| CAPITOLO I |
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| giovedì 26 aprile 2007 | |
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LA FONDAZIONE DEL SEMINARIO DIOCESANO DI FERENTINO § 1. Lo stato della diocesi dopo il Concilio di Trento Nel 1585 il vescovo Silvio Galassi prese possesso della diocesi ferentinate, a lui affidata; subito decise di svolgere una visita pastorale per poter conoscere più approfonditamente le necessità e la situazione spirituale del suo gregge (1). La realtà della diocesi non era confortante perché lo spirito religioso languiva; anche se tra i fedeli non si manifestavano clamorosi casi di peccatori, tuttavia la pratica dei sacramenti era molto tiepida specialmente nei centri minori della diocesi (2). Il disagio morale delle popolazioni, lasciate in balia della più ingenua superstizione, praticata da molti diocesani (3), non era compreso dal clero, il più delle volte preoccupato di accumulare benefici ecclesiastici o di difendere prerogative o privilegi feudali. Il ceto ecclesiastico, quindi, non brillava per zelo pastorale e nemmeno eccelleva nell'istruzione. Pochi ecclesiastici all'esame del Galassi risultarono meritori di elogio per la loro preparazione culturale; i più ignoravano «litteras latinas» (4), la liturgia (5), il canto (6), inoltre non possedevano nemmeno i testi sacri (la Bibbia) (7), il catechismo romano (8), i decreti di riforma del Concilio tridentino (9), i manuali più noti in uso per i confessori, come la Summa Navarri (10) o la Summa Silvestrina (11). Lo stato morale dei pastori era talvolta deplorevole: frequente il concubinaggio (12) ed i comportamenti poco dignitosi, fomite di cattivo esempio per i fedeli (13). Il vescovo Galassi non si limitò solamente a notare questi comportamenti ed a farli verbalizzare nella Visita, ma prese dei provvedimenti per eliminare la condotta scandalosa del clero (14), cercando di ravvivare la sua vita spirituale, obbligando gli ecclesiastici allo studio delle sacre lettere e delle opere teologiche, imponendo la conoscenza approfondita dei decreti di riforma del Concilio di Trento (15). Servendosi della sua notevole preparazione giuridica e dell'esempio formidabile del card. Carlo Borromeo, il Galassi si prodigò nel riorganizzare le fondamenta cristiane della diocesi ferentinate. Tuttavia, nonostante i suoi sforzi, il suo lavoro non fu completo, mancò alla sua attività di riformatore la risoluzione di uno dei problemi più urgentemente richiesto dal Concilio tridentino: l'erezione del seminario. Sembra strano che uno zelante pastore come il Galassi, che si era formato alla scuola del Borromeo e che, durante il suo episcopato, cercò di incarnare le esigenze di riforma suscitate dal Concilio, abbia potuto trascurare la necessità impellente di erigere il seminario diocesano. Con tale istituto il Vescovo ferentinate avrebbe potuto facilmente sanare la piaga del clero indegno, avrebbe costituito una scuola dove formare non solo la cultura del clero, ma anche la sua pietà e la sua spiritualità; avrebbe, quindi, giovato ancor di più alla popolazione a lui soggetta, cosi avvilita nell'ignoranza e nella povertà. Nel suo episcopato, cosi fecondo di attività riformatrice, non si ha il minimo accenno alla questione riguardante il seminario. È nemico della completezza storica il «naufragio» di gran parte dei documenti conservati negli archivi di Ferentino; tuttavia una riflessione più attenta sulla storia, a noi nota, della cittadina ciociara può dare una giustificazione del ritardo con cui il seminario venne eretto in diocesi. Il Concilio di Trento nella sessione XXIII, tenutasi il 15 luglio 1563, aveva stabilito che ogni cattedrale dovesse mantenere, educare e formare nelle discipline scolastiche un certo numero di ragazzi della stessa città e diocesi (certum puerorum ipsius civitatis et dioecesis numerum) in un collegio apposito, eretto dal vescovo preferibilmente in prossimità della cattedrale. Tale collegio non avrebbe solo dovuto preparare gli ecclesiastici per il servizio della cattedrale, ma avrebbe dovuto essere Dei ministrorum perpetuum seminarium, un perpetuo vivaio di ministri di Dio (sess. XXIII cap. 18). Il Concilio stabiliva che nel seminario venissero accolti ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, che sapessero sufficientemente leggere e scrivere. I giovinetti, orientati al sacerdozio sarebbero stati scelti soprattutto tra i figli dei poveri, senza però escludere quelli dei ricchi. Essi durante il corso di studi avrebbero appreso la grammatica, il canto, la Sacra Scrittura, le opere di scienza ecclesiastica, le omelie dei santi e ciò che sarebbe stato necessario per amministrare i sacramenti (16). L'esecuzione del decreto presentò subito notevoli difficoltà specialmente per il reperimento dei sussidi economici e per il reclutamento di superiori e docenti idonei. Gli oneri di natura economica ritardarono la fondazione dei seminari in molte diocesi italiane, nonostante che il Concilio tridentino, in previsione delle difficoltà pecuniarie, avesse stabilito anche la creazione di un'apposita tassa pro Seminario. Ostacoli economici impedirono al Galassi, dunque, di erigere il seminario. Infatti la sua diocesi non era molto ricca: vi circolava poco la moneta, era per la maggior parte dei centri sottoposta alla baronia feudale di grandi casate romane (17). L'economia non era florida e gran parte dei territori, appartenenti alla Chiesa, erano concessi in enfiteusi con redditi non sempre sufficienti al sostentamento dei coloni, che spesso ricorrevano all'usura (18). Grazie alla visita pastorale del 1585 il Vescovo poté tracciare una pianta abbastanza fedele e minuziosa della proprietà ecclesiastica e, ordinando di ristrutturare gli archivi parrocchiali, predispose un piano per il recupero dei beni ecclesiastici occupati illecitamente (19). Questo lavoro di riordinamento della proprietà ecclesiastica nella diocesi ferentinate fu preliminare all'individuazione di quei benefici, che potevano essere utilizzati per l'istituzione del seminario diocesano. Il clero di Ferentino, pur non avendo il seminario, nel XVI secolo poteva tuttavia usufruire di altre istituzioni scolastiche, per migliorare la sua preparazione culturale. Nella città, dalla fine del XV secolo, funzionava una scuola di retorica, fondata dall'umanista Martino Filetico (20) e tale istituto, per espressa volontà del testatore, doveva istruire gratuitamente i giovinetti di Ferentino e del territorio. Nei centri minori della diocesi erano aperte scuole pubbliche di grammatica, retorica e logica, i cui insegnanti appartenevano al clero cittadino (21). Il Galassi nella sua visita del 1585 impose ai maestri delle scuole laiche di inserire nel curriculum degli studi materie attinenti le discipline ecclesiastiche e li invitò, in conformità con quanto consigliava il cap. 18 della XXIII sessione del Concilio tridentino, a provvedere che gli allievi «ogni giorno assistano al sacrificio della Messa e confessino i loro peccati almeno ogni mese, che ricevan il Corpo di nostro Signore Gesù Cristo quando il loro confessore lo giudicherà opportuno, e che prestino servizio nei giorni festivi nella chiesa cattedrale o nelle altre chiese del luogo». Il Vescovo, quindi, essendo a conoscenza delle povere rendite della sua diocesi, non si preoccupò di costruire il seminario, ma pensò di utilizzare le scuole pubbliche di grammatica per la formazione del suo clero. Appena conseguita una discreta cultura, allora l'Ordinario concedeva all'ecclesiastico, avviato al sacerdozio, di recarsi a Roma a completare gli studi (22) specialmente giuridici (23). Il Galassi non volle gravare la diocesi di Ferentino con la spesa derivante dalla costruzione del vero e proprio seminario; preferì adattarsi alla situazione di fatto, in attesa che si verificassero condizioni economiche più favorevoli. D'altra parte la difficoltà che si presentava in Ferentino era la medesima in cui si dibattevano le diocesi viciniori. Nella vicina città di Anagni già dal 1572 il vescovo Lomellino aveva desiderato fondarvi un seminario; ma aveva dovuto accantonare il pio proposito per la scarsezza dei mezzi finanziari in suo possesso. Cosicché solo nel 1609, durante l'episcopato di Antonio Seneca, tale aspirazione poté realizzarsi (24). Nella diocesi di Alatri il vescovo Bonaventura Furlani nel 1588 fondò il seminario diocesano, che fu aperto solo nel 1689 (25). In Veroli il vescovo Asteo nel 1611 costitui il seminario, che solo nel 1652 cominciò effettivamente ad operare (26). Se il decreto tridentino, che aveva reso obbligatoria l'erezione dei Seminari, per molti anni fu inefficace, ciò dipese solo dalle difficoltose condizioni economiche delle diocesi del basso Lazio, non dalla negligenza dei loro Vescovi (27). § 2. Le fasi della fondazione del seminario I primi tentativi per la creazione del seminario diocesano di Ferentino risalgono al vescovo Enea Spennazzi, che resse la diocesi dal 1643 al 1658. Le sue premure approdarono all'emanazione di una bolla, con la quale Innocenzo X il 15 ottobre 1652 sopprimeva alcuni benefici ecclesiastici per ricavarne rendite e favorire la fondazione del seminario (28). Si addivenne alla chiusura dei conventi ferentinati dei Domenicani (S. Domenico) e dei Carmelitani (S. Maria degli Angeli) e di quelli dei Conventuali di Prossedi e Ceccano, perché ormai troppo esiguo era il numero dei religiosi in essi ospitato e le rendite non permettevano più una vita dignitosa. Il prefetto della congregazione super statu Regularium, il cardinale Spada, da Roma il 1° luglio 1653, trasmise al Vescovo ferentinate la bolla di Innocenzo X, che decretava anche il modo di applicazione e di ripartizione delle rendite dei benefici soppressi: al seminario diocesano sarebbero stati assegnati solo i redditi dei conventi domenicano e carmelitano di Ferentino, unitamente ai 100 scudi, che un pio testatore aveva lasciato per lo stipendio del maestro di scuola. Quanto ai religiosi, che tardavano ad abbandonare le loro sedi ferentinati, l'Ordinario doveva sollecitarne la partenza definitiva (29). Nonostante questa decisione drastica, dettata da esigenze economiche, ancora era lontano dalla realizzazione il proposito di erigere il seminario. Erano trascorsi dal decreto di riforma sui seminari, emanato dal Concilio tridentino, novant'anni, ma la situazione economica ferentinate faceva prevedere altri ritardi. In questo lungo periodo di attesa si stavano, però, gettando le basi per poter con più facilità erigere il pio istituto (30). La realizzazione del progetto fu ritardata anche dalle carestie e dalle epidemie, che funestarono la prima metà del XVII secolo. Nel primo decennio del secolo la popolazione diocesana era stata decimata da una grave pestilenza, che aveva ridotto gli abitanti a 9.575 unità, così distribuite per centro abitato (31): Ferentino 2510 Supino 1789 Ceccano 1284 Giuliano di Roma 1053 Patrica 879 Prossedi 796 Amaseno 696 Villa S. Stefano 399 Pisterzo 169 Tale decimazione aveva ritardato il miglioramento delle condizioni economiche, privando l'agricoltura di forza lavoro e rendendo troppo oneroso per la popolazione il pagamento delle tasse ecclesiastiche. Molti redditi di chiese e cappellanie si assottigliarono tanto da non essere più sufficienti al sostentamento del beneficiato e ciò favorì quanto già aveva permesso il Concilio di Trento: il vescovo era autorizzato a sopprimere e a fondere in un unione perpetua benefici troppo modesti (32). Il peggioramento della situazione economica della diocesi ferentinate (33) favorì le fusioni dei benefici ecclesiastici e permise la costituzione di un fondo di rendite, anche se poco consistenti, necessarie per la fondazione del seminario. Se mons. Enea Spennazzi riuscì soltanto ad ottenere l'unione dei benefici soppressi all'erigendo seminario diocesano, più fortunato fu il vescovo Roncioni, che resse la diocesi dal 1658 al 1676. Ottavio Roncioni riuscì a promuovere ancor di più l'attività pastorale del suo predecessore. Secondo la norma dal Concilio di Trento impose una congrua tassazione alla mensa vescovile, ai benefici ed agli enti pii a favore del seminario e nella congregazione del 10 ottobre 1664 elesse la cosiddetta «deputazione tridentina», ossia i quattro deputati per amministrare le rendite del pio istituto (34). L'Ordinario diocesano era membro di diritto della commissione, gli altri quattro membri erano eletti secondo una precisa modalità: due scelti tra i componenti del Capitolo (uno eletto dal Vescovo, l'altro dal Capitolo), due appartenenti al clero cittadino (uno eletto dal vescovo, l'altro dal clero secolare). Tra gli oneri della deputazione tridentina vi era quello di nominare il rettore ed il prefetto del seminario, i professori, di controllare la situazione economica dell'istituto e di prendere decisioni all'unanimità sulla conduzione dei beni e delle rendite patrimoniali dell'istituto. Il vescovo Roncioni il l° ottobre 1664 ebbe l'onore di nominare i primi deputati del seminario: in prima congregazione dal Capitolo vennero scelti il can. Tiberio Santino ed il can. Giovanni Battista Tauco, in seconda congregazione dal clero cittadino don Lelio Guadagnoli e don Magno Corazzini. Tali nominativi vennero eletti considerando la probità e la disponibilità degli ecclesiastici (35). Nella stessa data il Vescovo promulgò un editto con cui costituiva il seminario in conformità con quanto prescritto dal Concilio di Trento. Sarebbero stati ammessi giovani di età non minore di 12 anni: gli appartenenti ai ceti disagiati avrebbero pagato una retta annuale di 18 scudi ciascuno, gli altri 30 scudi l'anno. Gli alunni sarebbero stati istruiti, durante il corso di studi, da un maestro nella conoscenza della «grammatica, di Sacre Lettere, di scrivere et altre bone discipline». Nel giorno stesso della pubblicazione dell'editto i padri di famiglia, abitanti in Ferentino o nel territorio della diocesi, avrebbero dovuto presentare al vescovo e ai deputati i loro figlioli desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica e «veramente accesi di voler servire a Dio et alla sua S. Chiesa». Al momento dell'iscrizione, dopo che i deputati si fossero informati sulla buona condotta e indole degli aspiranti, i padri avrebbero dichiarato le generalità dei propri figli, indicando anche il nome del padre e della madre, l'indirizzo, l'età e la «piena e vera informatione del habilità e stato suo». Purtroppo non essendoci ancora rendite consistenti il vescovo, consigliato dai deputati del seminario, aveva già tassato la mensa episcopale e capitolare «come del resto di tutte le entrate di prebende e benefitii, abbatie, monasteri, hospitali, confraternite et altri beni ecclesiastici della città e diocesi... Tutti quelli che sono stati tassati... debbono haver pagato per tutti li 25 del corrente mese de octobre la sua rata in mano delle persone... a ciò destinate; e cosi successivamente negli anni a venire». Il vescovo, inoltre, consigliava di unire al seminario benefici semplici: a chiunque si sarebbe prodigato in tal senso, «parimenti si andarà sgravando ... la somma tassata» (36). L'editto fu affisso il 19 ottobre del medesimo anno alla porta maggiore della Cattedrale e nella piazza del comune dal Mandatario della curia episcopale Giacomo de Angelis; mentre il cancelliere Giulio de Andreis si faceva carico di trasmettere le copie dell'editto, accompagnate da lettere circolari, nelle città sottoposte alla giurisdizione diocesana di Ferentino, perché i vicari foranei le affiggessero alle porte delle collegiate e ne dessero la più ampia pubblicità (37). Il seminario di Ferentino era, dunque, stato eretto, rispettando tutte le formalità richieste dal Concilio di Trento: tuttavia non si fa accenno ad una casa, che potesse ospitare i giovani seminaristi, né si conservano documenti attestanti l'adesione del popolo alla deliberazione del vescovo Roncioni di «ammettere» nel seminario giovani «delli più atti» sino al numero da lui «previsto» (38). Può darsi che l'erezione, di cui si parla, non riguardi l'edificazione del seminario, ma solo la costituzione ufficiale di un «seminarium», di un istituto specializzato per la formazione del clero diocesano, dipendente direttamente dal vescovo, senza dover più ricorrere, come nel passato, alle scuole pubbliche di grammatica e retorica. Ottavio Roncioni chiude, quindi, la prassi consueta e si inserisce con decisione sulla scia riformatrice indicata dal Concilio di Trento: la diocesi di Ferentino avrebbe avuto finalmente il suo seminario ed i suoi sacerdoti avrebbero avuto fin dall'adolescenza un'istruzione degna del loro ministero. Per il momento non era ancora urgente l'esigenza di un edificio apposito, dove ospitare i «seminaristi», che, forse sull'esempio della diocesi di Sora (39), dimoravano con il vescovo, essendo l'episcopio di Ferentino molto vasto ed accogliente. Tuttavia il desiderio di mons. Roncioni era destinato a non aver fortuna, essendo troppo gravosa la retta annua di 18 scudi per gli alunni «poveri» e 30 scudi per gli «altri». Nei seminari postridentini per lungo tempo si mantenne la distinzione tra «alunni», mantenuti gratis, e «convittori», che si mantenevano dietro compenso di una retta annua. Sembra, invece, dall'editto del Roncioni che tale distinzione fosse solo in parte accettata: infatti anche i «poveri» dovevano versare un compenso pecuniario, anche se minimo rispetto all'intera somma di 30 scudi. Ciò è giustificato se si pensa che ancora il seminario non godeva di un consistente fondo patrimoniale. Il vescovo dovette applicare tasse sulle rendite ecclesiastiche; ma non bastando l'introito, consigliava tanto ai sacerdoti che ai laici di unire al seminario benefici semplici con l'accattivante proposta di sgravare, chi acconsentiva all'incentivo, dell'onere di questa tassa pro Seminario. Il vescovo Roncioni morì il 2 luglio 1676 senza veder progredire la sua iniziativa. Più favorevole all'istituzione del seminario fu l'episcopato di Giancarlo Antonelli, che resse la diocesi dall'11 gennaio 1677 al 20 aprile 1694 (40). Il suo predecessore non era riuscito ad ottenere risultati positivi, perché troppo tenue la consistenza dei redditi. La Congregazione nel 1653 aveva concesso la facoltà di erigere il seminario, utilizzando i redditi dei due conventi soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli: essi, infatti, ammontavano a 198 scudi e 65 baiocchi, troppo poco per poter mantenere un'istituzione così delicata e complessa (41). Perciò mons. Antonelli decise di trovare altri cespiti d'entrata per favorire lo sviluppo ed il potenziamento del seminario diocesano. Il 3 aprile 1687 il vescovo Antonelli riunì il capitolo e gli espose il suo parere favorevole alla assegnazione dei beni dei conventi soppressi e dei 100 scudi, lascito testamentario per il pagamento dello stipendio al maestro della scuola cittadina, al seminario diocesano (42). Avuta l'approvazione a tale disegno, subito il vescovo riunì la congregazione per eleggere i nuovi deputati. Vennero nominati solo due sacerdoti: il can. Giovanni Battista Bellà dal Capitolo e dal clero cittadino l'abate parroco di S. Maria Maggiore Ambrogio Squanquarilli (43). La riunione si protrasse fino a tarda ora e si rimandò al giorno seguente, 4 aprile, l'elezione degli altri due deputati della commissione tridentina «pro bono regimine et manutentione seminarii»: dal capitolo il cancelliere episcopale Marsilio Agnei e «de clero civitatis» Francesco Antonio Gizzi. In quel medesimo giorno fu decretata la definitiva e perpetua annessione dei due conventi soppressi; inoltre si stabilì di istituire la tassa pro Seminario da applicare ai capitoli, chiese, benefici e luoghi pii tanto della diocesi che della città. Fu incaricato di esigere tale imposta il canonico Domenico Antonio de Gasperis (44). Intanto nella bolla episcopale, emanata il giorno precedente, il vescovo aveva espresso il desiderio di aggregare al Seminario anche le rendite della cappellania di S. Pietro in Vincoli, vacante per la morte del cappellano Magno Corazzini, di giuspatronato della Comunità, e delle altre cappellanie di giuspatronato della Comunità vacanti per la morte dei loro cappellani: cappellania di S. Caterina e cappellania della Conversione di S. Paolo (45). Sulla cappellania di S. Pietro in Vincoli è necessario spendere qualche spiegazione, perché tale beneficio implicò successivamente, nel corso del XIX secolo, un conflitto giurisdizionale con il Comune di Ferentino. Tale cappella fu eretta il 4 marzo 1596 dal canonico Giovanni Leonini (46). Egli aveva avuto dal vescovo Orazio Ciceroni e da Ercolano Masi, abate e rettore della chiesa di S. Maria Gaudenti, la licenza di trasferire all'interno dell'edificio sacro una cappella esterna eretta vicino alla porta di ingresso e ormai diruta. Costruita la nuova cappella, il Leonini la dotò, riservandosi solo il diritto di nominare il cappellano, diritto che esercitò in vita e che lasciava, dopo la sua morte, al Comune di Ferentino. Il primo cappellano fu Giovanni Battista Ciuffarella, chierico iniziato alla prima tonsura; il suo onere consisteva nel celebrare o far celebrare due messe ogni settimana, al martedì e al sabato (47). Essendo nel 1687 morto l'ultimo cappellano, il Comune di Ferentino, subentrato al Leonini nel diritto di giuspatronato, decise il 6 aprile 1687 di non nominare più altri cappellani e di applicare al seminario i redditi della cappellania, riservandosi il diritto di nominare ogni quinquennio ad un posto gratuito un alunno scelto tra i cittadini. Il 25 maggio, circa un mese dopo dalla deliberazione, si riunì il consiglio comunale per ratificarla. Erano presenti i priori Plinio Bagalè, Giovanni Battista Gasbarra e Giovanni Battista Grappella, insieme con i settantacinque assistenti e con la partecipazione del governatore Giuseppe de Sanctis. Presa la parola, il primo consigliere Ambrogio de Gasperis chiese che venisse approvata con votazione la proposta di passaggio ai seminario della cappellania di giuspatronato comunale. Solo dopo votazione favorevole si poteva nominare l'alunno al posto gratuito. Messa ai voti la prima parte della proposta (arringa) de Gasperis, risultò approvata con 74 voti favorevoli (bianchi) contro un contrario (nero). Sempre il de Gasperis propose di nominare quattro consiglieri per la scelta di almeno cinque nomi di concorrenti, i cui nomi sarebbero stati scritti su apposite «schedule», poi estratte a sorte. I consiglieri eletti furono: Ambrogio de Gasperis, Ludovico de Gasperis, Camillo de Sanctis e Marco Antonio Luciola. Furono poi designati i nomi dei concorrenti: Romualdo Francesco, Marco Antonio Cialino, Carlo Fortunato Ulponi e Domenico Gasbarra. Fu estratto il nome di Marco Antonio Cialino, che fu accettato in seminario solo il 4 giugno 1687 (48). Nella medesima data vennero accettate le annessioni al seminario dei conventi soppressi e della cappellania di S. Pietro in Vincoli; furono aggiunti, comprendendo la tassa sulla mensa episcopale e sul clero, altri 150 scudi annui (49). Il vescovo Antonelli il 4 aprile 1687 promulgò un editto per avvertire la popolazione della sua diocesi che venivano aperti i termini per l'iscrizione al seminario dei giovani aspiranti. Nel testo il vescovo ricalcava il formulano del precedente editto del 1664 emanato da mons. Roncioni, pur introducendo alcune diversità fondamentali. Solo otto alunni «poveri», di età non superiore ai dodici anni, potevano essere accettati; gli altri giovani desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica, sarebbero stati considerati convittori con la retta di due scudi al mese, pagati anticipatamente. Le condizioni per essere ammessi al sacro istituto, erano quelle stabilite dal can. 18 della sess. XXIII del Concilio Tridentino con l'esplicita menzione che i giovani dovevano mostrarsi «veramente accesi di voler servire a Dio et alla Santa Chiesa». Trascorsi 10 giorni dalla pubblicazione dell'editto e dalla sua affissione nei luoghi stabiliti (piazza del Comune e porta maggiore della Cattedrale in Ferentino; porte delle chiese maggiori negli altri centri della diocesi), venivano aperte le iscrizioni per gli aspiranti ai posti gratuiti, che sarebbero stati selezionati in base al criterio della attitudine al sacerdozio. Dopo l'ammissione e la presentazione dei documenti di rito comprovanti il nome, l'età, la paternità e l'indirizzo, sarebbero iniziate le lezioni, impartite da maestri di grammatica, sacre lettere, «humanità», retorica ed altre «buone discipline». Concludeva il testo dell'editto la nota delle rendite patrimoniali del seminario: l'unione dei conventi soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli e gli introiti derivanti dalla tassa permanente applicata ai benefici ecclesiastici, tassazione distinta in due rate annuali da pagarsi la prima entro il mese di maggio e la seconda entro il mese di novembre. Il Vescovo ventilava inoltre la proposta di eliminare (sgravare) tale tassazione, previa fusione di benefici semplici al seminario (50). Il tentativo del vescovo Antonelli ebbe subito vasta risonanza in città e in diocesi. Il Comune si affrettò a concedere le cappellanie di suo giuspatronato erette in S. Maria Gaudenti, per favorire maggiormente l'inizio del nuovo istituto. Anche le famiglie ferentinati risposero all'invito dell'Ordinario e gli presentarono i loro figli, desiderando usufruire della possibilità di partecipare all'assegnazione degli otto posti gratuiti. Il 26 maggio 1687, il giorno successivo alla riunione consiliare in cui il Comune nominava alunno del seminario Marco Antonio Cialino, figlio di Giuseppe (51), la deputazione tridentina eleggeva, tra quelli che si erano presentati, quattro alunni per il quinquennio 1687 1692: Romualdo Mancini, figlio di Giacinto, Giuseppe Collalti, figlio di Giacinto, Orazio Vellucci, figlio di Carlo Ambrogio, e Giuseppe Antonio Tartaglia, figlio di Ambrogio (52). La commissione avrebbe dovuto scegliere otto nominativi di alunni, invece ne scelse solo quattro. Non furono conservate, purtroppo, le domande di iscrizione relative al primo quinquennio dell'attività scolastica del seminario, per cui non si sa se si presentarono solo in quattro all'esame di selezione o se furono più di quattro. Sta di fatto che il bando di concorso fu emanato il 4 aprile 1687 e le domande potevano pervenire alla commissione dei deputati a partire dal 14 del medesimo mese ed anno senza limitazioni di sorta. La deputazione tridentina ebbe circa 40 giorni a disposizione per esaminare le richieste di ammissione, raccogliere informazioni sui candidati e condurre le prove di esame per scegliere i giovani più idonei al sacerdozio. Quindi il lavoro della commissione fu svolto con prudenza e serietà. Poiché il numero degli alunni, ammessi a godere gratuitamente del posto in seminario, era la metà esatta del numero previsto, successivamente si aprì l'ingresso anche ai convittori, che avrebbero sborsato annualmente una retta pari a 24 scudi l'anno. Tale retta sarebbe stata utilizzata per coprire le spese per il vitto e alloggio e per lo stipendio ai superiori e ai docenti (53). Furono accettati come convittori per il medesimo quinquennio: da Ferentino Vincenzo Luciola e Giacomo Bellà, da Patrica Pietro Getulio Stella e da Frosinone Germano e Giuseppe Imperiali (54). Il seminario diocesano aveva i suoi alunni ed i suoi convittori, ma mancava l'edificio che li potesse accogliere dignitosamente Il vescovo Antonelli, allora, il 31 maggio 1687 riunì la deputazione tridentina e le sottopose la sua proposta di reperire necessariamente un edificio per comoda e dignitosa abitazione dei seminaristi e dei loro superiori. La commissione espresse parere favorevole ad utilizzare gli edifici di proprietà dei canonici della cattedrale e della parrocchia di S. Ippolito «insimul connexos cum suo horto», posti nel centro abitato nel territorio della parrocchia di S. Maria Gaudenti. Il verbale della riunione è molto preciso nell'indicare i confini della proprietà: le case confinavano con i beni dei signori de Mariis, passati poi in proprietà alla signora Cecilia Loira, erano delimitati per due lati con le vie pubbliche e per l'ultimo lato con i beni di proprietà dei Canonici concessi in enfiteusi a Giovanni Battista Mazzolo. Il Concilio di Trento aveva suggerito nel can. 18 della sessione XXIII la necessità che il seminario fosse vicino alla Cattedrale, dovendo i chierici servire in essa; pur non verificandosi in Ferentino tale opportunità, ma dovendosi reperire urgentemente un fabbricato per alloggiare i dieci seminaristi e dovendo finalmente dare l'avvio al funzionamento ufficiale e definitivo dell'Istituto, il vescovo Antonelli accettò la proposta della deputazione tridentina, anche perché l'edificio prescelto era già di proprietà ecclesiastica e quindi non si sarebbe dovuto pagare alcun affitto. Subito il Vescovo inviò il suo vicario generale, il can. Giulio de Andreis, per ispezionare tali edifici e verificare la loro abitabilità; infatti vi si dovevano ammettere i cinque alunni, scelti nelle congregazioni del 25-26 maggio 1687. Intanto l'Ordinario diocesano aveva eletto rettore del seminario don Antonio Ciafroni, abate di S. Ippolito (55). Nella stessa giornata del 31 maggio il vicario generale de Andreis si diresse verso la nuova sede del Seminario uscendo processionalmente dalla cattedrale con i canonici e maestri di cerimonie Sante Santino e Giuseppe Infussi, i canonici Giovanni Battista Bellà e Francesco Antonio de Andreis, l'abate Ambrogio Squanquarilli, il deputato Francesco Gizzi, Domenico Antonio de Gasperis, Francesco Antonio Matulano, l'abate Giacinto Ciuffarella, Michelangelo Pagella, Ambrogio de Gasperis, Pietro Paolo Squanquarilli. La cerimonia di benedizione del nuovo seminario fu molto suggestiva: il canonico Giulio de Andreis benedisse l'edificio, lo proclamò pubblicamente seminario diocesano e vi introdusse i chierici. Al rettore Antonio Ciafroni consegnò le chiavi e con tale atto ufficiale gli riconobbe l'autorità di proteggere, istruire e far progredire nella cultura e nella pietà i cinque alunni a lui affidati (56). Le costituzioni e le regole dei seminari post-tridentini ricalcarono uno schema uniforme: non solo vennero seguite le direttive tracciate dal concilio, ma si ritenne come modello insuperabile lo schema che la Compagnia di Gesù aveva dato al Seminario Romano, in vigore fin dal 1571. La separazione tra seminaristi e mondo esterno doveva essere netta e la formazione ascetica degli aspiranti al sacerdozio doveva passare attraverso la meditazione, l'esame di coscienza e gli esercizi spirituali. Una eco di questa intransigenza si legge nell'ultimo editto promulgato il 31 maggio 1687 dall'Ordinario, per impedire che chiassi e schiamazzi potessero disturbare i seminaristi nel loro cammino ascetico. Il seminario era stato eretto in un quartiere popoloso, per questo il Vescovo ordinò che nessuno, né di notte né di giorno, osasse cantare, suonare, giocare (anche se si trattava di gioco lecito) nelle immediate vicinanze del luogo pio, per evitare che gli alunni fossero allontanati dalle «virtù e bone e sante educationi, prescritti dal Sacro Concilio tridentino». Chi contravveniva a tale ordine era condannato a pagare 25 scudi, da applicarsi al medesimo seminario o ad altri luoghi pii. Nella pena era accomunato anche chi avrebbe favorito i disturbatori. Il Vescovo fu intransigente, dichiarando che «si procederà con ogni rigore, senza speranza di alcuna gratia, anco per inquisitione o denuntia di legato esploratore per mezzo del giuramento». Quindi ci sarebbero stati anche degli inviati episcopali destinati a controllare che l'editto fosse osservato e rispettato (57). Il 6 giugno del medesimo anno Giancarlo Antonelli con soddisfazione unì altri benefici al seminario, perché le tre possessioni di San Domenico, S. Maria degli Angeli e della Cappellania di S. Pietro in Vincoli non erano sufficienti a sostenere le esigenze degli otto seminaristi, cinque alunni e tre convittori. Il Vescovo riuscì ad aggiungere, per la mancanza dei cappellani, 22 benefici semplici alle rendite dell'istituto: di questi benefici sei erano di giuspatronato di Francesco Rosini (58), otto di Giovan Pietro Strada (59), cinque del Fede (61), uno chierico Francesco de Angelis in S. Ippolito (62). § 3. I primi anni di vita del pio istituto. Sembrava che finalmente ogni cosa si fosse stabilita per il meglio, invece cominciarono i problemi. Non era passato nemmeno un mese che il rettore don Antonio Ciafroni, il 12 luglio del medesimo anno si presentò alla deputazione tridentina per rassegnare le dimissioni, perché riteneva le rendite del seminario non sufficienti alle esigenze dell'istituto. La commissione esaminò l'istanza del Ciafroni e, accettando le sue dimissioni, lo sostituì con Giovanni Battista Pellegrini. Anche il prefetto Aristotele Velli, eletto nella congregazione del 31 maggio 1687, venne surrogato da Domenico Rossi (63). La situazione dell'edificio adibito a seminario non era delle migliori, perché distava troppo dalla cattedrale ed il luogo non era adatto al raccoglimento dei seminaristi, perché era confinante con abitazioni di privati cittadini. Sembrò quasi un segno provvidenziale quando, il 23 luglio 1687, il signor Ascanio Cascese del fu Domenico presentò al vescovo Antonelli una supplica, in cui dichiarava di offrire al seminario una sua casa, con orto e cortile, sita vicino ai beni degli eredi di Antonio Rossi, Cinzio Collalti e dei signori Ghetti. La casa era delimitata dalla via pubblica ed al momento era affittata a Bernardino Isabelli. Il Cascese si riservava solo per sé e per i suoi eredi il diritto di nominare un alunno da mantenere gratis per un quinquennio in seminario. La supplica ebbe positiva accoglienza da parte del Vescovo, che convocò per il giorno seguente la deputazione tridentina, per discutere sul da farsi (64). La commissione, composta da Giulio de Andreis, vicario generale, e dai deputati canonici Giovanni Battista Bellà e Marsilio Agnei, Ambrogio Squanquarilli, abate di S. Maria Maggiore, e Francesco Antonio Gizzi, Abate di S. Valentino, accettò la donazione del Cascese perché la casa era edificata in prossimità della cattedrale. Al Cascese fu riconosciuto anche lo ius eligendi (65), che venne subito messo in atto con la presentazione di Francesco Antonio Battista (66). Il Cascese con la sua donazione offriva al seminario una casa, insieme con una rendita di 100 scudi, 50 dei quali sarebbero stati subito versati; gli altri 50 sarebbero andati all'istituto dopo la morte del donatore. Nelle intenzioni del munifico benefattore non era il desiderio che tale casa divenisse il vero e proprio istituto per la formazione del clero; tale deliberazione si verificò solo nel 1694, dopo la denuncia dell'inagibilità dell'edificio in cui era ospitato il seminario (67). Intanto la vita dell'istituto era travagliata dalle continue dimissioni dei rettori e dei prefetti. L'11 novembre 1687 il prefetto Domenico Rossi rinunciò alla sua carica, a cui venne subito richiamato don Aristotele Velli (68). Il 20 dicembre dell'anno successivo (1688), però, il Velli di nuovo rassegnò le dimissioni, perché dovendosi recare in Roma per affari e dovendovi abitare, non poteva esercitare la funzione di prefetto; immediatamente fu sostituito da Domenico Infussi (69). Non passò nemmeno un mese che il 13 gennaio 1689 don Giovanni Battista Pellegrini rettore, alias deputato, del Seminario diocesano richiese di essere sostituito; al suo posto fu scelto Carlo Torti (70). Circa un anno dopo, il 12 aprile 1690, anche il prefetto Domenico Infussi si dimise e venne sostituito da don Salvatore Gobbo (71). Nel primo quinquennio di vita il Seminario ebbe a superare molte difficoltà, derivate forse dal fatto che i superiori prescelti non erano in grado di assolvere il loro compito, oppure avevano troppi impegni che li distoglievano dal condurre la loro vita a contatto con i seminaristi (72). Tuttavia l'istituto ancora aveva piccole dimensioni, non superando gli iscritti la decina (73), eppure gli allievi erano dotati di vivo interesse per lo studio, per cui, nonostante l'avvicendarsi dei superiori, essi riuscirono tutti a licenziarsi nel 1692. Al loro posto furono introdotti il 1° ottobre 1692 altri otto alunni: Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Antonino Marcelli, Pietro Trenta, Giovanni Battista Epifani, Giuseppe Viola. Su presentazione di Ascanio Cascese fu accettato Silverio Battista, mentre su presentazione della Comunità il 22 febbraio del 1693 venne accettato Francesco Antonio Bertoni (74). L'anno 1694 fu un anno funesto per il Seminario Vescovile e per tutta la diocesi di Ferentino: il 20 aprile 1694 morì Giancarlo Antonelli; a lui successe Valeriano Chierichelli il 21 giugno del medesimo anno (75). Era trascorso appena un mese dalla presa di possesso della diocesi, che il 25 luglio 1694 si recò dal nuovo Ordinario il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per mostrargli le sue lamentele riguardo alla situazione della sede dell'istituto. La casa che il 31 maggio 1687 il vescovo Antonelli aveva stabilito come abitazione degli alunni seminaristi non era comoda, né funzionale; era distante dalla Cattedrale e sita in una zona oscura e insalubre, per cui gli alunni e i ministri spesso cadevano ammalati. La situazione igienica era divenuta ormai insostenibile. Dal 23 luglio 1687 era venuta in possesso del seminario una casa edificata vicino alla cattedrale, posta in una zona assai salubre: ma nessuno aveva mai pensato di trasferirvi la sede del pio istituto. Questa casa, donata da Ascanio Cascese, era stata successivamente ampliata con l'acquisto da parte dei canonici di un altro edificio contiguo dotato di cortile e di orto. Poiché il fabbricato era isolato dagli altri poteva essere ampliato e completato di tutte le comodità necessarie per un seminario. Salvatore Gobbo consigliava il vescovo di usare la casa Cascese come nuova sede del seminario e di trasferirvi, senza apportarvi modifiche, gli alunni e i ministri. (76) Il vescovo, consultatosi con i deputati, decise di accettare la proposta del prefetto del seminario e quindi diede al vicario generale l'ordine di andare in casa Cascese, benedirla, dichiararla pubblicamente seminario ed introdurvi gli alunni, i convittori ed i ministri. Prontamente il vicario obbedì e si recò in casa Cascese, accompagnato dai seminaristi allora ospitati nell'istituto (77) e da Carlo Torti, rettore, e Salvatore Gobbo, prefetto. Davanti ai deputati (78) benedisse la casa con tutte le sue pertinenze e vi introdusse i seminaristi (79). Le peripezie del Seminario, però, non erano terminate. Il 9 dicembre 1694 il can. Domenico Antonio de Gasperis, depositario e agente del seminario, riferì al Vescovo che la casa Cascese, nuova sede del seminario, era poco funzionale alle esigenze dell'istituto che ospitava. Essa era composta da due case vecchie e dirute, che sebbene adiacenti, erano su piani diversi e minaccianti rovina. Si doveva subito correre ai ripari, demolendo le murature pericolanti e facendone erigere altre più solide. Inoltre si doveva provvedere a rifare il tetto e per tutto il lavoro, che si richiedeva, era necessario convocare un architetto. Il preventivo di spesa si aggirava sugli 800 scudi, una somma esorbitante per le magre entrate dell'istituto. Il consiglio del depositario era di chiudere per almeno un quinquennio il luogo pio, per poter affrontare e portare a termine i lavori richiesti. Il Chierichelli, constatando la delicatezza della questione implicante gravi spese economiche, aggiornò la seduta al giorno seguente alle ore 17, convocando non solo la congregazione dei deputati, ma anche Ascanio Cascese e il capo priore della Comunità di Ferentino Domenico Antonio Tibaldeschi (80). All'ora stabilita il 10 dicembre si riunì la congregazione composta dai deputati can. Giulio de Andreis, Giovanni Battista Tomei, parroco di S. Pietro, Marsilio Agnei, cancelliere, Francesco Antonio Gizzi, abate di S. Valentino e dal capo priore Domenico Antonio Tibaldeschi. Era assente per malattia Ascanio Cascese, sostituito dal can. Domenico Antonio de Gasperis, agente e depositario dell'istituto. All'ordine del giorno era previsto solo un argomento di discussione: ampliare, rinnovare ed adattare ad uso di seminario casa Cascese. La discussione si accese subito, perché le difficoltà economiche da risolvere erano molto gravi. Si trattava di reperire oltre 800 scudi, necessari per ristrutturare un complesso edilizio composto da due case, in cui sarebbero state ospitate più di dieci persone. Dopo matura riflessione i deputati ed il capo priore ritennero opportuno affrontare qualsiasi sacrificio economico pur di mantenere in vita il seminario diocesano. Per questo quanto prima sarebbero iniziati i lavori ed il seminario sarebbe stato chiuso. Intanto bisognava designare il nome dell'architetto, che avrebbe diretto i lavori, e fare provvista di calce, sabbia, sassi, «tartare» e di quanto potesse essere necessario per la costruzione (81). Anche Ascanio Cascese, venuto a conoscenza della volontà espressa dalla Congregazione, espresse il suo parere favorevole ai lavori di ripristino dell'edificio (82). I seminaristi furono dimessi e rimandati alle loro case con l'obbligo di essere disponibili al servizio in Cattedrale. I lavori iniziati nel 1694 terminarono quattro anni più tardi, nel 1698. Infatti il 30 novembre 1698, avendo constatato che il nuovo fabbricato per uso seminario era stato completamente restaurato e ammodernato, il Chierichelli ordinò a Francesco Antonio Salvatori, agente e depositano, di introdurre, a partire dal 1° gennaio 1699 gli alunni eletti e destinati per il successivo quinquennio: Francesco e Giacinto de Gasperis, Angelo Antonio Malatesta, Baldassarre Agnei, Pietro Paolo Sisti, Pirro Squanquarilli, Silverio Battista, presentato da Ascanio Cascese, e un altro alunno, designato dalla Comunità. Il Vescovo riconfermava come rettore l'abate Carlo Torti e come prefetto don Salvatore Gobbo (83). Il giorno dopo, 1° dicembre , il Salvatori si presentò al Vescovo per chiedergli di revocare l'ordine dato: «la fabbrica e muraglia della habitatione non sono ancora stagionate né asciutte» e facendovi alloggiare gli alunni, il rettore e il prefetto, sarebbe come «esporli alla morte o ad una lunga malattia, per essere la calce delle muraglie, volte e matonati fresca». Il vescovo e i deputati avrebbero potuto rendersi conto, dopo aver eseguito un sopralluogo, che bisognava aspettare un altro anno prima di permetter l'ingresso ai seminaristi. Mons. Chierichelli, chiamati i deputati, si recò a verificare la veridicità della deposizione del Salvatori: oculariter si rese conto del pericolo che avrebbero corso gli alunni sia per il fetore sia per l'umidità, che esalava dalle pareti. Perciò stabili che gli alunni non potessero entrare nel nuovo seminario prima del mese d'ottobre dell'anno successivo (1699), perché bisognava dare ai muri il tempo di asciugarsi (84).L'inizio dell'anno scolastico, intanto, veniva fissato per il 1° novembre 1699. Mentre l'edificio diventava abitabile, mons. Vescovo il 15 luglio 1699 rinnovò la composizione della deputazione tridentina: al posto del can. Giovanni de Andreis e dell'abate Ambrogio Squanquarilli designò Domenico Antonio de Gasperis, vicario generale, e Giovanni Sante Santino (85). Sette giorni dopo, il 21 luglio, Mons. Chierichelli esaminò Domenico Antonio de Gasperis (di 45 anni) e Giovanni Francesco Antonio Salvatori (di 52 anni), sotto giuramento, riguardo ai beni posseduti dal seminario. Le entrate ammontavano a circa 256 scudi e 65 baiocchi così ripartiti: 1) dai beni dei conventi soppressi e dalla cappellania di S. Pietro in Vincoli, scudi 47 e baiocchi 20; 2) per canoni, pigioni di case, affitti di orti, possessioni e prati, scudi 65 e baiocchi 20; 3) grano «sconcio» rubbia 21 alla misura romana, scudi 72; 4) mosto di canoni e «risposto» barili quaranta, scudi 12; 5) olio, barili quindici, scudi 2 e baiocchi 25; 6) entrate annue derivanti da sei benefici di giuspatronato del sac. Francesco Rosini e consistenti in grano, denari e mosti, scudi 30; 7) entrata annua derivante dai cinque benefici di giuspatronato del chierico Antonio Rogato Vanni e consistenti in grano, denari e mosti, scudi 28; Le uscite ascendevano a scudi 404 così ripartiti: 1) salario del rettore, scudi 40; 2) salario del prefetto, scudi 18; 3) salario del cuoco, scudi 12; 4) vitto per Otto seminaristi poveri, rettore, prefetto, cuoco in ragione di scudi 24 ciascuno l'anno, scudi 264; 5) per la celebrazione delle messe e per l'acquisto di cera per i conventi e cappelle uniti al seminario, scudi 30; 6) per legna e olio, scudi 20; 7) per utensili necessari al seminario, scudi 10; 8) per il mantenimento delle case e delle chiese, scudi 10. Le entrate erano inferiori alle uscite di circa 147 scudi e 35 baiocchi e i due deponenti erano degni di fede, perché avevano amministrato i beni del seminario: Domenico Antonio de Gasperis dalla data di erezione al 15 maggio 1696, Giovanni Francesco Antonio Salvatori da tale data al 21 luglio 1699 (86). Il Vescovo quindi ebbe una chiara visione dello stato economico in cui versava il pio istituto, situazione in verità non molto florida. Avvicinandosi la data della riapertura del seminario mons. Chierichelli insieme con i deputati stabilì con un decreto, emesso il 22 settembre 1699, che i lavori di restauro del nuovo seminario erano terminati e pertanto nell'edificio poteva essere ripresa l'attività di formazione degli aspiranti alla carica ecclesiastica (87). Intanto il 29 settembre del medesimo anno la carriera di prefetto veniva assegnata a Salvatore Gobbo, quella di rettore a don Antonio Gizzi (88). Il 30 settembre furono nominati gli alunni per il quinquennio 1699 1704; Baldassarre Agnei, Gregorio Savelloni, Pietro Paolo Collalti, Pietro Paolo Germanus Sixti, Francesco Antonio Avanzi, Pietro Collalti e, presentato da Ascanio Cascese, Romualdo Giovanni Squanquarilli. Il candidato del Comune, Giuseppe Calabrese, entrò in seminario solo il 4 giugno 1700 (89). Appena approvato l'elenco degli alunni, ebbe luogo la cerimonia di benedizione della nuova sede adibita a seminario. Dal palazzo episcopale si snodò una processione composta dal vicario generale Domenico Antonio de Gasperis, iuris utriusque doctor e protonotario apostolico, seguito dagli alunni, dal rettore Antonio Gizzi e dal prefetto Salvatore. Il de Gasperis benedisse il nuovo edificio e vi ammise gli alunni con i loro superiori, dopo aver dato lettura dell'editto episcopale, pubblicato nella stessa giornata del 30 settembre 1699 (90). L'editto di Mons. Chierichelli intendeva difendere l'integrità e il decoro del Seminario, per cui proibiva che in esso potesse entrare alcuna donna, né parenti di alunni o convittori o ministri. Nessuno poteva entrare nell'edificio senza licenza in scriptis dell'Ordinario, eccettuando i deputati, i ministri, il depositario, garzoni e «vetturali». Per impedire che nei dintorni dell'istituto si facesse chiasso, il Chierichelli ripropose la multa già stabilita dall'Antonelli, di 25 scudi per i contravvenenti (91). Il 5 dicembre 1699 il Chierichelli nella sua relazione ad limina poté dichiarare non solo l'ammontare reale dei redditi del seminario a 348 scudi e 65 baiocchi, ma anche che ora poteva disporre di un fabbricato nuovamente costruito dalle fondamenta, più moderno e funzionale per le esigenze dei seminaristi (92). Purtroppo due anni dopo, il 2 ottobre 1701, il prefetto chierico Domenico Antonio Collalti (93), notificò che «l'habitatione del seminario sta in pericolo di rovinare, conforme minaccia da più parti, vedendosene i motivi delle muraglie e volte tutte crepate, dalle quali del continuo ne casca la calcina o calcinaccio». Qualche giorno prima ne era caduto dalla volta del dormitorio grande quantità. Si richiedeva di nuovo il permesso di far uscire gli alunni dal seminario, per poter condurre a termine i lavori. Subitanea fu la reazione del Vescovo, che, convocati all'istante i deputati, con essi si portò ad ispezionare i danni. Con suo disappunto dovette constatare la verità di quanto aveva dichiarato il Collalti: la volta del dormitorio minacciava veramente imminente pericolo di crollo. Riunito il consiglio dei deputati, mons. Chierichelli deliberò che gli alunni potessero uscire dal seminario e tornare nelle loro case fino a quando, scongiurato il pericolo di crollo della volta, la sede dell'istituto fosse riattata e restaurata (94). Eliminato il pericolo, l'attività del seminario riprese a svolgersi normalmente. Il 5 novembre 1703 vennero introdotti come alunni del quinquennio 1703 - 1708 Giacinto Ambrogio Agnei, Girolamo Bossi, Pietro Giorgi e, presentato dal Cascese, Francesco Antonio Galassi. Solo mesi più tardi, 1° gennaio 1704, la Comunità ferentinate presentò il suo nominativo: Magno Marra (95). Intanto l'istituto andava acquistando una fisionomia culturale sempre più precisa. Alle discipline tradizionali quali grammatica, retorica, logica e sacra scrittura, nel 1705 vennero associate anche altre materie: morale e scienze fisiche (96). Il seminario di Ferentino usciva dall'«infanzia» e si avviava a divenire un istituto specializzato per la formazione del clero diocesano. Note 1) AVF, Visite Pastorali 1585, ff. 1-82; cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, un vescovo della Controriforma a Ferentino (1585-1591), ed. Casamari 1983, pp. 25 ss. 2) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 75: alle domande del Vescovo l'arciprete Francesco Procacci dichiarò sconsolatamente che i cittadini di Supino non osservavano il precetto festivo e non frequentavano la Chiesa (cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 37). 3) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 39. 4) AVF, Visite Pastorali, 1585, ff. 13, 14, 76. 5) Ibidem, f. 38v. 6) Ibidem, f. 17. 7) Ibidem, ff. 11v, 12v, 15r. 8) Ibidem, ff. 14v, 15v, 16v, 18v. 9) Ibidem, f. 11v. Alcuni ecclesiastici non possedevano nemmeno il breviario; tra questi è da ricordare il chierico Curzio Giuli (Ibidem, f. 18v). 10) La Summa Navarri era un'opera destinata ad istruire i sacerdoti nel delicato sacramento della Penitenza; era stata composta nel 1575 dal dotto Martin De Azpilcueta (1492-1586), il Navarro, col titolo Enchiridion sive manuale confessariorum et poenitentium. Il) La Summa Silvestrina era anch'essa un testo molto letto e studiato nel XVI secolo, tanto da essere uno dei libri necessari per la completezza della biblioteca di ogni sacerdote. Fu stampata in Roma nel 1516 con il titolo Summa Summarum quae Silvestrina dicitur. La denominazione Silvestrina fu data perché opera del p. Silvestro Mazzolini dell'Ordine dei Predicatori. 12) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 34, 36, 98. 13) Ibidem, pp. 36 - 37. 14) Ibidem, p. 36. 15) Ibidem, pp. 25ss e 73ss. 16) Per una conoscenza delle fonti del Concilio Tridentino cfr. Concilium tridenti num. Diariorum, actorum, epistolarum, tractatuum nova collectio, Friburgi Brisgoviae, 1901ss. Per una traduzione accurata degli atti del concilio cfr. i passi scelti nell'antologia curata da M. Bendiscioli e M. Marcocchi, Riforma Cattolica, Roma ed. Studium, 1963. 17) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 25ss. 18) Ibidem, p. 38. 19) Ibidem, pp. 37 - 38. 20) Ibidem, pp. 83 - 85; per una notizia più approfondita su tale scuola cfr. B. Valeri, Un'esemplare scuola di retorica a Ferentino nel Rinascimento, relazione tenuta nel Convegno di Studi Storici «L'Umanesimo in Ciociaria», Torrice 18/19 maggio ‘87, Frosinone 1987, pp. 67ss. 21) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 27 - 28. 22) Ibidem, p. 34. 23) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 63 v. Il ventisettenne diacono Marco Antonio de Petris già dal 1582 studiava in Roma diritto civile e canonico. 24) F. Caraffa, Il Seminario diocesano di Anagni dalle origini alla fine dell'Ottocento, Italprint Colleferro, 1981, pp. 9 - 10. 25) Seminaria Ecclesiae Catholicae, a cura della S. Cong. de Seminaribus et Studiorum Universitatibus, Città del Vaticano, 1963, p. 722. 26) Ibidem, p. 725 27) A sostegno di quanto affermato sul ritardo riguardo alla erezione dei seminari diocesani di Anagni, Veroli, Alatri basta considerare i seguenti dati relativi alle altre diocesi del Lazio meridionale. Il seminario diocesano di Segni fu eretto nel 1709 dal vescovo Filippo Ellis; quello di Terracina - Priverno - Sezze fu istituito nel 1650 in Sezze dal vescovo Ventimiglia; quello di Tivoli fu costituito il 6 aprile 1635 dal card. Giulio Roma. Un'eccezione è rappresentata dalla diocesi di Sora - Aquino - Pontecorvo, dove il Seminario risale al 1565, quando il vescovo Tommaso Gigli, il 7 giugno, lo costituì unendogli i benefici di alcune parrocchie (Ibidem, pp. 723 - 725). 28) AVF, Patentalium, ff. 115v e ss. 29) Ibidem, f. 118r. 30) In questi novant'anni (1563 - 1653) i vescovi di Ferentino non erano rimasti inattivi. Già ho parlato diffusamente dell'attività pastorale di Silvio Galassi (1585 - 1591) e del suo impegno riformistico. Egli sulla scia dei due visitatori apostolici, che l'avevano preceduto (Domenico Petrucci nel 1578, in ASV, Visite Apostoliche, 55; e Pietro Antonio Olivieri nel 1581, in ASV, Visite Apostoliche, 73) minuziosamente si dedicò alla riforma della sua diocesi. I suoi successori proseguirono nell'attività di riforma, incentivando la rinascita dello spirito religioso (ad es. il fiorire del culto del martire Ambrogio sotto il lungo episcopato di Ennio Filonardi, durato dal 1612 al 1644) e favorendo la moderata ripresa dell'attività economica o il recupero della proprietà ecclesiastica. 31) AVF, Patentalium, ff. 2 - 3. 32) «Per la costruzione del collegio per il salario di professori ed inservienti, per il nutrimento degli allievi e per altre spese saranno necessarie sicure entrate; i redditi già destinati... all'istruzione e al sostentamento dei fanciulli siano applicati al Seminario a cura del Vescovo. Inoltre i medesimi vescovi... sottrarranno dalle rendite della mensa episcopale, del capitolo, di qualunque dignità, pensionato, ufficio, prebenda, abbazia, priorato, di qualunque Ordine regolare,... di benefici anche regolari, anche dotati di un diritto di patronato, anche esenti... La porzione cosi detratta sarà applicata ed incorporata a detto collegio e vi si potrà aggiungere qualche beneficio semplice, di qualunque qualità e dignità sia, o dei prestimoni... anche prima che si siano rese vacanti, senza pregiudizio del culto divino e di coloro che li otterranno» (Sess. XXIII, cap. 18). 33) I primi sintomi della crisi economica erano stati già avvertiti nella diocesi già dalla seconda metà del XVI secolo, cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit.; AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 482. Il popolo di Prossedi era incorso nella scomunica, perché aveva comprato il grano fuori della Provincia di Campagna, contravvenendo agli ordini dell'autorità ecclesiastica. Lo Stato Pontificio nel XVI secolo impostò una politica di protezionismo economico, per mantenere il prezzo del grano e bloccare almeno in parte l'inflazione, che angustiava le povere popolazioni a lui soggette (cfr. la pregevole opera di J. Delumeau, Vie économique et sociale de Rome dans la seconde moitié du XVI siècle, Parigi, 1957 - 1959, 2 voll.). 34) Sess. XXIII, can. 18. In un primo momento tutti e quattro i nomi dei deputati venivano scelti dal Vescovo; successivamente si stabilì che due nomi sarebbero stati presentati dal Vescovo e gli altri due nomi dal capitolo e dal clero della città, sede della cattedra episcopale. 35) AVF, Patentalium, f. 109r. 36) Ibidem, ff. 109v - 110. 37) Ibidem, ff. 110v. 38) Purtroppo non sono conservati nell'Archivio vescovile a Ferentino documenti relativi a questo primo «bando» di concorso per accedere a posti in seminario. Probabilmente il numero degli ammessi non doveva superare la diecina; ciò si può congetturare sulla base del primo elenco o «catalogo» di alunni in nostro possesso (AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione): nel 1687, il 31 maggio, furono introdotti per un quinquennio sei alunni e cinque convittori. La differenza tra alunni e convittori era definita dal fatto che gli alunni venivano sostenuti a spese del seminario. I convittori, invece, appartenendo a famiglie benestanti, potevano pagare il loro mantenimento. Nell'editto del vescovo Roncioni si legge questa differenza nella diversa modalità della retta annua: 18 scudi i «poveri», 30 scudi «gli altri». Di Ottavio Roncioni si conserva anche il testo di un Sinodo, celebrato il 29 settembre 1666 e stampato in Velletri dalla tipografia Cafasso nel 1667. 39) I seminaristi della diocesi sorana abitarono con il Vescovo fino al 1616, anno in cui si iniziò la fabbrica del seminario, che terminò nel 1618 sotto l'episcopato di Gerolamo Giovannelli (Seminaria Ecclesiae Catholicae, cit. p. 723). 40) Il Vescovo Antonelli celebrò l'8 giugno 1683 un sinodo; alcune costituzioni, in esso stabilite, si conservano nell'Archivio Capitolare di Ferentino, al f. 81 del vol. 4. 10 e al f. 93 del vol. L/II. 41) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di mons. Valeriano Chierichelli (1699). 42) AVF, Patentalium, f. 115v. 43) Ibidem, f, 116v. 44) Ibidem, f, 117v. 45) Ibidem, ff, 114v-115r, bolla di Giancarlo Antonelli (copia). 46) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 17ss, relativamente al comportamento immorale del canonico sulla vendita del grano a «credenza». 47) AVF, Collazioni, vol. C/VII, ff. 54ss, (copia). Il Leonini volle lasciare una testimonianza perenne della sua generosità, facendo incidere un'epigrafe e facendola collocare nella nuova cappella. L'epigrafe, di forma rettangolare, ancora si conserva in S. Maria Gaudenti; è in travertino ed ha il seguente tenore: CAP. S. PA. AP. IN QVA ELIGAT. CAP. CIVIS FER. MAGIS IDON. PER POP. FER. ERECTA DOT. PER IO. LE. CAN. FER. QVM ONERE CELEB. SEV CELEB. FAC. SING. III FER. A. D. MDLXXXXVI. 48) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 77ss. 49) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di mons. Chiericheili (1699), cit. 50) AVF, Patentalium, ff. l3ss. 51) Cfr. supra nota 48. 52) AVF, Patentalium, f. 118v. 53) Quello dello stipendio ai docenti era un altro punto dolente tanto che nella citata sess. XXIII can. 18 «allo scopo di provvedere con minor spesa alla creazione ditali scuole, il santo Concilio ordina che i vescovi... obblighino quelli che tengono cattedre di insegnamento e tutti gli altri che sono in possesso di prebende; a cui sia annesso l'obbligo di insegnare e far lezione, ad esercitare codeste funzioni nelle dette scuole... dovranno istruire personalmente... i ragazzi che vi sono educati; altrimenti metteranno al proprio Posto maestri capaci, da loro scelti ma fatti approvare dall'Ordinario». Il Vescovo di Ferentino poteva risparmiare lo stipendio ai docenti; infatti usufruiva del numeroso clero regolare residente in città, primi fra tutti i Francescani Conventuali di S. Francesco. 54) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione. Nel 1689 fu introdotto un solo convittore: Francesco Cianciarelli (Ibidem). 55) Ibidem, f. 120r. 56) Ibidem, f. 120v. 57) Ibidem, f. 119. 58) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S. Valentino, due in S. Andrea, uno in S. Giovanni Evangelista. Tali benefici furono definitivamente annessi al seminario dopo la morte del Rosini, il 9 marzo 1694 (AVF, Collazioni, voi. CI/I, ff. 111 - 112). 59) Due in S. Valentino, due in S. Agata, uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Maria Gaudenti, uno in S. Giovanni Evangelista, uno in S. Pancrazio. 60) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S.Agata, uno in S. Pancrazio, uno in S. Ippolito. Mentre il vescovo Chierichelli era in sacra visita a Patrica, gli si presentò il 18 novembre 1695 il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per annunciargli la morte di Antonio Rogato Vanni «de provincia Marchiae». Il seminario, dunque, poteva entrare nel possesso definitivo dei suoi benefici, come già l'Antonelli aveva decretato il 6giugno 1687 (AVF, Collazioni, voi. C/I, f. 159r). 61) Uno in S. Maria Maggiore e uno in S. Maria Gaudenti. Il 22 luglio 1700 il sacerdote Giuseppe Fede mori; perciò i benefici di cui era titolare, in conformità alla bolla episcopale di Giancarlo Antonelli del 6 giugno 1687, dovevano entrare nel pieno possesso del Seminario. Il depositano o agente dell'istituto, Giovanni Francesco Antonio Salvatori, il 25 luglio si recò dal vicario generale Domenico Antonio De Gasperis, per dichiarare la vacanza di tali benefici e per ottenere la loro definitiva annessione al Seminario. Il De Gasperis dapprima constatò l'effettiva esistenza dei benefici; poi stabili che il rettore del seminario, abate Domenico Infussi, e l'economo del luogo pio, canonico Giovanni Battista Luciola, ne entrassero in pieno e totale possesso, con l'onere di provvedere gli altari di tutti gli arredi necessari al culto (AVF, Collazioni, voi. C/I, ff. 216ss). 62) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 80v e ss. 63) AVF, Patentalium, f. 121. 64) Ibidem f. 121v. 65) Ibidem, f. 123r. 66) Ibidem, primi fogli senza numerazione. Ascanio Cascese il 20 agosto 1679 ricevette una lettera patentale del vescovo Antonelli, con cui veniva eletto procuratore dei poveri (Ibidem, f. 125r). 67) Ibidem, ff. 105ss. 68) Ibidem, f. 3r. 69) Ibidem. 70) Ibidem, f. 3v. 71) Ibidem. 72) Il primo rettore, don Ciafroni, era parroco di S. Ippolito e questo incarico lo rendeva troppo occupato; anche il prefetto Velli era impegnato in affari, che lo richiamavano in Roma. 73) Nella relazione ad limina, che Giancarlo Antonelli inviò il 1° marzo 1688 a Roma, il vescovo dichiarava che il seminario, eretto l'anno precedente contava 8 iscritti: cinque alunni e tre convittori (ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di G. Antonelli, 1688). Tale numero rimase invariato fino al 1735, quando i seminaristi divennero diciotto (ASV, Relationes ad limina, A., Relazione di F. Borgia, 1° dicembre 1735). 74) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione. 75) Valeriano Chierichelli, vescovo di Ferentino dal 1694 al 1718, anno in cui rassegnò le dimissioni, durante il suo episcopato ebbe ad affrontare molte contrarietà. Visitarono la diocesi e misero sotto inchiesta la sua attività molti visitatori apostolici: nel 1707 Vittorio Felice Coucci, vescovo di Fondi, e Giovanni Battista Bassi, canonico di Torino e vescovo di Anagni, nel 1710 Lorenzo Tartagni, nobile di Forlì, nel 1718 Simone Gritti, che poi successe al Chierichelli sulla cattedra ferentinate. (AVF, Vescovi, f. 101r). Durante il suo episcopato, tuttavia, il Chierichelli commissionò la fabbricazione del coro in legno della Cattedrale al maestro Giuseppe Giorgi da Santopadre (1695); fece restaurare l'altare maggiore della medesima chiesa nel 1707 (Arch. Cap., vol. L/VIII, ff. 401 e 810ss); con un decreto stabilì la necessità di riparare la cattedrale e l'episcopio, di edificare una nuova sede per il seminario e di erigere il monte di pietà (Acta Camerarii Sacri Collegi S. R. E. Cardinalium, 24, f. 90). Il Chierichelli fu consacrato dal card. Barbarigo, vescovo di Montefiascone, zelante imitatore del cardinale Borromeo e fondatore del seminario della diocesi di Montefiascone. 76) AVF, Patentalium, f. 105r. 77) Marco Antonio Cialino, Giuseppe Viola, Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Pietro Trenta, Antonio Marcelli, Pietro Epifani, alunni; Giovan Battista Bassi, convittore. 78) Il 1° marzo 1691 il vescovo Antonelli dovette sostituire il deputato can. Giovanni Battista Bellà, abitante in Roma, con il suo vicario generale, Giulio de Andreis (AVF, Patentalium, f.112r). Il 5 dicembre 1964 il vescovo Chierichelli, essendo morto il deputato Ambrogio Squanquarilli, lo sostituì con il sacerdote, che svolgeva le funzioni di parroco di S. Pietro (ibidem, f. 112v). 79) cfr. supra nota 76. 80) AVF, Patentalium, ff. 106ss. 81) Ibidem, f. 107. 82) Ibidem, primi fogli senza numerazione. 83) Ibidem, f. 107v. 84) Ibidem, f. 111r. 85) Ibidem, f. 17r. 86) Ibidem, f. 108. 87) Ibidem, f. 7v. 88) Ibidem, f. 3v. 89) Ibidem, primi fogli senza numerazione. 90) Ibidem, f. 8v. 91) Ibidem, f. 9r. 92) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di V. Chierichelli (1699). 93) Il Chierico Collalti era stato eletto, al posto di Salvatore Gobbo, il 1° febbraio 1700 (AVF, Patentalium, f. 3v). 94) AVF, Patentalium, f. 9v. 95) Ibidem, primi fogli senza numerazione. 96) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di Valeriano Chierichelli (13 giugno 1705). |
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 26 aprile 2007 ) |
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