10 e al f. 93 del vol. L/II.
41) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di mons. Valeriano Chierichelli (1699).
42) AVF, Patentalium, f. 115v.
43) Ibidem, f, 116v.
44) Ibidem, f, 117v.
45) Ibidem, ff, 114v-115r, bolla di Giancarlo Antonelli (copia).
46) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 17ss, relativamente al comportamento immorale del canonico sulla vendita del grano a «credenza».
47) AVF, Collazioni, vol. C/VII, ff. 54ss, (copia). Il Leonini volle lasciare una testimonianza perenne della sua generosità, facendo incidere
un'epigrafe e facendola collocare nella nuova cappella. L'epigrafe, di forma rettangolare, ancora si conserva in S. Maria Gaudenti; è in
travertino ed ha il seguente tenore:
CAP. S. PA. AP. IN QVA ELIGAT. CAP. CIVIS FER.
MAGIS IDON. PER POP. FER. ERECTA DOT. PER IO. LE.
CAN. FER. QVM ONERE CELEB. SEV CELEB. FAC.
SING. III FER.
A. D. MDLXXXXVI.
48) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 77ss.
49) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di mons. Chiericheili (1699), cit.
50) AVF, Patentalium, ff. l3ss.
51) Cfr. supra nota 48.
52) AVF, Patentalium, f. 118v.
53) Quello dello stipendio ai docenti era un altro punto dolente tanto che nella citata sess. XXIII can. 18 «allo scopo di provvedere con minor
spesa alla creazione ditali scuole, il santo Concilio ordina che i vescovi... obblighino quelli che tengono cattedre di insegnamento e tutti gli
altri che sono in possesso di prebende; a cui sia annesso l'obbligo di insegnare e far lezione, ad esercitare codeste funzioni nelle dette
scuole... dovranno istruire personalmente... i ragazzi che vi sono educati; altrimenti metteranno al proprio Posto maestri capaci, da loro scelti
ma fatti approvare dall'Ordinario». Il Vescovo di Ferentino poteva risparmiare lo stipendio ai docenti; infatti usufruiva del numeroso clero
regolare residente in città, primi fra tutti i Francescani Conventuali di S. Francesco.
54) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione. Nel 1689 fu introdotto un solo convittore: Francesco Cianciarelli (Ibidem).
55) Ibidem, f. 120r.
56) Ibidem, f. 120v.
57) Ibidem, f. 119.
58) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S. Valentino, due in S. Andrea, uno in S. Giovanni Evangelista. Tali benefici furono
definitivamente annessi al seminario dopo la morte del Rosini, il 9 marzo 1694 (AVF, Collazioni, voi. CI/I, ff. 111 - 112).
59) Due in S. Valentino, due in S. Agata, uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Maria Gaudenti, uno in S. Giovanni Evangelista, uno in S.
Pancrazio.
60) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S.Agata, uno in S. Pancrazio, uno in S. Ippolito. Mentre il vescovo Chierichelli era in
sacra visita a Patrica, gli si presentò il 18 novembre 1695 il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per annunciargli la morte di Antonio
Rogato Vanni «de provincia Marchiae». Il seminario, dunque, poteva entrare nel possesso definitivo dei suoi benefici, come già l'Antonelli
aveva decretato il 6giugno 1687 (AVF, Collazioni, voi. C/I, f. 159r).
61) Uno in S. Maria Maggiore e uno in S. Maria Gaudenti. Il 22 luglio 1700 il sacerdote Giuseppe Fede mori; perciò i benefici di cui era
titolare, in conformità alla bolla episcopale di Giancarlo Antonelli del 6 giugno 1687, dovevano entrare nel pieno possesso del Seminario. Il
depositano o agente dell'istituto, Giovanni Francesco Antonio Salvatori, il 25 luglio si recò dal vicario generale Domenico Antonio De Gasperis,
per dichiarare la vacanza di tali benefici e per ottenere la loro definitiva annessione al Seminario. Il De Gasperis dapprima constatò l'effettiva
esistenza dei benefici; poi stabili che il rettore del seminario, abate Domenico Infussi, e l'economo del luogo pio, canonico Giovanni Battista
Luciola, ne entrassero in pieno e totale possesso, con l'onere di provvedere gli altari di tutti gli arredi necessari al culto (AVF, Collazioni, voi.
C/I, ff. 216ss).
62) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 80v e ss.
63) AVF, Patentalium, f. 121.
64) Ibidem f. 121v.
65) Ibidem, f. 123r.
66) Ibidem, primi fogli senza numerazione. Ascanio Cascese il 20 agosto 1679 ricevette una lettera patentale del vescovo Antonelli, con cui
veniva eletto procuratore dei poveri (Ibidem, f. 125r).
67) Ibidem, ff. 105ss.
68) Ibidem, f. 3r.
69) Ibidem.
70) Ibidem, f. 3v.
71) Ibidem.
72) Il primo rettore, don Ciafroni, era parroco di S. Ippolito e questo incarico lo rendeva troppo occupato; anche il prefetto Velli era
impegnato in affari, che lo richiamavano in Roma.
73) Nella relazione ad limina, che Giancarlo Antonelli inviò il 1° marzo 1688 a Roma, il vescovo dichiarava che il seminario, eretto l'anno
precedente contava 8 iscritti: cinque alunni e tre convittori (ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di G. Antonelli, 1688). Tale numero
rimase invariato fino al 1735, quando i seminaristi divennero diciotto (ASV, Relationes ad limina, A., Relazione di F. Borgia, 1° dicembre
1735).
74) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione.
75) Valeriano Chierichelli, vescovo di Ferentino dal 1694 al 1718, anno in cui rassegnò le dimissioni, durante il suo episcopato ebbe ad
affrontare molte contrarietà. Visitarono la diocesi e misero sotto inchiesta la sua attività molti visitatori apostolici: nel 1707 Vittorio Felice
Coucci, vescovo di Fondi, e Giovanni Battista Bassi, canonico di Torino e vescovo di Anagni, nel 1710 Lorenzo Tartagni, nobile di Forlì, nel
1718 Simone Gritti, che poi successe al Chierichelli sulla cattedra ferentinate. (AVF, Vescovi, f. 101r). Durante il suo episcopato, tuttavia, il
Chierichelli commissionò la fabbricazione del coro in legno della Cattedrale al maestro Giuseppe Giorgi da Santopadre (1695); fece restaurare
l'altare maggiore della medesima chiesa nel 1707 (Arch. Cap., vol. L/VIII, ff. 401 e 810ss); con un decreto stabilì la necessità di riparare la
cattedrale e l'episcopio, di edificare una nuova sede per il seminario e di erigere il monte di pietà (Acta Camerarii Sacri Collegi S. R. E.
Cardinalium, 24, f. 90). Il Chierichelli fu consacrato dal card. Barbarigo, vescovo di Montefiascone, zelante imitatore del cardinale Borromeo e
fondatore del seminario della diocesi di Montefiascone.
76) AVF, Patentalium, f. 105r.
77) Marco Antonio Cialino, Giuseppe Viola, Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Pietro Trenta, Antonio Marcelli, Pietro Epifani, alunni;
Giovan Battista Bassi, convittore.
78) Il 1° marzo 1691 il vescovo Antonelli dovette sostituire il deputato can. Giovanni Battista Bellà, abitante in Roma, con il suo vicario
generale, Giulio de Andreis (AVF, Patentalium, f.112r). Il 5 dicembre 1964 il vescovo Chierichelli, essendo morto il deputato Ambrogio
Squanquarilli, lo sostituì con il sacerdote, che svolgeva le funzioni di parroco di S. Pietro (ibidem, f. 112v).
79) cfr. supra nota 76.
80) AVF, Patentalium, ff. 106ss.
81) Ibidem, f. 107.
82) Ibidem, primi fogli senza numerazione.
83) Ibidem, f. 107v.
84) Ibidem, f. 111r.
85) Ibidem, f. 17r.
86) Ibidem, f. 108.
87) Ibidem, f. 7v.
88) Ibidem, f. 3v.
89) Ibidem, primi fogli senza numerazione.
90) Ibidem, f. 8v.
91) Ibidem, f. 9r.
92) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di V. Chierichelli (1699).
93) Il Chierico Collalti era stato eletto, al posto di Salvatore Gobbo, il 1° febbraio 1700 (AVF, Patentalium, f. 3v).
94) AVF, Patentalium, f. 9v.
95) Ibidem, primi fogli senza numerazione.
96) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di Valeriano Chierichelli (13 giugno 1705).
CAPITOLO II
IL PRIMO REGOLAMENTO
La Costituzione del vescovo Simone Gritti (1727)
Valeriano Chierichelli può definirsi il secondo fondatore del seminario diocesano di Ferentino: a lui si deve
la collocazione della sede nell'edificio, che ancor oggi ospita il pio istituto (1), e a lui si deve
l'orientamento verso la definizione di un preciso ordine degli studi.
Il Chierichelli tu molto sensibile ai problemi inerenti alla fondazione e costituzione dei seminari: egli era in
amicizia con il vescovo di Montefiascone, il card. Marco Antonio Barbarigo, che lo aveva consacrato alla
dignità dell'episcopato. Il Barbarigo, fondatore del seminario diocesano di Montefiascone, certamente non
poté fare a meno che ricordare al novello vescovo di Ferentino la necessità dei seminari per la santa e
retta formazione del clero. Anche il decreto pontificio di nomina imponeva al Chierichelli il dovere di
erigere e confermare nella sua istituzione il seminario diocesano.
Quando mons. Chierichelli prese possesso della diocesi ferentinate, con sollievo constatò che il seminario
era un dato di fatto, aveva le sue rendite; bisognava dargli una sistemazione non solo nelle strutture
murarie, ma anche in quelle più propriamente spirituali e culturali. L'attuazione dei suoi propositi ebbe
notevoli ritardi sia per le già ricordate vicende edilizie, che angustiarono i primi decenni di vita della pia
istituzione, tanto che il seminario fu chiuso per oltre cinque anni; sia perché il continuo avvicendarsi di
rettori e di prefetti impediva il consolidarsi di un sistema omogeneo nella gestione dell'istituto.
Riflettendo sulla storia della fondazione del seminario ferentinate, si ricava la convinzione che l'istituto,
almeno nella struttura disciplinare e didattica, si organizzò poco alla volta. Ciò tuttavia non deve indurre a
formulare un giudizio riduttivo sull'effettiva capacità del seminario ferentinate di formare adeguatamente
alla vita ecclesiastica i suoi sacerdoti.
Se si scorre la vasta bibliografia pubblicata sui seminari italiani (2), si nota che quasi generalmente la
gestione degli istituti di formazione del clero secolare si consolidò dopo tentativi e ripensamenti. Il Concilio
di Trento aveva indicato le direttive di massima, cui dovevano ispirarsi i vescovi per istituire i seminari
(3); era poi la situazione concreta che doveva determinare il modo di comportamento dell'Ordinario.
Almeno per il XVI secolo il modello ideale, cui tutti dovevano conformarsi, era riconosciuto nella vigorosa
ed efficace opera pastorale di S. Carlo Borromeo. Egli istituì in Milano il seminario, al quale aggiunse
diversi seminari minori ed uno per le vocazioni tardive. Non sempre fu possibile applicare il modello
proposto dal Borromeo alla situazione varia delle diocesi italiane; tuttavia il suo esempio fu una spinta a
perseguire pur nella molteplicità delle condizioni particolari, un criterio di uniformità per poter realizzare
regole chiare ed un'efficiente organizzazione.
La struttura organizzativa del seminario vescovile di Ferentino, nell'ultimo ventennio del XVI secolo, fu
molto semplice, anche perché il numero degli iscritti non superava la decina. Il corso di studi, improntato
all'acquisizione delle discipline umanistiche, si svolgeva in cinque anni. I seminaristi lo iniziavano a 12
anni e lo terminavano a circa 18 anni, dopo aver acquisito non solo la conoscenza dei doveri propri dello
stato ecclesiastico, della Sacra Scrittura e della teologia (4), ma anche della grammatica, «humanità»,
retorica (5) e scienze fisiche (6). Non sembra, sulla base dei documenti in nostro possesso, che
l'insegnamento ai seminaristi fosse svolto da docenti specializzati; questo almeno fino alla seconda meta
del XVIII secolo.
Nella nota delle uscite del seminario, stilata nel luglio del 1699 (7), il personale, che gestisce l'istituto, è
composto da un rettore, un prefetto ed un cuoco: non si fa riferimento ad insegnanti. Quindi il rettore
ricopriva il ruolo di lettere, oltre che di custode della probità di costumi ed educatore della «pietà» dei
seminaristi. Ciò è giustificato dal salario molto elevato che percepiva annualmente, 40 scudi, circa il triplo
di quello che riscuoteva il prefetto (18 scudi). La diversità del trattamento economico dipendeva, dunque,
dalla funzione che si svolgeva all'interno dell'istituto.
Il rettore era responsabile dei seminaristi, loro maestro ed educatore; pertanto doveva riscuotere un
salario, che lo ripagasse della grande responsabilità a lui affidata. Il prefetto, svolgeva generalmente
compiti di vigilanza sui seminaristi, quando uscivano dal seminario per partecipare alle funzioni religiose
officiate in cattedrale o quando li doveva aiutare nello studio. Questo incarico di vigilanza richiedeva
prudenza e abilità, ma non impegnava al pari dell'incarico di rettore; perciò lo stipendio del prefetto era
assai minore, tanto che successivamente la carica di prefetto fu affidata ai seminaristi, frequentanti
l'ultimo anno del corso di studi.
Si può paragonare il prefetto al ludi magister delle scuole - convitto umanistiche; infatti in un documento
del 3 gennaio 1709 tale similitudine è confermata (8). Dal 1707 per più anni fu visitatore e vicario
apostolico della diocesi ferentinate il vescovo di Anagni Giovanni Battista Bassi. Durante tale periodo
mons. Bassi ebbe piena autorità di emanare decreti ed editti, come se fosse lui il titolare della diocesi: e
cosi il 3 gennaio 1709 investi Giuseppe Calabrese (9) della carica di «ludi magister» degli alunni del
seminario ferentinate. Il Calabrese, però, sarebbe stato confermato nella carica previa professione di
fede: questo particolare indica la responsabilità, cui era chiamato il prefetto del seminario. Infatti egli
diveniva quasi «pedagogo» dei seminaristi, ossia il loro precettore o istitutore; avrebbe vegliato sulla loro
condotta per evitare che leggessero libri proibiti o facessero giochi poco leciti. Il precettore doveva seguire
i seminaristi nel lungo percorso educativo, che li avrebbe condotti al sacerdozio; quindi non solo doveva
aiutarli nello studio, ma anche indirizzarli e seguirli nella frequenza ai sacramenti, fondamento necessario
per la costituzione di una vita veramente cristiana.
Il «ludi magister», in pratica, doveva «vivere» con i seminaristi e la sua figura era talmente importante
che persino il V Concilio Lateranense (1512 - 1517), celebrato sotto Leone X, nella sessione IX aveva
sentenziato intorno alla sua funzione all'interno della vita della chiesa. Dai primi anni del XVIII secolo il
seminario ferentinate ebbe anche un economo (10), che doveva gestire l'amministrazione delle rendite e
dei beni in possesso del pio istituto.
Se nel primo ventennio di vita il seminario vescovile di Ferentino condusse vita stentata per i vari
problemi che dovette affrontare, prima fra tutti quello di una sicura e stabile dimora, la situazione migliorò
notevolmente quando, dopo le dimissioni di Valeriano Chierichelli, rassegnate nel 1718, gli successe nella
cattedra ferentinate Simone Gritti che già si trovava in diocesi come vicario apostolico. Anche l'episcopato
di Simone Gritti non fu tranquillo, perché ebbe le medesime «persecuzioni» del suo predecessore; tuttavia
fu significativo per l'impronta originale che seppe dare alla diocesi.
Mons. Gritti fu uno zelante vescovo e durante i suoi undici anni di episcopato in Ferentino (resse la diocesi
dall'8 luglio 1718 al 1729, quando fu trasferito alla sede di Acquapendente) si prodigò molto per il
seminario diocesano. Si avvide che, oltre alla cronica carenza di mezzi finanziari (11) ancora nessun
vescovo si era preoccupato di stilare un ordinamento per quel luogo pio, la cui retta e regolare gestione
avrebbe assicurato alla diocesi ed alla Chiesa sicuri beni spirituali.
L'edificio, che ospitava il seminario, era in un decente stato di sistemazione; ma per le scarse rendite, che
l'istituto possedeva, si potevano sostenere non più di otto alunni e non se ne potevano ospitare altri.
Già da tempo si era ricorso al sistema dei semiconvittori (12), cioè di giovani che in parte pagavano la
retta, non potendo il seminario sostenere tutte le spese per il vitto e l'alloggio di coloro che lo
frequentavano, aspirando al sacerdozio.
Per il momento bisognava accantonare il progetto di ampliamento dell'edificio per accogliere più candidati
desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica: le poche rendite non permettevano tali spese, né si
prevedeva un loro incremento mediante la fusione di altri benefici. Al vescovo Gritti non restava da
sviluppare altro che la parte spirituale: stilare le regole per la conduzione del seminario. Ciò fece il 18
luglio 1727, durante la Sacra Visita, e testimoniò con orgoglio nella Relatio ad limina del 1° novembre
1728 (13).
Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino, dettate dal Gritti, furono pubblicate
ufficialmente nel 1727, due anni dopo un importante Sinodo Provinciale, tenuto a Roma sotto la personale
direzione di Benedetto XIII. Fu lo stesso papa a voler celebrare tale concilio, nonostante il parere contrario
dei cardinali: lo volle presiedere egli stesso e ciò lo tenne occupato per più settimane facendogli
tralasciare gli altri doveri, richiesti dalla carica pontificia. Il Papa volle questa riunione anche per verificare,
a circa cento anni di distanza, l'attuazione delle norme tridentine circa i seminari diocesani; e per la
formazione del clero nei seminari, nello stesso anno 1725, nominò un'apposita congregazione (Bolla
Creditae nobis coelitus del 9 maggio 1725). Sull'onda dell'azione pastorale di Benedetto XIII numerosi
vescovi si orientarono verso una più precisa regolamentazione delle loro diocesi e, in special modo, dei
loro seminari (14). Anche l'Ordinario ferentinate si inseri nel generale spirito di riforma che pervadeva la
Chiesa cattolica (15).
§ 1. Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino (18 luglio 1727)
Durante la Visita pastorale del 1727 il vescovo Simone Gritti visitò anche il seminario e, accortosi
dell'inesistenza di un regolamento, che ordinasse la vita dell'istituto, lo stilò lui stesso e lo pubblicò
immediatamente, facendolo anche rilegare a mo' di volumetto. Il regolamento comprende, oltre la
premessa introduttiva, cinque capitoli, cosi suddivisi:
cap. I - Obblighi del Rettore o Maestro
cap. II - «Incombenze» del Prefetto
cap. III - «Pesi» dei seminaristi
cap. IV - «Incombenze del ministro che maneggia l'entrate del Seminario»
cap. V - Oneri del cuoco, con funzioni di portinaio e «spenditore ossia servente» del seminario.
Il testo, che si sviluppa in 24 fogli scritti con calligrafia chiara e ordinata, è in italiano, perché le Regole
dovevano «leggersi, a chiara intelligenza, in publico refettorio ogni primo giorno del mese, alla qual
lettura dovranno trovarsi presenti tutti li compresi in esse» (16), cioè il rettore, il prefetto, il ministro, i
seminaristi, i convittori e il portinaio.
Esaminando il contenuto del regolamento, si nota l'esigenza di organizzare la vita del seminario in modo
tale che i suoi superiori ed i suoi ospiti fossero orientati al perseguimento prima della «gloria di Dio» e poi
del bene della Chiesa e delle anime. Ciò è espresso incisivamente nella Premessa introduttiva delle Regole
(17).
Tra le incombenze, che porta con sé la carica episcopale, «una delle principali si è quella della disciplina e
buona direzione del nostro Seminario, giacché da questo hanno a sortire ecclesiastici degni del proprio
carattere e talmente forniti delle virtù intellettuali e morali che non solo rieschino d'esempio e
d'ammirazione ai popoli della nostra Città e Diocesi per i santi costumi, ma anche colla loro scienza e
dottrina possino istradare i Prossimi a quel termine, a cui aspirar deve ogni fedele e per il di cui
conseguimento siamo stati dall'Altissimo creati». In queste poche righe è condensato non solo il fine
culturale, cui deve tendere il futuro sacerdote, ma anche la linea di condotta, che egli dovrà osservare una
volta divenuto ministro della Chiesa. Il popolo dei fedeli aveva bisogno di sacerdoti istruiti, che non
dimenticassero di attuare il fine principale della loro missione: la Carità.
La consapevolezza del ministero sacerdotale si confermava e si consolidava in proporzione alla coscienza
di aver seguito un itinerario formativo, nel quale oltre al sapere si approfondiva anche la «sapientia
cordis». Dal seminario doveva uscire un sacerdote completamente rinnovato rispetto al modello ideale
proposto all'imitazione dei fedeli immediatamente dopo la conclusione del Concilio tridentino: al defensor
fidei doveva succedere l'ascetico e zelante pastore di anime. In questo credeva fermamente il Gritti, tanto
più che, come afferma esplicitamente, in Ferentino vi era urgente bisogno di un modello esemplare di
sacerdote, dal quale «si potrebbero apprendere le virtù; cosi anche mancano i giovani desiderosi di
approfittarsi in quelle» e manca «in questa medesima città... l'Università de' Studii» (18).
Quest'ultimo riferimento all'Università, la cui assenza era ritenuta una grave limitazione, ci fa
comprendere come il Vescovo, nello stabilire le regole di condotta per i seminaristi, avesse di mira il
progetto di un perfezionamento degli studi che implicasse un approfondimento continuo dei medesimi.
Non vi è vera sapienza, se non vi è costante ed amorosa applicazione allo studio ed all'approfondimento
dei suoi valori. Da queste premesse teoretiche scaturiva, dunque, tutta la struttura organizzativa del
seminario vescovile di Ferentino, a partire dalle norme che dovevano regolare la carica e i doveri del
Rettore (19).
Al momento dell'ammissione alla carica di Rettore subito doveva essere approntato e risolto il problema
dello stipendio, che sarebbe stato fissato in una somma superiore ad una «tavola di una mercede
competente». Questo appunto preliminare, concernente problemi di natura economica, sembrerebbe
contraddire le dichiarazioni espresse nella Premessa; invece il riconoscimento economico dovuto al
Rettore del seminario ci fa comprendere in modo più chiaro la nuova valutazione data a tale carica.
Ricevere un congruo salario rendeva ancor più importante la responsabilità assunta e spronava il rettore
ad impegnarsi con maggior dedizione al suo lavoro, prefiggendosi «nell'animo l'utile ed il profitto de' suoi
alunni» (20). I suoi oneri didattici consistevano nell'istruire i seminaristi nelle lettere e nel timor di Dio,
non solo con l'insegnamento teorico, ma anche con l'esempio pratico del suo comportamento ricavandone
grata «beneficienza» dal Vescovo e dagli altri superiori.
L'orario delle lezioni non doveva superare le cinque ore giornaliere: due ore e mezza la mattina ed
altrettante nel pomeriggio. Nella mattinata il Rettore avrebbe spiegato le regole grammaticali
dell'Emanuele (21), le «Epistole» e le «Orazioni» di Cicerone, programmando le lezioni secondo il grado di
comprensione e di preparazione raggiunto dalle varie classi del seminario; chiudeva l'orario mattutino la
spiegazione dei canoni del Concilio di Trento. Nel pomeriggio il Rettore avrebbe spiegato l'«Eneide» di
Virgilio, il Catechismo Romano e le lezioni del Breviario. Come si vede, lo studio del seminarista era
programmato in modo tale che di mattina venivano approfondite le tematiche inerenti alla prosa latina,
nel pomeriggio quelle della poesia, ritenuta più facile e dilettevole della prosa.
Lo studio dei classici latini, Cicerone e Virgilio, era propedeutico all'esercizio giornaliero di composizione in
volgare e di simultanea traduzione in latino. Il Rettore durante la correzione degli elaborati doveva aiutare
l'alunno ad autocorreggersi, cioè a «far ritrovare tutte le regole ad ogni circostanza, affinché finalmente
emendi da sé li suddetti errori» (22).
La lezione di teologia si risolveva nello studio preliminare del Catechismo Romano, del Breviario e del
testo del Concilio di Trento. Il vescovo Gritti non tralasciò di consigliare al Rettore anche il modo di
comportamento opportuno: «E perché la sperienza, la quale è maestra delle cose, c'insegna che la troppa
confidenza dei scuolari col maestro è cagione di negligenza dei medesimi, rifletta esso, pertanto, di farsi
più temere che amare, regolandosi con prudenza, secondo le qualità de' giovani, o più o meno diligenti, o
più o meno timidi; né trascorra nel troppo e continuato rigore, affinché non si avvilischino, ma sappia
usare circospezione, per renderli più diligenti ed animosi ad intraprendere le fatiche e lo studio» (23).
I canoni del metodo educativo, cui doveva ispirarsi il Rettore, erano quattro: amorevolezza, capacità di
lettura psicologica dei ragazzi, fermezza e moderazione. Egli doveva essere abile nell'individuare i
caratteri dei suoi allievi, per poter applicare a ciascuno di essi una didattica particolare: verso i poco
diligenti fermezza nello spronarli allo studio, verso i «timidi» moderazione ed amorevolezza, perché non si
«avvilischino». Questo metodo preannuncia quello che sarà poi chiamato metodo individualizzato.
Tuttavia l'impostazione della scuola è quella propria delle scuole cattoliche della Controriforma, in cui il
maestro esercitava nei confronti dei propri allievi un moderato paternalismo e, mediante il rispetto della
disciplina ed insistendo sull'esercizio della memoria e della ripetizione (24), mirava al loro «indurimento»,
cioè al rinforzo delle capacità esistenti o acquisite con lo studio e l'esperienza. E questo anche il metodo
propugnato dalla Ratio studiorum dei collegi gesuitici, sul cui modello si esemplavano, pur con qualche
differenza, i seminari vescovili.
Nel seminario di Ferentino, secondo la Costituzione del vescovo Gritti, si verificò una simbiosi tra il metodo
gesuitico ed il metodo delle scuole umanistiche. Secondo i canoni della pedagogia gesuitica nel seminario
ferentinate si privilegiava lo studio del latino e si insisteva sul rispetto della disciplina e del silenzio, sui
quali doveva costantemente vigilare il rettore, anche comminando pene per i disubbidienti (25). Si
assegnava grande rilevanza alla esemplarità del comportament |