| CAPITOLO IV |
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| giovedì 26 aprile 2007 | |
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LE VICENDE DEL SEMINARIO NEL XX SECOLO Nel XIX secolo il seminario vescovile di Ferentino conobbe un periodo di vero splendore, grazie all'infaticabile attività di vescovi come Giuseppe Maria Lais (1), Vincenzo Macioti (2), Bernardo Maria Tirabassi (3), Gesualdo Vitali (4) e Pietro Facciotti (5). Sotto l'azione di questi illuminati pastori il pio istituto venne rinnovato in tutte le sue strutture, da quelle edilizie a quelle spirituali, culturali e burocratico - amministrative. Agli inizi del secolo l'edificio del seminario, dopo un intervento di restauro al soffitto del dormitorio (6), era solido e ampio, tanto da ospitare sessanta alunni circa. Se ne possiede una minuziosa descrizione, stilata nel maggio 1836 dal rettore can. Magni (7) su richiesta del vescovo Macioti, promotore di un'importante visita pastorale (8). L'edificio del seminario era a due piani. Al pianoterra, subito a sinistra dell'ingresso, era una camera coperta a volta, dentro la quale era una cisterna per l'acqua. La camera riceveva luce da una finestra alta nove palmi e protetta da un'inferriata. A destra dell'ingresso si accedeva in un corridoio piccolo, dove si trovava una seconda cisterna d'acqua. Esso era illuminato da una finestra e dava adito ad una carbonaia e alla cantina. La cantina, composta da tre vani, poteva contenere circa 25 botti; due dei suoi vani avevano una finestra, che dava nel cortile interno, l'altra nell'orticino della cucina. La cantina aveva anche un'uscita sulla strada maestra, «per commodo... nella vendemmia». Infatti l'uva veniva trasportata direttamente in cantina, senza così sporcare l'ingresso principale dell'edificio. Nel cortile interno del seminario si entrava attraverso il corridoio principale: in esso si apriva a sinistra il granaio, che aveva anche la parte esterna sulla via maestra e due finestre con inferriata, la legnaia ed il pollaio. A destra invece vi era un locale adibito a lavatoio ed un altro dove si «spillava» l'acquavite. Il cortile era chiuso per quattro lati ed il lato opposto all'ingresso, chiuso da un muro alto circa tredici palmi, aveva un cancello che dava nell'orto. Al primo piano dell'edificio si accedeva mediante una scala a due rampe. Al termine della prima rampa, che iniziava dal corridoio d'ingresso, si apriva una finestra con inferriata, affacciantesi sul cortile interno. Dal ballatoio si entrava a destra in due stanze: una coperta a volta, che dava sul cortile, l'altra sovrastante la stanza del pianterreno, che aveva il pozzo. Ambedue le stanze avevano finestre con inferriate. La seconda rampa di scale, composta di 18 gradini di travertino, terminava in un ballatoio illuminato «di prospetto» da una finestra alta sei palmi e munita di vetri. Sulla destra del medesimo ballatoio si entrava nell'ufficio dell'economo, composto da due stanze, che si affacciavano sulla strada. Uscendo da tale ufficio, passando per una bussola, si accedeva ad un secondo corridoio, al cui termine era la camera del ripetitore, coperta a volta e con finestra sulla strada. Questo secondo corridoio aveva luce da una finestra con vetri, situata in corrispondenza del portone d'ingresso. Dopo la camera del ripetitore vi era una camera con finestra ovale, che dava accesso al corridoio d'ingresso alla cucina. Dirimpetto a tale camera, usata dagli inservienti del seminario, vi era una torretta di legno con orologio a pendolo. Al termine del corridoio, a destra, si apriva la porta di accesso alla cucina e al refettorio, il cui soffitto era a volta. Il corridoio riceveva luce da due finestre prospicienti il cortile, mentre il refettorio da un finestrone, che si affacciava sulla strada, e da due finestre che guardavano l'orticino della cucina. Il refettorio aveva un pulpito di legno «per uso da leggere in tempo di pranzo e cena». La cucina era illuminata da tre finestre: una a sinistra dell'ingresso, prospiciente il cortile, una accanto al camino ed un'altra sulla porta «che dà ingresso al piccolo orticino ... ove esiste un luogo commodo ad uso dei servi». Ritornando nel corridoio grande, su cui si affacciava la camera del ripetitore, «vi si trova dirimpetto un'altra bussola; quindi, entrando da essa, a diritta vi è una porta, che dà ingresso ad un mignano con luoghi commodi per l'uso dei superiori. Detto mignano tutto di legno corrisponde nel cortile interno». Dalla bussola si passa in un'altra camera grande usata come stanza da studio dai «piccoli» alunni; tale stanza riceve luce dal cortile interno ed è intercomunicante con una «più grande e a volta, che serve di camerata dei piccoli, ove sono due fenestre dalla parte di mezzogiorno, con suoi vetri e gelosie. Uscendo da questa, a mano manca, vi è altra porta che mediante un piccolo corritore dà ingresso al lavamano e luogo comodo per uso della suddetta camerata. Vi sono due finestre con vetri e quindi si passa da altre due camere ed un piccolo camerino». Questi ultimi tre vani, intercomunicanti, ricevevano luce dal cortile interno; precedentemente erano stati usati come dispensa, ma nel XIX secolo erano utilizzati come infermeria. Dal ballatoio d'ingresso a questi tre vani, sulla sinistra si accedeva ad altre due stanze, utilizzate come granaio, che si affacciavano sull'orto. Dal primo piano si saliva al secondo per una scala di ventuno gradini di travertino, che si alzava in prosecuzione della scala di accesso al primo piano. Sul ballatoio, illuminato «di prospetto» da una finestra, a destra si apriva una porta, che dava ingresso alla camerata dei «grandi» con cinque finestre ed un locale con il «lavamano e luoghi comodi per uso degli alunni con due finestre». Dal ballatoio si accedeva anche «di prospetto» alla «libreria» o biblioteca, illuminata da tre finestre, due affacciantesi sul cortile, una sull'orto. L'appartamento del rettore comprendeva un corridoio di disimpegno ed una camera grande con finestra affacciantesi sulla strada. Dalla camera del rettore, attraverso un locale adibito a «lavamano con luoghi commodi», si passava alla camerata dei mezzani, illuminata da quattro finestre, due a destra e due a sinistra. Dalla camerata si passava alla cappella, le cui finestre davano sull'orto. Unita alla cappella era un piccola camera sottotetto usata come sacrestia. Dalla cappella si accedeva, mediante una porticina, alle soffitte. L'edificio del Seminario era funzionale ed era dotato di un piccolo archivio, dove l'economo conservava sedici registri delle amministrazioni annuali dell'istituto. La biblioteca, abbastanza fornita di libri, possedeva un aggiornato inventario, compilato da don Vincenzo Giannoni. Era permesso il prestito dei libri, «premessa però la ricevuta». Gli inservienti del seminario erano quattro: un cuoco col salario di 24 scudi annui (9), uno sguattero col salario di 10 scudi (10), un cameriere, con il salario di 18 scudi (11), un cuoco «giubilato» (12). Questi inservienti non costituivano gli unici collaboratori del seminario; essi erano il personale fisso, ma insieme con loro all'occorrenza prestavano la loro opera il dottore (13), il chirurgo (14), il «computista» (15), ossia chi faceva i conti, il procuratore (16), il portiere (17) e il barbiere (18). Nel seminario vescovile di Ferentino, dal 1815 al 1870 circa, non vi erano maestri; i giovani seminaristi andavano a seguire le lezioni nel collegio Filetico, gestito dai Gesuiti. Tuttavia il seminario stipendiava il rettore, con il salario di 24 scudi annui (19), l'economo (20), il ripetitore (21), il prefetto (22) e il maestro di canto (23). I seminaristi, distinti nelle tre camerate dei «piccoli», «mezzani» e «grandi», a turno servivano la cattedrale; solo nelle solennità erano obbligati tutti insieme a partecipare alla sacra funzione. Essi erano obbligati ad indossare la divisa: una sottana di colore violaceo («paonazza») con mostre rosse. D'estate, quando uscivano, indossavano una soprana del medesimo colore e d'inverno «il ferraiolo di Borgonzone o panno di colore blu, con maniche» (24). § 1. Le cure dei Vescovi Dall'11 agosto 1800 al 1815 fu vescovo di Ferentino Nicola Buschi. Pur essendo animato da buoni propositi pastorali, tuttavia non li poté portare a pieno compimento sia perché, durante la sua carica, la diocesi fu turbata dalle scorrerie dei briganti e delle truppe rivoluzionarie francesi, sia perché sull'esempio dell'Ordinario anagnino giurò fedeltà al governo francese ed alla costituzione. Alla sua morte fu sepolto nella Cattedrale di Ferentino, nella cappella di S. Ambrogio (25). Nonostante le tristi vicende del suo episcopato, egli si prodigò per il seminario vescovile. Il 5 dicembre 1801 ottenne l'autorizzazione ad aggregare al seminario le rendite di alcuni benefici, che già dal 29 maggio del medesimo anno aveva deliberato: un beneficio resosi vacante nella chiesa di S. Pietro a Supino, la cappellania sub titolo di S. Ambrogio di Selva Molle e il beneficio semplice di S. Maria dell'Auricola in Amaseno, di cui era titolare il principe Filippo Magno Colonna. I patroni dei due benefici si riservarono il diritto di nominare sei alunni in seminario, di cui quattro sarebbero stati accettati gratuitamente, gli altri due avrebbero pagato metà della retta (26). Il successore di mons. Buschi fu Luca Amici, eletto l'11 marzo 1815. Mons. Amici resse anche la diocesi di Anagni nel periodo in cui il suo titolare era stato sospeso, in quanto aveva giurato fedeltà a Napoleone. Egli governò la diocesi ferentinate per soli due anni, infatti mori l'8 febbraio 1818. Durante il suo episcopato prese la risoluzione di autorizzare i seminaristi a frequentare le lezioni nel collegio Filetico, che dal 1815 era gestito dalla Compagnia di Gesù. La sua deliberazione era stata causata dall'esiguo reddito dell'istituto, che non avrebbe permesso di pagare stipendi adeguati ai cinque maestri necessari per l'istruzione dei chierici. Infatti secondo la costituzione del 1767, dettata dal vescovo Tosi, nel seminario dovevano svolgere funzione didattica insegnanti di grammatica, di retorica, di filosofia, di teologia e di canto gregoriano. I Gesuiti nel loro Collegio ferentinate impartivano tali lezioni e con una modica spesa il Vescovo avrebbe assicurato ai suoi seminaristi una solida preparazione (27). Inoltre il seminario aveva ottenuto un prestito di 1000 scudi, utilizzati dal compianto mons. Buschi per ripararlo ed ampliarlo con un nuova «accessione». In parte il debito era stato saldato, ma ancora le spese da affrontare erano urgenti ed a stento soddisfatte dal reddito annuo dell'istituto, ammontante a 600 scudi. Da questa somma si dovevano detrarre gli oneri, tra i quali il salario del rettore, che nel 1822 era il canonico Pietro Paolo Pisani, «uomo di età grave e di vita morigerata» (28). Il pio istituto non poteva fare affidamento sulle rette versate dai seminaristi (29), i quali molto spesso risultavano morosi per le loro povere condizioni economiche (30). Subito dopo la morte di mons. Amici fu eletto vescovo di Ferentino fra' Gaudenzio Patrignani dei minori osservanti, che resse la diocesi dal 25 maggio 1818 al 1823, quando gli successe mons. Giuseppe Maria Lais. Il Lais mantenne la cattedra episcopale di Ferentino per 13 anni, fino alla sua morte avvenuta nel 1836. Questi divise le sue cure pastorali fra la cattedra ferentinate e quella anagnina, di cui fu amministratore apostolico fino al 1834. In Ferentino trovò un seminario vescovile ben organizzato e sul suo modello rinnovò le strutture di quello anagnino (31). Alla morte di mons. Lais fu eletto alla cattedra episcopale Mons. Vincenzo Macioti (1836 - 1840). Questi, non appena prese possesso della diocesi ferentinate, svolse una rapida e meticolosa visita pastorale, durante la quale, avendo conosciuto la situazione diocesana, riuscì a riformare, secondo le esigenze a lui attuali, tutte le istituzioni ecclesiastiche, primo fra tutte il seminario vescovile (32). Mons. Macioti, prima di iniziare la S. Visita al seminario di Ferentino, inviò al Rettore un elenco di quindici quesiti, a cui rispondere nel termine di «giorni 40» dalla data del 10 maggio 1836. Il Vescovo non solo chiedeva la data precisa dell'erezione dell'istituto, ma anche se «abbia sofferto mai cambiamenti di locale», il luogo dove era edificato, la minuta descrizione dei suoi ambienti e di tutte le sue strutture didattiche e disciplinari. La risposta del Rettore non si fece attendere e con chiarezza diede esauriente chiarificazione ad ogni quesito; tuttavia il Vescovo trovò delle manchevolezze non solo nella gestione dell'istituto, ma anche nel profitto spirituale degli allievi, perciò pensò di migliorare il regime del seminario, che ancora era rimasto al regolamento prescritto circa cento anni prima da Benedetto XIII (33) e settanta anni prima dal vescovo Tosi (34). Il decreto di riforma del seminario vescovile fu pronto nel breve volgere di giorni, segno dell'impegno pastorale del Macioti, ed il suo testo fu pubblicato il 31 maggio del medesimo anno 1836, con l'obbligo per il Rettore di leggerlo pubblicamente per una sola volta nel refettorio e di ripeterne la lettura, una volta al mese, in ciascuna camerata fino alle vacanze autunnali. Poi, mentre l'originale del decreto sarebbe stato incluso negli atti della Visita, la copia in possesso del Rettore sarebbe stata conservata nell'archivio del luogo pio. Il decreto di riforma era scaturito sia dalle risposte del Rettore ai quesiti, sia dalla visita pastorale eseguita dal Vicario vescovile nei giorni 23 e 24 del mese di maggio. Il Vicario aveva notato diversi abusi, presto notificati al Vescovo. Le camerate non erano dedicate ad alcun santo protettore, né in esse vi era collocata immagine sacra. Gli alunni non erano abituati, prima di uscire o dopo il rientro in camerata, a pregare la Vergine; anzi erano disordinati e chiassosi, mentre camminavano per i corridoi o andavano in cappella o a passeggio per la città, «senz'ordine, attruppati o divisi in bande senza regola». Il medesimo disordine si notava nell'ora della levata dal letto: i seminaristi «non tutti sono ugualmente pronti ad alzarsi, per cui alcuno non trovasi in ordine al suono dello studio, dopo la mezz'ora della levata». Anche nelle pulizie personali i giovinetti erano poco accurati, come nell'abbigliamento: non tutti usavano la medesima berretta con fiocco propria della divisa ecclesiastica, ma alcuni preferivano indossare copricapi simili a quelli usati dai secolari o berretti con fiocchi molto grandi. Spesso i seminaristi calzavano ciabatte invece di scarpe, erano poco ordinati nel cambiarsi la biancheria e nel rassettare i loro credenzini, dove «ritengono... oggetti commestibili e grassi... temperini, forbici, danari, orologi ed altri oggetti di valore o pericolosi». Il loro comportamento era superficiale anche nel coro, perché non possedevano generalmente l'ufficio della Madonna o altri libri devoti, per cui erano facile preda della distrazione. Nei rapporti con i colleghi erano poco rispettosi: non si salutavano tra loro incontrandosi, «ordinariamente nel parlarsi si danno del tu» e non sempre, durante le ore di studio stavano «voltati e fissi nel rispettivo credenzino». Le prescrizioni episcopali riguardarono, dunque, la disciplina da osservarsi in seminario. Ogni camerata avrebbe avuto sulla porta d'ingresso un'iscrizione recante il nome del Santo Protettore, al quale era dedicata: la camerata dei «grandi» a S. Carlo Borromeo, quella dei «mezzani» a S. Filippo Neri, quella dei «piccoli» a S. Stanislao Kostka. In ognuna sarebbe stato appeso un quadro raffigurante la Vergine ed il Santo Protettore; dinanzi a tali effigi i giovani la mattina avrebbero recitato tre Ave Maria, dopo il pranzo e al ritorno dal passeggio della sera l'Angelus Domini o Regina Coeli, a seconda dei tempi liturgici, al ritorno dalla cena il De profundis. Un'altra preghiera tanto raccomandata dal Vescovo era l'antifona Sub tuum praesidium. Il Macioti insistette molto sull'osservanza del silenzio rigoroso sia lungo i corridoi del seminario, sia per le strade cittadine durante il passeggio. Il comportamento doveva essere austero e dignitoso: i seminaristi, in fila per due, in silenzio mostrando «gravità d'incesso, raccoglimento negl'occhi e nella persona» avrebbero camminato «tenendo uniformemente le braccia innanzi al petto». Nella visita al SS. Sacramento, quotidiano esercizio di pietà, dopo la genuflessione i seminaristi aspettavano il prefetto e, ripetendo tutti insieme il doveroso inchino, si sarebbero raccolti in preghiera per un quarto d'ora. Nel corredo dei seminaristi non dovevano mancare oltre all'ufficio libri devoti per la preparazione alla confessione ed alla comunione. Entrando in cappella, come anche in refettorio, i giovani chierici avrebbero rispettato sempre il medesimo ordine: prima la camerata dei «piccoli», poi quella «mezzani» e quindi quella dei «grandi». I giovani avrebbero dovuto mostrare il loro saluto togliendosi il cappello, che non doveva avere ornamenti, né fettucce né soggoli. Anche l'abito doveva essere decoroso e conforme alla foggia ecclesiastica: le scarpe avrebbero avuto fibbie e non lacci, unica eccezione le scarpe accollate da calzare nei giorni di pioggia. Assolutamente vietati erano i collari con la «spina a giorno, gli scopettoni, le acconciature nei capelli, gli orologi, che si dovranno depositare in mani del Rettore», insieme con tutti gli altri oggetti di valore, temperini, rasoi e forbici. Era interdetto conservare i dolci negli armadi, perché il seminario li serviva a colazione e nei giorni di festa. L'aspirante al sacerdozio doveva abituarsi alla vita parca e non al lusso. I seminaristi erano obbligati a curare l'igiene personale, cambiandosi «ogni domenica mattina al più tardi la camicia ed almeno una volta il mese le lenzuola del letto». Il Vescovo regolamentò anche l'orario dei servizi e le modalità del loro uso, affinché si evitassero confusioni e disordine. L'ordine era la prima regola da osservare con precisione in tutte le azioni della giornata, dal rassettare il proprio letto al sistemare la biancheria sporca, al mettere a posto la propria sedia dopo lo studio. Non sembra che ai seminaristi fosse consentito l'uso di una scrivania; infatti lo studio avveniva in camerata, stando seduti in silenzio e voltati verso il proprio armadietto, per non disturbare gli altri. Il comportamento reciproco durante i momenti di ricreazione doveva bandire scherzi con le mani o atti sgarbati; non era consentito gioco di carte né il gioco della «nezzola» né altro gioco che implicasse l'uso del denaro. In camerata si doveva entrare solo per andare a riposare e a studiare; non era permesso andarvi in altro orario, se non per qualche giusto motivo e sotto la vigilanza del viceprefetto. Tutte queste prescrizioni erano dettate perché il giovane seminarista si confermasse nella convinzione che il seminario non era assimilabile ad alcun collegio. La scuola doveva preparare il seminarista al sacerdozio, che richiedeva spirito di sacrificio, di abnegazione e decoro nel comportamento. Il carattere si modella dall'infanzia, quando ancora la «pianticella» è tenera e si adatta di buon grado alla disciplina ed alla correzione. Fedele a questi principi pedagogici il Macioti stabili la disciplina da osservarsi nel seminario vescovile di Ferentino: i suoi criteri possono a noi moderni sembrare talvolta troppo rigidi, ma nell'epoca in cui venivano applicati, erano funzionali al modello di sacerdote che l'episcopato si proponeva di conseguire (35). Il Macioti nel 1836 impose anche un'altra norma da osservare: «Poiché una funesta esperienza fa purtroppo conoscere che gravissimi danni ordinariamente risultano ai giovani, sotto doppio riguardo morale e scientifico, dal permettere ch'essi tornino alle loro case nelle vacanze autunnali», il Vescovo ordinò che nemmeno in tale occasione i seminaristi potessero uscire. Naturalmente sarebbe aumentata la retta mensile: 16 scudi per i diocesani e 20 scudi per gli extradiocesani. Intanto la retta annua sarebbe aumentata rispettivamente a 48 e 60 scudi. Oltre a tale versamento i giovani ammessi in seminario avrebbero pagato annualmente uno scudo per gli utensili, uno scudo d'entrata per il Rettore, 30 baiocchi per i servi, 30 baiocchi per la famiglia del vescovo «a titolo di regalia». A Natale, come regalo, i seminaristi avrebbero donato tre paoli ai servi del seminario, due per la famiglia del vescovo e uno per il barbiere. Per l'ammissione in seminario si richiedeva non solo l'approvazione del vescovo, ma anche le testimoniali del battesimo e della cresima, di non avere cause pendenti né nel foro civile né in quello ecclesiastico e l'attestato del parroco sulla buona condotta del giovane e della sua capacità a studiare nelle scuole, condotte dai Gesuiti. Gli alunni forestieri avrebbero dovuto eleggersi il domicilio in Ferentino; a tutti indistintamente era fatto obbligo di provvedersi di «un letto lungo palmi otto e largo palmi sei... due pagliaccetti... una copertina di lana verde, per coprire il letto, lunga palmi 12 e larga palmi otto... biancheria necessaria cosi per la persona come per il letto, salviette e posate... un crocifisso da porre a capo del letto, una sedia, un bicchiere... pettine per la pulizia della testa». L'ingresso in seminario era fissato improrogabilmente il 31 ottobre di ogni anno (36). Dopo la riforma disciplinare di Mons. Macioti i suoi successori furono più solerti nelle visite al Seminario Vescovile di Ferentino. Giovanni Giuseppe Canali, vescovo dal 1840 al 1842 (37), il 29 luglio 1841 durante la sua visita pastorale ispezionò insieme con i canonici convisitatori, De Cesaris e Cocumelli, il seminario. Dopo aver pregato nella cappella, rivolse un fervoroso discorso agli alunni, invitandoli ad essere perseveranti nella via da loro intrapresa (38). La medesima sollecitudine di mons. Canali animò Antonio Benedetto Antonucci (39) suo successore. Questi il 23 novembre 1842 alle ore 16, si recò in seminario, accompagnato dai deputati canonici Giovanni Pietro Trenta, Giovanni Paolo Bertoni e Domenico Lolli. Lo accolsero il rettore can. Ambrogio Lucioli e l'economo can. Domenico Necci. Dopo una breve orazione davanti all'altare della cappella, dedicata a S. Luigi, mons. Antonucci ricevette l'obbedienza degli alunni, che esortò con un lungo discorso ad arricchirsi di fede e di cultura, essendo questi i due cardini, su cui si fondava la corretta educazione del sacerdote. Nella visita all'edificio il Vescovo non notò anomalie o manchevolezze, segno che le prescrizioni del Macioti erano fedelmente osservate e per questo non condusse l'esame personale degli allievi (40). Trasferito mons. Antonucci al titolo arcivescovile di Tarsi, gli successe sulla cattedra episcopale di Ferentino Bernardo Maria Tirabassi, che, a differenza dei suoi predecessori, resse la cattedra per venti anni, dal 1845 al 1865. Mons. Tirabassi nel 1850 svolse una visita al seminario, la cui cappella ordinò di restaurare completamente (41). L'anno seguente 1851 potè comunicare che nel suo seminario erano alloggiati 64 alunni (42), ma purtroppo non potevano godere di vacanze autunnali perché non vi era casa di campagna (43). Nel 1862 i settanta seminaristi, comodamente ospitati nell'istituto, erano sotto la guida di due padri gesuiti, uno rettore e l'altro ministro (44). Il Tirabassi fu un grande benefattore del seminario, la cui biblioteca arricchì con il dono di numerosi libri. La biblioteca del seminario nella prima metà del XIX secolo conservava circa 3.000 volumi; fortunatamente si possiede l'inventario, compilato nel 1836 dal bibliotecario don Giannoni su richiesta del vescovo Macioti (45). Tale inventario ci mette a conoscenza delle opere che i seminaristi di Ferentino potevano consultare. Come ogni biblioteca a disposizione del seminario, anche quella ferentinate possedeva testi di cultura ecclesiastica, agiografica, storica e letteraria. A titolo esemplificativo si possono citare: Valerii Maximi, Facta e dicta memorabilia, la Storia Romana in 7 tomi di Rollin, le Eleganze della lingua toscana di Aldo Manuzio, le Lettere di S. Francesco di Sales in tre libri, l'Introduzione al Simbolo della fede di Luigi di Granata, le Orationes di Mario Equicola, l'Opera di Bossuet in 36 volumi, alcune opere del Bellarmino (Opuscola 5 ascetica, Delle 7 parole dette da Gesù Cristo in Croce, libro volgarizzato da Costa), le opere dei padri della chiesa Agostino, Crisostomo, Giustino, Isidoro, alcune opere di Paolo Segneri, eccellente predicatore del XVII secolo. Quando dopo il 1870 i Gesuiti presero definitivamente stanza nel seminario vescovile, già dal 1867 i redditi del pio istituto ammontavano a 1000 scudi, non contando le pensioni degli alunni. Il curriculum degli studi era ormai nelle sue linee stabilizzato: dall'apprendimento dei primi rudimenti delle lettere alla teologia morale e dommatica (46). Dal 10 novembre 1871(47) i Vescovi di Ferentino cessarono di riferire alla Congregazione del Concilio le loro preoccupazioni organizzative riguardo al seminario vescovile. Avendo affidato ai Gesuiti la gestione dell'istituto, essi avevano risolto uno dei più gravi problemi, quello di reperire insegnanti degni, per dottrina e sapienza religiosa, del grave compito a loro richiesto. Nacquero, però, altre questioni: necessità di ampliare la fabbrica del seminario, cui chiedevano accesso sempre più giovani, necessità di risolvere i problemi organizzativi ed educativi proposti da un ordine religioso, quello Gesuita, che richiedeva una disciplina più sistematica e rigorosa. Tale argomento sarà chiarito nel terzo paragrafo di questo capitolo. Per il momento è bene far luce tra i rapporti tra seminario vescovile e Comunità ferentinate. Fino al XVIII secolo non vi erano stati dissapori tra le due amministrazioni: agli inizi del XIX secolo, con il risvegliarsi della coscienza laica cominciarono a sorgere controversie, che divennero ostilità dopo il 1870. §2. Controversie con il Comune di Ferentino La Comunità di Ferentino dal XVII secolo godeva del diritto di nominare ad un posto gratuito in seminario un giovane cittadino meritevole e bisognoso; tale diritto le proveniva dall'essere titolare di giuspatronato della cappella di S. Pietro in Vincoli, eretta in S. Maria Gaudenti dal can. Giovanni Leonini e poi passata al Comune dopo la sua morte. Anche il papa Benedetto XIII il 12 dicembre 1727 aveva confermato al Comune di Ferentino il diritto di nominare ogni quinquennio un chierico ferentinate «magis idoneus», perché il Comune aveva accettato di assegnare al seminario tutte le rendite della cappellania (1). Il 18 settembre 1830, poiché era vacante il posto in seminario, la cui collazione spettava di diritto alla Comunità, si riunì il consiglio comunale per scegliere il chierico, che dovesse godere del posto gratuito. Il consiglio voleva comportarsi come sempre aveva fatto: estrarre a sorte il nome del candidato. Il consigliere Arcangelo Rossi, invece, chiese la parola ed ottenutala dichiarò che non si doveva affidare alla sorte la carriera di un giovane «iniziato nell'acquisto delle scienze» per «rendersi ... utilitoso a se stesso ed alla Patria». L'estrazione a sorte non rispondeva integralmente ai criteri di giustizia, cui si richiamava il Comune di Ferentino; era, invece, più onesto sottoporre tutti i concorrenti ad un esame collettivo e scegliere quello che si fosse mostrato il migliore per studi e dottrina. Naturalmente i candidati sarebbero stati divisi per classi, in modo che non vi sarebbe stata disparità culturale tra di essi. La Magistratura avrebbe scelto gli esaminatori, ai quali era affidato l'onere di stilare una relazione sull'esito dell'esame; poi il consiglio avrebbe scelto il giovane tra i migliori selezionati. La proposta del Rossi era stata fatta per evitare di ricadere nelle «erronee, deplorabili ed infruttifere scelte dei notissimi Ambrogio Viola e Loreto Patrizi», due giovani che avevano dato un pessimo ricordo di sé. All'arringa del Rossi rispose il consigliere Mattia Cappella, il quale richiamandosi alla Bolla di Benedetto XIII, non vedeva la necessità di una tale seduta straordinaria di esami; non solo nella bolla si lasciava piena libertà al Comune di operare la scelta, ma la prassi ordinaria, divenuta ormai una consuetudine, aveva sempre ammesso pacificamente l'estrazione a sorte con voti segreti. Senza formalità d'esame il consiglio, prendendo direttamente visione delle istanze dei concorrenti, poteva operare una scelta giusta e coscienziosa. Il Presidente della assemblea, Giuseppe Santarelli, riscontrando l'opposizione delle due proposte, le mise entrambi in votazione. Dapprima si votò la proposta Rossi, che ricevette otto voti favorevoli contro sette contrari; Poi si passò a votare per l'arringa Cappella, che riportò la medesima votazione. Pertanto data la parità dei suffragi, si dovette procedere ad altri scrutini segreti. Al primo scrutinio risultò nuovamente la parità, al secondo invece riportò la maggioranza la proposta Rossi di sottoporre ad esame i concorrenti al posto gratuito (2). La commissione d'esame risultò composta dai canonici De Cesaris, Collalti e Cocumelli e dal consigliere Giovanni Battista Marchioni e la data della prova fu fissata il 9 ottobre 1830. All'esame si presentarono 8 studenti: Ambrogio Ceccarelli, studente di grammatica inferiore, di anni 15 Antonio Querci, studente di grammatica superiore, di anni 15 Pasquale Bernola, studente di grammatica superiore, di anni 19 Domenico Cataldi, studente di grammatica superiore, di anni 17 Filippo Palombo, studente di umanità, di anni 19 Ambrogio Patrizi, studente di umanità, di anni 17 Luigi Cataldi, studente di umanità, di anni 19 Vincenzo Virgili, studente di umanità, di anni 18 Furono scrutinati all'unanimità e per la classe di umanità furono approvati col magis: Luigi Cataldi, primo; Ambrogio Patrizi, secondo; Filippo Palombo, terzo. Per la classe di grammatica: Pasquale Bernola, primo; Antonio Querci, secondo. Gli altri vennero respinti; la commissione, dunque, passò i nominativi dei cinque vincitori al consiglio perché eleggesse il candidato, che avrebbe goduto del posto gratuito per un quinquennio. Prima di passare ai voti il consigliere Ambrogio Lolli dichiarò che l'esame era stato condotto per suggerire al consiglio un criterio regolativo per la scelta. Tuttavia, secondo il tenore di breve pontificio, sembrava che non si dovesse fare distinzione per merito, ma che ogni cittadino potesse avere eguali possibilità di concorrere al posto gratuito. Invece il regolamento adottato dal Comune dava adito a pensare che con l'esame il consiglio ponesse una pregiudiziale negativa per i tre respinti. Il Lolli chiedeva di ritenere l'esame come puramente consultivo e di ammettere alla scelta tutti gli otto nominativi dei candidati. Il consigliere Mattia Cappella, sostenendo l'ipotesi del Lolli, aggiunse che l'esame doveva essere considerato come mezzo per valutare l'idoneità dei giovani, non per restringere la libertà del Consiglio; quindi tutti i candidati senza nessuna distinzione tra promossi e bocciati, dovevano concorrere all'assegnazione del posto gratuito. Il Consiglio, invece, con 10 voti contrari su 17 votanti respinse tale proposta e ammise al «bussolo» solo i 5 candidati che avevano superato l'esame preliminare: risultò eletto Filippo Palombo con 12 voti favorevoli e 5 contrari (3). Il consiglio approvò la votazione e sciolse la seduta, ma il gonfaloniere Enrico Lolli non si diede per vinto considerando l'elezione del chierico Palombo ingiusta nei confronti del chierico Cataldi, il quale era risultato primo alla prova selettiva. Se il consiglio aveva scelto il nominativo senza tener conto dell'esame, perché dunque proporre un concorso tra i candidati? (4) Anche Luigi Cataldi presentò il suo reclamo a mons. Provenzali, delegato apostolico di Frosinone; egli, avendo compiuto il corso di umanità ed essendo passato a pieni voti in quello di retorica, non poteva sopportare di essere stato posposto al Palombo, maggiore di età, ma inferiore della preparazione, trovandosi ancora il Palombo nello studio di grammatica (5). Nonostante questi reclami, la richiesta del Cataldi fu giudicata inammissibile e pertanto respinta (6). Terminato il quinquennio di Filippo Palombo, il 1° agosto 1835 si bandì un nuovo concorso per assegnare il posto gratuito in seminario. Ormai la prassi concorsuale era un dato di fatto e nella commissione entrarono a far parte un gesuita, rappresentante delle scuole pubbliche, i canonici Magni e Cocumelli e il consigliere Giovanni Battista Marchioni. All'esame, stabilito per il 22 luglio, avevano partecipato solo due concorrenti: Vincenzo Bruscoli di 20 anni e Romualdo Di Rocco di 18 anni. Questa volta il consiglio rispettò la graduatoria stabilita dalla prova d'esame, confermando al Bruscoli, con 24 voti favorevoli su 31 votanti, l'ammissione al posto gratuito (7). I rapporti all'interno del consiglio andarono sempre più deteriorandosi; infatti allo scadere del quinquennio goduto dal giovane Vincenzo Bruscoli, si riaccese la discussione. Il consigliere Pio Roffi nel suo intervento lodò la prassi, seguita negli ultimi 10 anni, di espletare il concorso culturale prima di passare all'elezione del chierico. Tale concorso aveva dato buoni frutti non favorendo più «persone, che altro scopo non ebbero che alimentare il ventre, senza trarne o niuno o poco profitto»; utilizzando l'esame selettivo era stato aiutato il giovane Bruscoli, che era un sacerdote «ottimo di conoscenza e di specchiata condotta». Tuttavia il Roffi proponeva alcune modifiche al concorso: 1) «apporre qualche condizione per favorire i poveri; 2) concedere il posto ogni biennio «a quelli già in sacris o prossimi» al sacerdozio, secondo quanto avrebbe desiderato il vescovo. Al Roffi rispose il consigliere Vincenzo Bertoni, che, richiamando i consiglieri ad una più attenta osservanza del Breve di Benedetto XIII ricordò che il diritto di eleggere un giovane al posto gratuito in seminario prevedeva espressamente una scansione quinquennale. Quanto ai requisiti i concorrenti dovevano avere: certificato della ricevuta tonsura, di buona condotta, degli studi conseguiti, di povertà della famiglia, di non aver superato i 18 anni, attestato di rinunciare per un quinquennio ad altre borse di studio. Il Bertoni proponeva che solo i Padri Gesuiti di Ferentino componessero la commissione e che il Consiglio scegliesse tra quei candidati che avessero superato la prova d'esame. Messe ai voti la proposta Roffi e quella Bertoni, ritenute dal consiglio un metodo unico per la selezione, la riunione le approvò a maggioranza con 26 voti favorevoli su 28 votanti (8). La accettazione ditale proposta non fu, però, pacifica. Il chierico Romualdo Di Rocco, che già aveva concorso al posto gratuito, senza fortuna, nel 1835, dopo cinque anni voleva ripresentare la propria candidatura; ma il consiglio, che aveva espletato solitamente la prova selettiva nel mese di luglio, andava procrastinando l'esame (9). In realtà tale ritardo era causato da problemi organizzativi, non riuscendo il Comune a reperire i membri della commissione esaminatrice: i Padri Gesuiti si erano rifiutati di accettare l'incarico, proposto loro il 9 agosto 1840 e, nonostante una nuova convocazione di altri commissari, gli sforzi del consiglio comunale vennero frustrati, tanto che Francesco Antonio De Andreis, gonfaloniere facente funzione, chiedeva al Delegato Apostolico di Frosinone che venisse restaurata la prassi tradizionale del sorteggio tra i candidati, senza premettere esame (10). Finalmente nel novembre il Vicario Capitolare di Ferentino riuscì a comporre una commissione esaminatrice, che stabilì il criterio di selezione: non sarebbe stato ammesso chi superava i 10 errori per traduzione. Tutti i concorrenti sbagliarono e perciò non furono ammessi. Il concorso, quindi, non poté essere espletato, perché il comune nella sua autonomia aveva deciso che la scelta dovesse cadere su uno di quei candidati, che avesse superato l'esame. Il Vicario Capitolare, riferendo alla Delegazione Apostolica sull'accaduto, lamentava l'introduzione del criterio selettivo nel concorso, bandito dal comune per l'assegnazione del posto gratuito in seminario, e richiedeva che si ristabilisse la prassi tradizionale del semplice sorteggio tra i nominativi dei candidati. La Delegazione Apostolica frusinate il 18 dicembre 1840 rispose che avrebbe deciso solo dopo le controdeduzioni del consiglio comunale di Ferentino. Presa la parola, nel consiglio comunale del 7 gennaio 1841, il consigliere Pio Roffi dichiarò che sarebbe stato opportuno procedere a nuovo concorso, convocando una commissione composta dai canonici Lolli, Trenta e Fratazzi; questi commissari avrebbero presentato al Consiglio solo un candidato, quello risultato migliore di tutti. In risposta a questa esasperata selezione intervenne il consigliere Vincenzo Bertoni, che propose alla commissione di segnalare almeno tre nomi dei candidati approvati, tra i quali il Consiglio avrebbe scelto il candidato vincente, secondo le norme stabilite nella riunione consiliare del 13 luglio 1840. Nessuna delle due proposte, sia quella Roffi che quella Bertoni, venne approvata e perciò il presidente dell'assemblea, Francesco Antonio De Andreis, rimise la decisione al Delegato apostolico di Frosinone (11). Il 18 marzo 1841 il Delegato concesse al Comune di Ferentino di riaprire il concorso per il posto gratuito in seminario (12). Nella contesa si inserì anche il vescovo, mons. Giuseppe Maria Lais, cui il Delegato aveva chiesto informazioni. Il Lais, in una lunga lettera, spiegò la sua versione dei fatti e richiamandosi al Breve apostolico di Benedetto XIII (12 dicembre 1727), lo interpretava in modo diverso dai consiglieri comunali. Infatti sosteneva che «nel citato breve vi si prescrive che il giovane da nominarsi sia un cittadino ferentinate, non si fa motto affatto di premettere un concorso per la scelta del medesimo e, per verità, trattandosi di un giovane che deve abilitarsi agli studi, non si può pretendere che abbia studiato; al più si può esigere che sia iniziato almeno ne' primi studi per la carriera ecclesiastica». Quindi per il Lais la discriminante culturale era inutile, doveva tenersi in conto un altro elemento: che il giovane scelto fosse un cittadino e non uno del «volgo», che abbia una condotta lodevole e sia manifestamente inclinato alla carriera ecclesiastica, «che poi sia indigente, lo porta con sé la giustizia, poiché non deve alimentarsi de' beni della Chiesa chi non ha bisogno». Su questa linea di interpretazione il Lais esaminava anche la condotta del consiglio comunale e vi ravvisava «un qualche sospetto di broglio». Fino al 1830 le nomine comunali al posto gratuito in seminario erano state condotte pacificamente col sistema del sorteggio; dopo tale data si era introdotta una nuova regolamentazione, suggerendo per le scelte il metodo concorsuale. Tuttavia gli stessi consiglieri, discordi sul modo di condurre l'esame e sul successivo criterio di scelta da adottare riguardo ai vincitori, ma specialmente la ricusa di molti esaminatori, convocati per la formazione delle commissioni, di per sé mostravano scontentezza e un tentativo di sottrarsi alle brighe della politica paesana. Inoltre proprio durante il 1840, in occasione dell'espletamento del con corso per il quinquennio 1840- 1845, il consiglio apertamente aveva dichiarato, nonostante i risultati assolutamente negativi della prova di esame, che mai avrebbe vincolato la sua autonomia di scelta al voto degli esaminatori (13). L'atteggiamento pratico dei consiglieri contraddiceva le dichiarazioni teoriche; quindi il Vescovo vi scorgeva «una qualche mano segreta» che «procurava d'intorbidare le menti, per giungere allo scopo prefissosi ... l'impegno... a favore d'un figlio d'un impiegato comunale, che ha padre vivente». L'ingiustizia era veramente palese perché si ledeva il diritto del chierico Alessandro Simonetti, giovane di «specchiata condotta, che ne' studi ne' quali è iniziato nelle scuole dei PP Gesuiti, dà continui contrassegni di progresso, ch'è cittadino.., orfano di padre, povero di sostanze». Anche il cardinale Polidori, protettore di Ferentino, lo aveva segnalato e questo intervento del porporato non era lesivo del Breve apostolico di Benedetto XIII, che richiedeva espressamente i requisiti già in possesso del Simonetti e non prescriveva «esperimento o concorso di sorte alcuna»; non era lesivo nemmeno dell'autonomia deliberante del Comune, «poiché questo non deve essere arbitrario», ma nell'esprimere pienamente la sua capacità giuridica deve tutelare i principi primi di giustizia, necessari «per una elezione giusta e spassionata». Il Vescovo però non disdegnava il criterio del concorso, purché questo, nel suo espletamento, tenesse in considerazione non solo i requisiti culturali, ma anche quelli indicati dal Breve apostolico. Nel caso che venisse bandito un nuovo concorso e persistesse il tentativo di broglio da parte dell'amministrazione comunale, il Lais sarebbe stato costretto ad opporre alla scelta del Comune il suo diritto di veto, diritto che gli riconosceva anche la costituzione apostolica del 12 dicembre 1727, laddove affermava che l'esecutore legale del Breve era lo stesso vescovo. Quindi, essendo il breve apostolico una legislazione concernente l'ammissione in seminario, tra i principali requisiti il Vescovo collocava, come primo, quello della manifesta vocazione ecclesiastica, perché non si voleva permettere l'ingresso a «chi portasse la dissipazione ed uno spirito alieno da quel pio stabilimento» (14). Il concorso venne espletato il 6 maggio 1841 e la commissione fu composta dai canonici Paolo De Cesaris, Domenico Lolli, Giovan Pietro Trenta e Domenico Fratazzi (15). I canditati che presentarono istanza di partecipazione furono tre: Francesco Rossi, Vittorio Pro e Alessandro Simonetti, ma solo il Simonetti si presentò alla prova selettiva. Anche il consiglio comunale, il 28 maggio del medesimo anno, confermò la nomina del Simonetti, perché orfano di padre, povero e degno di ogni considerazione; infatti il padre era stato un benemerito cittadino e consigliere comunale (16). Con la nomina ufficiale del Simonetti (17) il consiglio accordava convalida alla richiesta episcopale, ma ribadiva con forza la sua autonomia giurisdizionale, scegliendo il chierico non perché chiamato alla vita sacerdotale, ma perché figlio di un benemerito cittadino. Con tale delibera l'assemblea lasciava intendere che non era competenza sua il valutare l'effettiva vocazione religiosa, essa si avvaleva solo di un diritto, ormai acquisito, di nominare uno studente cittadino e povero ad una borsa di studio quinquennale in seminario. Era ormai in atto una frattura, difficilmente ricomponibile, nei rapporti tra la comunità laica di Ferentino e il vescovo, tanto che Francesco De Andreis, gonfaloniere facente funzione, il 12 ottobre 1841 al Delegato Apostolico di Frosinone comunicò laconicamente che il consiglio comunale non era approdato ad alcuna risoluzione positiva in merito alla prassi da osservare per la scelta del candidato da assegnare al godimento di un posto gratuito quinquennale in seminario (18). La Delegazione non prese provvedimenti e il consiglio comunale di Ferentino continuò a seguire il regolamento stabilito nel 1830. Infatti quando nel 1857 si riaprì il concorso per l'assegnazione del posto gratuito in seminario, subito vennero nominati i membri della commissione: don Ambrogio Lucioli, don Antonio La Posta, signor Ambrogio Pace (19). La commissione svolse l'esame ai due candidati, il suddiacono Camillo Iaconelli e il chierico Felice De Andreis il 12 dicembre e dopo lo scrutinio, avvenuto il 18 dicembre, assegnò il primo posto per merito allo Iacononelli ed il secondo al De Andreis. Il consiglio, secondo la risoluzione presa nella assemblea del 13 luglio 1840, procedette alla scelta tra i due candidati il 28 dicembre 1857. Prima di passare ai voti il consigliere Pio Roffi espose la sua proposta: suggerì di scegliere il chierico De Andreis perché più giovane, potendo, nei cinque anni di studio, rendersi abile al sacerdozio. Lo Iaconelli, essendo già ordinato in sacris, sembrava aver raggiunto lo scopo di essere prossimo al sacerdozio; quindi, assegnandogli il posto gratuito, si sprecava l'opportunità di istruire un altro giovane nel delicato compito del sacerdozio. Il consiglio approvò la proposta; dalla votazione però si astenne il consigliere Francesco Antonio De Andreis, padre del chierico concorrente Felice, che ottenne 14 voti favorevoli su 15 votanti (20). Felice De Andreis fu nominato al godimento del posto gratuito in seminario il 2 gennaio 1858 (21), ma subito sorsero problemi riguardo al riconoscimento di tale delibera consiliare. Il 14 gennaio 1858 il Delegato Apostolico, con dispaccio dichiarava nulla l'elezione del De Andreis, avvenuta nell'assemblea comunale il 28 dicembre 1857. Tale dichiarazione di nullità era scaturita dall'illecito comportamento dell'assemblea consiliare di Ferentino, che aveva disatteso tanto le norme stabilite dal breve papale del 12 dicembre 1727 quanto la delibera consiliare del 13 luglio 1840, secondo la quale si doveva nominare al posto in seminario un alunno, che durante il quinquennio non dovesse essere provvisto di altri benefici comunali. invece Felice De Andreis, successivamente alla nomina al posto gratuito, aveva ricevuto dal consiglio, nella stessa data del 2 gennaio 1858, il godimento di un beneficio di giuspatronato comunale in S. Ippolito, intitolato a S. Paolo. La borsa di studio quinquennale in seminario veniva annullata e il diritto passava all'altro candidato, Camillo Iaconelli. Il consigliere Giuseppe Bono si oppose all'accettazione del dispaccio delegativo, dichiarandolo lesivo dell'autonomia comunale, anche perché era notorio che le norme, stabilite dall'assemblea del 1840, cui si era richiamato il Delegato, erano temporanee e transitorie. Pertanto doveva riconfermarsi nel godimento del posto gratuito in seminario il chierico Felice De Andreis. Così stabilì con votazione il consiglio comunale, approvando la proposta Bono con 14 voti favorevoli su 15 votanti (22). Anche il vescovo Bernardo Maria Tirabassi entrò nella questione reclamando l'osservanza letterale del breve pontificio del 1727 e l'annullamento della nomina al De Andreis, in quanto non idoneo alla carriera ecclesiastica (23). La questione si inaspriva perché il consiglio comunale si ostinava a considerare il seminario alla stregua di un semplice collegio - convitto per l'istruzione umanistica; il Vescovo, invece, ribadiva la natura del pio istituto, un luogo specializzato per la formazione esclusiva di sacerdoti. Il Ministro dell'Interno e Grazia e Giustizia, mons. Andrea Pila, intervenne nella controversia, richiedendo al Delegato Apostolico di Frosinone informazioni. A lui era giunta la supplica di Francesco Antonio De Andreis, padre del chierico Felice, indebitamente sospeso dal godimento del posto in seminario, assegnatogli dal consiglio comunale il 28 dicembre 1857. Nonostante il dispaccio della Delegazione Apostolica del 14 gennaio 1858, non era stato possibile dichiarare nulli gli atti del consiglio comunale di Ferentino in merito all'assegnazione del posto gratuito. Gli atti erano sostanzialmente e formalmente corretti; tuttavia il Delegato Apostolico, desiderando favorire, al pari dell'Ordinario diocesano, il concorrente Iaconelli, aveva sospeso il 23 febbraio 1858 la deliberazione consiliare del 28 gennaio 1858 fino a nuovo ordine. Non era il consiglio comunale ferentinate a commettere brogli! Perciò il De Andreis sollecitava una pronta giustizia e la reintegrazione del figlio al godimento della borsa di studio quinquennale (24). Il Ministro richiese informazioni sulla vertenza tra Comune e Vescovo riguardo al caso De Andreis ed il Delegato di Frosinone gli inviò il 30 marzo 1858 un rapporto informativo molto particolareggiato sullo sviluppo della vicenda. Se da una parte il Vescovo reclamava il riconoscimento dello Iaconelli, perché era stato giudicato il più bravo dalla commissione, il consiglio comunale rivendicava la sua autonomia giurisdizionale: le due posizioni erano inconciliabili, nonostante gli interventi pacificatori del Delegato Apostolico. Il Delegato, però, riteneva, per porre fine alla vertenza, che non era illegale riconoscere la validità al deliberato consiliare, in quanto, accettando il responso della commissione, veniva ad affermarsi che il diritto di nomina non competeva più al Comune: e questo era veramente lesivo del principio di autorità (25). Mons. Pila, avendo con cura esaminato la documentazione inviatagli dal Delegato di Frosinone, deliberò la conferma del De Andreis al godimento del posto gratuito in seminario, perché nel concorso non può essere privilegiato chi è più grande di età e quindi più avanzato negli studi. Se lo Iaconelli era stato collocato al primo posto nella graduatoria dell'esame selettivo, ciò era stato determinato dalla sua maggiore preparazione rispetto a quella del chierico De Andreis, più giovane d'età e frequentante un corso di studi inferiore. L'ingiustizia era stata commessa dalla commissione giudicatrice, che aveva condotto l'esame senza tener conto dei diversi livelli culturali tra i due concorrenti. Per ristabilire il diritto, dunque il Ministro concedeva la borsa di studio al chierico Felice De Andreis e dava comunicazione del suo deliberato tanto alla Delegazione Apostolica di Frosinone (26) quanto al Comune di Ferentino (27). L'ostinazione di De Andreis non era senza motivo; egli si sentiva chiamato alla vita ecclesiastica tanto che, spirato il quinto anno della sua borsa di studio, egli supplicò il consiglio comunale a prorogargliela di altri due anni, per completare gli studi teologici da lui iniziati con buon profitto. Avendo anche la Delegazione Apostolica di Frosinone, cui il De Andreis si era rivolto, accettato la possibilità della proroga di due anni, il consiglio comunale approvò la richiesta del suddiacono Felice con 12 voti favorevoli su 14 votanti (28). Nel l864, il 6 dicembre, il consiglio comunale di Ferentino venne di nuovo convocato per eleggere un alunno al posto gratuito in seminario; si presentarono quattro concorrenti, tra i quali a maggioranza fu prescelto il chierico Salvatore Palladini, con 15 voti favorevoli su 17 votanti (29). Tuttavia, benché non fosse spirato il quinquennio, il 18 luglio dell'anno seguente (1865) il vescovo Gesualdo Vitali dichiarò vacante il posto (30). Il gonfaloniere Alfonso Giorgi convocò il consiglio per il 23 settembre per le ore 8,30 (31), per surrogare il Palladini. La riunione ebbe luogo solo il 27 ottobre 1865, perché il 23 settembre il consiglio era stato interrotto dalla discussione sulla pregiudiziale posta dal consigliere Giuseppe Rossi. Il Rossi, richiamandosi alla decisione del vescovo Vitali, che aveva escluso dal seminario il Palladini per cattivo rendimento, proponeva di considerare nei concorrenti, come requisiti prioritari, la buona condotta e l'attitudine agli studi (32). Aggiornato il consiglio al 27 ottobre, in tale data si esaminarono le istanze di otto concorrenti e i consiglieri dovettero ricorrere ad una seconda votazione per assegnare il posto al chierico Giampietro Catracchia (33), che fu nominato dal gonfaloniere il giorno dopo (34) ed approvato dal Delegato Apostolico di Frosinone il 10 novembre del medesimo anno (35). Il chierico Catracchia l'anno successivo fu ordinato sacerdote, liberando così il posto in seminario; pertanto il 10 novembre 1866 si riunì nuovamente il consiglio comunale per procedere ad un'altra nomina. Si iscrissero al concorso otto giovani, dai quali fu scelto Arcangelo Rossi con 13 voti favorevoli su 17 votanti; si era astenuto dalla votazione suo padre, il consigliere Giuseppe Rossi (36). Fino al 1866 le elezioni al posto gratuito in seminario furono pacifiche, perché per consuetudine i chierici erano stati preferiti ai laici e quelli non costituiti nella tonsura non erano nemmeno stati accettati tra i concorrenti. Invece con l'elezione di Arcangelo Rossi, figlio non ancora decenne del notaio Giuseppe, la consuetudine era stata stravolta, preferendo questo bambino al chierico Raffaele Angelisanti (37); era quindi doveroso assegnare il posto gratuito a chi fosse già indirizzato alla carriera ecclesiastica. Non fu solo l'accendersi delle polemiche sull'assegnazione del posto gratuito in seminario ogni quinquennio, che guastò i rapporti tra vescovi e Comune di Ferentino: un altro argomento al contendere fu offerto dal reperimento di fondi per la fabbrica del collegio - convitto Filetico, passato dal 1815 dalla gestione dei Francescani Conventuali a quella dei Gesuiti (38). La fama dei maestri e l'apertura di scuole di grammatica, belle lettere, diritto e teologia attirarono un numero sempre maggiore di allievi, che provenivano anche dal vicino Regno di Napoli. Per accogliere dignitosamente gli allievi si aveva bisogno di unire alla scuola anche un convitto; quindi si sarebbero dovuti ampliare i locali a spese della Comunità di Ferentino perché la scuola apparteneva al Comune. Il Comune nel 1833 non aveva i fondi sufficienti per affrontare tali spese, per cui risolse di seguire la via meno costosa: ammettere a frequentare le scuole solo un numero limitato di allievi ed escludere i soprannumerari, particolarmente forestieri. I padri degli esclusi reclamarono ed ottennero l'interessamento anche del vescovo, che vedeva compromesso il buon rendimento del seminario, in quanto, per penuria di mezzi economici, era costretto a inviare i suoi sessanta alunni a frequentare le scuole dei Gesuiti. Tra i seminaristi vi erano molti forestieri, i quali sarebbero stati colpiti dalla medesima esclusione. Il vescovo Lais interessò alla questione la Congregazione degli Studi, proponendo come alternativa l'ampliamento del locale grazie alle contribuzioni provenienti dai paesi della provincia, che inviavano i loro allievi nel collegio ferentinate. La Sacra Congregazione rispose al Vescovo elogiandolo per la generosa iniziativa di promuovere la cultura non negandola a nessuno. Era lodevole e degna di ogni attenzione la proposta di sollecitare la Provincia a contribuire per le spese di ampliamento delle scuole di Ferentino; tuttavia per ottenere qualche successo a tale disegno bisognava rivolgersi direttamente agli amministratori provinciali. Ciò fu prontamente fatto da parte del comune il 30 gennaio 1833 ma grande fu la sorpresa, quando dalla Delegazione Apostolica di Frosinone giunse la comunicazione che il 9 aprile del medesimo anno il Segretario di Stato aveva ordinato che l'ampliamento si facesse solo a spese del comune. Il consiglio comunale interpellò il Vescovo diocesano per sentire «se intendeva di contribuire alcuna somma di denaro necessario per la nuova fabbrica, in vista del vantaggio, che risente il seminario diocesano, i cui allievi frequentano le suddette scuole per l'esoneramento della spesa dei maestri». Intanto il consiglio comunale fu adunato per risolvere la delicata questione il 7 maggio 1833. I temi da dibattere erano due: 1) vietare l'ammissione degli studenti forestieri, per non privare i cittadini dell'istruzione; 2) nel caso che tale criterio risultasse inattuabile e si dovesse procedere all'ammissione totale di tutti gli alunni, cittadini e forestieri, l'ampliamento del locale doveva avvenire anche a spese della Provincia, sia perché il comune di Ferentino da solo ogni anno doveva sostenere una spesa di circa 900 scudi per la pubblica istruzione, sia perché, essendo il collegio unico della provincia e accogliendo giovani da ogni parte della medesima, anche la Provincia doveva sentirsi impegnata a contribuire alle spese scolastiche. Il consigliere Pio Roffi chiese la parola ed espose la sua opinione: poiché, come testimoniavano i deliberati della Congregazione degli Studi, era andato a vuoto il progetto di coinvolgere la Provincia nel pagamento delle spese scolastiche, si doveva senz'altro procedere alla esclusione dei forestieri dalla scuola ferentinate. Messa ai voti la sua proposta, essa fu approvata a maggioranza schiacciante: 23 voti su 24 votanti (39). Naturalmente la reazione del Vescovo fu immediata, perché fra i forestieri vi erano inclusi anche i seminaristi, provenienti dal territorio della diocesi. Di fronte alle rimostranze episcopali, il Comune oppose la richiesta ufficiale che anche il Vescovo contribuisse alle spese di ristrutturazione ed ampliamento dell'edificio scolastico comunale, motivando la tassazione con l'utilità che il seminario ricavava dall'inviare i suoi alunni a seguire le lezioni presso la scuola gestita dai Gesuiti. La preoccupazione del Vescovo era aumentata dal parere favorevole che la Congregazione degli Studi aveva espresso su tale nuova tassazione. Per esporre le sue ragioni il Vescovo scrisse il 21 maggio 1833, al delegato apostolico di Frosinone, mons. Provenzali, una lettera molto circostanziata nella descrizione dei fatti. Senza voler esprimere giudizi negativi sull'operato della Congregazione, piuttosto ignara delle reali condizioni economiche del seminario, mons. Lais riprovava la faciloneria, con cui si disegnava di imporre un'altra tassa al pio istituto di Ferentino. Il seminario avrebbe potuto sostenere l'onere di quella contribuzione straordinaria solo utilizzando estremi rimedi, cioè creando un mutuo; ma questa risoluzione oltre a creare altri debiti e pesanti obbligazioni per le povere finanze del seminario diocesano, avrebbe anche gettato cattiva luce sull'operato del Lais, che accendeva debiti per «una causa estrinseca» alla retta conduzione del pio istituto. Il Vescovo riconosceva i vantaggi derivanti dall'avere scuole interne al seminario; ma la situazione diocesana non glielo permetteva, per cui doveva gioco forza servirsi dei Padri Gesuiti e del loro collegio, per poter istruire i seminaristi. Alle origini del seminario era stato possibile costruire scuole interne perché pochi i seminaristi e solo quattro i docenti, per i quali l'onorario non superava complessivamente i 100 scudi. Con l'accrescimento del numero degli alunni, che raggiungevano persino le settanta unità, era impossibile servirsi di maestri a pagamento: per questi si poteva ricorrere ai Gesuiti che insegnavano nelle scuole pubbliche, mentre per la necessità del seminario bastava un ripetitore. Gli alunni del seminario vescovile più volte al giorno dovevano uscire dall'istituto, ma, economizzando sulla spesa dei maestri si poteva dare sostentamento e alloggio a più giovani non essendo sempre sufficiente la quota della retta annuale, spesso decurtata per venire incontro alle esigenze economiche delle famiglie povere. Ora la tassa comunale rischiava di compromettere il precario equilibrio economico del seminario. La tassazione prevista e richiesta dal consiglio comunale si basava su un principio, che il Vescovo non esitò a definire falso e addirittura equivoco: quello di considerare il seminario «estrinseco alla Comune in cui trovasi. Il seminario non è che un corpo morale, il quale forma parte della stessa comune; esso non consiste nel fabbricato materiale, ma nell'unione degli individui, che vi dimorano e vi si educano sotto la disciplina di chi è destinato a presiedervi e vi ricevono il mantenimento. Sotto questo essenzialissimo suo rapporto il medesimo seminario soggiace a pagamenti de' dazi e pesi camerali, provinciali e comunitativi». Come ente il seminario era già soggetto ad una tassazione che, di riflesso, gli dava diritto a «godere de' privilegi e favori ... tra quali favori meritano primaria considerazione l'assistenza de' professori sanitari e l'uso de' mezzi di pubblica istruzione». Quindi era ingiusto, in linea di principio e di fatto, escludere il seminario vescovile dall'usufruire di scuole pubbliche Quanto alla esclusione dei forestieri dimoranti nell'istituto, anche tale risoluzione era ingiusta, perché disconosceva la natura stessa del seminario, nato, secondo il Concilio di Trento, «a vantaggio non della sola città, ove sia piantata la cattedrale, ma della intera diocesi»: escludere i diocesani sarebbe stato come contravvenire all'ordine del Concilio. Il vescovo Lais riteneva che la scuola filetica, retta dai Gesuiti, dovesse essere ampliata grazie alle contribuzioni dei Comuni della Provincia, che, inviando i loro studenti in Ferentino per ricevere «i sinceri principi della moralità e di letteratura», traevano indubbio beneficio dalla scuola gesuitica. Il Lais chiudeva la sua fervida perorazione, chiedendo al Delegato Apostolico di Frosinone di intervenire «perché si rigetti la stessa risoluzione per quella parte che pregiudichi questo ... seminario e pel resto si adotti un temperamento più confacevole al bene della pubblica istruzione ed al sostegno del primario diritto, che v'ha questa Comune» (40). Non fu senza effetto la presa di posizione del Lais; infatti il cardinale Gamberini per ben due volte ricordò al delegato apostolico di Frosinone, mons. Antonelli, che era ingiusto richiedere al Vescovo ferentinate una tassa speciale per l'ampliamento delle scuole pubbliche, quando egli già pagava la tassa per le scuole (41); era preferibile, per le necessità del Comune, ricorrere alla tassa «chiamata delle scuole», da imporre alla Provincia (42). Il Collegio - Convitto gesuitico fu infine ampliato e ammodernato secondo i criteri didattici previsti dalla disciplina scolastica dei Gesuiti, ma non cessarono le questioni. Nel 1839 il gonfaloniere Domenico Stampa riferì al Delegato Apostolico di Frosinone che la Comunità disegnava di far sopprimere la scuola di legge, aperta nel collegio gesuitico ferentinate, perché pochi erano gli iscritti e l'insegnamento non concedeva gradi accademici. L'unico ad opporsi a tale soppressione fu il vescovo Macioti, che si serviva di tale scuola per nove suoi seminaristi. Egli aveva ordinato ai seminaristi di usufruire della disciplina giuridica, impartita dai Gesuiti, perché era molto utile per il clero conoscere non solo le scienze filosofiche e teologiche, ma anche quelle inerenti al diritto. Anche se la scuola di diritto, costituita in Ferentino, non era legalmente riconosciuta, gli studenti interessati alla giurisprudenza avrebbero potuto continuare in Roma gli studi giuridici, facendosi riconoscere e valutare gli anni di studio, svolti nel collegio ferentinate. (43) Intanto i rapporti tra seminario diocesano di Ferentino e padri Gesuiti, docenti nelle scuole comunali, si stringevano: dal 1837 al 1859 il seminario concedeva annualmente 10 scudi per i premi da assegnare agli scolari (44). Durante la triste esperienza della Repubblica Romana i Gesuiti furono cacciati dal collegio da loro diretto, ma trovarono accoglienza nel seminario vescovile, dove, deposto l'abito religioso, impartivano lezioni ai seminaristi (45). Dopo questo fatto cominciò una più stretta collaborazione tra l'ordine gesuitico e l'amministrazione del seminario vescovile, collaborazione che culminò nel 1871, quando i Gesuiti presero definitivamente residenza nell'istituto. § 3. I Gesuiti alla guida del seminario I Gesuiti erano stati gli animatori della vita ferentinate dal 1815 al 1870 non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello spirituale. In una lettera del 13 gennaio 1860 il vescovo Tirabassi ringraziava il P. Pasquale Cambi, gesuita, perché gli aveva donato una reliquia di S. Stanislao Kostka a cui patrocinio aveva raccomandato il seminario di Ferentino (1). Il Vescovo si augurava che quel dono prezioso promuovesse sempre più la venerazione verso il santo gesuita polacco, alla cui protezione anche il vescovo Macioti aveva affidato la camerata dei «piccoli» (2). Quando nel 1870 cadde definitivamente il potere temporale dei Papi ed anche Ferentino entro a far parte del Regno d'Italia, cambiarono tutte le strutture politiche e scolastiche della cittadina e persino le istituzioni ecclesiastiche subirono il contraccolpo del mutamento. Già dal 14 settembre le truppe piemontesi avevano invaso la città e avevano messo a soqquadro il collegio retto dai Gesuiti, temendo che vi nascondessero uomini armati; in realtà le truppe erano composte da vili ladroni, desiderosi solo di accaparrarsi un ricco bottino di guerra. Alle violenze dei soldati si aggiunsero le angherie della nuova giunta municipale. Il Sindaco, reclamando i diritti della municipalità, rivendicò la gestione della scuola al comune (3). I Gesuiti si opposero strenuamente al tentativo di sottrazione delle istituzioni ecclesiastiche; riuscirono, per ben due volte, sia nel tribunale di Frosinone che in quello di Viterbo, ad avere partita vinta nelle cause loro intentate dal Sindaco Achille Giorgi per contrastare il loro diritto di insegnare pubblicamente. Tali sentenze furono vanificate dalla legge di soppressione degli Ordini Regolari e quindi il 28 novembre 1873 il sindaco fece sapere ai Gesuiti di abbandonare immediatamente il collegio, ordine che i religiosi rispettarono in quella notte stessa. I Gesuiti furono ospitati provvisoriamente in case private: tre padri presso la sorella di padre Frattali, Elisa Lesen; altri due, per breve tempo, nelle case di privati. Intanto i religiosi prestavano la loro opera spirituale a favore delle Suore Clarisse; ma il sindaco, per danneggiarli ulteriormente, minacciò la badessa di gravi danni, se continuava a proteggere i Gesuiti. La situazione, già precaria, rischiava di peggiorare ulteriormente, se non interveniva il canonico Stanislao Cocumelli, fratello del padre Vincenzo; il canonico li fece accogliere nella chiesa di S. Salvatore, detta comunemente di S. Giuseppe. In questa chiesa, che minacciava rovina, i Gesuiti si insediarono, la restaurarono, e dopo aver annesso al loro ordine l'antica Congregazione di S. Giuseppe, eretta nella chiesa, iniziarono il loro ministero sacerdotale, che richiamò gran concorso di popolo. Il numero dei Gesuiti, dimoranti in Ferentino, cominciò a diminuire, perché padre Corti si ammalò e morì; unico superstite padre Lippi continuò la sua opera, istituendo il pio esercizio del mese di maggio ed il sodalizio delle Figlie di Maria. Intanto già nel 1870-1871 tre padri gesuiti iniziarono ad impartire lezioni nelle scuole inferiori, ormai rese private, del seminario diocesano; Poiché i seminaristi non ebbero più l'autorizzazione a frequentare le scuole del collegio comunale, il vescovo Vitali chiese al Padre Provinciale della Compagnia di Gesù l'autorizzazione all'insegnamento dei Gesuiti nel seminario vescovile. Nell'anno scolastico 1871-1872 il personale del seminario ferentinate fu cosi ripartito: P. Carlo M. Turri, rettore e maestro di Belle Lettere; p. Tito Giacobini, Morale e Teologia dogmatica; p. Stefano Anticoli, ministro e lettore di Filosofia (4); p. Giuseppe Severi, maestro di Grammatica della classe media e superiore. Purtroppo, il numero degli alunni residenti in seminario e l'angustia dell'edificio imponevano che le lezioni si tenessero nel dormitorio. Le camerate inoltre erano anguste e la biblioteca, conservata in uno stretto ambiente, aveva bisogno di essere sistemata meglio. Lo stipendio annuo dei quattro maestri ammontava a 500 scudi come fu pattuito; ma alla fine dell'anno scolastico, il vescovo mons. Gesualdo Vitali, come atto di ringraziamento, dopo l'accademia che chiudeva l'anno, con un biglietto di ringraziamento inviò al p. Turri, rettore, 100 scudi di premio. Tale premio, dono personale del Vescovo, fu assegnato annualmente fino alla morte del Vitali. Gli alunni continuavano a crescere sia nel numero (oltre 60 giovani) sia nel profitto, tanto che il personale docente dovette essere ampliato. Nel seminario vescovile di Ferentino, il cui corso di studi era strutturato dalla grammatica inferiore alla teologia, a partire dall'anno scolastico 1872-1873 furono aggiunte le esercitazioni di Sacra Scrittura, di diritto canonico, di lingua francese. Inoltre il padre Giacobini ebbe l'incarico di direttore spirituale dei seminaristi, i quali ricevevano insieme all'istruzione una formazione morale, che li abituava alla frequenza ai sacramenti ed alle funzioni celebrate in S. Giuseppe, alla visita degli infermi, alla partecipazione alle prediche svolte nelle chiese cittadine (5). Prima che si aprisse il nuovo anno scolastico 1872-1873, all'interno del corpo docente si ebbero degli avvicendamenti. Padre Severi, che soffriva di stomaco, il 17 settembre 1872 ottenne di recarsi a Napoli per potersi curare; ritornato, dapprima si recò «a diporto» a Prossedi, poi andò a svolgere gli esercizi spirituali a Giuliano, e ritornò a Prossedi. Padre Soriani fu destinato il 21 ottobre del medesimo anno a Tivoli; il 24 ottobre arrivò in seminario p. Augusto Succi, maestro di matematica e fisica, ed il 3 novembre p. Giuseppe Bianchini, nuovo ministro e maestro di grammatica superiore. L'anno scolastico 1872-73 iniziò, in nome dell'Immacolata Vergine e sotto gli auspici del «patriarca» S. Giuseppe e di S. Carlo, il 4 novembre 1872. Il personale del seminario era composto da p. Turri, rettore e maestro di Belle Lettere, p. Bianchini, ministro e maestro di Grammatica superiore, p. Giacobini, direttore spirituale e professore di Dogmatica e Morale, p. Succi professore di Fisica e Matematica, don Pietro Bocanelli, sacerdote diocesano di Ferentino, maestro di Grammatica inferiore e don Camillo Iaconelli, economo (6). Per sostenere il peso economico dell'ampliamento didattico, non erano più sufficienti le magre entrate dell'istituto. I sette padri Gesuiti erano già troppo sacrificati nell'angustia dei locali. Essi vivevano in tre piccole stanze, una quarta, ancora più stretta ed esposta a nord fungeva da biblioteca. Il vitto era modico e povera di medicamenti era l'infermeria. C'era bisogno di altri introiti, perché non bastava né lo stipendio dato ai docenti né le elemosine delle messe. Il Rettore espose queste difficoltà economiche e dopo qualche discussione sia con il Vescovo che con gli amministratori del luogo pio, si stabilì di aumentare la retta mensile dei seminaristi di 5 scudi. Il lavoro dei Gesuiti si accrebbe ancor di più perché, oltre agli interni, incominciarono a frequentare la scuola del Seminario anche 12 chierici esterni (7). Nel 1878 fu un anno molto critico per il seminario vescovile di Ferentino; se dopo il 1870 le iscrizioni dei giovani avevano fatto salire il numero ad ottanta, nel 1878 il pio istituto rischiò la chiusura. L'anno scolastico si aprì con soli 13 allievi (8) e, per scongiurare il pericolo della chiusura, il Padre Rettore implorò l'aiuto di S. Giuseppe, promettendo con voto di far celebrare una messa il giorno 19 di ogni mese (9). Il motivo, per cui ci fu un decremento di iscritti, dipese da un duplice ordine di fattori: la leva obbligatoria per tutti e il nuovo ordinamento degli studi, che prevedeva esami di idoneità, per chi frequentava scuole private. Non fu tanto la leva obbligatoria, imposta a tutti i cittadini di sesso maschile dallo Stato Italiano a far calare le presenze in seminario, quanto il cattivo esito degli esami, cui erano sottoposti i chierici. La pessima prova fu conseguenza di un programma di studi diverso da quello richiesto dalle scuole statali. Inoltre si erano verificati anche fenomeni incresciosi di indisciplina che costrinsero il Rettore ed il Vescovo ad espellere i facinorosi (10). Il 24 dicembre 1878, essendo andati i seminaristi a dare gli auguri di Natale al Vescovo, questi li rimproverò per il cattivo esempio che davano durante le funzioni religiose della mattina: non solo non si erano presentati alla messa i sei seminaristi convocati, ma se ne erano andati anche a spasso. Gli altri seminaristi, durante le cerimonie liturgiche, erano scomposti nell'atteggiamento, ridevano e parlavano. Il rimprovero non fu preso molto in considerazione; infatti nemmeno due mesi dopo, il 20 febbraio, giorno di giovedì grasso, otto seminaristi, capeggiati dal prefetto e dal sottoprefetto, invece di andare a dormire dopo la cena, nonostante che il Rettore avesse chiuso la porta, si introdussero in biblioteca e li organizzarono una cena supplementare. Il Rettore, accortosi che in biblioteca era accesa la luce, andò a ispezionare la camerata, vide chi stava a letto e chi mancava; poi, recatosi in biblioteca, apri pian piano la porta e colse i trasgressori, mentre mangiavano. Li riprese e li invitò ad andare a letto; ma quelli non obbedirono e continuarono a fare rumore per i corridoi. Anche padre Succi li rimproverò mandando un inserviente, ad invitarli alla moderazione. Nemmeno questi riuscì a moderarli, allora il Rettore si impose di autorità minacciando per il giorno dopo severe punizioni. Infatti il giorno seguente, a pranzo, gli otto malandrini rimasero a pane e acqua; ma questi, quando videro servire agli altri il pranzo, si alzarono dal loro posto e uscirono dal refettorio. Diede il cattivo esempio prima il prefetto Corsi, e dopo di lui il sottoprefetto Silvino De Alexandris e gli alunni Severino Gasbarra, Casali e Alfredo Iacobelli (11). Gli altri tre in punizione, Agostino Gabrielli, Cesare Magliozzi e Stanislao De Luca, non si mossero dal posto e dopo il pranzo chiesero scusa al Rettore. Tra i seminaristi «ribelli» continuava a correre il malcontento, come accadde il venerdì santo, 11 aprile 1879, quando a pranzo, essendo stato servito il pane avanzato a colazione, alcuni si lagnarono ad alta voce. Lo scandalo, però, successe il 21 maggio del medesimo anno, quando Alfredo Iacobelli fu espulso dal seminario «per la sua insubordinazione, per gli amoreggiamenti con due civettine e per un libro pessimo trovatogli». Lo Iacobelli non era tagliato per la vita ecclesiastica, per questo subiva con impazienza la disciplina del seminario. Il giovane si rifiutò di andarsene dall'istituto forse intimorito per la reazione paterna; allora fu mandato in castigo nella camerata dei «mezzani» in attesa dell'arrivo del genitore. Questi arrivò la sera ed ebbe un furibondo colloquio con il Rettore, poi, violando la clausura della camerata dei «grandi», cercò di introdurvi il figlio, imponendogli di rimanervi «finché non fosse strappato dai Carabinieri». Il 23 maggio il giovane obbedì ai consigli del canonico Patrizi, che lo pregava di star separato e di andare a dormire nella camera dei «mezzani». Il padre, Cataldo, prima di partire per Supino aveva supplicato il Vescovo affinché intercedesse a favore della riammissione del figlio in seminario. Mons. Vitali avrebbe acconsentito, ma i Gesuiti, che risiedevano nel pio istituto, minacciarono di andarsene tutti se lo Iacobelli tornava; allora, negando la grazia alla supplica, il Vescovo concesse ai giovane di restare fino alla conclusione dell'anno scolastico in seminario, poi sarebbe stato licenziato definitivamente. Il 23 giugno, invece, il padre ritirò anticipatamente il figlio e si fece dare indietro la retta dei due mesi, che restavano alla conclusione dell'anno scolastico. Il cronista laconicamente annotò: «Sia ringraziato Dio e S. Luigi Gonzaga che se n'è ito colle buone, senza chiasso» (12). Liberato il seminario da studenti troppo vivaci, il 18 ottobre 1879, arrivò il nuovo padre ministro e maestro di Grammatica; p. Giuseppe Bonavenia. Questi fece adottare un nuovo ordine di studi, ispirato al programma dei Ginnasi del Regno d'Italia (13): il Ginnasio veniva distinto in quattro classi ed avrebbe avuto due maestri, uno per le prime due classi, uno per le ultime due (14). Le innovazioni favorirono la rinascita della scuola del seminario, in cui si iscrissero giovani non solo della diocesi di Ferentino ma anche da Roma, Napoli, Abruzzo, Calabria, Puglia e Sardegna. Il 31 dicembre 1879, dopo un breve periodo di dolorosa malattia morì il vescovo Vitali e il 29 maggio 1880 gli successe Pietro Facciotti di Palestrina. (15) Durante l'anno scolastico 1879-1880 il seminario vescovile fu dedicato a S. Giuseppe, sposo della Madonna, perché grazie al suo intervento era stato scongiurato il pericolo della chiusura dell'istituto. Il seminario sperimentò nuovamente il patrocinio del protettore anche nell'anno scolastico 1882 - 1883: infatti in tale periodo l'istituto dovette affrontare e superare tre gravi pericoli. I seminaristi non potevano più uscire a spasso perché offesi con parole volgari dagli studenti del collegio comunale e persino presi a sassate. Contemporaneamente cominciarono a circolare calunniose illazioni contro i Padri Gesuiti, che insegnavano nel seminario. Tali calunnie furono pubblicate in un libercolo ed anche in giornali come Il bersagliere, La Capitale, La Libertà, Il Popolo Romano. Il rettore venuto a conoscenza di questa campagna diffamatoria mandò i giornali al Padre Provinciale e dovette subire nel gennaio 1880 l'ispezione di due visitatori, inviati dal Ministro della Pubblica Istruzione I funzionari controllarono ogni stanza del seminario ferentinate ed esaminarono gli allievi, che elogiarono per cultura e preparazione. Così l'accusa cadde nell'oblio. Superato questo scoglio, ad aprile del medesimo anno scoppiò un'epidemia di colera nel paese; in seminario si verificarono alcuni casi, ma la preghiera devota al patrono S. Giuseppe scampò miracolosamente il pio istituto dal contagio (16). Mons. Facciotti nel 1881 dovette organizzare didatticamente il corso di filosofia razionale e «sperimentale». Il problema consisteva nel raggruppare il corso di filosofia razionale nel primo anno e quello di matematica e fisica in quello successivo oppure suddividere entrambi i corsi in due anni ciascuno. Il Vescovo richiese che si esponessero i pareri favorevoli e contrari alle due proposte. Al primo quesito «se si abbia a far tutto il corso di filosofia razionale in un anno e quello di matematica e fisica in un altro», cinque erano le risposte favorevoli e quattro le contrarie. A favore della scansione annuale vi era il vantaggio di avere sempre aperto «il passaggio dalle classi ginnasiali», di applicarsi ad una sola materia, di avere maggiore continuità e di richiedere solo un professore ed un anno di tempo. Tra gli svantaggi si annoveravano quello di non riuscire ad approfondire la materia, di non avere esercitazioni di latino per un anno, di creare ostacoli per gli studenti senza attitudine per le matematiche (inconvenienti ai quali si poteva ovviare con qualche esercizio letterario almeno per i giorni di vacanza), di dover svolgere un corso troppo elementare e «compendiato». Il secondo quesito richiedeva di rispondere se era possibile «dividere l'uno e l'altro corso in due anni». A favore di tale proposta giocava la possibilità di una maggior applicazione allo studio, di una ripartizione più didattica nelle discipline, essendo il primo anno propedeutico al secondo; non sarebbe mancata la possibilità di svolgere esercizi letterari e ridurre lo spazio da attribuire alle matematiche. Di contro vi erano altri svantaggi: ad esempio quello di avere «il passaggio alla filosofia... un anno sì e l'altro no», di essere applicati allo studio di più materie con evidente dispersione di tempo e di fatica, di richiedere l'insegnamento di più docenti. «Due professori toglierebbero ogni inconveniente e meglio tre»; inoltre si sarebbe dovuto concedere un periodo di almeno due ore e mezza di scuola al mattino e altrettante la sera. Questo tempo sarebbe stato insufficiente per spiegare ripetere le materie e far esercitare gli scolari. I seminaristi avrebbero potuto studiare con diligenza le materie letterarie, ma «con discapito di tempo e di applicazione alle materie filosofiche». Il Vescovo di suo pugno stilò il regolamento: lo studio della filosofia razionale e «sperimentale» sarebbe stato ripartito in due anni e il P. Augusto Succi per gli studenti del secondo anno si sarebbe impegnato ad insegnare la fisica, che altrimenti sarebbe stata ignorata (17). Sempre mons. Facciotti dettò il regolamento da seguire per lo svolgimento degli esami annuali. Al termine del corso annuale di studi «tutti gli alunni di qualsivoglia scuola e classe» avrebbero sostenuto due prove: una scritta e l'altra orale. I saggi scritti sarebbero stati svolti nel mese di luglio e ripartiti in modo tale che tra essi vi sarebbe stato un congruo spazio di tempo; gli orali avrebbero avuto luogo nel mese di agosto. I temi per gli «esperimenti» sarebbero stati assegnati «nell'atto e nel luogo stesso dell'esame»; invece le materie oggetto d'esame orale, scelte dai professori entro il mese di giugno, non avrebbero dovuto esulare dalle discipline studiate durante l'anno scolastico. Il merito degli alunni sarebbe stato determinato non solo dai risultati conseguiti durante tutto l'anno scolastico, ma anche dal valore mostrato durante l'esame (18). Subito dopo il superamento della prova orale, nell'ultima decade di agosto ci sarebbe stata la distribuzione dei premi; coloro che non erano riusciti a superare qualche materia e, quindi, non erano iscritti nel libretto dei premi, avrebbero subìto l'esame di riparazione prima della riapertura delle scuole e nella data stabilita dal Rettore. I superiori, però, avrebbero potuto dispensare dalla riparazione di qualche materia secondaria (storia e geografia) solo gli alunni di quinta ginnasiale, che aspiravano al passaggio in Filosofia (19). Il motivo di questa piccola riforma del regolamento del seminario era nato da una riunione del collegio dei professori con il Vescovo. Tale consiglio propose alla discussione alcuni problemi, che non si potevano più ignorare. Nel corso del precedente anno scolastico 1884-1885 i docenti si erano resi conto di alcune manchevolezze del regolamento disciplinare e didattico. Una prassi sempre seguita era quella degli esami trimestrali; cioè l'insegnamento di ogni materia veniva strutturato in modo tale che la verifica dell'apprendimento avveniva allo scadere del trimestre. L'esperienza aveva dimostrato che tali esami invece di favorire lo sviluppo del programma, si risolvevano in una perdita di tempo. Inoltre gli studenti non imparavano a memoria i classici latini e italiani, mentre apprendevano mnemonicamente la storia e la geografia, senza riflettere o capire le cause degli avvenimenti. Era trascurato l'insegnamento della lingua italiana e la preparazione culturale conseguita in seconda e terza ginnasiale era insufficiente per il passaggio alla classe quarta; anche gli studenti del corso superiore filosofico mostravano gravi carenze, non superate durante la frequenza della quarta e quinta ginnasiale. Era urgente prendere dei provvedimenti che almeno limitassero i vizi di uno studio non sempre approfondito e di un metodo di insegnamento, che spesso indirizzava all'acquisizione di tecniche mnemoniche e non sviluppava la riflessione. Allora all'unanimità l'assemblea prese la deliberazione di abolire gli esami trimestrali, mentre rimanevano i gradi intermedi o «dignità»; poi per la ripartizione dei compiti didattici si stabiliva che don Raffaele Angelisanti avrebbe insegnato nella prima ginnasiale, il padre ministro nella seconda ginnasiale e il padre Bianchini nella terza ginnasiale. Questi ultimi due avrebbero insegnato solo italiano, latino e greco; mentre padre Lippi avrebbe insegnato tutte le altre materie comprese nel curriculum della seconda e terza ginnasiale (20). I Padri Gesuiti non solo in seminario prestavano la loro opera, ma si prodigavano anche svolgendo missioni nei centri della diocesi, compiendo veri «miracoli», come quello di riuscire a far confessare persone, che non si accostavano al sacramento della penitenza da 15-20 anni. Nell'anno scolastico 1883 1884 si verificarono altri cambiamenti nel corpo insegnante: p. Costantino Lippi, zelante parroco di S. Salvatore, fu chiamato ad insegnare in seminario (21); p. Luigi Bianchi, dopo avere insegnato per due anni in quarta e quinta ginnasiale, fu revocato; p. Francesco Rossi fu destinato al Seminario Stratense, dopo aver svolto insegnamento nella scuola elementare. Fu rimosso anche p. Pio De Mandato per tre anni lettore di teologia e prefetto spirituale degli alunni (22). Il 19 aprile 1885, il vescovo Facciotti consacrò alla Madonna 12 giovani, istituendo nel seminario il sodalizio dell'Immacolata Concezione (23). Fino al 1886 il compito di padre spirituale dei seminaristi era stato svolto con diligenza dal p. Roberto Gherardi; dopo tale data lo sostituì p. Ettore Venturini, maestro di teologia (24). Anche p. Carlo M. Turri definitivamente abbandonò la carica di rettore nel 1887 (25). Prima che p. Turri rinunciasse alla carica dopo 16 anni di servizio sorsero, delle incomprensioni tra lui e il vescovo Facciotti. Il Vescovo nelle sue visite al seminario si era accorto dell'angustia dell'edificio, che non poteva più contenere oltre gli ottanta seminaristi in esso dimoranti. Era necessario ampliare la fabbrica, ma le finanze del pio istituto non consentivano molte spese. Dapprima si pensò di accomodare l'edificio alla meglio, distribuendo gli alunni nelle camerate, ma subito tale progetto causò i primi dissapori. In una lettera del 2 ottobre 1886 il rettore padre Turri rimproverava il Vescovo di aver cambiato progetto del restauro dell'edificio inaspettatamente. Prima era sembrato che mons. Facciotti avesse accettato la proposta del rettore di far ristrutturare le stanze adibite a biblioteca; successivamente era giunta al p. Turri la notizia dell'inizio di altri lavori. Aveva sentito dire che il Vescovo disegnava di mettere nella camera dei «piccoli» i sette «grandi» della seconda camerata, nella parte di stanza separata dal resto dell'ambiente da un arco. Tale progetto al Rettore apparve subito poco funzionale, sia perché le due camerate sarebbero state intercomunicanti con grave pregiudizio della disciplina, sia perché il numero dei «grandi» si sarebbe accresciuto di lì a poco con i ragazzi quindicenni provenienti da Chieti. Al Rettore pareva opportuno che i «grandi» stessero al piano superiore, vicino alla sua camera per essere continuamente vigilati (26). La risposta del Vescovo fu immediata; lo stesso giorno, al ricevimento della lettera del Rettore, mons. Facciotti stese di getto una replica, che poi limò per renderla meno aspra. Il progetto iniziale di sistemare la biblioteca in vari ambienti era stato mutato perché era apparso subito inconcepibile; ma era «del tutto nuova l'idea di collocare i sette alunni grandi nell'appendice che si andrà a fare nella camerata seconda (dei «piccoli»)». Il Vescovo non aveva mai pensato a tale opportunità né altri l'avevano manifestata; anche se qualcuno avesse proposto tale mescolanza, l'Ordinario non l'avrebbe mai approvata. Faceva parte integrante «dell'unico progetto realizzabile... l'idea di collocare nell'attuale camera dei piccoli, dopo che sarà ingrandita del vano adiacente, la camerata dei mezzanini, come quella che riesce sempre la più numerosa (canc.: e d'ordinario la più irrequieta) e di trasportare i piccoli all'attuale camera dei mezzani e questi collocarli nella camera inferiore, ora dei mezzanini» (27). Sperando di aver chiarito ogni dubbio e desiderando di evitare ogni «incidente» che potesse ritardare i lavori di ristrutturazione dell'edificio, mons. Facciotti scrisse anche a p. Tommaso Ghetti, provinciale della Provincia romana della Societas Iesu. La sua lettera doveva essere una chiarificazione degli screzi sorti fra lui ed il padre rettore che aveva minacciato, mediante pronunciamento del Padre Provinciale, il ritiro di due professori. il padre Succi e il padre Bianchini. Padre Turri, infatti, aveva lamentato che ai due padri non era stata ancora assegnata una comoda abitazione, almeno due camere; se tali ambienti non fossero stati approntati in breve tempo, egli si sarebbe trovato costretto a ritirare i due professori dal seminario vescovile di Ferentino. Il Vescovo, per scongiurare tale pericolo, subito si recò in seminario, per provvedere alle necessità dei due padri Succi e Bianchini. Non riuscendo a trovare accordo con il Rettore, al Facciotti non restò altro che iniziare le trattative di acquisto di una casa vicina al seminario, di proprietà della famiglia Roffi Isabelli, abitata dal Colocci. Con tale acquisto, che imponeva sacrifici gravosi come quello di «comprare quella casa... a prezzo di affezione», il Vescovo avrebbe risolto due problemi: reperire l'alloggio ai professori e procurarsi locali per le aule scolastiche, dato che il seminario non disponeva di spazio per la scuola interna. Sfortunatamente le trattative di acquisto non andarono in porto, perché il signor Roffi Isabelli era impedito da una clausola testamentaria di vendere quella casa; infatti «la conservazione della casa e l'assunzione del cognome Isabelli erano due condizioni apposte all'eredità». Al Vescovo, quindi, rimase solo l'opportunità di adattare due camere, ricavandole da un ambiente già esistente all'interno del seminario; questo, data la situazione, era l'unico progetto realizzabile a breve termine (28). Chiarita la situazione e ricevute anche le scuse del Padre Provinciale (29), il vescovo Facciotti continuò nella realizzazione dei lavori di restauro, ma subito si evidenziò la necessità di ampliare l'edificio con la costruzione di una nuova ala. Le finanze del pio istituto erano ridotte ai minimi termini: i sessantasei seminaristi pagavano una retta annua che a stento copriva le spese per il vitto (sei di essi erano accolti gratuitamente nel pio istituto). Per il vitto ai sette gesuiti che risiedevano in seminario (superiori e professori), si spendevano £. 2500. Lo stato attivo del bilancio economico del 1888 ammontava a £. 4829, quello passivo a £. 11432 con un disavanzo di £. 6603 (30). I lavori di ristrutturazione dell'edificio erano urgenti e non si potevano più procrastinare, anche a costo di richiedere un mutuo, espediente troppo oneroso per le finanze della diocesi. La Provvidenza intervenne perché il pontefice Leone XIII, assai legato alla diocesi ferentinate, perché vi aveva ricevuto gli ordini minori nel 1843, nel 1888 inviò al seminario vescovile di Ferentino un dono di 23.000 lire con il card. Gaetano Aloisi Masella; successivamente il Papa donò altre somme per un totale complessivo di £. 26.000. La Compagnia di Gesù donò £. 1.000 ed il resto si ottenne grazie alle oblazioni dello stesso Vescovo e di pie persone (31). Si conserva nell'Archivio Vescovile di Ferentino sia il «Resoconto sommario dell'amministrazione della Fabbrica del Seminario», sia il «Giornale dei pagamenti». Questi due interessanti documenti sono rilegati insieme nel volumetto, che contiene le Regole per il buon andamento del Seminario di Ferentino stilate dal vescovo Gritti nel 1727 (32). Il «Giornale dei pagamenti» è compilato dallo stesso vescovo Facciotti e riporta tutte le spese affrontate per la fabbrica del nuovo edificio, i cui lavori durarono dal 1889 al 1890, con la direzione dei lavori affidata all'architetto Giuseppe Morosini e all'architetto Augusto Carletti. Se la fabbrica fu ultimata nel giro di un anno i pagamenti per il lavoro durarono fino al dicembre 1895 per una somma totale di £. 50.535 e 7 centesimi. Le entrate, invece, ammontarono a £. 41.194 e 45 centesimi (33); ci fu un disavanzo di £. 5.340 e 62 centesimi, che tuttavia il vescovo Facciotti il 22 settembre 1897 riuscì a colmare, devolvendo all'amministrazione del seminario i fondi stanziati per la fabbrica della nuova cattedrale, iniziata dal predecessore mons. Tirabassi, mai portata a termine (34). Terminati i lavori, il nuovo edificio constava di due piani, era largo circa 34 piedi e lungo 100; il vescovo fece apporre una lapide commemorativa, composta da p. Antonio Angelini, sull'ingresso della nuova ala dell'edificio (35). Durante l'anno 1889 si erano verificati altri avvicendamenti nelle cariche: alla morte dell'economo, il can. Camillo Iaconelli, fu nominato Cesare Corsi. Anche p. Bianchini fu collocato a riposo ed il suo incarico di docente di terza ginnasiale fu dato a p. Giovanni Perciballi (36). Alla carica di Rettore, dopo le dimissioni di p. Turri, era stato eletto p Felice Massaruti, che si era prodigato moltissimo durante i lavori per l'edificazione della nuova ala del Seminario. Nel 1890, mentre il p. Massaruti stava predicando le missioni in Guarcino, si ammalò di polmonite e morì il 5 aprile; a lui successe fino al 13 giugno temporaneamente p. Gerardo Bracaglia, ministro del Seminario, e poi il p. Luigi Banti, che mantenne la carica di rettore fino alla sua morte, avvenuta nel 1909. Nel 1890 giunse nel Seminario p. Cesare Agolanti, nuovo maestro di terza ginnasiale e gli alunni di questa classe sostennero con successo gli esami di passaggio alla classe quarta in Veroli (37). L'anno successivo, 1891, di nuovo i Seminaristi sperimentarono il patrocinio del loro protettore S. Giuseppe; il 18 aprile, mentre stavano in cappella per i vespri in onore del santo patrono, il pavimento al centro della stanza crollò sotto i piedi del Rettore e di alcuni alunni. Nonostante il volo di circa dieci piedi di altezza, tutti uscirono incolumi: notevole fu la paura degli altri Seminaristi, che assistettero al disastro. I lavori di restauro furono veloci: infatti Leone XIII, donò, per rifare il pavimento, altre 3.000 lire. Nello stesso anno i Seminaristi, che dovevano essere ammessi al primo liceo, si recarono a Roma per sostenere l'esame di stato: di sei, che sostennero la prova, solo uno fu promosso, gli altri furono rimandati alla sessione riparatrice di settembre. Prima dell'inizio dell'anno scolastico 1891 - 92 vennero rimossi dalle loro cariche il p. Stanislao Orzechowski, sostituito da Giacomo Ciuffa, e p. Cesare Agolanti, sostituito da Giuseppe Buccolini (38). La cattiva prova, data agli esami, fece risentire i genitori dei seminaristi, che, lamentandosi, minacciarono di ritirare dal Seminario i loro figli. Il vescovo Facciotti si apprestò a richiedere al padre provinciale di Roma, Emanuele De Caro, altri maestri, che soddisfacessero meglio lo svolgimento del programma, richiesto dai programmi statali. Il padre provinciale rispose il 6 dicembre 1891 con una lettera molto significativa: egli non poteva inviare altri padri gesuiti nel seminario vescovile per motivi economici. La carenza di personale docente rendeva «difficile, per non dire impossibile, oltre all'insegnamento delle facoltà di Teologia e di Filosofia, seguire il programma governativo proprio dei Ginnasi». I docenti non riuscivano a far fronte ai due programmi e, purtroppo, presentandosi i seminaristi agli esami con una preparazione frammentaria, essi venivano bocciati: naturalmente «una parte di responsabilità è forza che cada su chi regge gli studii». Il Padre Provinciale non poteva aumentare il numero dei Padri già dimoranti in Ferentino ed allora proponeva, come rimedio, il ritorno «all'antico», cioè al periodo in cui si sceglievano i docenti tra il clero diocesano. Forse, non essendoci più l'egemonia culturale gesuitica, molti seminaristi si sarebbero ritirati dall'istituto; ma ciò che poteva all'apparenza sembrare un male, successivamente sarebbe stato un beneficio per il seminario ferentinate, che sarebbe ritornato ad essere vivaio di vocazioni religiose e non un collegio, dove conseguire a buon prezzo l'ambito diploma della licenza ginnasiale. Il decremento degli iscritti avrebbe giovato anche alla diminuzione della retta e cosi si sarebbero incoraggiate le vocazioni religiose. L'aiuto di sacerdoti diocesani, che avrebbero insegnato nella classe elementare ed in quella preparatoria, avrebbe permesso ai Gesuiti di dedicarsi solo all'insegnamento della Teologia, Filosofia, Retorica e Belle Lettere (39). Dal seminario ferentinate uscirono, nel 1892, sacerdoti Domenico brio di Villa S. Stefano, Francesco Saverio Di Torrice di Ferentino, Ludovico De Sanctis di Ceccano e Giuseppe Gasbarra di Ferentino (40). Nel seminario non si curava solo la preparazione culturale e spirituale degli alunni, ma anche la formazione completa della personalità, che richiedeva anche momenti di svago (41). Prima della Quaresima nel 1893, in occasione del Carnevale i seminaristi organizzarono un «trattenimento», cioè una serie di spettacoli dal giovedì al martedì grasso per cinque sere, alle ore 18. Li aveva guidati il p. Roberto Gherardi, che li consigliò di stampare anche una locandina valevole come biglietto di invito. Il programma consisteva in brevi rappresentazioni teatrali, frammentate da pezzi di musica vocale e strumentale. Il giovedì grasso si rappresentò Enguerrando, dramma in tre atti con prologo e, dopo l'intervallo, Il giovane maestro, scherzoso in prosa e musica. Il sabato ci furono tre rappresentazioni: La locanda (commedia in due atti), Il giovane maestro (scherzo in prosa e musica), Terzetto buffo. La domenica era in programma L'Ave Maria, un dramma in cinque atti, e il terzetto buffo Crispino e la comare; il lunedì si replicava L'Ave Maria e si recitava il duetto di Donizetti Siete un asino calzato. Il martedì, ultimo giorno di rappresentazione, si recitava la commedia in quattro atti Lo Spilorcio e, a conclusione della serata, la replica di quello che oggi chiameremmo commedia musicale, Il giovane maestro, già rappresentato il sabato precedente (42). Questo spettacolo, cui parteciparono molti cittadini, ebbe gran successo; però alla fine dell'anno scolastico giunse la triste notizia che p Gherardi, padre spirituale e lettore di teologia, era stato trasferito a Frascati, al suo posto fu inviato il p. Carlo Giuseppe Rinaldi (43). Nel 1895 p. Lippi fu sostituito da p Domenico Lazzarini; P. Gherardo Bracaglia, che per quindici anni aveva ricoperto l'incarico di ministro, fu sostituito da p. Silvio Fabbri, che ricoprì anche l'incarico, precedentemente svolto da p. Succi, di docente di filosofia razionale: al maestro di quarta e quinta ginnasiale Giuseppe Casali docente di italiano, si sostituì Salvatore Giordani (44). Il vescovo Facciotti intervenne presso il Padre Provinciale, chiedendo che padre Lippi venisse sostituito da p Radaelli; l'unico inconveniente era che il Radaelli non avrebbe potuto raggiungere il seminario di Ferentino in breve tempo, ma provvisoriamente lo poteva supplire il Rettore (45). La richiesta del Vescovo non fu accolta e a Ferentino fu mandato p. Lazzarini a cui il Facciotti promise uno stipendio annuo di £. 300. Al momento della riapertura delle lezioni per l'anno scolastico 1895-96 risultò scoperto l'insegnamento del latino nella seconda ginnasiale; il Vescovo pensò di assegnarlo al p. Lazzarini, che invece rifiutò l'incarico. Mons. Facciotti, non potendo reperire altri docenti, come consigliava il Rettore, sia per non gravare l'istituto di un altro onere finanziario, sia perché non vi erano maestri idonei in possesso dei requisiti richiesti, si rivolse al p. Provinciale perché potesse ottenere l'accettazione del p. Lazzarini a docente di latino per la seconda ginnasiale (46). Il Padre Provinciale, Emanuele De Caro, nella risposta spiegò il motivo per cui aveva mandato p. Lazzarini in sostituzione del p. Lippi; infatti a suo giudizio aveva buoni titoli per insegnare geografia e catechismo e per la sua sapienza avrebbe certamente dato lustro al seminario di Ferentino. Alla richiesta di assegnare altri compiti didattici al dotto p. Lazzarini il Provinciale opponeva delle riserve, in quanto nella Compagnia la regola principale era di non costringere «i sudditi a ciò che si giudica eccessivo. La cura della chiesa di S. Giuseppe e della congregazione e l'insegnamento del latino in una classe ginnasiale con le altre incombenze eccede veramente le forze del p. Lazzarini». Vi era anche un motivo in più per non gravare il padre con oneri scolastici: egli era venuto a Ferentino mal volentieri e con animo insoddisfatto vi rimaneva. Nessuno in tutta la provincia, confidava amaramente il Provinciale, voleva venire in Ferentino alla condizione «di dover fare una scuola sia pur secondaria e per breve ora». Il p. Lazzarini non voleva insegnare non solo per «ripugnanza» alla scuola, ma anche perché era consapevole che troppe incombenze lo avrebbero costretto a non essere diligente in tutto. Il p. Provinciale era a conoscenza dei problemi finanziari, in cui si dibatteva il seminario vescovile di Ferentino, tuttavia non voleva gravare i padri gesuiti con altro lavoro: «quando si tratta di mutare o alleggerire qualche vecchio, non si può imporre ai nuovi venuti un peso insopportabile». Nella conclusione della lettera il De Caro suggeriva al Vescovo un possibile «rimedio»; già da quando si era parlato della rimozione del p. Lippi, egli aveva suggerito al rettore di assegnare la chiesa di S. Giuseppe con la Congregazione, in essa eretta, ad un sacerdote del clero diocesano e «con quello che si richiede al mantenimento del p. Lazzarini si paghi un professore esterno; e detto padre si ritiri del tutto da Ferentino» (47). Purtroppo il p. Domenico Lazzarini non vide mai realizzato tale progetto e rimase nel seminario ferentinate fino al 1923, ora come rettore (1911 e 1922-23) ora come ministro (1898-1901, 1910, 1914-16). Di nuovo il numero dei seminaristi crebbe e ad essi si aggiunse un discreto gruppo di «chierici dimoranti in Ferentino fuori del Seminario», per i quali fu opportuno scrivere un «Regolamento» (48). Anche i chierici frequentanti il Seminario, ma dimoranti fuori di esso, dovevano indossare l'abito ecclesiastico e la tonsura (art. I); non dovevano «accompagnarsi a giovani conosciuti come sospetti in fatto di religione e di costumi... mettersi a giocare o correre in luoghi dove sia frequenza di popolo» (art. II). Il loro comportamento doveva essere sempre dignitoso e mai fonte di scandalo, tanto che all'imbrunire i giovani dovevano già stare in casa e non uscirne se non per gravi motivi e «accompagnati da persona grave e di nota probità» (art. III). Dopo l'ammissione alle scuole del Seminario, rinnovabile di anno in anno a beneplacito del Vescovo (art.IV), l'obbligo principale del chierico esterno era la puntualità alle lezioni ed il rispetto al regolamento designato dal p Rettore (art. V). A tale obbligo seguivano altri oneri spirituali: ascoltare la messa tutti i giorni e partecipare alla congregazione mariana del seminario tutti i dì festivi (art. VII). Dalla congregazione mariana e dalle esortazioni e catechismi, svolti ogni giovedì, il chierico non poteva assentarsi senza l'ordine del rettore o del direttore spirituale (art. IX), anche se in tali occasioni egli doveva prestare servizio catechistico in parrocchia, servizio cui pure era obbligato (art. XIV). L'unica differenza tra il chierico esterno e l'alunno consisteva nella residenza. Il primo tornava a casa dopo le lezioni e gli era «interdetta qualsivoglia comunicazione con gli alunni»; il secondo risiedeva stabilmente all'interno del Seminario. Per gli altri oneri anche l'esterno era obbligato a confessarsi e comunicarsi ogni 15 giorni (art. VIII), a seguire annualmente gli esercizi spirituali (art. X), a prestare servizio in cattedrale nelle novene, nelle funzioni in occasioni di esercizi e di missioni al popolo (art. XI), alle processioni (art. XII) e alle funzioni parrocchiali durante la vacanza autunnale (art. XIII). Il gruppo dei chierici esterni avrebbe sostituito nella partecipazione a messe cantate e nei vespri i seminaristi, qualora questi ne fossero stati impediti (art. XI). Il 1897 fu un anno di notevoli cambiamenti per il seminario. Cambiò nuovamente il personale: p. Silvio Fabbri fu sostituito da p. Lazzarini nell'incarico di ministro o vicerettore; p. Mozzetti, docente di teologia, e p. Natalini, docente di matematica e fisica, furono trasferiti nel seminario stratense. In Ferentino furono inviati gli insegnanti p. Giuseppe Buccolini, per la seconda ginnasiale, e p. Massimiliano Basagni, per la quarta e quinta ginnasiale (49). Anche il vescovo Pietro Facciotti si dimise per motivi di salute e rimase in diocesi solo come amministratore apostolico, in attesa che lo sostituisse il nuovo Ordinario mons. Domenico Bianconi di Priverno, che fece il suo ingresso solenne nella diocesi ferentinate il 28 aprile 1898 (50). Con l'arrivo del nuovo Pastore si verificò un incremento di iscrizioni in seminario; infatti vi chiesero accesso non solo il nipote del Vescovo, ma anche moltissimi giovani della diocesi di Priverno. Per festeggiare il novello pastore i seminaristi si esibirono in un applauditissima accademia musicale e poetica (51). Prima che si concludesse l'anno 1898 ci furono diversi avvicendamenti nella classe insegnante del seminario. Salvatore Giordani partì per compiere il servizio militare e fu supplito da p. Giovanni Perciballi. Il p. Basagni, per motivi di salute, non poté mantenere l'insegnamento della quarta e quinta ginnasiale; quindi il suo corso fu sdoppiato, a lui fu data la quarta e al p. Perciballi la quinta ginnasiale. La terza ginnasiale fu affidata al p. Buccolini e la prima e la seconda classe a sacerdoti del clero diocesano (52). Intanto cominciarono a sorgere piccole incomprensioni tra il clero cittadino e i Gesuiti, le cui prime avvisaglie furono le laconiche dimissioni da maestro di canto gregoriano e di prima ginnasiale del canonico Camillo Zeppa, senza specificarne il motivo, il 31 agosto 1897 (53). Note 1) Giuseppe M. Lais fu eletto vescovo di Ferentino il 10 marzo 1823 e resse la diocesi fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 1836. Fu amministratore apostolico della diocesi di Anagni e il 12 ottobre 1834 in Ferentino conferì gli ordi minori al futuro Leone XIII (Gioacchino Pecci). La sua opera fu contrassegna da un notevole zelo. Morì in odore di santità ed il suo corpo fu sepolto in cattedrale. 2) Vincenzo Macioti, di Velletri, successe al Lais sulla cattedra di Ferentino il 1° febbraio 1836. Il suo episcopato fu breve, non durò che quattro anni; tuttavia non fu infecondo di opere. Eresse la collegiata di S. Maria in Supino e svolgendo nel 1836 la sacra visita riformò tutte le istituzioni della sua diocesi. Morendo nel 1840, lasciò tutte le sue sostanze per l'erezione di un orfanotrofio in Ferentino. 3) Bernardo M. Tirabassi fu eletto vescovo di Ferentino il 20 gennaio 1845.Fu nunzio ed incaricato d'affari della Santa Sede presso la corte granducale di Firenze. A Lucerna, in Svizzera, fu uditore della Nunziatura. Preso possesso della diocesi ferentinate, svolse nel 1846 una visita pastorale molto diligente e puntuale. A lui si deve anche un'edizione del catechismo, diviso in 10 classi. Morì nel 1865. 4) Gesualdo Vitali, eletto vescovo di Ferentino il 27 marzo 1865, resse la diocesi per 15 anni, fino al 1880. Ebbe una particolare benevolenza per i Gesuiti, e subito dopo la presa di Roma da parte dei piemontesi, nel 1873 chiamò a dirigere il seminario vescovile. Partecipò al concilio Vaticano I con interventi personali: Alla sua morte lasciò al capitolo di Ferentino la sua biblioteca, ricca di volumi di diritto Canonico e Civile (Cfr. B. Bellone, I vescovi dello stato pontificio al Concilio Vaticano I, Roma 1966, ff. 40 - 43). 5) Pietro Facciotti, eletto vescovo di Ferentino il 27 febbraio 1880, resse la diocesi fino al 1897, quando per motivi di salute abbandonò la cattedra, assumendo titolo di vescovo di Calcide d'Europa. Grazie ai proventi offertigli da Leone XIII, ampliò il seminario, costruendo il nuovo braccio sull'area del giardino. Restaurò il vecchio edificio, rinnovò la cappella e ricavò nel fabbricato un decoroso appartamento per i Gesuiti. 6) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, f. 318, minuta della Relazione ad limina di N. Buschi del 1815. 7) Arch. Sem., Esito, 1834 - 1835, f. 1r. 8) AVF, Visite Pastorali, 1836, Quesiti generali e Risposte. 9) Ibidem; nel 1836 il cuoco era Bartolomeo Spadone. 10) Ibidem; nel 1836 lo sguattero era Francesco Caprara. 11) Ibidem; nel 1836 il cameriere era Angelo Genovesi. 12) Ibidem; il cuoco giubilato era nel 1836 Giovanni Fabianini. 13) Arcb. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il dottore del seminario era Domenico Iaconelli. 14) Arch. Sem., Esito, 1839 - 1840, f. 1; il chirurgo del seminario era Giuseppe De Luca. 15) Arch. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il ragioniere o computista era Giovanni Pisani. 16) Ibidem; il procuratore era il signor Francesco Antonio Poce. 17) Ibidem, il portiere era il signor Bernardino Arduini. 18) Ibidem; il barbiere nel 1826 - 27 era il signor Domenico Marra. 19) Ibidem; il rettore nel 1826 - 27 era il can. Pietro Paolo Pisani. Dagli altri registri di uscite conservati nell'Archivio del Seminario di Ferentino, si conoscono i nomi dei rettori, fino all'anno 1843 - 44. Nel 1827 - 28 era il can. Renato Magni, che tenne la carica fino al 15 gennaio 1837; dal 15 gennaio al 31 ottobre 1837 fu rettore il can. Collalti. Dal 1837 al 1841 fu rettore don Luigi Gasbarra; dal 1841 al 1844 il can. Ambrogio Lucioli. 20) Ibidem; l'economo del seminario nel 1826 - 27 fu il can. Acquaquita, che tenne tale carica fino al 1831 - 32. Dal 1833 al 1838 fu economo don Luigi Liburdi; dal 1839 al 1841 il can. Ambrogio Virgili; nel 1841 - 42 il can. Mariano di Rocco e nel 1843 - 44 il can. Domenico Necci. 21) Ibidem, il ripetitore nel 1826 - 27 era don Ambrogio Lucioli, che mantenne la carica fino al 1834 - 35. Nel 1836 - 37 fu ripetitore don Vincenzo Giannoni; nel 1837 - 38 Luigi Gasbarra, in quell'anno anche rettore; dal 1839 al 1844 don Giovanni Battista De Santis. 22) I prefetti erano tre: uno per la camerata dei «piccoli», uno per quella dei «mezzani» ed uno per quella dei «grandi». Nel 1841 - 42 ricevettero anche un modico stipendio per l'opera da loro svolta. Alessandro De Luca, Prefetto dei «grandi», ricevette 10 scudi; Giuseppe Marella e Arduino Baglioni, prefetti dei «mezzani», rispettivamente 6 e 4 scudi; Giacinto De Santis, prefetto dei «piccoli», 6 scudi. 23) Arch. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il maestro di canto nel 1826 - 27 era il signor Giuseppe Ballabene; egli tenne la carica fino al 1831 - 32. Nel 1833 - 34 il ruolo di maestro di canto fu vacante, ma nel 1836 - 37 fu ricoperto, con un salario di 12 scudi, dal can. Giovanni Battista Cocumelli, che mantenne l'incarico fino al 1837 - 38; dal 1839 al 1844 il ruolo di maestro di canto fu ricoperto dal rettore. 24) AVF, Visite Pastorali, 1836. 25) Cappelletti, Le diocesi d'Italia, Ferentino, p. 424. Cfr. anche AVF, Vescovi, f. 101v. 26) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff. 427ss, minuta della Relazione ad limina di Gaudenzio Patrignani 1822. Il 21 novembre 1807 Filippo Colonna si avvalse del suo diritto di elezione e presentò il chierico Caperchi. Per l'altro mezzo posto, di giuspatronato della sua famiglia, lasciò al vescovo la scelta tra il novello sacerdote Angelo Mattia, il chierico Michelangelo Masi di Ceccano ed il chierico Giuseppe Valenti di Patrica (AVF, Informazioni, vol. D/VI ff. 630ss. 27) Ibidem, ff 433ss. 28) Ibidem. Nel 1822 era vacante l'insegnamento di canto gregoriano. 29) La retta, che i seminaristi versavano anticipatamente ogni trimestre, oscillava, intorno ai primi decenni del XIX secolo, dai 36 scudi (AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, minuta di Relazione ad limina di Nicola Buschi, 1815, ff 318ss) ai 48 scudi annui (Ibidem, minuta di Relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f. 432v.). 30) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, minuta di Relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f 439. 31) F. Caraffa, Il seminario diocesano diAnagni, cit., p. 21. 32) AVF, Decreti disciplinari e locali emanati in atto della I S. Visita Pastorale da S.S. Ill.ma e Rev.ma Mons. vescovo Vincenzo Macioti, in Visite Pastorali, 1836. 33) Riguardo alla Bolla papale di Benedetto XIII dal 12 dicembre 1727 si rimanda al prossimo paragrafo di questo capitolo: «Controversie con il Comune di Ferentino». 34) Sono le regole stilate nel Sinodo del 1767. (Cfr. AVF, Visite Pastorali, 1755 1825, minuta di relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f. 433r). 35) AVF, Decreti disciplinari di Mons. Macioti (1836), cit. Il Vescovo non tralasciò di ordinare anche il comportamento degli inservienti del seminario che si presentavano scamiciati, sudici e non rispettavano le più elementari norme dell'igiene nel preparare e servire i cibi. Ai camerieri il Macioti ordinò di indossare grembiuli sempre puliti, quando servivano a tavola i seminaristi; di spazzare le camerate due volte la settimana in estate e una volta la settimana in inverno. Al cuoco ordinò di usare forchettone e cucchiaione e non le mani per dividere le pietanze; inoltre gli prescrisse di mantenere sempre pulita la cucina e di rimuovervi il suo letto, entro il termine di giorni tre. L'economo avrebbe stabilito un'altra stanza per abitazione del cuoco. Anche agli inservienti del seminario era richiesto l'esercizio di una vita pia e cristiana. Una volta al mese avrebbero esibito al rettore l'attestato di essersi confessati; se per tre volte fossero stati inosservanti di tale ordine, sarebbero stati licenziati. 36) AVF, Avviso a tutti quelli che desiderano porre i loro giovani nel Seminario di Ferentino, 1836, stampato nella tipografia vescovile di Ferentino. 37) Mons. Canali abbandonò la diocesi di Ferentino, perché nel 1842 fu proclamato vicegerente di Roma e quindi trasferito al titolo di Arcivescovo di Colossi. Nel 1845 fu nominato patriarca di Costantinopoli. 38) AVF, Visite Pastorali, 1841, fascicolo G. Visita del Venerabile Seminario di Ferentino, 29 luglio 1841. 39) Mons. Antonucci resse la diocesi di Ferentino per soli tre anni, dal 22 luglio 1842 al 1845, quando fu nominato al titolo di Arcivescovo di Tarsi e inviato come nunzio Apostolico alla corte sabauda di Torino. 40) AVF, Visite Pastorali, 1842. 41) AVF, Visite Pastorali, 1850. 42) ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di B. M. Tirabassi del 18 dicembre l85l. 43) Ibidem, Relazione di B. M. Tirabassi del 15 dicembre 1856. 44) Ibidem, Relazione di B. M. Tirabassi del 18 dicembre 1851. 45) AVF, Visite Pastorali, 1836. 46) ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di G. Vitali del 12 giugno 1867. 47) Ibidem, Relazione di G. Vitali del 10 novembre 1871. § 2. Controversie con il Comune di Ferentino 1) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 18 settembre 1830, con acclusa copia della bolla di Benedetto XIII (12 dicembre 1727). 2) Ibidem. 3) Ibidem, deliberazione consiliare del 14 ottobre 1830. Gli altri concorrenti riportarono questi voti: Luigi Cataldi, voti favorevoli 8, voti contrari 9; Ambrogio Patrizi, voti favorevoli 8, voti contrari 9; Pasquale Bernola, voti favorevoli 6, voti contrari 10 (astenutosi dalla votazione il consigliere Giuseppe Bernola, perché cugino); Antonio Querci voti favorevoli 11, voti contrari 6. 4) Ibidem, lettera di Enrico Lolli al governatore di Ferentino Giuseppe Santarelli (24 ottobre 1830). 5) Ibidem, supplica di Luigi Cataldi al Delegato apostolico di Frosinone (19/11/1830). 6) Ibidem, risposta al Delegato Apostolico di Frosinone del 31 ottobre 1830. 7) Ibidem, deliberazione consiliare del 1° agosto 1835. 8) Ibidem, deliberazione consiliare del 13 luglio 1840. 9) Ibidem, supplica di Romualdo Di Rocco a mons. Orlandini, delegato apostolico di Frosinone (8 agosto 1840). 10) Ibidem, supplica di F.A. De Andreis al Delegato Apostolico di Frosinone (3 novembre 1840). 11) Ibidem, deliberazione consiliare del 7 gennaio 1841. 12) Ibidem, Risposta del Delegato Apostolico del 18 marzo 1841. La Delegazione prima di dare il responso aveva preso informazioni, cercando di moderare la rivendicazione di autonomia del Comune (22 marzo 1841). 13) Ibidem, dichiarazione di Domenico Bellà a mons. Orlandini, delegato apostolico, sull'autonomia dei diritti del Comune di Ferentino (18 gennaio 1841). 14) Ibidem, lettera del vescovo G. M. Lais al Delegato Apostolico di Frosinone (12 marzo 1841). 15) La Delegazione Apostolica di Frosinone aveva stabilito che, qualora i membri convocati per la commissione d'esame si fossero rifiutati di accettare l'incarico, il Comune di Ferentino, su proposta del Vescovo, avrebbe eletto altri commissari, scelti tra il clero diocesano, rimborsando le spese di viaggio (ibidem, informazione sulla nomina di un alunno nel seminario di Ferentino, 22 marzo 1841). 16) Ibidem, delibera consiliare del 28 maggio 1841. 17) Ibidem, delibera consiliare del 1° giugno 1841 con nomina del chierico Alessandro Simonetti al posto gratuito in seminario per il quinquennio 1840 - 45. Allo scadere dei cinque anni il Simonetti richiese una proroga di altri tre anni per terminare i suoi studi. La richiesta fu accordata all'unanimità(Ibidem, delibera consiliare del 6 ottobre 1845). 18) Ibidem, lettera di F. De Andreis al Delegato Apostolico di Frosinone (12ottobre 1841). 19) Ibidem, delibera consiliare del 25 novembre 1857. 20) Ibidem, delibera consiliare del 28 dicembre 1857. 21) Ibidem, delibera consiliare del 2 gennaio 1858. 22) Ibidem, delibera consiliare del 28 gennaio 1858. 23) Ibidem, Lettera del vescovo di Ferentino al Delegato Apostolico (21 marzo 1858). 24) Ibidem, supplica al Ministro dell'Interno e Grazia e Giustizia da parte di Francesco Antonio De Andreis (marzo 1858). 25) Ibidem, Informazioni sulla vertenza Vescovo diocesano - Comune di Ferentino sulla nomina di un alunno in seminario (30 marzo 1858). 26) Ibidem, Il Ministro dell'Interno al Delegato Apostolico di Frosinone (12 aprile 1858). 27) Ibidem, il Ministro dell'Interno al Gonfaloniere di Ferentino (28 aprile 1858). Camillo Iaconelli, pur essendo stato escluso dal godimento del posto gratuito, riuscì a diventare sacerdote. Nel 1878, essendo canonico, ricoprì la carica di economo del seminario (AVF, Visite pastorali, 1878). 28) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 3 ottobre 1862. 29) Ibidem, delibera consiliare del 6 dicembre 1864. Gli altri concorrenti erano stati: Ballabene Cesare (voti favorevoli 10, contrari 7); Ceccarelli Vincenzo (voti favorevoli 9, contrari 8); Gasbarra Alfonso (voti favorevoli 11, contrari 6). Al chierico Palladini la Delegazione Apostolica di Frosinone riconobbe l'assegnazione della borsa di studio il 13 dicembre del medesimo anno (ibidem, deliberazione del Delegato Apostolico di Frosinone del 13 dicembre 1864). 30) Ibidem, lettera del Vescovo al Gonfaloniere di Ferentino (18 luglio 1865), copia. 31) Ibidem, lettera del gonfaloniere al Delegato Apostolico di Frosinone (16 settembre 1865). 32) Ibidem, delibera consiliare del 23 settembre 1865. 33) Ibidem, delibera consiliare del 27 ottobre 1865. Gli altri concorrenti furono Angelisanti Raffaele, Ballabene Giuseppe, Borgetti Stanislao, Ceccarelli Vincenzo, Coppotelli Carlo, Gasbarra Pietro Paolo, Trenta Giuseppe. 34) Ibidem, nomina di Giampietro Catracchia da parte del Gonfaloniere (28 ottobre 1865). 35) Ibidem, approvazione della borsa di studio a Giampietro Catracchia da parte del Delegato Apostolico di Frosinone (10 novembre 1865). 36) Ibidem, delibera consiliare del 10 novembre 1866. Gli altri concorrenti furono: Angelisanti Raffaele, Patrizi Ignazio, Palombo Raffaele, Cerilli Antonio, Trenta Giuseppe, Ballabene Giuseppe. 37) Ibidem, supplica al Delegato Apostolico di Frosinone da parte del chierico Raffaele Angelisanti (20 novembre 1866). 38) I Gesuiti nel 1815, l'11 febbraio, con la bolla Ea fuit di Pio VII avevano ricevuto l'autorizzazione a stabilirsi in Ferentino per condurre le scuole comunali. 39) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 7 maggio 1833. 40) Ibidem, lettera del vescovo G. M. Lais al Delegato Apostolico di Frosinone (21 maggio 1833). 41) Ibidem, lettera del card. Gamberini al Delegato Apostolico di Frosinone (26 settembre 1833). 42) Ibidem, lettera del card. Gamberini al Delegato Apostolico di Frosinone (7 dicembre 1833). 43) Ibidem, lettera del Gonfaloniere di Ferentino al Delegato Apostolico di Frosinone (7 ottobre 1839). 44) AVF, Stati temporali ff. 19v. e ss. 45) ASFr, Seminario, Dichiarazione del governatore di Ferentino Francesco Maria Angelilli (11 aprile 1848). § 3. I Gesuiti alla guida del seminario. 1) ARSI, Lettere, lettera di Bernardo M. Tirabassi a P. Pasquale Cambi (13 gennaio 1860). 2) Cfr. supra nota 36 del primo paragrafo di questo IV capitolo. 3) La pretesa del Comune si fondava sulla donazione che l'abate Raonio fece della scuola privata, eretta con i beni di Martino Filetico (1430 - 1490) a beneficio dei bambini poveri tanto della città quanto del suo territorio (ACF, Exemplum, p. 151). 4) P Anticoli fu sostituito il 5 febbraio 1872 dal confratello p. Giovanni Soriani (Arch. Sem., Diario, I , anno scolastico 1871 - 72). 5) ARSI, Historia Seminari, 1870 - 1883. 6) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1872 - 73. 7) ARSI, Historia Seminarii, 1870 -1833. 8) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1877 - 78. Il 4 novembre 1877 all'apertura dell'anno scolastico si presentarono solo gli esterni, cinque o sei ragazzi e tre seminaristi. Per il resto dell'anno l'affluenza di iscritti fu molto ridotta. Alle funzioni ed alle lezioni parteciparono solo gli "esterni". 9) ARSI, Litterae Annuae, 1870 - 1833. 10) ARSI, Historia Seminarii,1870 - 1882. 11) Alfredo Iacobelli era un po' discolo: il 7 dicembre 1877 era scappato dal Seminario, per rifugiarsi dallo zio Cataldo Fornari, presso cui rimase fino al giorno successivo. Il vescovo informò dell'accaduto il padre del giovane Alfreso, minacciandolo di non far rientrare più il figlio in seminario. Il padre dello Iacobelli si ammalò e, in seguito al pentimento del giovane, il vescovo si commosse e lo riammise in seminario con la pena di stare un giorno a pane ed acqua e la minaccia dell'espulsione definitiva alla successiva grave marachella (Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1876-77). 12) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1878 - 79. 13) Ibidem, Anno scolastico 1879 - 80; ARSI, Historia Seminarii, 1870 - 1833 e Litterae Annuae, 1870 - 1882. 14) Prima di questa modifica, la conduzione didattica del seminario da parte dei Gesuiti rispecchiava quella stabilita nel Collegio Filetico di Ferentino. (ASFr, Seminario, Esaurimento dei quesiti proposti dal Ministro della Pubblica Istruzione, 24 maggio 1849). Nella scuola comunale il corpo docente era composto da nove docenti: il maestro di leggere e scrivere, il maestro di seconda classe "nel genere stesso", il maestro di grammatica inferiore, il maestro di grammatica superiore, media e suprema, il maestro di umanità e retorica, e quattro professori (filosofia, teologia dommatica, teologia morale e storia ecclesiastica, giurisprudenza). Nelle prime due classi si insegnava a leggere e scrivere, utilizzando cartelloni illustrati per le lettere dell'alfabeto, i consueti abbecedari e facendo esercitare gli allievi in semplici esercizi di scrittura. Nella seconda classe si perfezionava tanto il metodo della scrittura tanto quello della lettura e si insegnavano i primi rudimenti della lingua italiana e di quella latina, utilizzando come sussidi didattici rispettivamente la grammatica italiana del Pallavicino e la grammatica latina intitolata Ianua. Il maestro di grammatica inferiore aveva due classi: infimetta e infima superiore. Nel suo corso utilizzava il testo dell'Alvarez, nel primo grado faceva esercitare gli allievi nella traduzione dal latino dell'Epitome di Storia Sacra, nel secondo grado una scelta di lettere di Cicerone, detta "Ciceroncino", e le favole di Fedro. Come esercizio gli alunni svolgevano traduzioni di piccoli temi dall'italiano al latino. Per la lingua italiana il maestro spiegava le regole del Corticelli e come esercizio autocorrettivo dava sermoni scorretti da riportare in buona forma. Il maestro di grammatica superiore distingueva il suo corso in due classi: media e suprema. Nel suo corso approfondiva i temi proposti nelle due classi precedenti e faceva esercitare i suoi allievi sulla traduzione delle Epistole Familiari di Cicerone, delle Favole di Fedro, delle Elegie di Ovidio, dei Commentari di Cesare; nella classe "suprema" aggiungeva le Egloghe, di Virgilio e gli Endecasillabi di Catullo e lo studio della prosodia latina e italiana, indirizzando gli alunni alla composizione in versi. Il maestro di Umanità e Retorica faceva studiare in due anni i precetti del bel dire del P. De Colonia e faceva tradurre in italiano l'Eneide di Virgilio, le Orazioni di Cicerone, i Carmi di Catullo, le Elegie di Tibullo e Properzio e le Odi di Orazio. "Circa l'idioma patrio si lasciava imparare a memoria pezzi scelti dalle Prediche del Segneri, della Storia dell'Indie del Bartoli, della Divina Commedia di Dante, dell'Epica del Tasso" e di qualche altro autore della letteratura. Si facevano esercitare gli allievi anche in composizioni o temi sia in prosa che in versi. Il professore di filosofia divideva il suo corso in due anni: nel primo anno spiegava la filosofia razionale cominciando dalla dialettica pura ed applicata e proseguendo nella metafisica, psicologia cosmologia e teologia naturale, e le "istituzioni" di etica, secondo il metodo "sillogistico" o deduttivo. Nel secondo anno il professore spiegava le matematiche (aritmetica, algebra. geometria, fisica, meccanica e chimica). Un professore di Teologia insegnava la dogmatica e l'altro la morale e la storia ecclesiastica. Il professore di Giurisprudenza divideva il suo corso in due anni: nel primo anno spiegava le Istituzioni Civili e Criminali, nel secondo il diritto canonico, il diritto naturale e delle genti. Nel seminario di Ferentino, essendovi iscritti giovani dai dodici anni che già sapevano leggere e scrivere, mancavano i primi quattro corsi scolastici, corrispondenti alle moderne scuole elementari. Il metodo seguito dai docenti insisteva sull'esercizio della memoria e dell'imitazione dei classici; lasciava poco spazio allo spirito creativo. Nullo era il ruolo del discente in questa scuola imperniata sul criterio dell'adultismo. 15) ARSI, Historia Seminari, cit., 1870 - 1883; Arch. Sem. Diario, I, anno scolastico 1879 - 80. 16) Ibidem. 17) AVF, Fondo Seminario, Regolamento per il corso di Filosofia razionale e sperimentale per l'anno scolastico 1881 - 82. 18) Ibidem, Regolamento per gli esami annuali (1885). 19) Ibidem, Risposte al rettore riguardo ai quesiti relativi all'ordinamento degli studi (22 giugno 1885). 20) Ibidem, Verbale del collegio dei docenti del seminario di Ferentino (26 ottobre1885); cfr. anche ARSI, Historia Seminarii, anno 1885 - 1886. 21) ARSI, Historia Seminari, anno 1883 - 84 e Litterae Annuae, anno 1883 - 85. 22) ARSI, Litterae Annuae, anno 1883 - 85. 23) ARSI, Mistoria Seminari, anno 1883 84. 24) ARSI, Litterae Annuae, anno 1886 - 87; Mistoria Seminarii, anno 1886 - 87. 25) Ibidem, anno 1887 - 88. 26) AVF, Fondo Seminario, lettera di padre Turri al vescovo Facciotti (2 ottobre 1886). 27) Ibidem, Risposta del vescovo Facciotti a p. Turri (2 ottobre 1886), minuta. 28) Ibidem, minuta di lettera del vescovo Facciotti al p. Provinciale Tommaso Ghetti ( 3 ottobre 1886). 29) Ibidem, Risposta del padre provinciale Tommaso Ghetti al vescovo Facciotti (Roma, 5 ottobre 1886). 30) Ibidem, Bilancio del Seminario di Ferentino per l'anno 1886. 31) ARSI, Historia Seminarii, anno 1889 - 1891. 32) AVF, Regole. 33) Il "Resoconto sommario dell'amministrazione della Fabbrica del Seminario" ci fa conoscere i nomi degli altri munifici benefattori: 1) Pio legato di Teresa Brocard, in cartella del Consolidato Blont, £. 625 (i frutti, percepiti dalle cartelle negli anni 1887 - 1890 e primo semestre 1880, ammontavano a £. 122 e 6 centesimi); 2) Don Michelangelo Sindici per la prepositura di S. Andrea £. 518 e 40 centesimi; 3) Can. Alessandro Gizzi per ignota persona £. 100; 4) Due benefattori incogniti £. 50 ciascuno; 5) Dalla prepositura di S. Giovanni Evangelista £. 600; 6) Dalla prepositura di S. Valentino, S. Pancrazio e S. Andrea £. 1532 e 29 centesimi; 7) Dal marchese Adriano Berardi per l'acquisto del caseggiato di proprietà del seminario in contrada S. Agata £. 3000; 8) Prestito elargito dalla S. Sede di £. 10.000 da estingersi un rate annue da £. 800. Il seminario depositò nel Banco Guerrini le 20.000 lire donate da Leone XIII e vi percepì interessi per £. 913 e 40 centesimi; e le successive 5000 lire, dono del Santo Padre, diedero £. 133 e 30 centesimi di fruttato. 34) AVF, Regole, "Resoconto sommario deìI'Amm.ne della fabbrica del seminario", terza pagina, autografo di mons. Facciotti. 35) Il testo della lapide è il seguente: AN. MDCCCXC AEDES ADOLESCENTIBUS IN SACERDOTII SPEM VIRTUTE INTEGRITATE MORUM DOCTRINA IMBUENDIS CONCLAVIUM QUAE A FUNDAMENTIS EXCITATA SUNT ACCESSIONE SE LATIUS EXPLICUERUNT ET NOBILIOREM INDUTAE FORMAM PROVIDENTIAM LEONIS XIII PONTIFICI MAXIMI CURAM ET STUDIUM PETRI FACCIOTTII EPISCOPI FERENTINATIUM POSTERIS PRODENT ANTONIUS ANGELINIUS E SOCIETATE IESU. 36) ARSI, Historia Seminarii, anno 1889. 37) Ibidem, anno 1890. 38) Ibidem, anno 1891. 39) ARSI, Lettere, lettera di Emanuele De Caro al Vescovo Facciotti (Roma, 6 dicembre 1891). 40) ARSI, Historia Seminarii, anno 1892. 41) Ne sono testimonianza le numerose volte in cui i vari cronisti dei diari del seminario annotavano ora l'accademia per gli auguri al Rettore o al Vescovo, ora l'accademia finale dell'anno scolastico, ora l'accademia cui venivano invitati anche i familiari e i cittadini. (Arch. Sem, Diario, voll. I e II). 42) AVF, Fondo Seminario, Biglietto d'invito per il "trattenimento" del Carnevale 1893. 43) ARSI, Historia Seminarii, anno 1893. 44) Ibidem, anno 1895 - 1898; Litterae Annuae, anno 1895. 45) ARSI, Lettere, lettera del vescovo Facciotti al Padre Provinciale (Ferentino 15 febbraio, 1895). 49) ARSI, Historia Seminarii, anno 1895 - 1898. 50) ARSI, Litterae annuae, anno 1898. Domenico Bianconi fu nominato vescovo di Ferentino nel 1897, ma prese possesso della diocesi solo l'anno successivo. Aveva 45 anni ed era di bell'aspetto; ebbe subito il favore e la simpatia di tutta la diocesi. Si prodigò per il seminario, che arricchì di un altro piano e restaurò ricavando ambienti più decorosi e funzionali. Alla sua venuta in diocesi i Padri Gesuiti che gestivano il Seminario manifestarono il desiderio di andarsene da Ferentino, ma il Vescovo riuscì a trattenerli alla guida del pio istituto fino al 1922 anno della sua morte (AVF, Vescovi, f. 103v). 51) ARSI, Historia seminarii, anno 1895 - 1898. 52) Ibidem. 53) AVF, Fondo Seminario, Dimissioni del canonico Camillo Zeppa (31 agosto 1897). |
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