| Libro completo sul seminario |
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| giovedì 26 aprile 2007 | |
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INTRODUZIONE Conoscere la storia di un ‘istituzione significa apprezzarne maggiormente la funzionalità nel contesto sociale, in cui opera. Se, poi, questo istituto è il seminario vescovile, luogo ideale per la cura ed il perfezionamento della vocazione religiosa si capisce quanto sia necessario lo studio delle sue vicende storiche. Lo studio del passato non è sterile, ma è la chiave di lettura della realtà attuale. Si deve a mons. Giovanni Di Stefano, rettore del seminario vescovile di Ferentino, la decisione di celebrare il terzo centenario del pio istituto con la pubblicazione di un volume sulla sua storia dal 1687, anno della fondazione, ad oggi. Anche se la ricerca delle fonti è stata laboriosa, tuttavia ha dato notevoli soddisfazioni. A mano a mano che i documenti venivano alla luce nella paziente indagine negli archivi, si è delineata la storia del seminario di Ferentino, un istituto nato dal disegno degli Ordinari e dalla collaborazione con le forze più vitali degli organismi religiosi diocesani. Questo volume sviluppa la narrazione dei fatti secondo l'ordine cronologico degli avvenimenti. Dopo aver analizzato la situazione storico culturale della diocesi di Ferentino nella seconda metà del XVI secolo e dopo aver accennato alle fasi della fondazione del seminario vescovile, il racconto continua con la riflessione sui regolamenti organizzativi dei vescovi Simone Gritti (1727) e Fabrizio Borgia (1753). Nel secolo XVIII il seminario ferentinate conobbe un notevole sviluppo sia nell'ordinamento degli studi sia nella riorganizzazione edilizia dell'edificio, che ospitava i giovani seminaristi. La fama dell'istituto si diffuse ovunque tanto che nel XIX secolo molti giovani, provenienti dalle Puglie, dall'Abruzzo, dalla Sardegna, dalla Campania, chiesero di esservi ammessi. Ciò avveniva perché già dagli inizi del secolo i Gesuiti erano divenuti maestri titolari del seminario e, dopo il 1870 entrarono ufficialmente a gestire anche la struttura organizzativa dell‘istituto. L'attività della Compagnia di Gesù durò fino al 1923, quando per mancanza di elementi validi, la Compagnia dovette lasciare il Seminario alla direzione del clero diocesano. Dopo il primo disorientamento, causai o dall'acquisizione di una responsabilità molto gravosa, come è quella della formazione degli aspiranti al sacerdozio, i nuovi amministratori seppero dare slancio al seminario ferentinate, che ancora oggi mantiene inalterata la sua finalità essenziale: essere il vivarium delle vocazioni sacerdotali. Nel mio lavoro di ricerca sono stata sorretta dalla fiducia del rettore del seminario, mons. Giovanni di Stefano, cui va il mio ringraziamento che estendo al padre ferentinate Silio Giorgi S.J., che mi ha aiutato a ricercare nell'Archivio della provincia Romana della Compagnia di Gesù. L'autrice Prof.ssa Bianca Maria Valeri COMUNE DI FERENTINO Il Consiglio Comunale ha voluto dare rilevanza alle celebrazioni del III Centenario del Seminario Vescovile per testimoniare lo stretto legame dell'Istituzione con la storia civica della nostra città. Il notevole contributo alla crescita culturale, civile e religiosa, la presenza attiva e decisiva nei momenti tragici dell'ultima guerra quando il Seminario divenne luogo di sicuro incontro dei giovani; sono i segni più giustificativi della sua incidenza nella storia cittadina. La lettura di questo libro riporterà alla nostra memoria l'impegno della Chiesa locale e l'interesse della municipalità per il Seminario che certamente continuerà, nel futuro, a perseguire i nobili fini per cui è stato istituito. Il sindaco - Francesco Gargani PRESENTAZIONE DEL VESCOVO Il Seminario Vescovile di Ferentino in quest'anno 1987 festeggia il terzo centenario di fondazione. La commemorazione ha avuto inizio con la Messa celebrata dal Pontefice Giovanni Paolo II il 31 maggio 1986 nella Sua cappella privata. Dopo tale incontro di preghiera così ricco di favori celesti, i Superiori del Seminario di Ferentino hanno organizzato numerose manifestazioni civili e religiose per festeggiare l'importante avvenimento storico. Una iniziativa encomiabile è stata quella di scrivere la storia del Seminario Vescovile ferentinate. Tale scelta culturale è tanto più valida quanto più si pensa alla necessità di confermare nella memoria dei posteri le vicende del passato, seme ed alimento per la fioritura di grazie spirituali per la Chiesa locale. La Chiesa promuove le vocazioni al sacerdozio e le cura con amorosa sollecitudine nel Seminari, aiutando i giovani, che li frequentano ad attuare lì pro getto di salvezza loro riservato dal Signore. Auguro al Seminario Vescovile di continuare la Sua missione nella fedeltà a ciò che la Chiesa chiede in questo tempo. Invoco, mediatrice Maria Santissima, la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sul Seminario ferentinate, affinché continui a dare santi sacerdoti alla Chiesa di Dio per il servizio ai fratelli. Dalla Sede Vescovile, 4 novembre 1987 Il Vescovo - Angelo Cella PREFAZIONE Conoscere la storia di un ‘istituzione significa apprezzarne maggiormente la funzionalità nel contesto sociale, in cui opera. Se, poi, questo istituto è il seminario vescovile, luogo ideale per la cura ed il perfezionamento della vocazione religiosa si capisce quanto sia necessario lo studio delle sue vicende storiche. Lo studio del passato non è sterile, ma è la chiave di lettura della realtà attuale. La Chiesa di Ferentino, appena fusa con quella di Veroli - Frosinone, celebra quest'anno il III Centenario della fondazione del Seminario, che da trecento anni è scuola di formazione dei nostri sacerdoti e di figure magnifiche di laici, ottimi cittadini, mariti e padri, che hanno portato la testimonianza della loro formazione e fede nei vari ambienti, dove sono vissuti o che hanno frequentato per le varie attività, che la stessa vita richiede. Dopo i disagi dei primi tempi, esso ha trovato la sua sede definitiva nel luogo attuale in un edificio, che lungo i secoli ha avuto accrescimenti e trasformazioni. La commemorazione centenaria, però, si riferisce più che all'edificio, alla comunità del Seminario. Per oltre due secoli la Diocesi di Ferentino ha attinto da questa scuola i suoi preti, cioè i pastori delle sue parrocchie e i maestri del suo popolo; dall'inizio di questo secolo prepara gli adolescenti ad entrare nel Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Quanti giovani si sono formati al ministero sacerdotale nell'ascesi e nella gioia, nella preghiera e nello studio, nell'impegno individuale e con l'aiuto comunitario! Quanti educatori hanno profuso qui le loro doti e il loro impegno! Quante vicende alterne di gioia e di dolore, di tranquillità e di tensioni, di crescita e di decadimento! Dimenticare non è umano, non è saggio, e allora per un dovere di memoria e di riconoscenza verso chi ci ha lasciato questa eredità e per quello che questa eredità ha rappresentato e rappresenta per noi, ho pregato vivamente la Dott. Biancamaria Valeri, stimata ed esperta in materia, di fare le ricerche per stendere una storia del Seminario. La ringrazio per il lavoro fatto e mi auguro che esso non si limiti a soddisfare una pur giusta curiosità storica, ma susciti in tutti amore ed impegno, perché una istituzione così importante nella vita della Chiesa locale viva e cresca rigogliosa. Il Signore ci sta dando la gioia di assistere ad una rinascita vocazionale. Non è ancora sufficiente, occorre continuare a pregare e ad interessarsi al tema delle vocazioni sacerdotali: nella nostra Diocesi questo è possibile, ed è doveroso. Come Direttore del Centro Diocesano Vocazioni mi appello ai religiosi ed ai laici, specialmente ai genitori: mi appello ai sacerdoti, anziani e giovani. Mettiamo da parte discussioni e critiche. Noi sacerdoti mostriamo a tutti la gioia per il dono ricevuto, diciamo a tutti l'amore per il Seminario: i ragazzi e i giovani ci seguiranno. Il III Centenario ci impegna in questa linea: dare un futuro al suo passato per la nostra Chiesa particolare. Il Signore ci aiuti mediante l'intercessione della Madonna della Perseveranza, venerata nel Pontificio Seminario Romano Minore e in questi giorni pellegrina al nostro Seminario e alle nostre parrocchie. Ferentino, 6 novembre 1987 Il Rettore - Mons. Giovanni Di Stefano CAPITOLO I LA FONDAZIONE DEL SEMINARIO DIOCESANO DI FERENTINO § 1. Lo stato della diocesi dopo il Concilio di Trento Nel 1585 il vescovo Silvio Galassi prese possesso della diocesi ferentinate, a lui affidata; subito decise di svolgere una visita pastorale per poter conoscere più approfonditamente le necessità e la situazione spirituale del suo gregge (1). La realtà della diocesi non era confortante perché lo spirito religioso languiva; anche se tra i fedeli non si manifestavano clamorosi casi di peccatori, tuttavia la pratica dei sacramenti era molto tiepida specialmente nei centri minori della diocesi (2). Il disagio morale delle popolazioni, lasciate in balia della più ingenua superstizione, praticata da molti diocesani (3), non era compreso dal clero, il più delle volte preoccupato di accumulare benefici ecclesiastici o di difendere prerogative o privilegi feudali. Il ceto ecclesiastico, quindi, non brillava per zelo pastorale e nemmeno eccelleva nell'istruzione. Pochi ecclesiastici all'esame del Galassi risultarono meritori di elogio per la loro preparazione culturale; i più ignoravano «litteras latinas» (4), la liturgia (5), il canto (6), inoltre non possedevano nemmeno i testi sacri (la Bibbia) (7), il catechismo romano (8), i decreti di riforma del Concilio tridentino (9), i manuali più noti in uso per i confessori, come la Summa Navarri (10) o la Summa Silvestrina (11). Lo stato morale dei pastori era talvolta deplorevole: frequente il concubinaggio (12) ed i comportamenti poco dignitosi, fomite di cattivo esempio per i fedeli (13). Il vescovo Galassi non si limitò solamente a notare questi comportamenti ed a farli verbalizzare nella Visita, ma prese dei provvedimenti per eliminare la condotta scandalosa del clero (14), cercando di ravvivare la sua vita spirituale, obbligando gli ecclesiastici allo studio delle sacre lettere e delle opere teologiche, imponendo la conoscenza approfondita dei decreti di riforma del Concilio di Trento (15). Servendosi della sua notevole preparazione giuridica e dell'esempio formidabile del card. Carlo Borromeo, il Galassi si prodigò nel riorganizzare le fondamenta cristiane della diocesi ferentinate. Tuttavia, nonostante i suoi sforzi, il suo lavoro non fu completo, mancò alla sua attività di riformatore la risoluzione di uno dei problemi più urgentemente richiesto dal Concilio tridentino: l'erezione del seminario. Sembra strano che uno zelante pastore come il Galassi, che si era formato alla scuola del Borromeo e che, durante il suo episcopato, cercò di incarnare le esigenze di riforma suscitate dal Concilio, abbia potuto trascurare la necessità impellente di erigere il seminario diocesano. Con tale istituto il Vescovo ferentinate avrebbe potuto facilmente sanare la piaga del clero indegno, avrebbe costituito una scuola dove formare non solo la cultura del clero, ma anche la sua pietà e la sua spiritualità; avrebbe, quindi, giovato ancor di più alla popolazione a lui soggetta, cosi avvilita nell'ignoranza e nella povertà. Nel suo episcopato, cosi fecondo di attività riformatrice, non si ha il minimo accenno alla questione riguardante il seminario. È nemico della completezza storica il «naufragio» di gran parte dei documenti conservati negli archivi di Ferentino; tuttavia una riflessione più attenta sulla storia, a noi nota, della cittadina ciociara può dare una giustificazione del ritardo con cui il seminario venne eretto in diocesi. Il Concilio di Trento nella sessione XXIII, tenutasi il 15 luglio 1563, aveva stabilito che ogni cattedrale dovesse mantenere, educare e formare nelle discipline scolastiche un certo numero di ragazzi della stessa città e diocesi (certum puerorum ipsius civitatis et dioecesis numerum) in un collegio apposito, eretto dal vescovo preferibilmente in prossimità della cattedrale. Tale collegio non avrebbe solo dovuto preparare gli ecclesiastici per il servizio della cattedrale, ma avrebbe dovuto essere Dei ministrorum perpetuum seminarium, un perpetuo vivaio di ministri di Dio (sess. XXIII cap. 18). Il Concilio stabiliva che nel seminario venissero accolti ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, che sapessero sufficientemente leggere e scrivere. I giovinetti, orientati al sacerdozio sarebbero stati scelti soprattutto tra i figli dei poveri, senza però escludere quelli dei ricchi. Essi durante il corso di studi avrebbero appreso la grammatica, il canto, la Sacra Scrittura, le opere di scienza ecclesiastica, le omelie dei santi e ciò che sarebbe stato necessario per amministrare i sacramenti (16). L'esecuzione del decreto presentò subito notevoli difficoltà specialmente per il reperimento dei sussidi economici e per il reclutamento di superiori e docenti idonei. Gli oneri di natura economica ritardarono la fondazione dei seminari in molte diocesi italiane, nonostante che il Concilio tridentino, in previsione delle difficoltà pecuniarie, avesse stabilito anche la creazione di un'apposita tassa pro Seminario. Ostacoli economici impedirono al Galassi, dunque, di erigere il seminario. Infatti la sua diocesi non era molto ricca: vi circolava poco la moneta, era per la maggior parte dei centri sottoposta alla baronia feudale di grandi casate romane (17). L'economia non era florida e gran parte dei territori, appartenenti alla Chiesa, erano concessi in enfiteusi con redditi non sempre sufficienti al sostentamento dei coloni, che spesso ricorrevano all'usura (18). Grazie alla visita pastorale del 1585 il Vescovo poté tracciare una pianta abbastanza fedele e minuziosa della proprietà ecclesiastica e, ordinando di ristrutturare gli archivi parrocchiali, predispose un piano per il recupero dei beni ecclesiastici occupati illecitamente (19). Questo lavoro di riordinamento della proprietà ecclesiastica nella diocesi ferentinate fu preliminare all'individuazione di quei benefici, che potevano essere utilizzati per l'istituzione del seminario diocesano. Il clero di Ferentino, pur non avendo il seminario, nel XVI secolo poteva tuttavia usufruire di altre istituzioni scolastiche, per migliorare la sua preparazione culturale. Nella città, dalla fine del XV secolo, funzionava una scuola di retorica, fondata dall'umanista Martino Filetico (20) e tale istituto, per espressa volontà del testatore, doveva istruire gratuitamente i giovinetti di Ferentino e del territorio. Nei centri minori della diocesi erano aperte scuole pubbliche di grammatica, retorica e logica, i cui insegnanti appartenevano al clero cittadino (21). Il Galassi nella sua visita del 1585 impose ai maestri delle scuole laiche di inserire nel curriculum degli studi materie attinenti le discipline ecclesiastiche e li invitò, in conformità con quanto consigliava il cap. 18 della XXIII sessione del Concilio tridentino, a provvedere che gli allievi «ogni giorno assistano al sacrificio della Messa e confessino i loro peccati almeno ogni mese, che ricevan il Corpo di nostro Signore Gesù Cristo quando il loro confessore lo giudicherà opportuno, e che prestino servizio nei giorni festivi nella chiesa cattedrale o nelle altre chiese del luogo». Il Vescovo, quindi, essendo a conoscenza delle povere rendite della sua diocesi, non si preoccupò di costruire il seminario, ma pensò di utilizzare le scuole pubbliche di grammatica per la formazione del suo clero. Appena conseguita una discreta cultura, allora l'Ordinario concedeva all'ecclesiastico, avviato al sacerdozio, di recarsi a Roma a completare gli studi (22) specialmente giuridici (23). Il Galassi non volle gravare la diocesi di Ferentino con la spesa derivante dalla costruzione del vero e proprio seminario; preferì adattarsi alla situazione di fatto, in attesa che si verificassero condizioni economiche più favorevoli. D'altra parte la difficoltà che si presentava in Ferentino era la medesima in cui si dibattevano le diocesi viciniori. Nella vicina città di Anagni già dal 1572 il vescovo Lomellino aveva desiderato fondarvi un seminario; ma aveva dovuto accantonare il pio proposito per la scarsezza dei mezzi finanziari in suo possesso. Cosicché solo nel 1609, durante l'episcopato di Antonio Seneca, tale aspirazione poté realizzarsi (24). Nella diocesi di Alatri il vescovo Bonaventura Furlani nel 1588 fondò il seminario diocesano, che fu aperto solo nel 1689 (25). In Veroli il vescovo Asteo nel 1611 costitui il seminario, che solo nel 1652 cominciò effettivamente ad operare (26). Se il decreto tridentino, che aveva reso obbligatoria l'erezione dei Seminari, per molti anni fu inefficace, ciò dipese solo dalle difficoltose condizioni economiche delle diocesi del basso Lazio, non dalla negligenza dei loro Vescovi (27). § 2. Le fasi della fondazione del seminario I primi tentativi per la creazione del seminario diocesano di Ferentino risalgono al vescovo Enea Spennazzi, che resse la diocesi dal 1643 al 1658. Le sue premure approdarono all'emanazione di una bolla, con la quale Innocenzo X il 15 ottobre 1652 sopprimeva alcuni benefici ecclesiastici per ricavarne rendite e favorire la fondazione del seminario (28). Si addivenne alla chiusura dei conventi ferentinati dei Domenicani (S. Domenico) e dei Carmelitani (S. Maria degli Angeli) e di quelli dei Conventuali di Prossedi e Ceccano, perché ormai troppo esiguo era il numero dei religiosi in essi ospitato e le rendite non permettevano più una vita dignitosa. Il prefetto della congregazione super statu Regularium, il cardinale Spada, da Roma il 1° luglio 1653, trasmise al Vescovo ferentinate la bolla di Innocenzo X, che decretava anche il modo di applicazione e di ripartizione delle rendite dei benefici soppressi: al seminario diocesano sarebbero stati assegnati solo i redditi dei conventi domenicano e carmelitano di Ferentino, unitamente ai 100 scudi, che un pio testatore aveva lasciato per lo stipendio del maestro di scuola. Quanto ai religiosi, che tardavano ad abbandonare le loro sedi ferentinati, l'Ordinario doveva sollecitarne la partenza definitiva (29). Nonostante questa decisione drastica, dettata da esigenze economiche, ancora era lontano dalla realizzazione il proposito di erigere il seminario. Erano trascorsi dal decreto di riforma sui seminari, emanato dal Concilio tridentino, novant'anni, ma la situazione economica ferentinate faceva prevedere altri ritardi. In questo lungo periodo di attesa si stavano, però, gettando le basi per poter con più facilità erigere il pio istituto (30). La realizzazione del progetto fu ritardata anche dalle carestie e dalle epidemie, che funestarono la prima metà del XVII secolo. Nel primo decennio del secolo la popolazione diocesana era stata decimata da una grave pestilenza, che aveva ridotto gli abitanti a 9.575 unità, così distribuite per centro abitato (31): Ferentino 2510 Supino 1789 Ceccano 1284 Giuliano di Roma 1053 Patrica 879 Prossedi 796 Amaseno 696 Villa S. Stefano 399 Pisterzo 169 Tale decimazione aveva ritardato il miglioramento delle condizioni economiche, privando l'agricoltura di forza lavoro e rendendo troppo oneroso per la popolazione il pagamento delle tasse ecclesiastiche. Molti redditi di chiese e cappellanie si assottigliarono tanto da non essere più sufficienti al sostentamento del beneficiato e ciò favorì quanto già aveva permesso il Concilio di Trento: il vescovo era autorizzato a sopprimere e a fondere in un unione perpetua benefici troppo modesti (32). Il peggioramento della situazione economica della diocesi ferentinate (33) favorì le fusioni dei benefici ecclesiastici e permise la costituzione di un fondo di rendite, anche se poco consistenti, necessarie per la fondazione del seminario. Se mons. Enea Spennazzi riuscì soltanto ad ottenere l'unione dei benefici soppressi all'erigendo seminario diocesano, più fortunato fu il vescovo Roncioni, che resse la diocesi dal 1658 al 1676. Ottavio Roncioni riuscì a promuovere ancor di più l'attività pastorale del suo predecessore. Secondo la norma dal Concilio di Trento impose una congrua tassazione alla mensa vescovile, ai benefici ed agli enti pii a favore del seminario e nella congregazione del 10 ottobre 1664 elesse la cosiddetta «deputazione tridentina», ossia i quattro deputati per amministrare le rendite del pio istituto (34). L'Ordinario diocesano era membro di diritto della commissione, gli altri quattro membri erano eletti secondo una precisa modalità: due scelti tra i componenti del Capitolo (uno eletto dal Vescovo, l'altro dal Capitolo), due appartenenti al clero cittadino (uno eletto dal vescovo, l'altro dal clero secolare). Tra gli oneri della deputazione tridentina vi era quello di nominare il rettore ed il prefetto del seminario, i professori, di controllare la situazione economica dell'istituto e di prendere decisioni all'unanimità sulla conduzione dei beni e delle rendite patrimoniali dell'istituto. Il vescovo Roncioni il l° ottobre 1664 ebbe l'onore di nominare i primi deputati del seminario: in prima congregazione dal Capitolo vennero scelti il can. Tiberio Santino ed il can. Giovanni Battista Tauco, in seconda congregazione dal clero cittadino don Lelio Guadagnoli e don Magno Corazzini. Tali nominativi vennero eletti considerando la probità e la disponibilità degli ecclesiastici (35). Nella stessa data il Vescovo promulgò un editto con cui costituiva il seminario in conformità con quanto prescritto dal Concilio di Trento. Sarebbero stati ammessi giovani di età non minore di 12 anni: gli appartenenti ai ceti disagiati avrebbero pagato una retta annuale di 18 scudi ciascuno, gli altri 30 scudi l'anno. Gli alunni sarebbero stati istruiti, durante il corso di studi, da un maestro nella conoscenza della «grammatica, di Sacre Lettere, di scrivere et altre bone discipline». Nel giorno stesso della pubblicazione dell'editto i padri di famiglia, abitanti in Ferentino o nel territorio della diocesi, avrebbero dovuto presentare al vescovo e ai deputati i loro figlioli desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica e «veramente accesi di voler servire a Dio et alla sua S. Chiesa». Al momento dell'iscrizione, dopo che i deputati si fossero informati sulla buona condotta e indole degli aspiranti, i padri avrebbero dichiarato le generalità dei propri figli, indicando anche il nome del padre e della madre, l'indirizzo, l'età e la «piena e vera informatione del habilità e stato suo». Purtroppo non essendoci ancora rendite consistenti il vescovo, consigliato dai deputati del seminario, aveva già tassato la mensa episcopale e capitolare «come del resto di tutte le entrate di prebende e benefitii, abbatie, monasteri, hospitali, confraternite et altri beni ecclesiastici della città e diocesi... Tutti quelli che sono stati tassati... debbono haver pagato per tutti li 25 del corrente mese de octobre la sua rata in mano delle persone... a ciò destinate; e cosi successivamente negli anni a venire». Il vescovo, inoltre, consigliava di unire al seminario benefici semplici: a chiunque si sarebbe prodigato in tal senso, «parimenti si andarà sgravando ... la somma tassata» (36). L'editto fu affisso il 19 ottobre del medesimo anno alla porta maggiore della Cattedrale e nella piazza del comune dal Mandatario della curia episcopale Giacomo de Angelis; mentre il cancelliere Giulio de Andreis si faceva carico di trasmettere le copie dell'editto, accompagnate da lettere circolari, nelle città sottoposte alla giurisdizione diocesana di Ferentino, perché i vicari foranei le affiggessero alle porte delle collegiate e ne dessero la più ampia pubblicità (37). Il seminario di Ferentino era, dunque, stato eretto, rispettando tutte le formalità richieste dal Concilio di Trento: tuttavia non si fa accenno ad una casa, che potesse ospitare i giovani seminaristi, né si conservano documenti attestanti l'adesione del popolo alla deliberazione del vescovo Roncioni di «ammettere» nel seminario giovani «delli più atti» sino al numero da lui «previsto» (38). Può darsi che l'erezione, di cui si parla, non riguardi l'edificazione del seminario, ma solo la costituzione ufficiale di un «seminarium», di un istituto specializzato per la formazione del clero diocesano, dipendente direttamente dal vescovo, senza dover più ricorrere, come nel passato, alle scuole pubbliche di grammatica e retorica. Ottavio Roncioni chiude, quindi, la prassi consueta e si inserisce con decisione sulla scia riformatrice indicata dal Concilio di Trento: la diocesi di Ferentino avrebbe avuto finalmente il suo seminario ed i suoi sacerdoti avrebbero avuto fin dall'adolescenza un'istruzione degna del loro ministero. Per il momento non era ancora urgente l'esigenza di un edificio apposito, dove ospitare i «seminaristi», che, forse sull'esempio della diocesi di Sora (39), dimoravano con il vescovo, essendo l'episcopio di Ferentino molto vasto ed accogliente. Tuttavia il desiderio di mons. Roncioni era destinato a non aver fortuna, essendo troppo gravosa la retta annua di 18 scudi per gli alunni «poveri» e 30 scudi per gli «altri». Nei seminari postridentini per lungo tempo si mantenne la distinzione tra «alunni», mantenuti gratis, e «convittori», che si mantenevano dietro compenso di una retta annua. Sembra, invece, dall'editto del Roncioni che tale distinzione fosse solo in parte accettata: infatti anche i «poveri» dovevano versare un compenso pecuniario, anche se minimo rispetto all'intera somma di 30 scudi. Ciò è giustificato se si pensa che ancora il seminario non godeva di un consistente fondo patrimoniale. Il vescovo dovette applicare tasse sulle rendite ecclesiastiche; ma non bastando l'introito, consigliava tanto ai sacerdoti che ai laici di unire al seminario benefici semplici con l'accattivante proposta di sgravare, chi acconsentiva all'incentivo, dell'onere di questa tassa pro Seminario. Il vescovo Roncioni morì il 2 luglio 1676 senza veder progredire la sua iniziativa. Più favorevole all'istituzione del seminario fu l'episcopato di Giancarlo Antonelli, che resse la diocesi dall'11 gennaio 1677 al 20 aprile 1694 (40). Il suo predecessore non era riuscito ad ottenere risultati positivi, perché troppo tenue la consistenza dei redditi. La Congregazione nel 1653 aveva concesso la facoltà di erigere il seminario, utilizzando i redditi dei due conventi soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli: essi, infatti, ammontavano a 198 scudi e 65 baiocchi, troppo poco per poter mantenere un'istituzione così delicata e complessa (41). Perciò mons. Antonelli decise di trovare altri cespiti d'entrata per favorire lo sviluppo ed il potenziamento del seminario diocesano. Il 3 aprile 1687 il vescovo Antonelli riunì il capitolo e gli espose il suo parere favorevole alla assegnazione dei beni dei conventi soppressi e dei 100 scudi, lascito testamentario per il pagamento dello stipendio al maestro della scuola cittadina, al seminario diocesano (42). Avuta l'approvazione a tale disegno, subito il vescovo riunì la congregazione per eleggere i nuovi deputati. Vennero nominati solo due sacerdoti: il can. Giovanni Battista Bellà dal Capitolo e dal clero cittadino l'abate parroco di S. Maria Maggiore Ambrogio Squanquarilli (43). La riunione si protrasse fino a tarda ora e si rimandò al giorno seguente, 4 aprile, l'elezione degli altri due deputati della commissione tridentina «pro bono regimine et manutentione seminarii»: dal capitolo il cancelliere episcopale Marsilio Agnei e «de clero civitatis» Francesco Antonio Gizzi. In quel medesimo giorno fu decretata la definitiva e perpetua annessione dei due conventi soppressi; inoltre si stabilì di istituire la tassa pro Seminario da applicare ai capitoli, chiese, benefici e luoghi pii tanto della diocesi che della città. Fu incaricato di esigere tale imposta il canonico Domenico Antonio de Gasperis (44). Intanto nella bolla episcopale, emanata il giorno precedente, il vescovo aveva espresso il desiderio di aggregare al Seminario anche le rendite della cappellania di S. Pietro in Vincoli, vacante per la morte del cappellano Magno Corazzini, di giuspatronato della Comunità, e delle altre cappellanie di giuspatronato della Comunità vacanti per la morte dei loro cappellani: cappellania di S. Caterina e cappellania della Conversione di S. Paolo (45). Sulla cappellania di S. Pietro in Vincoli è necessario spendere qualche spiegazione, perché tale beneficio implicò successivamente, nel corso del XIX secolo, un conflitto giurisdizionale con il Comune di Ferentino. Tale cappella fu eretta il 4 marzo 1596 dal canonico Giovanni Leonini (46). Egli aveva avuto dal vescovo Orazio Ciceroni e da Ercolano Masi, abate e rettore della chiesa di S. Maria Gaudenti, la licenza di trasferire all'interno dell'edificio sacro una cappella esterna eretta vicino alla porta di ingresso e ormai diruta. Costruita la nuova cappella, il Leonini la dotò, riservandosi solo il diritto di nominare il cappellano, diritto che esercitò in vita e che lasciava, dopo la sua morte, al Comune di Ferentino. Il primo cappellano fu Giovanni Battista Ciuffarella, chierico iniziato alla prima tonsura; il suo onere consisteva nel celebrare o far celebrare due messe ogni settimana, al martedì e al sabato (47). Essendo nel 1687 morto l'ultimo cappellano, il Comune di Ferentino, subentrato al Leonini nel diritto di giuspatronato, decise il 6 aprile 1687 di non nominare più altri cappellani e di applicare al seminario i redditi della cappellania, riservandosi il diritto di nominare ogni quinquennio ad un posto gratuito un alunno scelto tra i cittadini. Il 25 maggio, circa un mese dopo dalla deliberazione, si riunì il consiglio comunale per ratificarla. Erano presenti i priori Plinio Bagalè, Giovanni Battista Gasbarra e Giovanni Battista Grappella, insieme con i settantacinque assistenti e con la partecipazione del governatore Giuseppe de Sanctis. Presa la parola, il primo consigliere Ambrogio de Gasperis chiese che venisse approvata con votazione la proposta di passaggio ai seminario della cappellania di giuspatronato comunale. Solo dopo votazione favorevole si poteva nominare l'alunno al posto gratuito. Messa ai voti la prima parte della proposta (arringa) de Gasperis, risultò approvata con 74 voti favorevoli (bianchi) contro un contrario (nero). Sempre il de Gasperis propose di nominare quattro consiglieri per la scelta di almeno cinque nomi di concorrenti, i cui nomi sarebbero stati scritti su apposite «schedule», poi estratte a sorte. I consiglieri eletti furono: Ambrogio de Gasperis, Ludovico de Gasperis, Camillo de Sanctis e Marco Antonio Luciola. Furono poi designati i nomi dei concorrenti: Romualdo Francesco, Marco Antonio Cialino, Carlo Fortunato Ulponi e Domenico Gasbarra. Fu estratto il nome di Marco Antonio Cialino, che fu accettato in seminario solo il 4 giugno 1687 (48). Nella medesima data vennero accettate le annessioni al seminario dei conventi soppressi e della cappellania di S. Pietro in Vincoli; furono aggiunti, comprendendo la tassa sulla mensa episcopale e sul clero, altri 150 scudi annui (49). Il vescovo Antonelli il 4 aprile 1687 promulgò un editto per avvertire la popolazione della sua diocesi che venivano aperti i termini per l'iscrizione al seminario dei giovani aspiranti. Nel testo il vescovo ricalcava il formulano del precedente editto del 1664 emanato da mons. Roncioni, pur introducendo alcune diversità fondamentali. Solo otto alunni «poveri», di età non superiore ai dodici anni, potevano essere accettati; gli altri giovani desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica, sarebbero stati considerati convittori con la retta di due scudi al mese, pagati anticipatamente. Le condizioni per essere ammessi al sacro istituto, erano quelle stabilite dal can. 18 della sess. XXIII del Concilio Tridentino con l'esplicita menzione che i giovani dovevano mostrarsi «veramente accesi di voler servire a Dio et alla Santa Chiesa». Trascorsi 10 giorni dalla pubblicazione dell'editto e dalla sua affissione nei luoghi stabiliti (piazza del Comune e porta maggiore della Cattedrale in Ferentino; porte delle chiese maggiori negli altri centri della diocesi), venivano aperte le iscrizioni per gli aspiranti ai posti gratuiti, che sarebbero stati selezionati in base al criterio della attitudine al sacerdozio. Dopo l'ammissione e la presentazione dei documenti di rito comprovanti il nome, l'età, la paternità e l'indirizzo, sarebbero iniziate le lezioni, impartite da maestri di grammatica, sacre lettere, «humanità», retorica ed altre «buone discipline». Concludeva il testo dell'editto la nota delle rendite patrimoniali del seminario: l'unione dei conventi soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli e gli introiti derivanti dalla tassa permanente applicata ai benefici ecclesiastici, tassazione distinta in due rate annuali da pagarsi la prima entro il mese di maggio e la seconda entro il mese di novembre. Il Vescovo ventilava inoltre la proposta di eliminare (sgravare) tale tassazione, previa fusione di benefici semplici al seminario (50). Il tentativo del vescovo Antonelli ebbe subito vasta risonanza in città e in diocesi. Il Comune si affrettò a concedere le cappellanie di suo giuspatronato erette in S. Maria Gaudenti, per favorire maggiormente l'inizio del nuovo istituto. Anche le famiglie ferentinati risposero all'invito dell'Ordinario e gli presentarono i loro figli, desiderando usufruire della possibilità di partecipare all'assegnazione degli otto posti gratuiti. Il 26 maggio 1687, il giorno successivo alla riunione consiliare in cui il Comune nominava alunno del seminario Marco Antonio Cialino, figlio di Giuseppe (51), la deputazione tridentina eleggeva, tra quelli che si erano presentati, quattro alunni per il quinquennio 1687 1692: Romualdo Mancini, figlio di Giacinto, Giuseppe Collalti, figlio di Giacinto, Orazio Vellucci, figlio di Carlo Ambrogio, e Giuseppe Antonio Tartaglia, figlio di Ambrogio (52). La commissione avrebbe dovuto scegliere otto nominativi di alunni, invece ne scelse solo quattro. Non furono conservate, purtroppo, le domande di iscrizione relative al primo quinquennio dell'attività scolastica del seminario, per cui non si sa se si presentarono solo in quattro all'esame di selezione o se furono più di quattro. Sta di fatto che il bando di concorso fu emanato il 4 aprile 1687 e le domande potevano pervenire alla commissione dei deputati a partire dal 14 del medesimo mese ed anno senza limitazioni di sorta. La deputazione tridentina ebbe circa 40 giorni a disposizione per esaminare le richieste di ammissione, raccogliere informazioni sui candidati e condurre le prove di esame per scegliere i giovani più idonei al sacerdozio. Quindi il lavoro della commissione fu svolto con prudenza e serietà. Poiché il numero degli alunni, ammessi a godere gratuitamente del posto in seminario, era la metà esatta del numero previsto, successivamente si aprì l'ingresso anche ai convittori, che avrebbero sborsato annualmente una retta pari a 24 scudi l'anno. Tale retta sarebbe stata utilizzata per coprire le spese per il vitto e alloggio e per lo stipendio ai superiori e ai docenti (53). Furono accettati come convittori per il medesimo quinquennio: da Ferentino Vincenzo Luciola e Giacomo Bellà, da Patrica Pietro Getulio Stella e da Frosinone Germano e Giuseppe Imperiali (54). Il seminario diocesano aveva i suoi alunni ed i suoi convittori, ma mancava l'edificio che li potesse accogliere dignitosamente Il vescovo Antonelli, allora, il 31 maggio 1687 riunì la deputazione tridentina e le sottopose la sua proposta di reperire necessariamente un edificio per comoda e dignitosa abitazione dei seminaristi e dei loro superiori. La commissione espresse parere favorevole ad utilizzare gli edifici di proprietà dei canonici della cattedrale e della parrocchia di S. Ippolito «insimul connexos cum suo horto», posti nel centro abitato nel territorio della parrocchia di S. Maria Gaudenti. Il verbale della riunione è molto preciso nell'indicare i confini della proprietà: le case confinavano con i beni dei signori de Mariis, passati poi in proprietà alla signora Cecilia Loira, erano delimitati per due lati con le vie pubbliche e per l'ultimo lato con i beni di proprietà dei Canonici concessi in enfiteusi a Giovanni Battista Mazzolo. Il Concilio di Trento aveva suggerito nel can. 18 della sessione XXIII la necessità che il seminario fosse vicino alla Cattedrale, dovendo i chierici servire in essa; pur non verificandosi in Ferentino tale opportunità, ma dovendosi reperire urgentemente un fabbricato per alloggiare i dieci seminaristi e dovendo finalmente dare l'avvio al funzionamento ufficiale e definitivo dell'Istituto, il vescovo Antonelli accettò la proposta della deputazione tridentina, anche perché l'edificio prescelto era già di proprietà ecclesiastica e quindi non si sarebbe dovuto pagare alcun affitto. Subito il Vescovo inviò il suo vicario generale, il can. Giulio de Andreis, per ispezionare tali edifici e verificare la loro abitabilità; infatti vi si dovevano ammettere i cinque alunni, scelti nelle congregazioni del 25-26 maggio 1687. Intanto l'Ordinario diocesano aveva eletto rettore del seminario don Antonio Ciafroni, abate di S. Ippolito (55). Nella stessa giornata del 31 maggio il vicario generale de Andreis si diresse verso la nuova sede del Seminario uscendo processionalmente dalla cattedrale con i canonici e maestri di cerimonie Sante Santino e Giuseppe Infussi, i canonici Giovanni Battista Bellà e Francesco Antonio de Andreis, l'abate Ambrogio Squanquarilli, il deputato Francesco Gizzi, Domenico Antonio de Gasperis, Francesco Antonio Matulano, l'abate Giacinto Ciuffarella, Michelangelo Pagella, Ambrogio de Gasperis, Pietro Paolo Squanquarilli. La cerimonia di benedizione del nuovo seminario fu molto suggestiva: il canonico Giulio de Andreis benedisse l'edificio, lo proclamò pubblicamente seminario diocesano e vi introdusse i chierici. Al rettore Antonio Ciafroni consegnò le chiavi e con tale atto ufficiale gli riconobbe l'autorità di proteggere, istruire e far progredire nella cultura e nella pietà i cinque alunni a lui affidati (56). Le costituzioni e le regole dei seminari post-tridentini ricalcarono uno schema uniforme: non solo vennero seguite le direttive tracciate dal concilio, ma si ritenne come modello insuperabile lo schema che la Compagnia di Gesù aveva dato al Seminario Romano, in vigore fin dal 1571. La separazione tra seminaristi e mondo esterno doveva essere netta e la formazione ascetica degli aspiranti al sacerdozio doveva passare attraverso la meditazione, l'esame di coscienza e gli esercizi spirituali. Una eco di questa intransigenza si legge nell'ultimo editto promulgato il 31 maggio 1687 dall'Ordinario, per impedire che chiassi e schiamazzi potessero disturbare i seminaristi nel loro cammino ascetico. Il seminario era stato eretto in un quartiere popoloso, per questo il Vescovo ordinò che nessuno, né di notte né di giorno, osasse cantare, suonare, giocare (anche se si trattava di gioco lecito) nelle immediate vicinanze del luogo pio, per evitare che gli alunni fossero allontanati dalle «virtù e bone e sante educationi, prescritti dal Sacro Concilio tridentino». Chi contravveniva a tale ordine era condannato a pagare 25 scudi, da applicarsi al medesimo seminario o ad altri luoghi pii. Nella pena era accomunato anche chi avrebbe favorito i disturbatori. Il Vescovo fu intransigente, dichiarando che «si procederà con ogni rigore, senza speranza di alcuna gratia, anco per inquisitione o denuntia di legato esploratore per mezzo del giuramento». Quindi ci sarebbero stati anche degli inviati episcopali destinati a controllare che l'editto fosse osservato e rispettato (57). Il 6 giugno del medesimo anno Giancarlo Antonelli con soddisfazione unì altri benefici al seminario, perché le tre possessioni di San Domenico, S. Maria degli Angeli e della Cappellania di S. Pietro in Vincoli non erano sufficienti a sostenere le esigenze degli otto seminaristi, cinque alunni e tre convittori. Il Vescovo riuscì ad aggiungere, per la mancanza dei cappellani, 22 benefici semplici alle rendite dell'istituto: di questi benefici sei erano di giuspatronato di Francesco Rosini (58), otto di Giovan Pietro Strada (59), cinque del Fede (61), uno chierico Francesco de Angelis in S. Ippolito (62). § 3. I primi anni di vita del pio istituto. Sembrava che finalmente ogni cosa si fosse stabilita per il meglio, invece cominciarono i problemi. Non era passato nemmeno un mese che il rettore don Antonio Ciafroni, il 12 luglio del medesimo anno si presentò alla deputazione tridentina per rassegnare le dimissioni, perché riteneva le rendite del seminario non sufficienti alle esigenze dell'istituto. La commissione esaminò l'istanza del Ciafroni e, accettando le sue dimissioni, lo sostituì con Giovanni Battista Pellegrini. Anche il prefetto Aristotele Velli, eletto nella congregazione del 31 maggio 1687, venne surrogato da Domenico Rossi (63). La situazione dell'edificio adibito a seminario non era delle migliori, perché distava troppo dalla cattedrale ed il luogo non era adatto al raccoglimento dei seminaristi, perché era confinante con abitazioni di privati cittadini. Sembrò quasi un segno provvidenziale quando, il 23 luglio 1687, il signor Ascanio Cascese del fu Domenico presentò al vescovo Antonelli una supplica, in cui dichiarava di offrire al seminario una sua casa, con orto e cortile, sita vicino ai beni degli eredi di Antonio Rossi, Cinzio Collalti e dei signori Ghetti. La casa era delimitata dalla via pubblica ed al momento era affittata a Bernardino Isabelli. Il Cascese si riservava solo per sé e per i suoi eredi il diritto di nominare un alunno da mantenere gratis per un quinquennio in seminario. La supplica ebbe positiva accoglienza da parte del Vescovo, che convocò per il giorno seguente la deputazione tridentina, per discutere sul da farsi (64). La commissione, composta da Giulio de Andreis, vicario generale, e dai deputati canonici Giovanni Battista Bellà e Marsilio Agnei, Ambrogio Squanquarilli, abate di S. Maria Maggiore, e Francesco Antonio Gizzi, Abate di S. Valentino, accettò la donazione del Cascese perché la casa era edificata in prossimità della cattedrale. Al Cascese fu riconosciuto anche lo ius eligendi (65), che venne subito messo in atto con la presentazione di Francesco Antonio Battista (66). Il Cascese con la sua donazione offriva al seminario una casa, insieme con una rendita di 100 scudi, 50 dei quali sarebbero stati subito versati; gli altri 50 sarebbero andati all'istituto dopo la morte del donatore. Nelle intenzioni del munifico benefattore non era il desiderio che tale casa divenisse il vero e proprio istituto per la formazione del clero; tale deliberazione si verificò solo nel 1694, dopo la denuncia dell'inagibilità dell'edificio in cui era ospitato il seminario (67). Intanto la vita dell'istituto era travagliata dalle continue dimissioni dei rettori e dei prefetti. L'11 novembre 1687 il prefetto Domenico Rossi rinunciò alla sua carica, a cui venne subito richiamato don Aristotele Velli (68). Il 20 dicembre dell'anno successivo (1688), però, il Velli di nuovo rassegnò le dimissioni, perché dovendosi recare in Roma per affari e dovendovi abitare, non poteva esercitare la funzione di prefetto; immediatamente fu sostituito da Domenico Infussi (69). Non passò nemmeno un mese che il 13 gennaio 1689 don Giovanni Battista Pellegrini rettore, alias deputato, del Seminario diocesano richiese di essere sostituito; al suo posto fu scelto Carlo Torti (70). Circa un anno dopo, il 12 aprile 1690, anche il prefetto Domenico Infussi si dimise e venne sostituito da don Salvatore Gobbo (71). Nel primo quinquennio di vita il Seminario ebbe a superare molte difficoltà, derivate forse dal fatto che i superiori prescelti non erano in grado di assolvere il loro compito, oppure avevano troppi impegni che li distoglievano dal condurre la loro vita a contatto con i seminaristi (72). Tuttavia l'istituto ancora aveva piccole dimensioni, non superando gli iscritti la decina (73), eppure gli allievi erano dotati di vivo interesse per lo studio, per cui, nonostante l'avvicendarsi dei superiori, essi riuscirono tutti a licenziarsi nel 1692. Al loro posto furono introdotti il 1° ottobre 1692 altri otto alunni: Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Antonino Marcelli, Pietro Trenta, Giovanni Battista Epifani, Giuseppe Viola. Su presentazione di Ascanio Cascese fu accettato Silverio Battista, mentre su presentazione della Comunità il 22 febbraio del 1693 venne accettato Francesco Antonio Bertoni (74). L'anno 1694 fu un anno funesto per il Seminario Vescovile e per tutta la diocesi di Ferentino: il 20 aprile 1694 morì Giancarlo Antonelli; a lui successe Valeriano Chierichelli il 21 giugno del medesimo anno (75). Era trascorso appena un mese dalla presa di possesso della diocesi, che il 25 luglio 1694 si recò dal nuovo Ordinario il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per mostrargli le sue lamentele riguardo alla situazione della sede dell'istituto. La casa che il 31 maggio 1687 il vescovo Antonelli aveva stabilito come abitazione degli alunni seminaristi non era comoda, né funzionale; era distante dalla Cattedrale e sita in una zona oscura e insalubre, per cui gli alunni e i ministri spesso cadevano ammalati. La situazione igienica era divenuta ormai insostenibile. Dal 23 luglio 1687 era venuta in possesso del seminario una casa edificata vicino alla cattedrale, posta in una zona assai salubre: ma nessuno aveva mai pensato di trasferirvi la sede del pio istituto. Questa casa, donata da Ascanio Cascese, era stata successivamente ampliata con l'acquisto da parte dei canonici di un altro edificio contiguo dotato di cortile e di orto. Poiché il fabbricato era isolato dagli altri poteva essere ampliato e completato di tutte le comodità necessarie per un seminario. Salvatore Gobbo consigliava il vescovo di usare la casa Cascese come nuova sede del seminario e di trasferirvi, senza apportarvi modifiche, gli alunni e i ministri. (76) Il vescovo, consultatosi con i deputati, decise di accettare la proposta del prefetto del seminario e quindi diede al vicario generale l'ordine di andare in casa Cascese, benedirla, dichiararla pubblicamente seminario ed introdurvi gli alunni, i convittori ed i ministri. Prontamente il vicario obbedì e si recò in casa Cascese, accompagnato dai seminaristi allora ospitati nell'istituto (77) e da Carlo Torti, rettore, e Salvatore Gobbo, prefetto. Davanti ai deputati (78) benedisse la casa con tutte le sue pertinenze e vi introdusse i seminaristi (79). Le peripezie del Seminario, però, non erano terminate. Il 9 dicembre 1694 il can. Domenico Antonio de Gasperis, depositario e agente del seminario, riferì al Vescovo che la casa Cascese, nuova sede del seminario, era poco funzionale alle esigenze dell'istituto che ospitava. Essa era composta da due case vecchie e dirute, che sebbene adiacenti, erano su piani diversi e minaccianti rovina. Si doveva subito correre ai ripari, demolendo le murature pericolanti e facendone erigere altre più solide. Inoltre si doveva provvedere a rifare il tetto e per tutto il lavoro, che si richiedeva, era necessario convocare un architetto. Il preventivo di spesa si aggirava sugli 800 scudi, una somma esorbitante per le magre entrate dell'istituto. Il consiglio del depositario era di chiudere per almeno un quinquennio il luogo pio, per poter affrontare e portare a termine i lavori richiesti. Il Chierichelli, constatando la delicatezza della questione implicante gravi spese economiche, aggiornò la seduta al giorno seguente alle ore 17, convocando non solo la congregazione dei deputati, ma anche Ascanio Cascese e il capo priore della Comunità di Ferentino Domenico Antonio Tibaldeschi (80). All'ora stabilita il 10 dicembre si riunì la congregazione composta dai deputati can. Giulio de Andreis, Giovanni Battista Tomei, parroco di S. Pietro, Marsilio Agnei, cancelliere, Francesco Antonio Gizzi, abate di S. Valentino e dal capo priore Domenico Antonio Tibaldeschi. Era assente per malattia Ascanio Cascese, sostituito dal can. Domenico Antonio de Gasperis, agente e depositario dell'istituto. All'ordine del giorno era previsto solo un argomento di discussione: ampliare, rinnovare ed adattare ad uso di seminario casa Cascese. La discussione si accese subito, perché le difficoltà economiche da risolvere erano molto gravi. Si trattava di reperire oltre 800 scudi, necessari per ristrutturare un complesso edilizio composto da due case, in cui sarebbero state ospitate più di dieci persone. Dopo matura riflessione i deputati ed il capo priore ritennero opportuno affrontare qualsiasi sacrificio economico pur di mantenere in vita il seminario diocesano. Per questo quanto prima sarebbero iniziati i lavori ed il seminario sarebbe stato chiuso. Intanto bisognava designare il nome dell'architetto, che avrebbe diretto i lavori, e fare provvista di calce, sabbia, sassi, «tartare» e di quanto potesse essere necessario per la costruzione (81). Anche Ascanio Cascese, venuto a conoscenza della volontà espressa dalla Congregazione, espresse il suo parere favorevole ai lavori di ripristino dell'edificio (82). I seminaristi furono dimessi e rimandati alle loro case con l'obbligo di essere disponibili al servizio in Cattedrale. I lavori iniziati nel 1694 terminarono quattro anni più tardi, nel 1698. Infatti il 30 novembre 1698, avendo constatato che il nuovo fabbricato per uso seminario era stato completamente restaurato e ammodernato, il Chierichelli ordinò a Francesco Antonio Salvatori, agente e depositano, di introdurre, a partire dal 1° gennaio 1699 gli alunni eletti e destinati per il successivo quinquennio: Francesco e Giacinto de Gasperis, Angelo Antonio Malatesta, Baldassarre Agnei, Pietro Paolo Sisti, Pirro Squanquarilli, Silverio Battista, presentato da Ascanio Cascese, e un altro alunno, designato dalla Comunità. Il Vescovo riconfermava come rettore l'abate Carlo Torti e come prefetto don Salvatore Gobbo (83). Il giorno dopo, 1° dicembre , il Salvatori si presentò al Vescovo per chiedergli di revocare l'ordine dato: «la fabbrica e muraglia della habitatione non sono ancora stagionate né asciutte» e facendovi alloggiare gli alunni, il rettore e il prefetto, sarebbe come «esporli alla morte o ad una lunga malattia, per essere la calce delle muraglie, volte e matonati fresca». Il vescovo e i deputati avrebbero potuto rendersi conto, dopo aver eseguito un sopralluogo, che bisognava aspettare un altro anno prima di permetter l'ingresso ai seminaristi. Mons. Chierichelli, chiamati i deputati, si recò a verificare la veridicità della deposizione del Salvatori: oculariter si rese conto del pericolo che avrebbero corso gli alunni sia per il fetore sia per l'umidità, che esalava dalle pareti. Perciò stabili che gli alunni non potessero entrare nel nuovo seminario prima del mese d'ottobre dell'anno successivo (1699), perché bisognava dare ai muri il tempo di asciugarsi (84).L'inizio dell'anno scolastico, intanto, veniva fissato per il 1° novembre 1699. Mentre l'edificio diventava abitabile, mons. Vescovo il 15 luglio 1699 rinnovò la composizione della deputazione tridentina: al posto del can. Giovanni de Andreis e dell'abate Ambrogio Squanquarilli designò Domenico Antonio de Gasperis, vicario generale, e Giovanni Sante Santino (85). Sette giorni dopo, il 21 luglio, Mons. Chierichelli esaminò Domenico Antonio de Gasperis (di 45 anni) e Giovanni Francesco Antonio Salvatori (di 52 anni), sotto giuramento, riguardo ai beni posseduti dal seminario. Le entrate ammontavano a circa 256 scudi e 65 baiocchi così ripartiti: 1) dai beni dei conventi soppressi e dalla cappellania di S. Pietro in Vincoli, scudi 47 e baiocchi 20; 2) per canoni, pigioni di case, affitti di orti, possessioni e prati, scudi 65 e baiocchi 20; 3) grano «sconcio» rubbia 21 alla misura romana, scudi 72; 4) mosto di canoni e «risposto» barili quaranta, scudi 12; 5) olio, barili quindici, scudi 2 e baiocchi 25; 6) entrate annue derivanti da sei benefici di giuspatronato del sac. Francesco Rosini e consistenti in grano, denari e mosti, scudi 30; 7) entrata annua derivante dai cinque benefici di giuspatronato del chierico Antonio Rogato Vanni e consistenti in grano, denari e mosti, scudi 28; Le uscite ascendevano a scudi 404 così ripartiti: 1) salario del rettore, scudi 40; 2) salario del prefetto, scudi 18; 3) salario del cuoco, scudi 12; 4) vitto per Otto seminaristi poveri, rettore, prefetto, cuoco in ragione di scudi 24 ciascuno l'anno, scudi 264; 5) per la celebrazione delle messe e per l'acquisto di cera per i conventi e cappelle uniti al seminario, scudi 30; 6) per legna e olio, scudi 20; 7) per utensili necessari al seminario, scudi 10; 8) per il mantenimento delle case e delle chiese, scudi 10. Le entrate erano inferiori alle uscite di circa 147 scudi e 35 baiocchi e i due deponenti erano degni di fede, perché avevano amministrato i beni del seminario: Domenico Antonio de Gasperis dalla data di erezione al 15 maggio 1696, Giovanni Francesco Antonio Salvatori da tale data al 21 luglio 1699 (86). Il Vescovo quindi ebbe una chiara visione dello stato economico in cui versava il pio istituto, situazione in verità non molto florida. Avvicinandosi la data della riapertura del seminario mons. Chierichelli insieme con i deputati stabilì con un decreto, emesso il 22 settembre 1699, che i lavori di restauro del nuovo seminario erano terminati e pertanto nell'edificio poteva essere ripresa l'attività di formazione degli aspiranti alla carica ecclesiastica (87). Intanto il 29 settembre del medesimo anno la carriera di prefetto veniva assegnata a Salvatore Gobbo, quella di rettore a don Antonio Gizzi (88). Il 30 settembre furono nominati gli alunni per il quinquennio 1699 1704; Baldassarre Agnei, Gregorio Savelloni, Pietro Paolo Collalti, Pietro Paolo Germanus Sixti, Francesco Antonio Avanzi, Pietro Collalti e, presentato da Ascanio Cascese, Romualdo Giovanni Squanquarilli. Il candidato del Comune, Giuseppe Calabrese, entrò in seminario solo il 4 giugno 1700 (89). Appena approvato l'elenco degli alunni, ebbe luogo la cerimonia di benedizione della nuova sede adibita a seminario. Dal palazzo episcopale si snodò una processione composta dal vicario generale Domenico Antonio de Gasperis, iuris utriusque doctor e protonotario apostolico, seguito dagli alunni, dal rettore Antonio Gizzi e dal prefetto Salvatore. Il de Gasperis benedisse il nuovo edificio e vi ammise gli alunni con i loro superiori, dopo aver dato lettura dell'editto episcopale, pubblicato nella stessa giornata del 30 settembre 1699 (90). L'editto di Mons. Chierichelli intendeva difendere l'integrità e il decoro del Seminario, per cui proibiva che in esso potesse entrare alcuna donna, né parenti di alunni o convittori o ministri. Nessuno poteva entrare nell'edificio senza licenza in scriptis dell'Ordinario, eccettuando i deputati, i ministri, il depositario, garzoni e «vetturali». Per impedire che nei dintorni dell'istituto si facesse chiasso, il Chierichelli ripropose la multa già stabilita dall'Antonelli, di 25 scudi per i contravvenenti (91). Il 5 dicembre 1699 il Chierichelli nella sua relazione ad limina poté dichiarare non solo l'ammontare reale dei redditi del seminario a 348 scudi e 65 baiocchi, ma anche che ora poteva disporre di un fabbricato nuovamente costruito dalle fondamenta, più moderno e funzionale per le esigenze dei seminaristi (92). Purtroppo due anni dopo, il 2 ottobre 1701, il prefetto chierico Domenico Antonio Collalti (93), notificò che «l'habitatione del seminario sta in pericolo di rovinare, conforme minaccia da più parti, vedendosene i motivi delle muraglie e volte tutte crepate, dalle quali del continuo ne casca la calcina o calcinaccio». Qualche giorno prima ne era caduto dalla volta del dormitorio grande quantità. Si richiedeva di nuovo il permesso di far uscire gli alunni dal seminario, per poter condurre a termine i lavori. Subitanea fu la reazione del Vescovo, che, convocati all'istante i deputati, con essi si portò ad ispezionare i danni. Con suo disappunto dovette constatare la verità di quanto aveva dichiarato il Collalti: la volta del dormitorio minacciava veramente imminente pericolo di crollo. Riunito il consiglio dei deputati, mons. Chierichelli deliberò che gli alunni potessero uscire dal seminario e tornare nelle loro case fino a quando, scongiurato il pericolo di crollo della volta, la sede dell'istituto fosse riattata e restaurata (94). Eliminato il pericolo, l'attività del seminario riprese a svolgersi normalmente. Il 5 novembre 1703 vennero introdotti come alunni del quinquennio 1703 - 1708 Giacinto Ambrogio Agnei, Girolamo Bossi, Pietro Giorgi e, presentato dal Cascese, Francesco Antonio Galassi. Solo mesi più tardi, 1° gennaio 1704, la Comunità ferentinate presentò il suo nominativo: Magno Marra (95). Intanto l'istituto andava acquistando una fisionomia culturale sempre più precisa. Alle discipline tradizionali quali grammatica, retorica, logica e sacra scrittura, nel 1705 vennero associate anche altre materie: morale e scienze fisiche (96). Il seminario di Ferentino usciva dall'«infanzia» e si avviava a divenire un istituto specializzato per la formazione del clero diocesano. Note 1) AVF, Visite Pastorali 1585, ff. 1-82; cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, un vescovo della Controriforma a Ferentino (1585-1591), ed. Casamari 1983, pp. 25 ss. 2) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 75: alle domande del Vescovo l'arciprete Francesco Procacci dichiarò sconsolatamente che i cittadini di Supino non osservavano il precetto festivo e non frequentavano la Chiesa (cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 37). 3) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., p. 39. 4) AVF, Visite Pastorali, 1585, ff. 13, 14, 76. 5) Ibidem, f. 38v. 6) Ibidem, f. 17. 7) Ibidem, ff. 11v, 12v, 15r. 8) Ibidem, ff. 14v, 15v, 16v, 18v. 9) Ibidem, f. 11v. Alcuni ecclesiastici non possedevano nemmeno il breviario; tra questi è da ricordare il chierico Curzio Giuli (Ibidem, f. 18v). 10) La Summa Navarri era un'opera destinata ad istruire i sacerdoti nel delicato sacramento della Penitenza; era stata composta nel 1575 dal dotto Martin De Azpilcueta (1492-1586), il Navarro, col titolo Enchiridion sive manuale confessariorum et poenitentium. Il) La Summa Silvestrina era anch'essa un testo molto letto e studiato nel XVI secolo, tanto da essere uno dei libri necessari per la completezza della biblioteca di ogni sacerdote. Fu stampata in Roma nel 1516 con il titolo Summa Summarum quae Silvestrina dicitur. La denominazione Silvestrina fu data perché opera del p. Silvestro Mazzolini dell'Ordine dei Predicatori. 12) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 34, 36, 98. 13) Ibidem, pp. 36 - 37. 14) Ibidem, p. 36. 15) Ibidem, pp. 25ss e 73ss. 16) Per una conoscenza delle fonti del Concilio Tridentino cfr. Concilium tridenti num. Diariorum, actorum, epistolarum, tractatuum nova collectio, Friburgi Brisgoviae, 1901ss. Per una traduzione accurata degli atti del concilio cfr. i passi scelti nell'antologia curata da M. Bendiscioli e M. Marcocchi, Riforma Cattolica, Roma ed. Studium, 1963. 17) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 25ss. 18) Ibidem, p. 38. 19) Ibidem, pp. 37 - 38. 20) Ibidem, pp. 83 - 85; per una notizia più approfondita su tale scuola cfr. B. Valeri, Un'esemplare scuola di retorica a Ferentino nel Rinascimento, relazione tenuta nel Convegno di Studi Storici «L'Umanesimo in Ciociaria», Torrice 18/19 maggio ‘87, Frosinone 1987, pp. 67ss. 21) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 27 - 28. 22) Ibidem, p. 34. 23) AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 63 v. Il ventisettenne diacono Marco Antonio de Petris già dal 1582 studiava in Roma diritto civile e canonico. 24) F. Caraffa, Il Seminario diocesano di Anagni dalle origini alla fine dell'Ottocento, Italprint Colleferro, 1981, pp. 9 - 10. 25) Seminaria Ecclesiae Catholicae, a cura della S. Cong. de Seminaribus et Studiorum Universitatibus, Città del Vaticano, 1963, p. 722. 26) Ibidem, p. 725 27) A sostegno di quanto affermato sul ritardo riguardo alla erezione dei seminari diocesani di Anagni, Veroli, Alatri basta considerare i seguenti dati relativi alle altre diocesi del Lazio meridionale. Il seminario diocesano di Segni fu eretto nel 1709 dal vescovo Filippo Ellis; quello di Terracina - Priverno - Sezze fu istituito nel 1650 in Sezze dal vescovo Ventimiglia; quello di Tivoli fu costituito il 6 aprile 1635 dal card. Giulio Roma. Un'eccezione è rappresentata dalla diocesi di Sora - Aquino - Pontecorvo, dove il Seminario risale al 1565, quando il vescovo Tommaso Gigli, il 7 giugno, lo costituì unendogli i benefici di alcune parrocchie (Ibidem, pp. 723 - 725). 28) AVF, Patentalium, ff. 115v e ss. 29) Ibidem, f. 118r. 30) In questi novant'anni (1563 - 1653) i vescovi di Ferentino non erano rimasti inattivi. Già ho parlato diffusamente dell'attività pastorale di Silvio Galassi (1585 - 1591) e del suo impegno riformistico. Egli sulla scia dei due visitatori apostolici, che l'avevano preceduto (Domenico Petrucci nel 1578, in ASV, Visite Apostoliche, 55; e Pietro Antonio Olivieri nel 1581, in ASV, Visite Apostoliche, 73) minuziosamente si dedicò alla riforma della sua diocesi. I suoi successori proseguirono nell'attività di riforma, incentivando la rinascita dello spirito religioso (ad es. il fiorire del culto del martire Ambrogio sotto il lungo episcopato di Ennio Filonardi, durato dal 1612 al 1644) e favorendo la moderata ripresa dell'attività economica o il recupero della proprietà ecclesiastica. 31) AVF, Patentalium, ff. 2 - 3. 32) «Per la costruzione del collegio per il salario di professori ed inservienti, per il nutrimento degli allievi e per altre spese saranno necessarie sicure entrate; i redditi già destinati... all'istruzione e al sostentamento dei fanciulli siano applicati al Seminario a cura del Vescovo. Inoltre i medesimi vescovi... sottrarranno dalle rendite della mensa episcopale, del capitolo, di qualunque dignità, pensionato, ufficio, prebenda, abbazia, priorato, di qualunque Ordine regolare,... di benefici anche regolari, anche dotati di un diritto di patronato, anche esenti... La porzione cosi detratta sarà applicata ed incorporata a detto collegio e vi si potrà aggiungere qualche beneficio semplice, di qualunque qualità e dignità sia, o dei prestimoni... anche prima che si siano rese vacanti, senza pregiudizio del culto divino e di coloro che li otterranno» (Sess. XXIII, cap. 18). 33) I primi sintomi della crisi economica erano stati già avvertiti nella diocesi già dalla seconda metà del XVI secolo, cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit.; AVF, Visite Pastorali, 1585, f. 482. Il popolo di Prossedi era incorso nella scomunica, perché aveva comprato il grano fuori della Provincia di Campagna, contravvenendo agli ordini dell'autorità ecclesiastica. Lo Stato Pontificio nel XVI secolo impostò una politica di protezionismo economico, per mantenere il prezzo del grano e bloccare almeno in parte l'inflazione, che angustiava le povere popolazioni a lui soggette (cfr. la pregevole opera di J. Delumeau, Vie économique et sociale de Rome dans la seconde moitié du XVI siècle, Parigi, 1957 - 1959, 2 voll.). 34) Sess. XXIII, can. 18. In un primo momento tutti e quattro i nomi dei deputati venivano scelti dal Vescovo; successivamente si stabilì che due nomi sarebbero stati presentati dal Vescovo e gli altri due nomi dal capitolo e dal clero della città, sede della cattedra episcopale. 35) AVF, Patentalium, f. 109r. 36) Ibidem, ff. 109v - 110. 37) Ibidem, ff. 110v. 38) Purtroppo non sono conservati nell'Archivio vescovile a Ferentino documenti relativi a questo primo «bando» di concorso per accedere a posti in seminario. Probabilmente il numero degli ammessi non doveva superare la diecina; ciò si può congetturare sulla base del primo elenco o «catalogo» di alunni in nostro possesso (AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione): nel 1687, il 31 maggio, furono introdotti per un quinquennio sei alunni e cinque convittori. La differenza tra alunni e convittori era definita dal fatto che gli alunni venivano sostenuti a spese del seminario. I convittori, invece, appartenendo a famiglie benestanti, potevano pagare il loro mantenimento. Nell'editto del vescovo Roncioni si legge questa differenza nella diversa modalità della retta annua: 18 scudi i «poveri», 30 scudi «gli altri». Di Ottavio Roncioni si conserva anche il testo di un Sinodo, celebrato il 29 settembre 1666 e stampato in Velletri dalla tipografia Cafasso nel 1667. 39) I seminaristi della diocesi sorana abitarono con il Vescovo fino al 1616, anno in cui si iniziò la fabbrica del seminario, che terminò nel 1618 sotto l'episcopato di Gerolamo Giovannelli (Seminaria Ecclesiae Catholicae, cit. p. 723). 40) Il Vescovo Antonelli celebrò l'8 giugno 1683 un sinodo; alcune costituzioni, in esso stabilite, si conservano nell'Archivio Capitolare di Ferentino, al f. 81 del vol. 4. 10 e al f. 93 del vol. L/II. 41) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di mons. Valeriano Chierichelli (1699). 42) AVF, Patentalium, f. 115v. 43) Ibidem, f, 116v. 44) Ibidem, f, 117v. 45) Ibidem, ff, 114v-115r, bolla di Giancarlo Antonelli (copia). 46) Cfr. B. Valeri, Silvio Galassi, cit., pp. 17ss, relativamente al comportamento immorale del canonico sulla vendita del grano a «credenza». 47) AVF, Collazioni, vol. C/VII, ff. 54ss, (copia). Il Leonini volle lasciare una testimonianza perenne della sua generosità, facendo incidere un'epigrafe e facendola collocare nella nuova cappella. L'epigrafe, di forma rettangolare, ancora si conserva in S. Maria Gaudenti; è in travertino ed ha il seguente tenore: CAP. S. PA. AP. IN QVA ELIGAT. CAP. CIVIS FER. MAGIS IDON. PER POP. FER. ERECTA DOT. PER IO. LE. CAN. FER. QVM ONERE CELEB. SEV CELEB. FAC. SING. III FER. A. D. MDLXXXXVI. 48) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 77ss. 49) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di mons. Chiericheili (1699), cit. 50) AVF, Patentalium, ff. l3ss. 51) Cfr. supra nota 48. 52) AVF, Patentalium, f. 118v. 53) Quello dello stipendio ai docenti era un altro punto dolente tanto che nella citata sess. XXIII can. 18 «allo scopo di provvedere con minor spesa alla creazione ditali scuole, il santo Concilio ordina che i vescovi... obblighino quelli che tengono cattedre di insegnamento e tutti gli altri che sono in possesso di prebende; a cui sia annesso l'obbligo di insegnare e far lezione, ad esercitare codeste funzioni nelle dette scuole... dovranno istruire personalmente... i ragazzi che vi sono educati; altrimenti metteranno al proprio Posto maestri capaci, da loro scelti ma fatti approvare dall'Ordinario». Il Vescovo di Ferentino poteva risparmiare lo stipendio ai docenti; infatti usufruiva del numeroso clero regolare residente in città, primi fra tutti i Francescani Conventuali di S. Francesco. 54) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione. Nel 1689 fu introdotto un solo convittore: Francesco Cianciarelli (Ibidem). 55) Ibidem, f. 120r. 56) Ibidem, f. 120v. 57) Ibidem, f. 119. 58) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S. Valentino, due in S. Andrea, uno in S. Giovanni Evangelista. Tali benefici furono definitivamente annessi al seminario dopo la morte del Rosini, il 9 marzo 1694 (AVF, Collazioni, voi. CI/I, ff. 111 - 112). 59) Due in S. Valentino, due in S. Agata, uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Maria Gaudenti, uno in S. Giovanni Evangelista, uno in S. Pancrazio. 60) Uno in S. Maria Maggiore, uno in S. Lucia, uno in S.Agata, uno in S. Pancrazio, uno in S. Ippolito. Mentre il vescovo Chierichelli era in sacra visita a Patrica, gli si presentò il 18 novembre 1695 il prefetto del seminario, Salvatore Gobbo, per annunciargli la morte di Antonio Rogato Vanni «de provincia Marchiae». Il seminario, dunque, poteva entrare nel possesso definitivo dei suoi benefici, come già l'Antonelli aveva decretato il 6giugno 1687 (AVF, Collazioni, voi. C/I, f. 159r). 61) Uno in S. Maria Maggiore e uno in S. Maria Gaudenti. Il 22 luglio 1700 il sacerdote Giuseppe Fede mori; perciò i benefici di cui era titolare, in conformità alla bolla episcopale di Giancarlo Antonelli del 6 giugno 1687, dovevano entrare nel pieno possesso del Seminario. Il depositano o agente dell'istituto, Giovanni Francesco Antonio Salvatori, il 25 luglio si recò dal vicario generale Domenico Antonio De Gasperis, per dichiarare la vacanza di tali benefici e per ottenere la loro definitiva annessione al Seminario. Il De Gasperis dapprima constatò l'effettiva esistenza dei benefici; poi stabili che il rettore del seminario, abate Domenico Infussi, e l'economo del luogo pio, canonico Giovanni Battista Luciola, ne entrassero in pieno e totale possesso, con l'onere di provvedere gli altari di tutti gli arredi necessari al culto (AVF, Collazioni, voi. C/I, ff. 216ss). 62) AVF, Collazioni, vol. C/I, ff. 80v e ss. 63) AVF, Patentalium, f. 121. 64) Ibidem f. 121v. 65) Ibidem, f. 123r. 66) Ibidem, primi fogli senza numerazione. Ascanio Cascese il 20 agosto 1679 ricevette una lettera patentale del vescovo Antonelli, con cui veniva eletto procuratore dei poveri (Ibidem, f. 125r). 67) Ibidem, ff. 105ss. 68) Ibidem, f. 3r. 69) Ibidem. 70) Ibidem, f. 3v. 71) Ibidem. 72) Il primo rettore, don Ciafroni, era parroco di S. Ippolito e questo incarico lo rendeva troppo occupato; anche il prefetto Velli era impegnato in affari, che lo richiamavano in Roma. 73) Nella relazione ad limina, che Giancarlo Antonelli inviò il 1° marzo 1688 a Roma, il vescovo dichiarava che il seminario, eretto l'anno precedente contava 8 iscritti: cinque alunni e tre convittori (ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di G. Antonelli, 1688). Tale numero rimase invariato fino al 1735, quando i seminaristi divennero diciotto (ASV, Relationes ad limina, A., Relazione di F. Borgia, 1° dicembre 1735). 74) AVF, Patentalium, primi fogli senza numerazione. 75) Valeriano Chierichelli, vescovo di Ferentino dal 1694 al 1718, anno in cui rassegnò le dimissioni, durante il suo episcopato ebbe ad affrontare molte contrarietà. Visitarono la diocesi e misero sotto inchiesta la sua attività molti visitatori apostolici: nel 1707 Vittorio Felice Coucci, vescovo di Fondi, e Giovanni Battista Bassi, canonico di Torino e vescovo di Anagni, nel 1710 Lorenzo Tartagni, nobile di Forlì, nel 1718 Simone Gritti, che poi successe al Chierichelli sulla cattedra ferentinate. (AVF, Vescovi, f. 101r). Durante il suo episcopato, tuttavia, il Chierichelli commissionò la fabbricazione del coro in legno della Cattedrale al maestro Giuseppe Giorgi da Santopadre (1695); fece restaurare l'altare maggiore della medesima chiesa nel 1707 (Arch. Cap., vol. L/VIII, ff. 401 e 810ss); con un decreto stabilì la necessità di riparare la cattedrale e l'episcopio, di edificare una nuova sede per il seminario e di erigere il monte di pietà (Acta Camerarii Sacri Collegi S. R. E. Cardinalium, 24, f. 90). Il Chierichelli fu consacrato dal card. Barbarigo, vescovo di Montefiascone, zelante imitatore del cardinale Borromeo e fondatore del seminario della diocesi di Montefiascone. 76) AVF, Patentalium, f. 105r. 77) Marco Antonio Cialino, Giuseppe Viola, Ambrogio Antonelli, Salvatore de Angelis, Pietro Trenta, Antonio Marcelli, Pietro Epifani, alunni; Giovan Battista Bassi, convittore. 78) Il 1° marzo 1691 il vescovo Antonelli dovette sostituire il deputato can. Giovanni Battista Bellà, abitante in Roma, con il suo vicario generale, Giulio de Andreis (AVF, Patentalium, f.112r). Il 5 dicembre 1964 il vescovo Chierichelli, essendo morto il deputato Ambrogio Squanquarilli, lo sostituì con il sacerdote, che svolgeva le funzioni di parroco di S. Pietro (ibidem, f. 112v). 79) cfr. supra nota 76. 80) AVF, Patentalium, ff. 106ss. 81) Ibidem, f. 107. 82) Ibidem, primi fogli senza numerazione. 83) Ibidem, f. 107v. 84) Ibidem, f. 111r. 85) Ibidem, f. 17r. 86) Ibidem, f. 108. 87) Ibidem, f. 7v. 88) Ibidem, f. 3v. 89) Ibidem, primi fogli senza numerazione. 90) Ibidem, f. 8v. 91) Ibidem, f. 9r. 92) ASV, Relationes ad limina, A, relazione di V. Chierichelli (1699). 93) Il Chierico Collalti era stato eletto, al posto di Salvatore Gobbo, il 1° febbraio 1700 (AVF, Patentalium, f. 3v). 94) AVF, Patentalium, f. 9v. 95) Ibidem, primi fogli senza numerazione. 96) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di Valeriano Chierichelli (13 giugno 1705). CAPITOLO II IL PRIMO REGOLAMENTO La Costituzione del vescovo Simone Gritti (1727) Valeriano Chierichelli può definirsi il secondo fondatore del seminario diocesano di Ferentino: a lui si deve la collocazione della sede nell'edificio, che ancor oggi ospita il pio istituto (1), e a lui si deve l'orientamento verso la definizione di un preciso ordine degli studi. Il Chierichelli tu molto sensibile ai problemi inerenti alla fondazione e costituzione dei seminari: egli era in amicizia con il vescovo di Montefiascone, il card. Marco Antonio Barbarigo, che lo aveva consacrato alla dignità dell'episcopato. Il Barbarigo, fondatore del seminario diocesano di Montefiascone, certamente non poté fare a meno che ricordare al novello vescovo di Ferentino la necessità dei seminari per la santa e retta formazione del clero. Anche il decreto pontificio di nomina imponeva al Chierichelli il dovere di erigere e confermare nella sua istituzione il seminario diocesano. Quando mons. Chierichelli prese possesso della diocesi ferentinate, con sollievo constatò che il seminario era un dato di fatto, aveva le sue rendite; bisognava dargli una sistemazione non solo nelle strutture murarie, ma anche in quelle più propriamente spirituali e culturali. L'attuazione dei suoi propositi ebbe notevoli ritardi sia per le già ricordate vicende edilizie, che angustiarono i primi decenni di vita della pia istituzione, tanto che il seminario fu chiuso per oltre cinque anni; sia perché il continuo avvicendarsi di rettori e di prefetti impediva il consolidarsi di un sistema omogeneo nella gestione dell'istituto. Riflettendo sulla storia della fondazione del seminario ferentinate, si ricava la convinzione che l'istituto, almeno nella struttura disciplinare e didattica, si organizzò poco alla volta. Ciò tuttavia non deve indurre a formulare un giudizio riduttivo sull'effettiva capacità del seminario ferentinate di formare adeguatamente alla vita ecclesiastica i suoi sacerdoti. Se si scorre la vasta bibliografia pubblicata sui seminari italiani (2), si nota che quasi generalmente la gestione degli istituti di formazione del clero secolare si consolidò dopo tentativi e ripensamenti. Il Concilio di Trento aveva indicato le direttive di massima, cui dovevano ispirarsi i vescovi per istituire i seminari (3); era poi la situazione concreta che doveva determinare il modo di comportamento dell'Ordinario. Almeno per il XVI secolo il modello ideale, cui tutti dovevano conformarsi, era riconosciuto nella vigorosa ed efficace opera pastorale di S. Carlo Borromeo. Egli istituì in Milano il seminario, al quale aggiunse diversi seminari minori ed uno per le vocazioni tardive. Non sempre fu possibile applicare il modello proposto dal Borromeo alla situazione varia delle diocesi italiane; tuttavia il suo esempio fu una spinta a perseguire pur nella molteplicità delle condizioni particolari, un criterio di uniformità per poter realizzare regole chiare ed un'efficiente organizzazione. La struttura organizzativa del seminario vescovile di Ferentino, nell'ultimo ventennio del XVI secolo, fu molto semplice, anche perché il numero degli iscritti non superava la decina. Il corso di studi, improntato all'acquisizione delle discipline umanistiche, si svolgeva in cinque anni. I seminaristi lo iniziavano a 12 anni e lo terminavano a circa 18 anni, dopo aver acquisito non solo la conoscenza dei doveri propri dello stato ecclesiastico, della Sacra Scrittura e della teologia (4), ma anche della grammatica, «humanità», retorica (5) e scienze fisiche (6). Non sembra, sulla base dei documenti in nostro possesso, che l'insegnamento ai seminaristi fosse svolto da docenti specializzati; questo almeno fino alla seconda meta del XVIII secolo. Nella nota delle uscite del seminario, stilata nel luglio del 1699 (7), il personale, che gestisce l'istituto, è composto da un rettore, un prefetto ed un cuoco: non si fa riferimento ad insegnanti. Quindi il rettore ricopriva il ruolo di lettere, oltre che di custode della probità di costumi ed educatore della «pietà» dei seminaristi. Ciò è giustificato dal salario molto elevato che percepiva annualmente, 40 scudi, circa il triplo di quello che riscuoteva il prefetto (18 scudi). La diversità del trattamento economico dipendeva, dunque, dalla funzione che si svolgeva all'interno dell'istituto. Il rettore era responsabile dei seminaristi, loro maestro ed educatore; pertanto doveva riscuotere un salario, che lo ripagasse della grande responsabilità a lui affidata. Il prefetto, svolgeva generalmente compiti di vigilanza sui seminaristi, quando uscivano dal seminario per partecipare alle funzioni religiose officiate in cattedrale o quando li doveva aiutare nello studio. Questo incarico di vigilanza richiedeva prudenza e abilità, ma non impegnava al pari dell'incarico di rettore; perciò lo stipendio del prefetto era assai minore, tanto che successivamente la carica di prefetto fu affidata ai seminaristi, frequentanti l'ultimo anno del corso di studi. Si può paragonare il prefetto al ludi magister delle scuole - convitto umanistiche; infatti in un documento del 3 gennaio 1709 tale similitudine è confermata (8). Dal 1707 per più anni fu visitatore e vicario apostolico della diocesi ferentinate il vescovo di Anagni Giovanni Battista Bassi. Durante tale periodo mons. Bassi ebbe piena autorità di emanare decreti ed editti, come se fosse lui il titolare della diocesi: e cosi il 3 gennaio 1709 investi Giuseppe Calabrese (9) della carica di «ludi magister» degli alunni del seminario ferentinate. Il Calabrese, però, sarebbe stato confermato nella carica previa professione di fede: questo particolare indica la responsabilità, cui era chiamato il prefetto del seminario. Infatti egli diveniva quasi «pedagogo» dei seminaristi, ossia il loro precettore o istitutore; avrebbe vegliato sulla loro condotta per evitare che leggessero libri proibiti o facessero giochi poco leciti. Il precettore doveva seguire i seminaristi nel lungo percorso educativo, che li avrebbe condotti al sacerdozio; quindi non solo doveva aiutarli nello studio, ma anche indirizzarli e seguirli nella frequenza ai sacramenti, fondamento necessario per la costituzione di una vita veramente cristiana. Il «ludi magister», in pratica, doveva «vivere» con i seminaristi e la sua figura era talmente importante che persino il V Concilio Lateranense (1512 - 1517), celebrato sotto Leone X, nella sessione IX aveva sentenziato intorno alla sua funzione all'interno della vita della chiesa. Dai primi anni del XVIII secolo il seminario ferentinate ebbe anche un economo (10), che doveva gestire l'amministrazione delle rendite e dei beni in possesso del pio istituto. Se nel primo ventennio di vita il seminario vescovile di Ferentino condusse vita stentata per i vari problemi che dovette affrontare, prima fra tutti quello di una sicura e stabile dimora, la situazione migliorò notevolmente quando, dopo le dimissioni di Valeriano Chierichelli, rassegnate nel 1718, gli successe nella cattedra ferentinate Simone Gritti che già si trovava in diocesi come vicario apostolico. Anche l'episcopato di Simone Gritti non fu tranquillo, perché ebbe le medesime «persecuzioni» del suo predecessore; tuttavia fu significativo per l'impronta originale che seppe dare alla diocesi. Mons. Gritti fu uno zelante vescovo e durante i suoi undici anni di episcopato in Ferentino (resse la diocesi dall'8 luglio 1718 al 1729, quando fu trasferito alla sede di Acquapendente) si prodigò molto per il seminario diocesano. Si avvide che, oltre alla cronica carenza di mezzi finanziari (11) ancora nessun vescovo si era preoccupato di stilare un ordinamento per quel luogo pio, la cui retta e regolare gestione avrebbe assicurato alla diocesi ed alla Chiesa sicuri beni spirituali. L'edificio, che ospitava il seminario, era in un decente stato di sistemazione; ma per le scarse rendite, che l'istituto possedeva, si potevano sostenere non più di otto alunni e non se ne potevano ospitare altri. Già da tempo si era ricorso al sistema dei semiconvittori (12), cioè di giovani che in parte pagavano la retta, non potendo il seminario sostenere tutte le spese per il vitto e l'alloggio di coloro che lo frequentavano, aspirando al sacerdozio. Per il momento bisognava accantonare il progetto di ampliamento dell'edificio per accogliere più candidati desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica: le poche rendite non permettevano tali spese, né si prevedeva un loro incremento mediante la fusione di altri benefici. Al vescovo Gritti non restava da sviluppare altro che la parte spirituale: stilare le regole per la conduzione del seminario. Ciò fece il 18 luglio 1727, durante la Sacra Visita, e testimoniò con orgoglio nella Relatio ad limina del 1° novembre 1728 (13). Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino, dettate dal Gritti, furono pubblicate ufficialmente nel 1727, due anni dopo un importante Sinodo Provinciale, tenuto a Roma sotto la personale direzione di Benedetto XIII. Fu lo stesso papa a voler celebrare tale concilio, nonostante il parere contrario dei cardinali: lo volle presiedere egli stesso e ciò lo tenne occupato per più settimane facendogli tralasciare gli altri doveri, richiesti dalla carica pontificia. Il Papa volle questa riunione anche per verificare, a circa cento anni di distanza, l'attuazione delle norme tridentine circa i seminari diocesani; e per la formazione del clero nei seminari, nello stesso anno 1725, nominò un'apposita congregazione (Bolla Creditae nobis coelitus del 9 maggio 1725). Sull'onda dell'azione pastorale di Benedetto XIII numerosi vescovi si orientarono verso una più precisa regolamentazione delle loro diocesi e, in special modo, dei loro seminari (14). Anche l'Ordinario ferentinate si inseri nel generale spirito di riforma che pervadeva la Chiesa cattolica (15). § 1. Le Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino (18 luglio 1727) Durante la Visita pastorale del 1727 il vescovo Simone Gritti visitò anche il seminario e, accortosi dell'inesistenza di un regolamento, che ordinasse la vita dell'istituto, lo stilò lui stesso e lo pubblicò immediatamente, facendolo anche rilegare a mo' di volumetto. Il regolamento comprende, oltre la premessa introduttiva, cinque capitoli, cosi suddivisi: cap. I - Obblighi del Rettore o Maestro cap. II - «Incombenze» del Prefetto cap. III - «Pesi» dei seminaristi cap. IV - «Incombenze del ministro che maneggia l'entrate del Seminario» cap. V - Oneri del cuoco, con funzioni di portinaio e «spenditore ossia servente» del seminario. Il testo, che si sviluppa in 24 fogli scritti con calligrafia chiara e ordinata, è in italiano, perché le Regole dovevano «leggersi, a chiara intelligenza, in publico refettorio ogni primo giorno del mese, alla qual lettura dovranno trovarsi presenti tutti li compresi in esse» (16), cioè il rettore, il prefetto, il ministro, i seminaristi, i convittori e il portinaio. Esaminando il contenuto del regolamento, si nota l'esigenza di organizzare la vita del seminario in modo tale che i suoi superiori ed i suoi ospiti fossero orientati al perseguimento prima della «gloria di Dio» e poi del bene della Chiesa e delle anime. Ciò è espresso incisivamente nella Premessa introduttiva delle Regole (17). Tra le incombenze, che porta con sé la carica episcopale, «una delle principali si è quella della disciplina e buona direzione del nostro Seminario, giacché da questo hanno a sortire ecclesiastici degni del proprio carattere e talmente forniti delle virtù intellettuali e morali che non solo rieschino d'esempio e d'ammirazione ai popoli della nostra Città e Diocesi per i santi costumi, ma anche colla loro scienza e dottrina possino istradare i Prossimi a quel termine, a cui aspirar deve ogni fedele e per il di cui conseguimento siamo stati dall'Altissimo creati». In queste poche righe è condensato non solo il fine culturale, cui deve tendere il futuro sacerdote, ma anche la linea di condotta, che egli dovrà osservare una volta divenuto ministro della Chiesa. Il popolo dei fedeli aveva bisogno di sacerdoti istruiti, che non dimenticassero di attuare il fine principale della loro missione: la Carità. La consapevolezza del ministero sacerdotale si confermava e si consolidava in proporzione alla coscienza di aver seguito un itinerario formativo, nel quale oltre al sapere si approfondiva anche la «sapientia cordis». Dal seminario doveva uscire un sacerdote completamente rinnovato rispetto al modello ideale proposto all'imitazione dei fedeli immediatamente dopo la conclusione del Concilio tridentino: al defensor fidei doveva succedere l'ascetico e zelante pastore di anime. In questo credeva fermamente il Gritti, tanto più che, come afferma esplicitamente, in Ferentino vi era urgente bisogno di un modello esemplare di sacerdote, dal quale «si potrebbero apprendere le virtù; cosi anche mancano i giovani desiderosi di approfittarsi in quelle» e manca «in questa medesima città... l'Università de' Studii» (18). Quest'ultimo riferimento all'Università, la cui assenza era ritenuta una grave limitazione, ci fa comprendere come il Vescovo, nello stabilire le regole di condotta per i seminaristi, avesse di mira il progetto di un perfezionamento degli studi che implicasse un approfondimento continuo dei medesimi. Non vi è vera sapienza, se non vi è costante ed amorosa applicazione allo studio ed all'approfondimento dei suoi valori. Da queste premesse teoretiche scaturiva, dunque, tutta la struttura organizzativa del seminario vescovile di Ferentino, a partire dalle norme che dovevano regolare la carica e i doveri del Rettore (19). Al momento dell'ammissione alla carica di Rettore subito doveva essere approntato e risolto il problema dello stipendio, che sarebbe stato fissato in una somma superiore ad una «tavola di una mercede competente». Questo appunto preliminare, concernente problemi di natura economica, sembrerebbe contraddire le dichiarazioni espresse nella Premessa; invece il riconoscimento economico dovuto al Rettore del seminario ci fa comprendere in modo più chiaro la nuova valutazione data a tale carica. Ricevere un congruo salario rendeva ancor più importante la responsabilità assunta e spronava il rettore ad impegnarsi con maggior dedizione al suo lavoro, prefiggendosi «nell'animo l'utile ed il profitto de' suoi alunni» (20). I suoi oneri didattici consistevano nell'istruire i seminaristi nelle lettere e nel timor di Dio, non solo con l'insegnamento teorico, ma anche con l'esempio pratico del suo comportamento ricavandone grata «beneficienza» dal Vescovo e dagli altri superiori. L'orario delle lezioni non doveva superare le cinque ore giornaliere: due ore e mezza la mattina ed altrettante nel pomeriggio. Nella mattinata il Rettore avrebbe spiegato le regole grammaticali dell'Emanuele (21), le «Epistole» e le «Orazioni» di Cicerone, programmando le lezioni secondo il grado di comprensione e di preparazione raggiunto dalle varie classi del seminario; chiudeva l'orario mattutino la spiegazione dei canoni del Concilio di Trento. Nel pomeriggio il Rettore avrebbe spiegato l'«Eneide» di Virgilio, il Catechismo Romano e le lezioni del Breviario. Come si vede, lo studio del seminarista era programmato in modo tale che di mattina venivano approfondite le tematiche inerenti alla prosa latina, nel pomeriggio quelle della poesia, ritenuta più facile e dilettevole della prosa. Lo studio dei classici latini, Cicerone e Virgilio, era propedeutico all'esercizio giornaliero di composizione in volgare e di simultanea traduzione in latino. Il Rettore durante la correzione degli elaborati doveva aiutare l'alunno ad autocorreggersi, cioè a «far ritrovare tutte le regole ad ogni circostanza, affinché finalmente emendi da sé li suddetti errori» (22). La lezione di teologia si risolveva nello studio preliminare del Catechismo Romano, del Breviario e del testo del Concilio di Trento. Il vescovo Gritti non tralasciò di consigliare al Rettore anche il modo di comportamento opportuno: «E perché la sperienza, la quale è maestra delle cose, c'insegna che la troppa confidenza dei scuolari col maestro è cagione di negligenza dei medesimi, rifletta esso, pertanto, di farsi più temere che amare, regolandosi con prudenza, secondo le qualità de' giovani, o più o meno diligenti, o più o meno timidi; né trascorra nel troppo e continuato rigore, affinché non si avvilischino, ma sappia usare circospezione, per renderli più diligenti ed animosi ad intraprendere le fatiche e lo studio» (23). I canoni del metodo educativo, cui doveva ispirarsi il Rettore, erano quattro: amorevolezza, capacità di lettura psicologica dei ragazzi, fermezza e moderazione. Egli doveva essere abile nell'individuare i caratteri dei suoi allievi, per poter applicare a ciascuno di essi una didattica particolare: verso i poco diligenti fermezza nello spronarli allo studio, verso i «timidi» moderazione ed amorevolezza, perché non si «avvilischino». Questo metodo preannuncia quello che sarà poi chiamato metodo individualizzato. Tuttavia l'impostazione della scuola è quella propria delle scuole cattoliche della Controriforma, in cui il maestro esercitava nei confronti dei propri allievi un moderato paternalismo e, mediante il rispetto della disciplina ed insistendo sull'esercizio della memoria e della ripetizione (24), mirava al loro «indurimento», cioè al rinforzo delle capacità esistenti o acquisite con lo studio e l'esperienza. E questo anche il metodo propugnato dalla Ratio studiorum dei collegi gesuitici, sul cui modello si esemplavano, pur con qualche differenza, i seminari vescovili. Nel seminario di Ferentino, secondo la Costituzione del vescovo Gritti, si verificò una simbiosi tra il metodo gesuitico ed il metodo delle scuole umanistiche. Secondo i canoni della pedagogia gesuitica nel seminario ferentinate si privilegiava lo studio del latino e si insisteva sul rispetto della disciplina e del silenzio, sui quali doveva costantemente vigilare il rettore, anche comminando pene per i disubbidienti (25). Si assegnava grande rilevanza alla esemplarità del comportamento del rettore, che non doveva far trasparire dai suoi gesti parzialità alcuna né nei rimproveri né nell'insegnamento. Gli alunni dovevano apprendere maggiormente dall'esempio, piuttosto che dalle parole, «buone creanze si nella scuola come nel refettorio ed in qualsivoglia altro luogo, tanto nel parlare, quanto nel gestire ed in ogn'altro moto della persona». Dall'esempio gli scolari avrebbero appreso il giusto modo per «trattare alla presenza de' maggiori, degli eguali et inferiori», specialmente il comportamento da assumere durante il servizio in Cattedrale. «E quando (il Rettore) scorgesse che li medesimi scuolari o seminaristi fossero si temerari che non osservassero il silenzio e la modestia in tempi e luoghi dovuti e specialmente in Chiesa, procederà al castigo e penitenza in pane ed acqua» (26). I castighi erano proporzionati alla gravità della disubbidienza. Sempre li decideva il rettore, tranne nel caso che un seminarista o convittore gli mancasse di rispetto: solo allora era il vescovo ad intervenire con castighi «più proprii e più adeguati» (27). Il rettore doveva sempre riferire al vescovo l'andamento del seminario, affinché l'Ordinario potesse esaminare e prendere provvedimenti opportuni secondo i casi (28). Come si vede, l'impostazione del seminario ferentinate era verticistica: il vescovo ne era l'autorità morale, ma il vero e proprio capo era il rettore, cui competeva non solo l'andamento didattico, ma anche la cura ed il progresso della spiritualità dei seminaristi. Infatti il vescovo Gritti ricordava quale doveva essere il più impegnativo onere del Rettore o Maestro: «far imparare la Dottrina cristiana del Bellarmino a quei che non la sapessero e di far fare ogni mattina, prima di dar principio alla scuola, l'orazione mentale per un quarto di ora, almeno sopra le Meditazioni del Buseo (29) o d'altro auttore» (30). Non mancava alla formazione del seminarista la recita del Rosario, l'esame di coscienza serale ed il ringraziamento a Dio, datore di ogni bene (31). A differenza dei collegi gesuitici, nel seminario di Ferentino, il rettore non doveva far leva sul sentimento dell'emulazione, anche se indirettamente il vescovo Gritti riconosce la possibilità di far seguire la preghiera mentale anche da «uno de' Convittori o Seminaristi, il più degno fra gl'altri» (32). L'aggettivo «degno» indicava solo il criterio di scelta, non era un elemento selettivo utilizzato per sollecitare l'emulazione reciproca: infatti poteva guidare la preghiera solo chi era sicuramente incamminato sulla via della perfezione. Stabiliti i compiti del rettore, con il ricordargli di chiudere dopo l'Ave Maria ogni porta di accesso al seminario e di impedire che vi potessero entrare donne o altri estranei (33), il Vescovo passò a definire le «incombenze del Prefetto» (34). «Per la povertà del medesimo seminario non si può stipendiare» un Prefetto, per questo il Gritti ordinò che «sia uno de' Convittori da elegersi da parte dell'Ordinario». Egli avrebbe avuto l'incarico di condurre i seminaristi in chiesa o a passeggio: «sia suo peso il procurare che per le strade publiche (i seminaristi) camminino tutti a due a due, con distanza proporzionata tra gli uni e gl'altri, con occhi bassi, con passo grave senza dimenare con moto irregolare le braccia, ma con quella composizione e modestia, che renda edificazione ai riguardanti» (35). L'atteggiamento esterno doveva essere educato e composto non solo quando il seminarista andava per strada, ma anche quando si trovava in dormitorio. Il Prefetto doveva impedire ogni schiamazzo e doveva avvisare il rettore se vi era qualche alunno maleducato e disturbatore, perché fosse castigato «a proporzione della sua colpa». Per «adocchiare chiunque avesse un tal ardire, dovrà tenersi accesa tutta la notte una lampada nel mezzo del detto dormitorio». La cura di questa lampada spettava ad uno dei seminaristi o convittori, scelto settimanalmente e punito in caso di negligenza insieme con il Prefetto (36). Il Prefetto avrebbe fatto pulire il dormitorio due volte alla settimana dagli stessi seminaristi, ciascuno dovendo spazzare «quella parte convicina al proprio letto»; inoltre egli avrebbe dovuto impedire che, per il caldo, qualcuno degli alunni si facesse vedere scomposto o seminudo (37). In questa serie di regole si nota un cambiamento nel ruolo del prefetto: mentre prima della Costituzione del Gritti, il Prefetto aveva la fisionomia del precettore (38), nel 1727 invece è ridotto al rango di un semplice capoclasse. La parte più interessante delle Regole per il buon governo del Seminario riguarda i «pesi» che devono osservare i seminaristi (39). Il Vescovo stabilì che potevano essere ammessi solo ragazzi, che avessero compiuto 12 anni, di legittimi natali, d'indole buona e disposti a migliorare sempre più nella dottrina e nei buoni costumi. La retta, cui erano obbligati, ammontava a 20 scudi annui e doveva essere pagata in rate mensili. Il Vescovo faceva intravvedere anche l'evenienza che tal somma potesse essere aumentata non solo per «l'età e qualità de' giovani», ma anche per l'aumento del costo della vita, essendo la retta destinata a pagare le spese per il vitto. Il seminario, infatti, oltre all'alloggio, provvedeva all'alimentazione: «letto, vestito, biancaria, posata et altro si avrà ciascheduno da provvedere del proprio» (40). Una volta entrati in seminario la separazione dal mondo era netta e decisa: i seminaristi non dovevano scrivere lettere ad esterni né riceverne senza il permesso del rettore e previa lettura delle medesime (41). A loro era proibito anche affacciarsi alle finestre, «particolarmente a quelle dalle quali si possono vedere le persone»; anche quando i seminaristi tornavano in vacanza nelle loro case, non dovevano affacciarsi «ben sapendosi quanto sia pericoloso ne' giovani dar troppa libertà agli occhi, li quali sono come finestre per dove entra la morte spirituale, cioè il peccato» (42). La vita di comunità imponeva anche sacrifici: il medesimo trattamento alimentare a tavola, eccettuando chi fosse malato (43), e l'osservanza di un rigido ordine degli studi. Nella retta non era compreso il pagamento dello stipendio al rettore, per cui, «per maggiormente stimolano ad insegnare, ciò che deve, con attenzione ed amore», ciascun seminarista, all'atto dell'ingresso in seminario, gli donava, come contributo alla sua dedizione, un onorario, consistente in una «piastra». Nelle Regole non è specificata la data di inizio delle lezioni scolastiche; forse era fissata a discrezione del rettore, oppure le lezioni si protraevano continuamente per tutto l'anno solare, osservandosi come vacanza le domeniche, le feste comandate (44) ed ogni giovedì (45). Nei giorni di vacanza non si dava lezione, perciò i seminaristi, dopo il Vespro, accompagnati dal Prefetto, sempre che non vi fosse impedimento alcuno, potevano uscire a spasso per la città (46). Nel seminario svolgeva attività didattica un solo maestro, il Rettore, che doveva impartire tutte le conoscenze necessarie per cinque ore giornaliere; Poiché l'intero corso di studi durava un quinquennio, se si ammetteva la possibilità di tre mesi di vacanza, i seminaristi non avevano tempo sufficiente per acquisire perfettamente tutte le nozioni culturali. Inoltre il Rettore poteva programmare il corso delle lezioni in base al livello di preparazione dei suoi allievi ed a seconda delle loro capacità (47). Dai documenti in nostro possesso si ricava che, almeno per il primo periodo di esistenza del seminario, i seminaristi venivano iscritti ogni quinquennio, cosicché il gruppo degli allievi risultava omogeneo fino alla licenza. Questo era determinato dalla carenza di stanze in dotazione del seminario e ciò risulta anche dalla lettura approfondita delle Regole del Gritti. Il testo della costituzione episcopale fa riferimento solo ad una stanza utilizzata come aula scolastica (48): si parla, inoltre, di un dormitorio degli allievi (49), della sala per lo studio (50), della cucina (51), del refettorio (52), di una cappella sita al piano del dormitorio (53) e di un cortile per la ricreazione, dove ai seminaristi era consentito «giuocare qualche volta alle boccie» (54). A queste stanze doveva naturalmente aggiungersi quella del Rettore. Complessivamente il seminario di Ferentino doveva avere circa dieci stanze e il dormitorio degli studenti doveva essere molto ampio. La giornata del seminarista era scandita da un orario assai articolato. Gli alunni e i convittori si alzavano, svegliati dal prefetto con il suono di una campanella: d'inverno un'ora prima dell'alba, d'estate mezz'ora prima. Dovevano vestirsi in un quarto d'ora e subito dopo entrare in cappella accompagnati o dal rettore o dal direttore spirituale, per un altro quarto d'ora di orazione mentale. Terminata la preghiera, avevano una mezz'ora per ripetere gli argomenti di studio, assegnati il giorno precedente; dopo iniziavano le lezioni della giornata. Finite le due ore e mezza di lezione mattutina, accompagnati dal prefetto, i seminaristi si recavano in chiesa per assistere alla messa in ginocchio, con la testa bassa o rivolta all'altare. Ascoltata la messa, tornavano in seminario per applicarsi a tradurre in latino, ciascuno per conto proprio, la composizione in italiano a loro assegnata (55). Lo studio durava fino all'ora di pranzo, il cui inizio sarebbe stato avvisato con il suono di una campanella. Radunatisi tutti in refettorio, dopo la benedizione della mensa impartita dal Rettore, mentre i seminaristi mangiavano rispettando un assoluto silenzio, uno di essi, scelto settimanalmente, avrebbe letto ad alta voce autobiografie di Santi o il Martirologio Romano. I seminaristi erano dispensati dal silenzio solo nelle solennità principali dell'anno: Natale, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Assunzione di Maria Vergine al Cielo e la ricorrenza in cui si celebrava il martirio di S. Ambrogio. A queste festività il Rettore poteva aggiungerne altre a sua discrezione (56). Il vitto era sobrio, ma veniva arricchito di una pietanza nelle giornate di Natale, Pasqua e S. Ambrogio, protettore di Ferentino; «e l'istessa distinzione si usi per l'ultimo giorno di Carnevale (martedi grasso) coll'aggiunta d'un antipasto di più» (57). Dopo il ringraziamento, alla fine del pranzo, i seminaristi potevano godere di un'ora di ricreazione, senza «pigliarsi troppa licenza o nel parlare o nello scherzare; ma i discorsi dovevano essere o di cose buone o almeno indifferenti e si dia di bando alle mormorazioni di chi che sia, per non perdere la carità verso de' prossimi e la grazia del Signor Iddio, quando la detrazzione fosse gravemente pregiudiziale per l'altrui fama» (58). Terminata la ricreazione, che a volte consisteva nel gioco delle bocce, eseguito solo per divertimento, senza strepiti o clamori (59), un suono di campanella avvertiva i giovani di tornare in classe per continuare, sotto la guida del Rettore, le lezioni. Allo scadere delle due ore e mezza di lezione ci sarebbe stata la lezione di canto fermo o figurato, «ornamento necessario in ogni ecclesiastico». I giovani, quindi, si sarebbero portati in cappella per le orazioni serali, che nel periodo estivo si recitavano «su l'ore ventiquattro in punto», ossia le 18, e immediatamente si sarebbero recati in refettorio per la cena. Durante la cena il regolamento era quello stabilito per il pranzo; ad essa sarebbe seguita un'ora di ricreazione, dopo la quale «si dovrà andare alla cappelletta, dove si leggerà il punto della meditazione per la mattina seguente e si reciterà qualche breve orazione... il De profundis... l'orazione pro Benefactoribus defunctis... preci per quelli che hanno fondato et in qualunque modo beneficato al Seminario» (60). Esauriti tutti i compiti richiesti, «tutti si porteranno al dormitorio, dove si spoglieranno con ogni possibil modestia, con pensare che quel letto potrebbe essere l'istessa notte un cataletto; e pertanto ciascuno penserà attentamente a fare atti di contrizione, di conformità al volere di Dio, di Fede, di Speranza, di Carità e simili per poter prendere il riposo dell'anima in Dio e del corpo nel letto» (61). Questa era la giornata del seminarista: tutto in essa era determinato con precisione per impedire che il giovane restasse in ozio e si abbandonasse a pensieri non adeguati alla finalità spirituale del luogo, che lo ospitava. Niente, dunque, era lasciato all'improvvisazione o allo spontaneismo. Persino le ore serali da destinare allo studio erano stabilite secondo un rigido calendario: dal 4 ottobre al 1° novembre doveva destinarsi alla memorizzazione degli argomenti di studio un'ora; dal 1° novembre al 31 gennaio allo studio erano concesse due ore e mezza; dal 1° febbraio a Pasqua un'ora e mezza. Il prefetto doveva «sopraintendere» allo studio, controllando che ciascuno stesse al suo posto «con quel numero de' lumi, che si stimerà dal Rettore puramente necessario» (62). Il Vescovo stabili anche il menù dei seminaristi. Il vitto non doveva eccedere la spesa di due baiocchi per ciascun giovane. Ogni giorno veniva servita la minestra e l'insalata (secondo piatto) era distribuita il lunedì, il mercoledì, il venerdì e il sabato. La sera dei giorni di domenica, martedì e giovedì si serviva brodo di carne. Con i tozzi di pane avanzati e raffermi si preparava la minestra di pane, «detta volgarmente pancotto». Il pane, distribuito ai seminaristi, doveva essere bianco, impastato con la farina ricavata dal grano, che il seminario stesso forniva al fornaio. Ogni pagnotta non doveva superare le dieci once di peso. Anche il vino era distribuito a pranzo e a cena, una foglietta e mezza al pranzo ed una sola alla cena per ciascuno (63): gli avanzi ritornavano «alla disposizione del Rettore o Prefetto in utili del Seminario». Un consiglio il Vescovo dava premurosamente al ministro: «applichi... lo studio al risparmio, dovunque può, come usarebbe se fosse interesse suo proprio» (64). Le Regole del Gritti non trascurarono di regolamentare anche il comportamento del personale amministrativo e di servizio, che collaborava per la corretta gestione del seminario. Il Ministro, cui spettava uno stipendio annuo di dodici scudi, era l'amministratore dei beni e doveva svolgere il suo dovere con grande diligenza ed avvedutezza (65); pertanto avrebbe dovuto provvedersi di un registro sul quale segnare le entrate e le uscite giornaliere dell'istituto. Egli, ogni primo lunedì del mese, doveva relazionare sulla sua amministrazione ai deputati del Seminario, riuniti con il Vescovo. Solo quando il Ministro doveva affrontare spese straordinarie («dare i beni stabili in affitto o locazione»), avrebbe dovuto chiedere il beneplacito vescovile. (66) Il seminario aveva una struttura gerarchica ben definita: a capo dell'istituto era il Rettore, a lui sottoposto era il Prefetto. Il Ministro, invece, dipendeva dal Vescovo ed era responsabile davanti alla deputazione tridentina ed ai visitatori (sindicatori, che annualmente l'Ordinario nominava per far controllare l'amministrazione. Al seminario non mancava il cuoco, che, però, per le poche rendite dell'istituto, doveva svolgere anche mansioni di portinaio e di cameriere; egli percepiva uno stipendio annuo di sei scudi e veniva alloggiato a spese del seminario (67). Le «incombenze del cuoco» non riguardavano solo la cucina che gli veniva prescritta dal Ministro, ma anche mantenere integro il vasellame, gli utensili e le vivande (68). Quando il cuoco aveva terminato il suo lavoro in cucina, doveva badare alla porta, per impedire che senza permesso si potesse uscire o entrare. Se qualcuno alla porta chiedeva di parlare con un seminarista, il cuoco - portinaio doveva ottenere dal Rettore il permesso. Il colloquio non era concesso se interrompeva le ore di lezione e di studio (69). La conversazione, non essendoci parlatorio, avveniva lungo un corridoio, per non permettere ai seminaristi di scendere alla porta d'ingresso (70). Il cuoco doveva fare la spesa, sollecitamente e senza attardarsi nelle bettole, nei giochi di piazza o in discorsi con persone poco affidabili, pena il licenziamento (71); inoltre svolgeva anche le mansioni di cameriere e servo (72). Nessuna confidenza doveva avere con i seminaristi né poteva di nascosto portare ad essi vivande o biglietti (73). Nel suo lavoro doveva sempre aver presente il fine soprannaturale: «abbia sempre nelle sue azioni innanzi agli occhi... che dal suo servizio, fatto di cuore, ne ritrae pur merito, servendo Iddio ne' suoi ministri» (74). Le Regole del Gritti risentono molto della mentalità del tempo forse alcune di esse ci potranno far sorridere per la loro ingenuità Tuttavia sono un documento assai importante per capire la successiva evoluzione storica del seminario diocesano ferentinate. Note 1) La fabbrica del Seminario, restaurata sotto l'episcopato del Chierichelli, rimase immutata nelle sue strutture per quasi due secoli, pur essendo stata in parte ampliata sotto il vescovo Borgia nel 1751, come testimonia la lapide, murata nel corridoio d'entrata dell'edificio: SEMINARIUM ECCLESIASTICUM ERECTUM EPISCOPO IOHANNE CAROLO ANTONELLO HIC POSITUM EPISCOPO VALERIANO CHIERICHELLO AUCTUM DEIN ET IN HANC MOLEM REDACTUM EPISCOPO FABRITIO BORGIA A. D. MDCCLI. Delle decisioni prese dal vescovo Borgia in merito al seminario si parlerà nel successivo III capitolo. 2) Oltre al citato saggio di F. Caraffa di cui alla nota 24 del capitolo I, cfr. anche: Il seminario di Padova, notizie, a cura di vari, Padova 1911; Il seminario di Piacenza e il suo fondatore, a cura di vari, Piacenza 1969; L. Mezzadri, Il collegio Alberoni di Piacenza: contributo alla storia della formazione sacerdotale, Roma 1971; A. Berenzi, Storia del seminario vescovile di Cremona, Cremona 1925; L. Caliaro, Storia del Seminario vescovile di Vicenza, Vicenza 1936; A. Pellico, Seminario di Feltre. Notizie storiche, Venezia 1942; 6. Pistoni, Il seminario metropolitano di Modena. Notizie e documenti, Modena 1953; A. Gabrijelcic, Alle origini del Seminario di Perugia (1559 - 1660), Boll. della Dep. di Storia Patria per l'Umbria, 1971, pp. 1 - 201. 3) cfr. O'Donohoe, Tridentine Seminary Legislation. Its Sources and its Formation, Lovanio 1957; Idem, The Seminary Legislation of the Council of Trent, in Il Concilio di Trento, I, Roma 1965, pp. 157 - 172; H. Jedin, Domuschule und Kolleg. Zum Ursprung der Idee des tridenter Priesterseminars, Trieer Theologische Zeitschrift (fino al 1944: Pastor Bonus) Treviri 1888ss.; Idem, L'importanza del decreto tridentino sui seminari nella vita della Chiesa, in «Seminarium» 15 (1963) 396 - 412. 4) Nel 1705 il Vescovo Chierichelli fece inserire nel curriculum degli studi anche l'insegnamento della teologia morale. Cfr. supra nota 96 del I capitolo. 5) Sia nell'editto di mons. Roncioni nel 1664 (AV F, Patentalium, f. 109r) sia in quello di mons. Antonelli del 1687 (AVF, Patentalium, f. 113) viene affermato che nel seminario sarebbero state impartite da un maestro le discipline letterarie ed umanistiche oltre all'insegnamento dello «scrivere», ossia della composizione. 6) Il vescovo Chierichelli fu fautore dell'introduzione delle discipline matematiche nel corso di studi del seminarista. Cfr. supra nota 96 del primo capitolo. 7) cfr. supra nota 86 del I capitolo. 8) AVF, Patentalium, ff. 170v - 171r. 9) Giuseppe Calabrese era entrato in Seminario come alunno presentato dalla Comunità, il 4giugno 1700 (cfr. supra nota 89 dell capitolo): quindi nel 1709 non doveva avere più di 21 anni. 10) Cfr. supra nota 61 del 1° capitolo. 11) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di S. Gritti del 1° novembre 1721 e del 1° novembre 1728. 12) Ibidem, Relazione di S. Gritti del 1° novembre 1728. 13) Ibidem. Il testo delle Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino dettate da Simone Gritti nel 1727 si conservano nell'Archivio Vescovile di Ferentino in una cartella, che contiene documenti riguardanti il Seminario diocesano e risalenti all'epoca contemporanea. Sono state per caso ritrovate ed il loro invenimento è stato tanto sorprendente, perché si ignorava la loro esistenza. 14) Ne è testimonianza il sinodo diocesano celebrato nel 1726 dal vescovo Giovanni Battista Bassi in Anagni. Negli atti manoscritti ditale assise sono inseriti alcuni decreti del Sinodo Romano provinciale, promosso da Benedetto XIII, segno della grande risonanza dell'iniziativa papale (cfr. F. Caraffa, Il seminario diocesano di Anagni, cit., p.13). 15) Il pontificato di Benedetto XIII fu improntato dallo spirito semplice e ascetico del Papa, che proveniva dall'ordine domenicano. Il Pontefice fu esempio di zelo pastorale: infatti pur essendo stato eletto alla carica suprema della Chiesa, mantenne l'arcivescovado di Benevento, che visitò spesso. Ridusse lo sfarzo della corte papale e si prodigò ad edificare chiese e ospedali, a soccorrere anche con i suoi denari i poveri, a promuovere sinodi provinciali, a promulgare sagge leggi, a ridurre l'attrito tra potere laico e quello ecclesiastico. Benedetto XIII nei suoi cinque anni di governo pontificio non smise mai di indossare, al posto delle vesti papali, l'abito del suo ordine, quello domenicano, come segno di umiltà e fedeltà alla sua vocazione. 16) AVF, Regole, f. 24r. 17) Ibidem, ff. 1 e 16r. 18) Ibidem, f. lv. 19) Ibidem, «Obblighi che risguardano il Rettore e Maestro del Seminario. Cap. I». 20) Ibidem, f. 2. 21) Si tratta della grammatica latina scritta dal gesuita Emanuele Alvarez, De Institutione Grammatica. Questa grammatica ebbe più di quattrocento edizioni e fu la più usata, anche se ricevette diverse critiche di natura didattica. Nel 1894 tale opera venne riedita in veste rinnovata dai gesuiti americani del Woodstock College (U.S.A.). 22) AVF, Regole, f. 2v. 23) Ibidem, ff. 2v - 3. 24) Ibidem, f. 3r. Il Rettore doveva far esercitare giornalmente i suoi allievi nella ripetizione a memoria delle regole spiegate e di alcuni versi di Virgilio e di Cicerone. 25) Ibidem, f. 3r. Il Rettore aveva l'obbligo di far osservare sempre in silenzio ai seminaristi, eccettuando il momento della ricreazione. Anche nel refettorio il rettore doveva vigilare sul comportamento disciplinare dei giovani: «osservi bene tutti i loro andamenti e gesti, per vedere se vi sia chi borbotti o si lamenti delle vivande o chi voglia esser singolare nel mangiare cibi più confacenti al suo genio. E quando ritrovasse persona di tal sorta, la mortifichi con publiche penitenze di digiuni in pane ed acqua... adoprando sempre la discrezione e la prudenza». 26) Ibidem, ff. 3v - 4r. 27) Ibidem, f. 4r. 28) Ibidem. 29) Buseo, nome italiano del teologo gesuita Peter de Buys (Nimega 1540 - Vienna 1587); professore di esegesi neotestamentaria nella università di Vienna (1571), fu membro per la commissione della ratio studiorum. È noto come editore della Summa di Pietro Canisio. Sue opere sono le Auctoritates S. Scripturae et SS. Patrum, che pubblicò anonime e la Summa doctrinae christianae (1577). 30) AVF, Regole, f. 4v. 31) Ibidem, ff. 4v - 5. 32) Ibidem, f. 4v. 33) Ibidem, f. 5. 34) Ibidem, ff. 5v - 7: «Incombenze del Prefetto, Cap. II». 35) Ibidem, f. 6r. 36) Ibidem, f. 6v. 37) Ibidem, f. 7. 38) Cfr. supra nota 8 del II capitolo. 39) Ibidem, ff. 7 - 17: «Pesi dei Seminaristi. Cap.III». 40) Ibidem, ff. 7v e 17r. 41) Ibidem, f. 17r. 42) Ibidem, f. 16v. 43) Ibidem, f. 11v. al malato, alunno o convittore che fosse, competeva la spesa delle medicine e l'eccedenza della spesa per il vitto, qualora superasse la somma della retta. 44) Ibidem, f. 15. 45) Ibidem. Se nella settimana cadeva qualche festa, allora il giovedì si svolgeva regolarmente lezione. 46) Ibidem, f. 15. Anche un altro motivo poteva indurre i superiori a non concedere vacanza ai seminaristi: per la povertà dell'istituto non si possedeva una casa adatta ad ospitare i giovani per trascorrere un periodo di ferie (ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di Pietro Paolo Tosi del 10 gennaio 1790). 47) AVF, Regole, f. 2. Non sembra che agli inizi della sua attività il seminario di Ferentino richiedesse come requisito per l'ammissione anche l'aver frequentato un corso di studi elementare. Per essere ammessi bastava avere 12 anni, essere nati da legittimo matrimonio e sapere almeno leggere. Ancora nel 1867 il curriculum degli studi iniziava dall'acquisizione dei rudimenti delle Lettere (ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di Gesualdo Vitali del 12 giugno 1867). 48) Ibidem, f. 10r. 49) Ibidem, f. 6v. 50) Ibidem, f. 14v. 51) Ibidem, f. 16v. 52) Ibidem, ff. 9v, 11r. 53) Ibidem, ff. 9v e 14r. 54) Ibidem, f. 12v. 55) Ibidem, ff. 7v - 9. Durante lo studio era severamente vietato «far ridere», «ciarlare»; lo studente non doveva nemmeno lamentarsi per la fatica, che richiedeva il suo impegno; infatti «se pare poco dura la fatica, a cui si soccombe per giungere all'acquisto della scienza, riusciranno poi soavissimi i frutti della medesima» (ibidem, f. 8). 56) Ibidem, ff. 11ss. 57) Ibidem, f. 12r. 58) Ibidem, f. 12v. La vita di comunità non era facile e spesso potevano sorgere delle antipatie tra seminaristi; ma chi era incamminato sulla via del sacerdozio doveva vincere con la forza di volontà e con l'autodominio i suoi istinti naturali, usando ogni diligenza per non cadere in peccato ed accostandosi alla confessione ed alla comunione «in tutte le feste mobili, in quelle della SS.ma Vergine, in quelle degli Apostoli ed in tutte le terze domeniche di ciascun mese (ibidem, f. 15v). I seminaristi avrebbero ricevuto l'eucarestia dalle mani del Vescovo nei Pontilicali (ibidem) ed ogni sabato avrebbero ascoltato dal Rettore o dal direttore spirituale un fervorino su argomenti sacri o di teologia morale (ibidem, f. 16r). 59) Ibidem, f. 12v. 60) Ibidem, ff. 13r - 14r. Ai moderni sembreranno strani gli orari, che scandivano la vita dei seminaristi. In realtà le ore 20, non corrispondevano alle 20 odierne, ma alle ore 14 e le 24 alle ore 18. Infatti era costume, negli orari ecclesiastici, seguire il sistema di contare le ore dal vespro del giorno precedente. 61) Ibidem, f. 14v. 62) Ibidem, f. 14v. Nei giorni di festa vi era una variazione nel programma della giornata. Appena alzati (non si farà l'orazione mentale, ma tutti dovranno cantare nella cappelletta... l'offizio della SS.ma Vergine alternativamente a due cori ... con quel rispetto e devozione che si richiede nelle lodi alla regina del Cielo». Al termine dell'ufficio, se i giovani seminaristi non dovevano essere obbligati al digiuno eucaristico, avrebbero consumato una colazione composta da pane e vino e subito dopo, in attesa che arrivasse il tempo stabilito per la cerimonia, avrebbero svolto i compiti scolastici. Quindi «giunto il tempo di portarsi alla cattedrale dopo i tocchi della messa maggiore», vi si sarebbero recati in ordine; entrati in essa, dopo la riverenza al Santissimo Sacramento, sarebbero entrati in sagrestia e, salutati i canonici, avrebbero indossato le loro cotte e si sarebbero disposti secondo l'ordine dato dal maestro delle cerimonie. Alla fine della liturgia essi avrebbero accompagnato prima il Vescovo nei suoi appartamenti, poi si sarebbero recati di nuovo in seminario per studiare canto fermo (o figurato) o qualche altro argomento culturale fino all'ora del pranzo, stabilito per le undici e mezza in inverno e per mezzogiorno in estate (ibidem, ff. 9 - 11r). 63) Ibidem, ff. 18v - 19r. 64) Ibidem, f. 20r. 65) Ibidem, ff. 17v - 20r: «Incombenze del Ministro che maneggia le entrate del Seminario». 66) Ibidem, f. 18r. 67) Ibidem, ff. 20v - 21r. 68) Ibidem, ff. 21v. 69) Ibidem, f. 22r. 70) Ibidem, f. 22v. 71) Ibidem, f. 23r. 72) Ibidem. 73) Ibidem, f. 23v. 74) Ibidem, f. 24r. CAPITOLO III IL SEMINARIO NEL PRIMO SECOLO DI VITA Il Gritti fu trasferito nel 1729 nella diocesi di Acquapendente e non poté verificare né l'attuazione delle regole, da lui stilate, né il miglioramento della vita dei seminaristi. Fabrizio Borgia, il vescovo che gli successe e resse la diocesi dal 23 dicembre 1729 al 1754, data della sua morte, non si lasciò sfuggire l'occasione di potenziare e migliorare l'istituto del seminario vescovile di Ferentino. Si può, a buon diritto, sostenere che il Settecento fu l'epoca d'oro del seminario ferentinate, non solo perché il tal periodo si definì meglio la sua struttura culturale, ampliandosi ed articolandosi con più precisione il curriculum scolastico; ma anche perché si incrementò la frequenza dei giovani e ciò determinò uno sforzo notevole per l'ammodernamento dei locali e per la ricerca di nuovi cespiti di entrate. Nel XVIII secolo la storia della diocesi di Ferentino fu dominata da due grandi figure di pastori: Fabrizio Borgia, (1) che la governò per venticinque anni, e Pietro Paolo Tosi, (2) che la resse per 46 anni dal 16 settembre 1754 al 1800. La lunga durata dell'episcopato dei due presuli, oltre al loro infaticabile zelo pastorale, dà la spiegazione del successo delle loro iniziative. § 1. Il rigoglio culturale del XVIII secolo. Nel 1732, il 5 dicembre, Fabrizio Borgia scriveva una Relatio ad limina molto precisa e riferiva che nel seminario gli otto alunni frequentanti si sostenevano de proprio, cioè erano convittori. Gli alunni progredivano in sapienza e dottrina, solo nella grammatica «sufficienter proficiunt». Essi servivano la cattedrale nelle festività e seguivano con diligenza le regole e le costituzioni che il Borgia aveva dettato, riformando quelle del Gritti (3). Gli Avertimenti per il buon regolamento delli seminaristi introducono nel primo articolo l'affermazione che il fine e l'oggetto primario di ogni regola è il retto comportamento da osservare e praticare davanti a Dio e davanti al prossimo. Da questo principio scaturisce l'ordine per i seminaristi, tanto alunni quanto convittori, di chiedere continuamente nella loro preghiera pubblica e privata «un tal amore da Sua Divina Maestà» che sia sostegno di ogni loro atto. Solo così secondo il vescovo Borgia i seminaristi avrebbero potuto sperare «ogni più felice avanzamento nella perfezione cristiana ed un profitto speciale alla coltura delle lettere» (art. I). Stabilito che il principio primario di ogni azione umana, tanto nell'ordine spirituale quanto in quello culturale, era la Carità, il Vescovo indicò il cammino da seguire per perfezionarlo nella concretezza della vita: «il mezzo efficacissimo per ciò fare è la frequenza delli santissimi sacramenti». Per questo ordinò che i seminaristi ogni domenica si accostassero alla confessione e nelle terza domenica del mese alla comunione, da ricevere anche nelle feste solenni. La confessione doveva essere frequente, la comunione, invece, mensile: questo stava a significare che per accostarsi all'eucarestia si doveva essere degni e tale dignità si accresceva tanto più si saliva nell'ordine ecclesiastico. Infatti il suddiacono e il diacono dovevano accostarsi più frequentemente alla comunione proprio per la loro maggiore responsabilità all'interno della vita ecclesiastica. Tuttavia mons. Borgia non lasciava di esortare i seminaristi a fare confessioni annuali e generali e comunioni straordinarie per loro devozione (art. II). Era obbligatorio ricevere la comunione specialmente durante i pontificali celebrati dal Vescovo o da altri da lui designati (art. III). Dopo che il Vescovo ebbe determinato i principi ispiratori nel suo regolamento, passò a delineare nei minimi particolari la vita pratica del seminarista. Il giovane entrato nel pio istituto, previa esibizione dell'attestato di frequenza ai sacramenti, rilasciato dal parroco, nella prima domenica o festa di precetto successiva alla sua ammissione doveva accostarsi alla confessione e comunione (art. IV). A lui era imposta la rigida osservanza del regolamento, compilato per rendere meno gravosa la vita comunitaria (art. V). La giornata del seminarista iniziava con la preghiera, distinta in due momenti: dapprima l'orazione mentale per un quarto d'ora, riflessione e meditazione personale su un tema proposto dal prefetto, successivamente un altro quarto d'ora di «orazioni vocali, solite a dirsi nella mattina» (art.VI). L'altra preghiera quotidiana del seminarista era il rosario; invece la domenica si recitava l'Ufficio della Beata Vergine (art. VII) con ordine e senza generare confusione o riso, cantando in falsetto (art. VIII). I seminaristi erano suddivisi in due camerate a secondo della loro età, sotto la sorveglianza di un prefetto (art. IX). Tra camerate era proibito il reciproco contatto, permettendo solo scambi di opinioni su argomenti scolastici previo permesso del maestro (art. X). Entrando in seminario, il giovane doveva abbandonare l'atteggiamento individualistico ed assumerne uno improntato da genuino spirito comunitario, specialmente nei periodi di svago (artt. IX e XII). Per i contravventori di tale norma la prescrizione consisteva nel silenzio imposto fino a quando il prefetto non disponeva altrimenti (art. XII). Negli Avertimenti del vescovo Borgia riecheggiava la medesima volontà di educare il seminarista non solo nella cultura scolastica, ma anche nel comportamento. Mai il giovane chierico doveva assumerne atteggiamenti, che nuocessero al suo decoro (art. XIV), o doveva usare parole e gesti volgari (art. XV), nemmeno per ischerzo; né gli era permesso portare con sé armi e temperini (art. XVI) o leggere opere, che impedissero una buona e santa formazione culturale (art. XVIII). Durante le ore di svago era permesso leggere qualche libro di devozione, mentre era proibita la lettura di «romanzi, commedie o altri simili» (art. XVIII). Il decoro imponeva ai giovani il rispetto dell'abito ecclesiastico, da loro indossato (art. XIX) sia nell'interno del seminario che durante le passeggiate (art. XX). Non si doveva alzare la voce né disubbidire ai superiori andando a fare ricreazione fuori delle camerate dei luoghi a ciò destinati (art. XXI). Anche nel gioco il seminarista doveva essere educato e sobrio: non doveva alzare la voce né dire parole piccanti né giocare con i soldi «benché in leggerissima somma»; gli era consentito giocare a bocce, a dama e con le «immaginette e simili cosarelle... per puro spasso» (art.XXII). Dall'art. XIII all'art. XLII il vescovo Borgia riconfermò le norme già stabilite dal Gritti sull'ordinamento interno del seminario: ribadì l'osservanza del silenzio in refettorio, durante le lezioni e le preghiere (art. XXIX), l'obbligo della pulizia quasi quotidiana delle camerate (art. XXXI), gli oneri dei cuochi e degli inservienti, il divieto dei seminaristi di andare alla porta (art. XXXIV) o di parlare con il personale di servizio (art. XXXIII) o di lamentarsi per il pranzo (artt. XXIV - XXVI). Nessuno degli alunni poteva uscire dal seminario senza il permesso del vescovo (art. XLIII); ai convittori cittadini che «avranno il permesso d'andare a pranzo alle proprie case, le si assegnerà anche il compagno delli più provetti, quale, accompagnatolo in casa, farà ritorno nel seminario. Il giovane restato in casa, dopo il pranzo debba essere accompagnato dal padre o madre o altro parente» (art. XLIV). Sicuramente a tali seminaristi, cui era consentito recarsi a pranzo nelle loro famiglie, il valore della retta era dimezzato. Un'altra distinzione si evidenziava all'interno del seminario tra gli studenti desiderosi d'acquisire una sana preparazione culturale e quelli che entravano nell'istituto col «fine di giungere al santo sacerdozio». Per questi il corredo doveva consistere, oltre che nella divisa del seminarista, comune a tutti i dimoranti nell'istituto, anche nella cotta o altri paramenti richiesti ai chierici, che dovevano servire durante le funzioni in cattedrale. Tali paramenti dovevano essere confacenti all'ordine sacro ricevuto dal seminarista (art. XLV). Gli ultimi articoli degli Avertimenti, dal XLVI al LXI, ripropongono le norme disciplinari dettate dal vescovo Gritti nel 1727 per regolamentare la condotta dei seminaristi specialmente quando si recavano a dormire. Nel dormitorio ci doveva essere sempre per tutta la notte la luce accesa ed i giovani avrebbero osservato con diligenza tutti i comandi loro impartiti dal prefetto. Fedele al motto biblico «quos amo corrigo et castigo», il vescovo Borgia invitò i seminaristi a considerare le correzioni e gli ammonimenti, indirizzati al miglioramento della loro condotta, uno strumento necessario per la formazione di coloro che avevano scelto una via impegnativa, quella del sacerdozio. Il criterio guida dell'azione dei superiori era l'amore; infatti solo chi ama il suo prossimo, non disdegna di riprenderlo quando sbaglia, perché desidera indirizzarlo al conseguimento di un bene sempre più grande. Il numero degli alunni in breve tempo aumentò, passando da otto a venti (4). Il Vescovo, operando la riforma degli studi, aveva distinto le attività didattiche, per cui in seminario prestavano la loro opera un insegnante per grammatica e «umane lettere» ed un precettore per filosofia e teologia morale (5). I seminaristi erano incentivati nello studio, perché spesso molti di essi davano esempio di dottrina «in publicis thesibus», cioè venivano impegnati nella dissertazione pubblica di tesi teologiche o letterarie (6). Questa è la testimonianza più evidente dell'accettazione del metodo gesuitico, che utilizzava due strumenti metodologici di notevole importanza: la praelectio e la concertatio. La praelectio veniva utilizzata specialmente durante il corso di studi di retorica (7): essa consisteva nella scelta di un tema o nella presentazione di un brano, analizzato nelle sue regole grammaticali, retoriche, poetiche e poi illustrato con dati storici, geografici o scientifici, per poterne trarre conclusioni soprattutto etico - religiose. Questo metodo caratterizzava la scuola del seminario ferentinate voluta dal vescovo Gritti (8). Nell'impostazione didattica voluta da Fabrizio Borgia questo momento della praelectio non mancava, tanto che il Vescovo aveva assegnato l'insegnamento della grammatica e della retorica ad un insegnante distinto da quello di filosofia e di teologia. Come lo studio della retorica veniva integrato con quello della filosofia, così il metodo della praelectio veniva completato con quello della concertatio o disputa teoretica tra i due gruppi in cui veniva divisa la classe. La concertatio si fondava su domande e risposte sia da parte del docente sia degli allievi tra loro: talvolta essa consisteva in una gara, in cui i due gruppi, dimostrando tesi o discutendo problemi culturali, manifestavano il loro grado di preparazione. La concertatio era organizzata in vista del continuo progresso degli allievi, che erano stimolati nel senso dell'onore e nel desiderio dell'emulazione (9). La più forte incidenza del metodo gesuitico nel seminario ferentinate era dovuta alle simpatie, che mons. Borgia nutriva per l'ordine di S. Ignazio. Infatti ciò è testimoniato anche dalla notizia, che il vescovo riferisce nella relazione ad limina del 1° dicembre 1735: egli, a sue spese, pagava l'alloggio ai padri Gesuiti, che appositamente faceva venire in seminario per predicare gli esercizi spirituali agli alunni (10). Anche gli esercizi spirituali diventarono sistematici; si predicavano prima dell'inizio ufficiale delle lezioni scolastiche ed anche nei cosiddetti momenti «forti» dell'anno liturgico. Il personale, chiamato a questo ufficio, era altamente specializzato e, quindi, offriva un servizio incisivo e valido; non si trattava di lezioni spirituali «arrangiate» dal rettore o dal direttore spirituale ogni sabato, come stabilivano le Regole del Gritti (11). Gli alunni, intanto, continuavano a crescere: nel 1741 erano ventiquattro (12), nel 1751, venticinque (13). Anche il corpo insegnante si ampliava: oltre ai precettori vi erano lettori per l'insegnamento della filosofia, della teologia scolastica e morale in aggiunta a quello per la grammatica e le «humaniores litterae» (14). La funzione del lettore era molto importante nelle scuole ecclesiastiche, essendo la lezione scolastica una vera e propria lectio, ossia lettura e spiegazione del brano prescelto per l'insegnamento. Gli alunni del seminario di Ferentino mostrarono interesse per la riforma scolastica operata dal Borgia e progredirono assai nel rendimento (15). Il vescovo Borgia, allora, nel 1754 inserì nel corpo docente del seminario un altro maestro, quello di S. Scrittura ed un «moderator cantus» (16). La situazione didattica del pio istituto migliorò ancor di più sotto il quarantennale episcopato di mons. Tosi. Questo vescovo dedicò molta cura a reperire personale docente preparato e idoneo a svolgere il compito di guida per i giovani, che si incamminavano lungo la via del sacerdozio. Il rettore, padre Domenico de Dominici (17), riceveva nel 1756 uno stipendio di 50 scudi per insegnare retorica e grammatica; egli era probo e assai preparato, come il padre maestro Romanini, che proveniva dal convento dei francescani conventuali di Ferentino ed era stato assunto, proprio dal Tosi, per essere lettore di filosofia e di teologia (18). Altri maestri non poteva il vescovo chiamare, Poiché le entrate del seminario, 400 scudi annui, erano insufficienti a sostenere la spesa di altri stipendi; i salari del rettore, dei maestri e del ministro complessivamente raggiungevano i 109 scudi e con i restanti 291 scudi il seminario doveva provvedere al vitto e all'alloggio dei seminaristi, alla conservazione dei due conventi suburbani di S. Maria degli Angeli e di S. Domenico, agli oneri delle messe da celebrare nelle varie cappellanie, annesse come benefici al seminario, ed alla manutenzione dell'edificio, che ospitava i seminaristi (19). Tuttavia gli alunni studiavano con profitto e progredivano anche nel canto fermo, insegnato da un maestro specializzato (20). Il vescovo Tosi visitava spesso il seminario (21), anche per controllare l'attuazione delle regole da lui dettate per i chierici residenti nel pio istituto nel sinodo del 1767 (22). Il sinodo diocesano celebrato da Tosi ebbe vasta risonanza nella diocesi, tanto da indurre il Vescovo a pubblicarne gli atti l'anno successivo, nel 1768. Ai lavori della riunione, il cui fine era la rinnovazione della vita diocesana in tutti i suoi aspetti, parteciparono anche i deputati del seminario: il canonico Gaetano Pompili, il canonico Francesco Antonio Ghetti, morto mentre si stava curando l'edizione degli atti sinodali, l'abate di S. Valentino Giovanni Luca de Sere e l'abate di S. Maria Gaudenti Domenico Capua (23). Al seminario il sinodo dedicò 35 articoli, in cui venne compendiata ogni regola stabilita dai predecessori e confermata dall'uso, tanto che il sinodo del Tosi può ritenersi la regolamentazione definitiva del seminario ferentinate. I primi due canoni (artt. I e II) della Parte III, cap. V (De clericorum seminario) sono un'introduzione storico - teologica al regolamento vero e proprio. Dopo una breve descrizione delle finalità istitutive del seminario, ad opera del Concilio Tridentino (Sess. XXIII, de reform. cap. 18), e dopo aver sommariamente ricordato la data di fondazione ed il Vescovo fondatore del seminario di Ferentino, il Tosi dichiarò i suoi propositi istituzionali: «nostra auctoritate fovere necessum est ac tota animi nostra contentione enitendum, ut augeatur, recte administretur, provide gubernetur». Quindi l'Ordinario caldeggiava e sosteneva con tutte le sue forze ed in virtù della sua autorità, l'accrescimento dell'istituto non solo dal punto di vista esteriore e quantitativo, ma specialmente da quello di un incremento qualitativo, ossia di dottrina e pietà. Per raggiungere e conseguire tali obiettivi, il Tosi richiedeva una retta amministrazione ed un prudente e previdente governo da parte del Rettore, Maestri, Prefetti, Amministratori, i quali, destinatari principali delle costituzioni sinodali, le avrebbero dovute conoscere con chiarezza ed applicarle con altrettanta fermezza e sollecitudine. Davanti alla loro responsabilità non vi era solo l'istruzione immediata dei seminaristi, ma il bene di tutta la diocesi, che doveva avere santi e saggi sacerdoti (art. II). Definite le finalità dell'istituzione, il Vescovo iniziò a prescrivere quanto spettava alla competenza del Rettore. Nel seminario il cardine era rappresentato dal Rettore, sulla cui persona era esemplato il modello del perfetto sacerdote; cosicché egli doveva curare la sua persona in modo tale da esprimere la virtù, la viva dottrina, lo zelo e la pietà, per spingere i suoi seminaristi a perseguire il medesimo ideale di vita con il comportamento più che con la parola (art. III). Il Rettore aveva, quindi, un compito molto delicato, dovendo curare il progresso spirituale dei giovani a lui affidati (art. IV), ciò che solo una grande esperienza di vita, unita ad una vigilanza sollecita, ad una prudente moderazione (artt. V e VI) e ad una sagace capacità di introspezione psicologica (art. VII), poteva permettere. Oltre a controllare i giovani, il Rettore doveva seguire attentamente anche l'attività degli ufficiali e dell'economo del seminario: tra i suoi oneri c'era, dunque, quello più prosaico di controllare l'igiene e la salubrità delle stanze (art. VIII), di non permettere l'ingresso di alcuno senza licenza dell'Ordinario (art. XI), di mantenere sempre chiuse le porte dell'edificio, specialmente per non farvi entrare donne (art. XII), di stabilire i posti nel dormitorio e determinare gli orari della giornata (art. XIII). L'adolescenza è un'età difficile, per questo doveva essere cura del Rettore controllare i comportamenti dei giovani convittori e alunni: non solo doveva indirizzarli verso un'attiva vita spirituale e sacramentale, ma continuare a seguirli anche quando, durante le ferie autunnali, essi tornavano a casa. Infatti al loro rientro in Seminario i giovani dovevano mostrare un attestato, rilasciato dal parroco e comprovante che il seminarista pur essendo in vacanza, aveva assolto gli obblighi del suo stato: nei giorni festivi aveva soddisfatto il precetto, aveva ricevuto la Comunione e la Confessione, aveva svolto lezioni di catechismo (art. XXXI) e si era comportato bene (art. XXXIII). Al Rettore competeva l'autorità di dimettere dal seminario gli alunni e i convittori e se uno di essi si ammalava, doveva seguirlo con ogni cura (art. XIV). Il suo diretto superiore era il Vescovo al quale doveva riferire sull'andamento del seminario (art. X) ed obbedire, senza pretendere di assumere atteggiamenti innovativi rispetto ai voleri dell'Ordinario (art. XI). Nel suo compito di vigilanza sui seminaristi era aiutato dal Prefetto (artt. XV e XVI), al quale erano demandati compiti di vigilanza della disciplina e dell'igiene dei locali e delle persone. Riguardo al Prefetto mons. Tosi riconfermò le Regole del Gritti (24); invece si prodigò nel descrivere gli oneri dei vari maestri, insegnanti nel seminario. Per definire i loro compiti il vescovo dettò ben otto articoli. Nel testo normativo, stabilito nel sinodo del 1767, non sembra che il Rettore avesse anche l'onere dell'insegnamento nella scuola del seminario: egli era soltanto il rappresentante dell'istituto e svolgeva funzioni dirigenziali, per questo doveva essere esente da responsabilità didattiche. L'insegnamento era troppo oneroso per chi, come il rettore, doveva organizzare tutta la vita della comunità. Il sinodo consigliava una diversificazione tra le mansioni del rettore e quelle dei Maestri, ma le scarse risorse economiche del seminario ferentinate imposero al vescovo di eliminare tale differenza e di attribuire di nuovo al Rettore l'incarico di insegnante di grammatica e retorica (25). Secondo le norme del sinodo diocesano del 1767 dovevano esserci almeno quattro maestri a seconda dei quattro gruppi di materie insegnate nel seminario: grammatica (art. X), latino ed «humaniores litterae» (art.XXI), retorica e poesia (art. XXII), filosofia, teologia, giurisprudenza, storia ecclesiastica ed etica (art. XXIII) (26). Ai maestri era affidata l'istruzione culturale dei seminaristi, che erano chiamati a frequentare il ginnasio (art. XVIII). Tuttavia i docenti dovevano iniziare e terminare le lezioni con la preghiera e dovevano provvedere l'aula scolastica in un'immagine religiosa (art. XIX). La grammatica veniva studiata, perché disciplina propedeutica al corretto ragionamento (art. XX) e gli insegnanti di «humaniores litterae», curando lo studio del latino, dovevano educare i loro discepoli a parlare scioltamente la lingua latina impedendo con ogni cura errori di pronuncia e di sintassi (art. XXI). Nel seminario era impartito anche l'insegnamento della retorica e della poesia per abituare gli allievi ad esercitarsi nell'arte oratoria, ma i docenti dovevano evitare che l'esercizio continuato con la poesia introducesse la consuetudine con costumi profani. Per scongiurare che la lezione desunta da autori pagani inquinasse gli animi degli studenti, il Vescovo consigliava ai maestri persino a riscrivere i brani poetici, se non potevano sostituirli o ometterli (art. XXII). Anche lo studio della filosofia non era esente da rischi, perché facilmente poteva essere studiata per se stessa e non per essere utilizzata come supporto propedeutico alla teologia. E chiaro l'influsso della filosofia tomista, che considerava le verità della ragione preambulum fidei e la filosofia come ancilla theologiae. In seminario dovevano formarsi ministri della chiesa e non saeculi doctores, cioè dotti nel sapere mondano. Complemento della teologia era lo studio della giurisprudenza, della morale e della storia ecclesiastica (art. XXIII). Ai maestri era richiesta la consapevolezza che la scuola è efficace, se alle parole segue un comportamento conforme ai principi teoretici trasmessi (art. XXV). Non mancava nel numero delle materie il Catechismo Romano e la teologia sacramentale, strumenti necessari per il futuro prete (art. XXIV). Nelle norme del sinodo Tosi non mancò il riferimento all'economo del seminario, che doveva essere onesto, pratico e previdente nell'amministrare i beni dell'istituto (art. XXVI) e nel mantenere due registri: uno per l'inventano dei beni e per le spese di amministrazione, l'altro per registrare i nomi dei seminaristi, con le date di ammissione e di licenza (art. XXVII). Gli ultimi otto articoli, dal XXVIII al XXXV, trattano argomenti burocratici: le norme di ammissione al seminario (art. XXVIII) la retta annua, ammontante a 30 scudi, che i seminaristi pagavano a semestre o a trimestre per il vitto (art. XXIX), l'abito ecclesiastico e la tonsura, che i seminaristi dovevano assolutamente portare (art. XXX) e l'orario della giornata, che ricalcava quello stabilito dal Vescovo Gritti nelle Regole del 1727 (art. XXXI) (27). L'educazione, cui era sottoposto un seminarista, era completa e organica, doveva plasmare un uomo nuovo, che sarebbe stato attento ad ogni suo gesto e ad ogni sua parola: egli doveva essere modesto nel comportamento, sobrio nella conversazione, solerte nell'adempimento dei suoi doveri (art. XXXII). Il gioco non era bandito dall'educazione del seminarista, anzi onesti e leciti svaghi servivano per rilassare l'animo; unici divertimenti esclusi erano il gioco delle carte e dei dadi, cioè i giochi d'azzardo (art. XXXIII). Per gli studenti discoli era prevista l'espulsione dall'istituto, dopo tre ammonizioni successive (art. XXXIV). Tutte le trentacinque norme erano finalizzate all'arricchimento spirituale e al progresso del seminario vescovile (art. XXXV), i cui primi responsabili erano il Vescovo e la deputazione tridentina. Sembrava che l'ordinamento del seminario fosse ormai stabilito e che ai seminaristi non restasse altro che giovarsi dell'istituto messo a loro disposizione; invece furono proprio gli alunni a lamentarsi con una lettera, a dir poco, «incendiaria», spedita alla Congregazione del Concilio il 16 dicembre 1769 (28). Gli alunni di Ferentino raccontavano la loro situazione e reclamavano giustizia. Essi si appellavano ad un antico privilegio secondo il quale avrebbero dovuto pagare una retta annuale di 15 scudi, somma molto minore a quella versata dai forestieri. Invece una decisione del Vescovo aveva annullato tale distinzione, ordinando il pagamento di una medesima retta di 30 scudi tanto per i seminaristi cittadini quanto per i diocesani. L'aumento della retta si era verificato, perché nel 1750 era stato chiuso il seminario per lavori di ampliamento e con le rendite dell'istituto si sarebbero pagate le spese della fabbrica. Terminati i lavori e riaperto il seminario, gli alunni ebbero la sgradevole sorpresa di vedere aumentata la retta annuale a trenta scudi «col pretesto di doversi estinguere li debiti per detta fabbrica». I seminaristi ferentinati allora ricorsero alla Congregazione per ottenere il ripristino dei 15 scudi solo per i cittadini. Essi adducevano vari argomenti. alla loro perorazione: era ingiusto gravare con rette esose gli studenti, quando il seminario possedeva pingui rendite e quando anche la mensa vescovile contribuiva con una tassa speciale alle risorse dell'istituto. I seminaristi si spingevano oltre nel loro reclamo, cercando di trovare una giustificazione all'aumento della retta nella scusante che al seminario servivano altri maestri e di conseguenza doveva essere corrisposto loro un congruo salario. Anche questa probabile scusa era scartata perché, quando la retta era di 15 scudi, il seminario disponeva di maestri di grammatica, retorica, umanità e filosofia morale. In passatoi erano anche più alunni, che davano lustro all'istituzione con il loro profitto lodevole. Nel 1769 invece non si poteva dire altrettanto; le risorse erano poche, perché la cattiva amministrazione dilapidava le rendite. Oltre ad accusare l'impreparazione del personale docente, che non attirava altri allievi, e la poca onorevole gestione amministrativa, i giovani seminaristi non trascuravano di lamentarsi per lo scarso vitto, mentre in città vi era abbondanza di generi alimentari di prima qualità ed anche a basso prezzo. Nella lettera reclamo i seminaristi inclusero anche la tabella dei prezzi di vendita dei generi di prima necessità, facilmente acquistabili in Ferentino. La carne di «vaccina» costava due baiocchi la libbra, quella di vitella e castrato dodici quattrini, quella di capra e altri carni «basse», cioè di scarso valore commerciale, sette quattrini la libbra, il grano non superava il valore di quattro scudi il rubbio; il vino, il cui raccolto era stato abbondante, era pagato in ragione di quaranta baiocchi ogni barile ed in città vi era grandissima abbondanza di legumi ed altre «vettovaglie». Gli studenti si lamentavano perché ritenevano, che nella richiesta di aumentare la retta a trenta scudi, si celasse un interesse, non molto lodevole, di carpire e gabellare la buona fede dei seminaristi ferentinati. La risposta vescovile si ebbe solo un mese dopo, il 10 gennaio 1770 (29). Il Vescovo dichiarò false e tendenziose le accuse dei giovani e le smascherò una ad una. La retta annua, che i seminaristi versavano, era di 25 scudi, utilizzata solo per pagare il vitto. Il reddito del seminario non era florido, a stento raggiungeva i 400 scudi, dai quali si traeva lo stipendio per pagare i cinque maestri, che prestavano la loro opera nella scuola (30), lo stipendio per il rettore e gli inservienti, il sostentamento di due alunni, che gratuitamente per legato pio erano ammessi a frequentare il seminario, e le spese di manutenzione con gli oneri di messa dei due conventi extramuranei, annessi all'istituto nel 1653. Quanto alla nuova fabbrica del seminario, erano stati spesi circa 800 scudi, pagati grazie ad un mutuo che il pio istituto aveva ottenuto durante l'episcopato di mons. Borgia (la I rata) e di mons. Tosi (la II più consistente rata). Il reclamo dei giovani era destinato a rimanere solo una vivace parentesi goliardica, smentita dalla realtà dei fatti che le relazioni episcopali testimoniavano con evidenza lampante. § 2. Le vicende edilizie del seminario e la situazione economica nel XVIII secolo Anche nel XVIII secolo l'edificio del seminario conobbe restauri ed ammodernamenti, perché aveva bisogno di spazio maggiore per ospitare i giovani seminaristi, che accorrevano numerosi ad iscriversi. Nel giro di pochi anni, dal 1730 al 1735, il numero dei seminaristi salì da otto a venti (31) e dopo il 1790 raggiunse i trenta iscritti (32). Quindi era urgente un ampliamento dell'istituto, ma per fare ciò era necessario reperire altri fondi economici. Il seminario di Ferentino era stato eretto per educare santamente i giovani; ma per raggiungere tale obiettivo, doveva fidare sull'aiuto di valenti maestri, ai quali sarebbe stato opportuno corrispondere un congruo salario per l'opera prestata. Oltre a queste spese l'istituto doveva provvedere alla manutenzione dell'edificio e di altri conventi ad esso annessi come benefici. Allora il Gritti pensò di introdurre, il 26 settembre 1725, una tassa, il cui valore oscillava tra il cinque e il tre per cento su ogni rendita annuale di chiese, cappellanie, benefici e confraternite della città e diocesi (33). Tale tassa, però, non sembra essere stata applicata con regolarità, se il Vescovo Borgia nel 1732 dichiarava che mai era stata imposta una regolare tassazione a favore del seminario. L'istituto si sosteneva con i 110 scudi annui derivanti dai redditi dei due conventi extramuranei di S. Domenico e di S. Maria degli Angeli, dai 40 scudi annui della cappellania di S. Pietro in Vincoli e da vari redditi, provenienti dai ventidue benefici annessi dall'Antonelli al seminario (34). Tuttavia il numero crescente degli alunni ed il perfezionarsi delle strutture scolastiche esigevano un ampliamento dell'edificio, per il quale era urgente esigere il rispetto dell'editto di Mons. Gritti, mai applicato (35). Il Borgia, constatando che anno per anno la situazione diveniva sempre più precaria e cresceva l'esigenza di maggiore spazio per i 25 seminaristi frequentanti, riuscì ad ottenere l'ordine di ampliare il seminario con una spesa complessiva di 154 scudi «in parandis coementis». Il Vescovo contava di non contrarre debiti per il suo impegno edilizio, anche perché con le multe, da lui comminate, era riuscito a racimolare ben 100 scudi (36). Nel 1754 mons. Borgia dichiarò alla Congregazione del Concilio che la fabbrica del seminario era stata completata, e, a ricordo di tale opera, nella facciata aveva fatto murare un'epigrafe, che ricordava non solo i suoi predecessori Antonelli e Chierichelli, fondatore il primo ed organizzatore del seminario il secondo, ma anche il felice coronamento della sua opera edilizia (37). Anche i redditi dell'istituto erano fiorenti se potevano permettere il sostentamento di dodici alunni e di altrettanti convittori e di corrispondere salari congrui agli ufficiali dell'istituto (rettore ed economo) e ai maestri di lettere, di Sacra Scrittura e al «moderator cantus» (38). Il successore mons. Tosi, nel prendere possesso della diocesi ferentinate, ereditò anche i difficili problemi economici del seminario. I ventitré seminaristi, che nel 1756 lo frequentavano, pagavano rette di diversa consistenza; due alunni erano alloggiati gratis, essendo uno accettato su presentazione della Comunità ed uno degli eredi Cascese. Gli altri avrebbero dovuto pagare una retta di 25 scudi solo per il vitto, ma alcuni versavano 20 scudi, altri 15 scudi ed uno 12 scudi e 5 baiocchi. Il seminario era composto da un deambulatorio, un dormitorio e diverse stanze, aveva anche il pozzo; ma necessitava di un ulteriore ampliamento, per cui era stata preventivata una spesa di almeno 600 scudi, somma che l'istituto non possedeva a causa delle sue scarse entrate (39). Bisognava chiedere un mutuo con l'interesse del 26%: tale sacrificio era imposto dalla constatazione che l'edificio era ancora per la maggior parte inabitabile e il reddito annuo non consentiva di detrarre una tale somma per affrontare e sostenere le spese di ristrutturazione. Anche le rette, che pagavano i seminaristi, a mala pena coprivano le spese per il vitto; infatti solo pochi giovani pagavano la retta completa, gli altri per le condizioni economiche della loro famiglia erano esonerati dal pagamento dell'intera somma, versandone solo una parte più o meno consistente. Il seminario doveva, poi, mantenere a sue spese due giovani di Ferentino mentre un alunno di Prossedi era mantenuto dalla sua comunità di provenienza. Al Vescovo servivano denari per poter restaurare il seminario e per potervi ospitare un numero sempre maggiore di alunni; perciò chiese il beneplacito apostolico di applicare il 3% di tassa sui benefici ecclesiastici (40). La Congregazione non accettò la richiesta di aumentare la tassazione, ma consigliò di accrescere le rendite del Seminario sopprimendo confraternite, benefici, cappellanie (41). La situazione dei benefici ecclesiastici di Ferentino non era semplice da risolvere e specialmente quella dei benefici uniti al seminario vescovile. Il pio istituto poteva contare solo sul pieno ed indiscusso possesso della cappellania di S. Pietro in Vincoli, come anche riconosceva la bolla papale di Benedetto X del 12 dicembre 1727 (42). Eppure alcuni cittadini intrapresero azioni legali non solo per togliere al seminario ferentinate tale beneficio, ma anche gli altri (43). Già dal 1732 il vescovo Borgia lamentava che molti cittadini avessero sollevato questione di invalidità riguardo alle annessioni fatte da Antonelli al seminario (44); ma durante l'episcopato del Tosi si giunse ad adire le vie legali. Nel 1761 il chierico Pietro Nolli fu persuaso ad intentare causa al seminario per riprendergli il possesso della cappellania di S. Pietro in Vincoli (45). Dal 1700 Giovanni Battista Ferri aveva sollevato l'illegittimità dell'unione della cappellania di S. Pietro in Vincoli al seminario; ma Benedetto X aveva risolto la questione il 12 dicembre 1727, sentenziando che la cappellania contesa alla morte del Ferri sarebbe passata in pieno e totale possesso del seminario. Alla sua morte, avvenuta nel 1736, il Nolli rivendicò a se stesso il diritto della cappellania. Anche questa volta, però, grazie all'intervento di Clemente X, il seminario poté godere della titolarità del beneficio, indebitamente conteso dal Nolli (46). Quella di Pietro Nolli non fu l'unica rivendicazione: precedentemente anche don Fabio Pace aveva intentato causa al seminario per far dichiarare nulla l'annessione dei benefici Rosini al pio istituto; anche questa volta la pretesa fu dichiarata insussistente (47). Queste controversie legali imposero al seminario vescovile di Ferentino molte spese e assottigliarono le sue magre rendite, tanto che si impedì l'ingresso a molti giovani aspiranti al sacerdozio, non si poté pagare lo stipendio al prefetto, che era scelto tra i seminaristi, non si poterono stipendiare altri inservienti oltre il cuoco, cui all'occorrenza si richiedevano le funzioni di portinaio e di cameriere (48). Nonostante le controversie giuridiche e le difficoltà economiche, il profitto dei seminaristi era lodevole; ma al vescovo Tosi premeva la salute dei suoi giovani, che non potevano usufruire di vacanze autunnali, perché il seminario non possedeva una casa di campagna. Il Vescovo, per non pregiudicare la salute dei seminaristi, era costretto a dimetterli per il periodo delle vacanze autunnali (mesi di settembre e ottobre), con grande preoccupazione. Pensò, dunque, di ovviare a tale situazione reintegrando la tassa per il seminario; la sua decisione poteva suscitare discordie e querele, ma gli avrebbe permesso un maggiore introito di denari, tale da permettergli di affittare una casa di campagna. Inoltre avrebbe aumentato la retta per gli studenti extradiocesani a 30 scudi l'anno (49). La Congregazione mitigò la decisione del Vescovo, consigliandogli di abolire le vacanze autunnali e di imporre una tassa assai moderata. Mons. Tosi aveva richiesto espressamente che l'economo del seminario possedesse un registro, in cui segnare i beni dell'istituto, i suoi redditi e le sue spese (50). Tale registro doveva essere annualmente mostrato all'Ordinario perché egli potesse controllare l'amministrazione del luogo pio. La prescrizione era stata dettata, perché con la costituzione del seminario si era andata sempre più ampliando la consistenza dei suoi redditi. Nel 1755 dal sig. Filippo Vergè Fini, pubblico agrimensore di Ferentino, era stato stilato un «libro dell'inventario legale di tutti i beni urbani e rustici del venerabile seminario» di Ferentino (51); purtroppo l'archivio del seminario non conserva più tale importante documento e solo da pochi documenti superstiti, conservati nell'Archivio Vescovile di Ferentino, sì può ricostruire, almeno a grandi linee, la situazione patrimoniale del luogo pio nel XVIII secolo. Il seminario possedeva numerosi beni, per la cui conduzione ricorreva alla prassi del contratto enfiteutico. La prima richiesta di enfiteusi nel XVIII secolo risale al 14 settembre 1729, quando Francesco Trenta richiese in affitto un cortile posto dietro la stalla di Sante Rossi, per costruirvi una stalletta per i maiali; egli avrebbe pagato un canone di 15 baiocchi l'anno (52). Successivamente, il 10 gennaio 1755, per un canone annuo di trenta giuli si concesse in enfiteusi a favore del sig. Viola una possessione del seminario (53). A Dionigi e Michelangelo Vinci venne concesso il 22 settembre 1758 in enfiteusi un terreno in contrada Valle Marsecana, ossia Cancello, con l'onere di ridurre metà del fondo a seminativo e l'altra metà a selva; i Vinci si impegnavano a pagare un canone di 15 giuli (54). L'enfiteusi veniva spesso concessa con l'obbligo della miglioria, ossia di apportare miglioramenti al bene dato in affitto ad tertium genus. Questo fu il caso di un predio, sito in contrada Madonna degli Angeli e confinante con il pozzo Calcara e l'orticino della chiesa. Dal fondo, la cui estensione si aggirava oltre il rubbio, si ricavava un affitto consistente in 6 quarte di grano. Poiché tale predio aveva bisogno di miglioramenti, il seminario bandi l'affitto; rispose Agostino Picchi di Ferentino, che si impegnò a piantare nella zona collinare del fondo ulivi e nella parte pianeggiante viti. Oltre al solito affitto di 6 quarte di grano il Picchi si impegnò a dividere a metà il raccolto di olive e per un terzo quello del mosto (55). Il vescovo Tosi accettò la richiesta del Picchi il giorno 8 settembre 1764, includendo tra le clausole del contratto anche quella di inserire nella miglioria una piantagione di gelso, la costruzione di una casetta ed il riconoscimento che il prezzo del grano oscillava tra i 5 e i 7 scudi e mezzo il rubbio, a seconda della qualità e della quantità del raccolto (56). Talvolta il terreno affittato in enfiteuti non rendeva più e allora gli enfiteuti ne chiedevano la permuta. Il 31 dicembre 1767 Filippo Stampa, enfiteuta del seminario per una possessione, sita in contrada Fresine, del valore di 29 scudi e 4 baiocchi, presentò richiesta di permutarla con un'altra in contrada Carditola, ossia Viano, valutata 37 scudi e baiocchi 35. Dalla perizia, redatta da Filippo Vergè Fini il 24 dicembre del medesimo anno, risultava che il terreno di Fresine, confinante con i beni dei signori Ugolini, era sassoso, non adatto ad essere coltivato e senza alberi; invece la possessione di Carditola era di buona qualità, era terreno lavorativo, con alberi vitati (cioè vigneto che si appoggiava su alberi da frutta), e con quindici alberi di olivo. Lo Stampa chiedeva all'economo del seminario, Antonio Ricci, di stipulare il contratto, atto che prontamente fu scritto ed approvato (57). L'anno successivo, 1768, Antonio Ricci, nominato rettore del seminario, prese informazioni sulla richiesta di permuta presentata da Giovanni Pietro Ghetti. Il Ghetti possedeva in enfiteusi un orto, stimato 128 scudi; egli lo volle cambiare con un fondo posto in contrada Collichio di valore 80 scudi. Naturalmente il cambio era vantaggioso per il seminario; pertanto il rettore ed anche la Congregazione dei Cardinali approvarono tale permuta il 2 dicembre 1768 (58). Una volta fu lo stesso seminario di Ferentino a richiedere alla Congregazione dei Cardinali di approvare una permuta; l'accordo era già intercorso tra le parti. Il seminario possedeva un predio indiviso con il signor Paolo Borgetti in contrada La Matrice; poiché il seminario voleva la proprietà intera del fondo, aveva convenuto con il Borgetti di prendere tutto l'appezzamento con l'aggiunta di un arboreto in contrada Valle. L'11 settembre 1777 la Congregazione dei Cardinali approvò il cambio ed il 1° ottobre del medesimo anno anche il vescovo di Ferentino (59). Quando si doveva concedere una permuta, era necessario non solo raccogliere informazioni sul valore dei beni in questione, ma anche perizie tecniche redatte da «pubblici agrimensori», cioè da tecnici stipendiati per valutare e stimare con precisione la realtà del patrimonio dato o richiesto in enfiteusi; spesso si richiedeva una dichiarazione rilasciata dai confinanti, per avere una più chiara conoscenza della realtà dei fatti. Il 29 gennaio 1786 Pietro Antonio Bifari, di 70 anni, dichiarò che il suo confinante Francesco Ferri conduceva da quarant'anni una vigna, dì proprietà del seminario, posta in contrada Sommo. Poiché questo vigneto non rendeva, lo aveva ridotto ad albereto (frutteto) e oliveto; infatti il terreno, di cattiva qualità, essendo sassoso era poco fertile e se vi si coltivava una quarta di grano, appena si raccoglieva il corrispondente di quanto era stato seminato. Anche gli ulivi e le viti davano poco frutto (60). Tale dichiarazione del Bifari era stata richiesta dallo stesso Ferri, per accluderla alla supplica, che rivolse a mons. Tosi per giustificare non solo le migliorie, ma anche per ottenere la riduzione degli arretrati del canone ed il passaggio del fondo in enfiteusi al nipote Giuseppe Cuppini. Francesco Ferri, ormai avanti negli anni e senza prole, aveva condotto il citato predio per quarantasei anni, pagando sempre un canone annuo di 1 scudo. Il ministro o economo del seminario, invece, avendo aggiornato i canoni alla stima corrente dei contratti di enfiteusi e del valore reale del fondo, richiedeva un canone di 20 scudi. Il Ferri, pur avendo apportato delle migliorie al predio di Sommo, non aveva una somma tale da poter tranquillamente saldare il disavanzo degli arretrati; inoltre, essendo vecchio, non avrebbe avuto il tempo materiale per pagare gli 874 scudi di disavanzo. Perciò chiedeva due possibilità: o essere condonato dal pagare gli arretrati, data la tarda età sua e della moglie; o trasferire l'enfiteusi con il debito a suo nipote Giuseppe Cuppini. A scusante dell'irrisorio canone di 1 scudo, da lui pagato per oltre quarant'anni, c'era la testimonianza dell'inventario dei beni del luogo pio nel quale per il predio di Sommo era fissato il canone di 1,50 scudi. Quando si concesse il fondo al Ferri, non era usato il sistema del contratto, al più si provvedeva con il semplice memoriale: per questo era ingiusto applicare, a chi non aveva contemplato nemmeno la possibilità di un aggiornamento dei prezzi o di ulteriori clausole, una multa con valore retroattivo (61). Al seminario di Ferentino non ricorrevano solo per ricevere una sana istruzione o la convenienza di poter sfruttare e migliorare i suoi terreni; ma anche per ottenere denaro in prestito, ciò che un tempo si definiva «censo». Naturalmente il denaro prestato sarebbe stato restituito versando una modesta percentuale di interessi; la Chiesa doveva soccorrere i bisognosi senza, però, praticare il sistema degli usurai. Il 12 maggio 1759 i due coniugi Domenico e Antonina di Giulio chiesero al seminario vescovile un prestito di 12 scudi, impegnando la loro casa di tre stanze e orto, posta nel territorio della parrocchia di S. Pietro, presso i beni dei signori Ambrogio Pasqualetti e Nicola Bianchi. Come sicurtà presentavano il canonico Benedetto Caperna (62). Una notizia curiosa si ricava spulciando i documenti di archivio: il seminario vescovile di Ferentino possedeva un locale, adibito ad osteria, e sito «in regione nuncupata Porta del Borgo», vicino la chiesa di S. Agata (63). Nel 1773, essendo prossima la proclamazione dell'Anno Santo, i deputati del seminario chiesero la possibilità di creare un mutuo di 1.000 scudi per ristrutturare l'osteria, affinché potesse accogliere degnamente i pellegrini. Se il mutuo veniva concesso, a partire dal 1777, quattro anni dopo l'erogazione del prestito, il seminario avrebbe restituito la somma con il versamento di 50 scudi annui fino all'estinzione totale del debito. La richiesta venne approvata dalla Congregazione dei Cardinali il 15 luglio 1773 (64). I lavori vennero eseguiti prontamente, ma trent'anni dopo l'osteria aveva nuovamente bisogno di riparazioni; infatti le intemperie e l'incuria l'avevano assai danneggiata. L'architetto camerale Bracci, passando in Ferentino nel 1803, aveva visitato il locale e redatto una perizia per approntare lavori di restauro e riattazione: in tutto ci sarebbero voluti 400 scudi. Restaurare il locale significava aumentare l'affitto dei pigionanti che invece di pagare 75 scudi, avrebbero dato un affitto di 110 scudi. Questo andava in grande vantaggio al seminario, che poteva liberarsi subito del debito ed incrementare le sue magre rendite (65). Il seminario allora decise di notificare l'avviso di concessione in enfiteusi dell'osteria, che era una casa composta di tre vani, coperti a tetto e confinante con la strada maestra (66). Si è conservato un modello dell'avviso, con cui il seminario di Ferentino notificava il bando per l'affitto dell'osteria. Da tale avviso si ricavano altri dati relativi al locale: esso era ad uso di trattoria e locanda, gli era annesso un orticino ed un pozzo, era edificato «sulla linea della strada Casilina, che da Roma conduce a Napoli». Gli aspiranti a partecipare alla gara d'affitto avrebbero presentato le loro offerte, chiuse e sigillate, in Cancelleria Vescovile entro dieci giorni dall'affissione dell'avviso. Si presentarono solo tre persone: Ambrogio Catracchia con l'offerta di 9 scudi annui di canone (67); Silvestro di Tomassi con la medesima offerta e Giacinto Ferraguti con l'offerta di 10 scudi annui. Naturalmente fu accettata la proposta del Ferraguti anche perché l'offerente si era impegnato a restaurare e migliorare, entro tre anni, la casa, che era stata stimata 275 scudi (68). Si assiste dunque nel XVIII secolo al consolidarsi della proprietà del seminario ed alla tendenza a migliorare il suo rendimento (69). La politica economica dell'istituto consisteva nello sfruttare meglio i beni già in suo possesso piuttosto che ottenere nuove annessioni di Cappellanie, che l'esperienza aveva dimostrato poco proficue, date le controversie legali sorte con i titolari. Insieme a questa politica di investimenti di fondi, i vescovi imposero la necessità di costituire un inventario, che almeno descrivesse la consistenza dei fondi, valutasse il loro valore reale ed indicasse i più utili sistemi di sfruttamento. Questa lungimiranza economica creò le basi per lo sviluppo rigoglioso, che il seminario vescovile di Ferentino ebbe nel XIX secolo. Note 1) Fabrizio Borgia nacque a Velletri il 16 ottobre 1689 e si laureò in utroque iure nell'università di Macerata il 28 maggio 1721. Divenuto vescovo di Ferentino nel 1729 a quarant'anni, si prodigò in molte opere. Nel 1747 rinnovò la cappella, dedicata a S. Ambrogio ed eretta in Cattedrale. Durante i lavori di ripristino ritrovò il corpo del Santo centurione (Arch. Cap., Instrumenti, lett. C, f. 69). Dopo tale inventio riordinò l'ufficio del santo e lo fece ristampare. Rimodernò il palazzo episcopale e terminò un appartamento, i cui lavori erano stati iniziati dal suo predecessore. Alla sua morte lasciò ai poveri della città di Ferentino tutto il grano, che si conservava nel monte frumentario, da lui costituito. Il suo corpo fu seppellito nella Basilica cattedrale, in un artistico sepolcro opera dello scultore genovese Queirolo. (AVF, Vescovi, f. 101r). 2) Pietro Paolo Tosi, nato nel 1714 fu creato vescovo di Ferentino da Benedetto XIV nel settembre 1754; morì il 31 marzo 1798 a 84 anni e il suo corpo fu sepolto nella cattedrale ferentinate, il due aprile del medesimo anno, vicino all'altare maggiore. Nel 1767 convocò un sinodo diocesano, i cui atti furono stampati l'anno successivo dalla Tipografia Salomoni di Roma. La sua attività è documentata dai numerosi atti conservati nell'Archivio Vescovile di Ferentino, tra i quali si ricordano le minute di diverse relazioni ad limina ed il testo di una lettera pastorale(2 febbraio 1755), scritta per spiegare l'importanza e l'utilità dell'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli e agli adulti (AVF, Vescovi, f. 101v). 3) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732. Il Borgia allude alle regole da lui stilate negli Avertimenti per il buon regolamento delli seminaristi che vennero approvati il 29 gennaio 1753. L'originale degli Avertimenti è conservato nell'Archivio Vescovile di Ferentino. 4) Ibidem, Relazioni di F. Borgia del 1° dicembre 1735 e del 5 novembre 1738. 5) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 1° dicembre 1735. 6) Ibidem. 7) Non necessariamente la distinzione delle materie nei collegi gesuitici veniva stabilita in base alla scansione tipica della scuola contemporanea. Più che di classi, per la pedagogia gesuitica, si deve parlare di corsi, in quanto gli argomenti di studio venivano articolati secondo programmi, la cui trattazione poteva durare anche tre anni. Per esempio il corso di retorica durava due anni, quello di filosofia tre. 8) Cfr. supra nota 22 del capitolo II. 9) Per ulteriori approfondimenti sulla pedagogia gesuitica, utile è il saggio di G. Giampiero - F. Trossarelli, La pedagogia nella tradizione culturale dei gesuiti, in Nuove Questioni di Storia della Pedagogia, La Scuola Brescia, 1977, vol. I pp. 737ss. 10) ASV, Relationes, ad limina, A, Relazione di F. Borgia dell dicembre 1735. 11) Cfr. supra nota 61 del capitolo II. 12) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 4 settembre 1741. 13) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751. 14) cfr. supra nota 12. 15) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751. 16) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 febbraio 1754. 17) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 15 novembre 1756. 18) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1758. Di questa relazione si conserva la minuta in AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff. 273 - 285. 19) Ibidem. 20) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1759. 21) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 10 dicembre 1771. Ditale relazione si conserva la minuta in AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff. 279 - 302. 22) AVF, Sinodo, pp. 165 - 170. 23) Ibidem, p. XIX. 24) Cfr. supra nota 34 del capitolo II. 25) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P Tosi del 1° dicembre 1758. 26) I documenti, che testimoniano l'attività didattica del seminario, descrivono una diversa ripartizione del corpo docente: il rettore insegnava grammatica e retorica, un altro docente filosofia e teologia (ibidem) e un altro canto fermo (ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1759). Per avere il maestro di giurisprudenza bisognerà aspettare il XIX secolo, quando i gesuiti, che surrogarono i Conventuali nella conduzione della scuola cittadina, aprirono pubblici corsi di diritto (ASFr, Seminario, 1820). Con ogni probabilità il docente di filosofia insegnava anche teologia dommatica (o scolastica); l'insegnamento della storia ecclesiastica competeva al Rettore, perché, come avevano già stabilito le Regole del Gritti, insegnava grammatica e retorica insieme con le norme del Concilio di Trento e del Catechismo Romano. La contrazione del personale docente era determinata dalle povere rendite del Seminario. 27) Cfr. supra nn. 55-56 del cap. II. 28) AVF, Informazioni, vol. D/I, ff. 290ss. 29) Ibidem, f. 291r. 30) Un maestro insegnava filosofia e teologia dommatica (o scolastica), uno morale, uno grammatica, uno retorica, uno canto fermo. 31) ASV, Relationes ad limina, (A), relazione di F. Borgia del 1° dicembre 1735. 32) Ibidem, relazione di P.P. Tosi del 10 gennaio 1790. 33) AVF, Editti, f. 15r. 34) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732. 35) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 4 settembre 1741. 36) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 22 ottobre 1751. 37) Ora questa lapide si trova murata nel corridoio d'ingresso all'attuale seminario. 38) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di F. Borgia del 5 febbraio 1754. 39) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 15 novembre 1756. 40) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1758. 41) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1759. 42) AVF, Collazioni, vol. C/I, f. 383v. Copia ditale bolla si conserva anche in ASFr, Seminario, b. 514, fascicolo 1064. 43) ASV, Relationes ad limina, A, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1762. 44) Ibidem, Relazione di F. Borgia del 5 dicembre 1732. 45) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 1° dicembre 1762. La causa durò un anno e si risolse a favore del seminario il 16 gennaio 1762. 46) Ibidem, B, Relazione di P.P. Tosi del 14 dicembre 1777. 47) Ibidem. 48) Ibidem. 49) Ibidem, Relazione di P.P. Tosi del 10 gennaio 1790. 50) AVF, Sinodo, parte III, cap. V. art. XXVII, p. 169. 51) AVF, Collazioni, vol. C/III, f. 317v. 52) Ibidem, vol. C/IV, ff. 198 - 200. 53) Ibidem, vol. C/III, ff. 490 - 495. 54) Ibidem, ff. 317v - 318. 55) AVF, Informazioni, vol. D/III, ff. 133ss, memoriale del 7 agostol764. 56) Ibidem, f. 134v. 57) AVF, Collazioni, vol. C/III, ff. 556 - 558. 58) AVF, Informazioni, voi. D/III, ff. 227ss, memoriale del 16 settembre 1768. 59) Ibidem, ff. 421 - 422. 60) AVF, Collazioni, voi. C/VI, ff. 563ss. 61) Ibidem, f. 564. 62) Ibidem, vol. C/III, ff. 347 - 348. 63) Ibidem, ff. 488 - 489. 64) Ibidem. 65) Ibidem, vol. D/V, ff. 384 - 385. 66) Ibidem, ff. 793 - 794. Con la medesima notificazione il seminario concedeva in enfiteusi, in linea maschile, oltre all'osteria altri due fondi: I) un terreno «nudo» con casetta fatiscente di capacità coppe 5 circa in contrada La Stufa, confinante per tre lati con la strada; 2) un terreno arativo «nudo» in contrada via di Campola, ossia Fontana Olenti, di capacità quarte 3, confinante con la via maestra e i beni dei signori Bossi. Quest'ultimo fondo fu concesso a Raimondo Bernola, possidente, con il pagamento di un canone annuo di 3 quarte di grano. Il Bernola fu l'unico offerente ed a lui l'economo del seminario, canonico Acquavita, lo concesse il 17 agosto 1807 (ibidem, f. 811). Il terreno in contrada S. Spirito, invece, fu concesso in enfiteusi ai fratelli Giampietro, Saverio e Francesco Datti, con l'onere di un canone annuo di 1 rubbio e mezza quarta di grano, di riparare la casetta in esso costruita e di mantenere indivisa la proprietà (ibidem, f. 810). 67) Ibidem, f. 809. 68) Ibidem, f. 810v. 69) Un esempio ditale nuova prospettiva economica, perseguita dal seminario, fu la richiesta di miglioria a favore di Biagio Salvatori. La famiglia Marinelli godeva l'utile dominio di un terreno in contrada La Vallicella: non avendo più bisogno di conservare tale diritto, i Marinelli lo offrirono in favore di Biagio Salvatori, con l'annuo affitto di un rubbio di grano. Il terreno valeva 90 scudi, ma se si apportavano miglioramenti era rivalutato a scudi 891. Il seminario, quindi, accettò l'offerta (ibidem) vol. D/VII, ff. 201 - 204, 18 settembre 1808). Nel 1811 il seminario concesse in enfiteusi ad Onofrio Datti un pezzo di terreno «nudo», cioè non coltivato, in contrada La Lenza, con un canone di una quarta di grano pronto per essere portato in granaio. L'enfiteuta inoltre si impegnava a migliorare il fondo «vestendolo», ossia piantandovi alberi da frutta (ibidem, vol. C/III, ff. 708 - 709). CAPITOLO IV LE VICENDE DEL SEMINARIO NEL XX SECOLO Nel XIX secolo il seminario vescovile di Ferentino conobbe un periodo di vero splendore, grazie all'infaticabile attività di vescovi come Giuseppe Maria Lais (1), Vincenzo Macioti (2), Bernardo Maria Tirabassi (3), Gesualdo Vitali (4) e Pietro Facciotti (5). Sotto l'azione di questi illuminati pastori il pio istituto venne rinnovato in tutte le sue strutture, da quelle edilizie a quelle spirituali, culturali e burocratico - amministrative. Agli inizi del secolo l'edificio del seminario, dopo un intervento di restauro al soffitto del dormitorio (6), era solido e ampio, tanto da ospitare sessanta alunni circa. Se ne possiede una minuziosa descrizione, stilata nel maggio 1836 dal rettore can. Magni (7) su richiesta del vescovo Macioti, promotore di un'importante visita pastorale (8). L'edificio del seminario era a due piani. Al pianoterra, subito a sinistra dell'ingresso, era una camera coperta a volta, dentro la quale era una cisterna per l'acqua. La camera riceveva luce da una finestra alta nove palmi e protetta da un'inferriata. A destra dell'ingresso si accedeva in un corridoio piccolo, dove si trovava una seconda cisterna d'acqua. Esso era illuminato da una finestra e dava adito ad una carbonaia e alla cantina. La cantina, composta da tre vani, poteva contenere circa 25 botti; due dei suoi vani avevano una finestra, che dava nel cortile interno, l'altra nell'orticino della cucina. La cantina aveva anche un'uscita sulla strada maestra, «per commodo... nella vendemmia». Infatti l'uva veniva trasportata direttamente in cantina, senza così sporcare l'ingresso principale dell'edificio. Nel cortile interno del seminario si entrava attraverso il corridoio principale: in esso si apriva a sinistra il granaio, che aveva anche la parte esterna sulla via maestra e due finestre con inferriata, la legnaia ed il pollaio. A destra invece vi era un locale adibito a lavatoio ed un altro dove si «spillava» l'acquavite. Il cortile era chiuso per quattro lati ed il lato opposto all'ingresso, chiuso da un muro alto circa tredici palmi, aveva un cancello che dava nell'orto. Al primo piano dell'edificio si accedeva mediante una scala a due rampe. Al termine della prima rampa, che iniziava dal corridoio d'ingresso, si apriva una finestra con inferriata, affacciantesi sul cortile interno. Dal ballatoio si entrava a destra in due stanze: una coperta a volta, che dava sul cortile, l'altra sovrastante la stanza del pianterreno, che aveva il pozzo. Ambedue le stanze avevano finestre con inferriate. La seconda rampa di scale, composta di 18 gradini di travertino, terminava in un ballatoio illuminato «di prospetto» da una finestra alta sei palmi e munita di vetri. Sulla destra del medesimo ballatoio si entrava nell'ufficio dell'economo, composto da due stanze, che si affacciavano sulla strada. Uscendo da tale ufficio, passando per una bussola, si accedeva ad un secondo corridoio, al cui termine era la camera del ripetitore, coperta a volta e con finestra sulla strada. Questo secondo corridoio aveva luce da una finestra con vetri, situata in corrispondenza del portone d'ingresso. Dopo la camera del ripetitore vi era una camera con finestra ovale, che dava accesso al corridoio d'ingresso alla cucina. Dirimpetto a tale camera, usata dagli inservienti del seminario, vi era una torretta di legno con orologio a pendolo. Al termine del corridoio, a destra, si apriva la porta di accesso alla cucina e al refettorio, il cui soffitto era a volta. Il corridoio riceveva luce da due finestre prospicienti il cortile, mentre il refettorio da un finestrone, che si affacciava sulla strada, e da due finestre che guardavano l'orticino della cucina. Il refettorio aveva un pulpito di legno «per uso da leggere in tempo di pranzo e cena». La cucina era illuminata da tre finestre: una a sinistra dell'ingresso, prospiciente il cortile, una accanto al camino ed un'altra sulla porta «che dà ingresso al piccolo orticino ... ove esiste un luogo commodo ad uso dei servi». Ritornando nel corridoio grande, su cui si affacciava la camera del ripetitore, «vi si trova dirimpetto un'altra bussola; quindi, entrando da essa, a diritta vi è una porta, che dà ingresso ad un mignano con luoghi commodi per l'uso dei superiori. Detto mignano tutto di legno corrisponde nel cortile interno». Dalla bussola si passa in un'altra camera grande usata come stanza da studio dai «piccoli» alunni; tale stanza riceve luce dal cortile interno ed è intercomunicante con una «più grande e a volta, che serve di camerata dei piccoli, ove sono due fenestre dalla parte di mezzogiorno, con suoi vetri e gelosie. Uscendo da questa, a mano manca, vi è altra porta che mediante un piccolo corritore dà ingresso al lavamano e luogo comodo per uso della suddetta camerata. Vi sono due finestre con vetri e quindi si passa da altre due camere ed un piccolo camerino». Questi ultimi tre vani, intercomunicanti, ricevevano luce dal cortile interno; precedentemente erano stati usati come dispensa, ma nel XIX secolo erano utilizzati come infermeria. Dal ballatoio d'ingresso a questi tre vani, sulla sinistra si accedeva ad altre due stanze, utilizzate come granaio, che si affacciavano sull'orto. Dal primo piano si saliva al secondo per una scala di ventuno gradini di travertino, che si alzava in prosecuzione della scala di accesso al primo piano. Sul ballatoio, illuminato «di prospetto» da una finestra, a destra si apriva una porta, che dava ingresso alla camerata dei «grandi» con cinque finestre ed un locale con il «lavamano e luoghi comodi per uso degli alunni con due finestre». Dal ballatoio si accedeva anche «di prospetto» alla «libreria» o biblioteca, illuminata da tre finestre, due affacciantesi sul cortile, una sull'orto. L'appartamento del rettore comprendeva un corridoio di disimpegno ed una camera grande con finestra affacciantesi sulla strada. Dalla camera del rettore, attraverso un locale adibito a «lavamano con luoghi commodi», si passava alla camerata dei mezzani, illuminata da quattro finestre, due a destra e due a sinistra. Dalla camerata si passava alla cappella, le cui finestre davano sull'orto. Unita alla cappella era un piccola camera sottotetto usata come sacrestia. Dalla cappella si accedeva, mediante una porticina, alle soffitte. L'edificio del Seminario era funzionale ed era dotato di un piccolo archivio, dove l'economo conservava sedici registri delle amministrazioni annuali dell'istituto. La biblioteca, abbastanza fornita di libri, possedeva un aggiornato inventario, compilato da don Vincenzo Giannoni. Era permesso il prestito dei libri, «premessa però la ricevuta». Gli inservienti del seminario erano quattro: un cuoco col salario di 24 scudi annui (9), uno sguattero col salario di 10 scudi (10), un cameriere, con il salario di 18 scudi (11), un cuoco «giubilato» (12). Questi inservienti non costituivano gli unici collaboratori del seminario; essi erano il personale fisso, ma insieme con loro all'occorrenza prestavano la loro opera il dottore (13), il chirurgo (14), il «computista» (15), ossia chi faceva i conti, il procuratore (16), il portiere (17) e il barbiere (18). Nel seminario vescovile di Ferentino, dal 1815 al 1870 circa, non vi erano maestri; i giovani seminaristi andavano a seguire le lezioni nel collegio Filetico, gestito dai Gesuiti. Tuttavia il seminario stipendiava il rettore, con il salario di 24 scudi annui (19), l'economo (20), il ripetitore (21), il prefetto (22) e il maestro di canto (23). I seminaristi, distinti nelle tre camerate dei «piccoli», «mezzani» e «grandi», a turno servivano la cattedrale; solo nelle solennità erano obbligati tutti insieme a partecipare alla sacra funzione. Essi erano obbligati ad indossare la divisa: una sottana di colore violaceo («paonazza») con mostre rosse. D'estate, quando uscivano, indossavano una soprana del medesimo colore e d'inverno «il ferraiolo di Borgonzone o panno di colore blu, con maniche» (24). § 1. Le cure dei Vescovi Dall'11 agosto 1800 al 1815 fu vescovo di Ferentino Nicola Buschi. Pur essendo animato da buoni propositi pastorali, tuttavia non li poté portare a pieno compimento sia perché, durante la sua carica, la diocesi fu turbata dalle scorrerie dei briganti e delle truppe rivoluzionarie francesi, sia perché sull'esempio dell'Ordinario anagnino giurò fedeltà al governo francese ed alla costituzione. Alla sua morte fu sepolto nella Cattedrale di Ferentino, nella cappella di S. Ambrogio (25). Nonostante le tristi vicende del suo episcopato, egli si prodigò per il seminario vescovile. Il 5 dicembre 1801 ottenne l'autorizzazione ad aggregare al seminario le rendite di alcuni benefici, che già dal 29 maggio del medesimo anno aveva deliberato: un beneficio resosi vacante nella chiesa di S. Pietro a Supino, la cappellania sub titolo di S. Ambrogio di Selva Molle e il beneficio semplice di S. Maria dell'Auricola in Amaseno, di cui era titolare il principe Filippo Magno Colonna. I patroni dei due benefici si riservarono il diritto di nominare sei alunni in seminario, di cui quattro sarebbero stati accettati gratuitamente, gli altri due avrebbero pagato metà della retta (26). Il successore di mons. Buschi fu Luca Amici, eletto l'11 marzo 1815. Mons. Amici resse anche la diocesi di Anagni nel periodo in cui il suo titolare era stato sospeso, in quanto aveva giurato fedeltà a Napoleone. Egli governò la diocesi ferentinate per soli due anni, infatti mori l'8 febbraio 1818. Durante il suo episcopato prese la risoluzione di autorizzare i seminaristi a frequentare le lezioni nel collegio Filetico, che dal 1815 era gestito dalla Compagnia di Gesù. La sua deliberazione era stata causata dall'esiguo reddito dell'istituto, che non avrebbe permesso di pagare stipendi adeguati ai cinque maestri necessari per l'istruzione dei chierici. Infatti secondo la costituzione del 1767, dettata dal vescovo Tosi, nel seminario dovevano svolgere funzione didattica insegnanti di grammatica, di retorica, di filosofia, di teologia e di canto gregoriano. I Gesuiti nel loro Collegio ferentinate impartivano tali lezioni e con una modica spesa il Vescovo avrebbe assicurato ai suoi seminaristi una solida preparazione (27). Inoltre il seminario aveva ottenuto un prestito di 1000 scudi, utilizzati dal compianto mons. Buschi per ripararlo ed ampliarlo con un nuova «accessione». In parte il debito era stato saldato, ma ancora le spese da affrontare erano urgenti ed a stento soddisfatte dal reddito annuo dell'istituto, ammontante a 600 scudi. Da questa somma si dovevano detrarre gli oneri, tra i quali il salario del rettore, che nel 1822 era il canonico Pietro Paolo Pisani, «uomo di età grave e di vita morigerata» (28). Il pio istituto non poteva fare affidamento sulle rette versate dai seminaristi (29), i quali molto spesso risultavano morosi per le loro povere condizioni economiche (30). Subito dopo la morte di mons. Amici fu eletto vescovo di Ferentino fra' Gaudenzio Patrignani dei minori osservanti, che resse la diocesi dal 25 maggio 1818 al 1823, quando gli successe mons. Giuseppe Maria Lais. Il Lais mantenne la cattedra episcopale di Ferentino per 13 anni, fino alla sua morte avvenuta nel 1836. Questi divise le sue cure pastorali fra la cattedra ferentinate e quella anagnina, di cui fu amministratore apostolico fino al 1834. In Ferentino trovò un seminario vescovile ben organizzato e sul suo modello rinnovò le strutture di quello anagnino (31). Alla morte di mons. Lais fu eletto alla cattedra episcopale Mons. Vincenzo Macioti (1836 - 1840). Questi, non appena prese possesso della diocesi ferentinate, svolse una rapida e meticolosa visita pastorale, durante la quale, avendo conosciuto la situazione diocesana, riuscì a riformare, secondo le esigenze a lui attuali, tutte le istituzioni ecclesiastiche, primo fra tutte il seminario vescovile (32). Mons. Macioti, prima di iniziare la S. Visita al seminario di Ferentino, inviò al Rettore un elenco di quindici quesiti, a cui rispondere nel termine di «giorni 40» dalla data del 10 maggio 1836. Il Vescovo non solo chiedeva la data precisa dell'erezione dell'istituto, ma anche se «abbia sofferto mai cambiamenti di locale», il luogo dove era edificato, la minuta descrizione dei suoi ambienti e di tutte le sue strutture didattiche e disciplinari. La risposta del Rettore non si fece attendere e con chiarezza diede esauriente chiarificazione ad ogni quesito; tuttavia il Vescovo trovò delle manchevolezze non solo nella gestione dell'istituto, ma anche nel profitto spirituale degli allievi, perciò pensò di migliorare il regime del seminario, che ancora era rimasto al regolamento prescritto circa cento anni prima da Benedetto XIII (33) e settanta anni prima dal vescovo Tosi (34). Il decreto di riforma del seminario vescovile fu pronto nel breve volgere di giorni, segno dell'impegno pastorale del Macioti, ed il suo testo fu pubblicato il 31 maggio del medesimo anno 1836, con l'obbligo per il Rettore di leggerlo pubblicamente per una sola volta nel refettorio e di ripeterne la lettura, una volta al mese, in ciascuna camerata fino alle vacanze autunnali. Poi, mentre l'originale del decreto sarebbe stato incluso negli atti della Visita, la copia in possesso del Rettore sarebbe stata conservata nell'archivio del luogo pio. Il decreto di riforma era scaturito sia dalle risposte del Rettore ai quesiti, sia dalla visita pastorale eseguita dal Vicario vescovile nei giorni 23 e 24 del mese di maggio. Il Vicario aveva notato diversi abusi, presto notificati al Vescovo. Le camerate non erano dedicate ad alcun santo protettore, né in esse vi era collocata immagine sacra. Gli alunni non erano abituati, prima di uscire o dopo il rientro in camerata, a pregare la Vergine; anzi erano disordinati e chiassosi, mentre camminavano per i corridoi o andavano in cappella o a passeggio per la città, «senz'ordine, attruppati o divisi in bande senza regola». Il medesimo disordine si notava nell'ora della levata dal letto: i seminaristi «non tutti sono ugualmente pronti ad alzarsi, per cui alcuno non trovasi in ordine al suono dello studio, dopo la mezz'ora della levata». Anche nelle pulizie personali i giovinetti erano poco accurati, come nell'abbigliamento: non tutti usavano la medesima berretta con fiocco propria della divisa ecclesiastica, ma alcuni preferivano indossare copricapi simili a quelli usati dai secolari o berretti con fiocchi molto grandi. Spesso i seminaristi calzavano ciabatte invece di scarpe, erano poco ordinati nel cambiarsi la biancheria e nel rassettare i loro credenzini, dove «ritengono... oggetti commestibili e grassi... temperini, forbici, danari, orologi ed altri oggetti di valore o pericolosi». Il loro comportamento era superficiale anche nel coro, perché non possedevano generalmente l'ufficio della Madonna o altri libri devoti, per cui erano facile preda della distrazione. Nei rapporti con i colleghi erano poco rispettosi: non si salutavano tra loro incontrandosi, «ordinariamente nel parlarsi si danno del tu» e non sempre, durante le ore di studio stavano «voltati e fissi nel rispettivo credenzino». Le prescrizioni episcopali riguardarono, dunque, la disciplina da osservarsi in seminario. Ogni camerata avrebbe avuto sulla porta d'ingresso un'iscrizione recante il nome del Santo Protettore, al quale era dedicata: la camerata dei «grandi» a S. Carlo Borromeo, quella dei «mezzani» a S. Filippo Neri, quella dei «piccoli» a S. Stanislao Kostka. In ognuna sarebbe stato appeso un quadro raffigurante la Vergine ed il Santo Protettore; dinanzi a tali effigi i giovani la mattina avrebbero recitato tre Ave Maria, dopo il pranzo e al ritorno dal passeggio della sera l'Angelus Domini o Regina Coeli, a seconda dei tempi liturgici, al ritorno dalla cena il De profundis. Un'altra preghiera tanto raccomandata dal Vescovo era l'antifona Sub tuum praesidium. Il Macioti insistette molto sull'osservanza del silenzio rigoroso sia lungo i corridoi del seminario, sia per le strade cittadine durante il passeggio. Il comportamento doveva essere austero e dignitoso: i seminaristi, in fila per due, in silenzio mostrando «gravità d'incesso, raccoglimento negl'occhi e nella persona» avrebbero camminato «tenendo uniformemente le braccia innanzi al petto». Nella visita al SS. Sacramento, quotidiano esercizio di pietà, dopo la genuflessione i seminaristi aspettavano il prefetto e, ripetendo tutti insieme il doveroso inchino, si sarebbero raccolti in preghiera per un quarto d'ora. Nel corredo dei seminaristi non dovevano mancare oltre all'ufficio libri devoti per la preparazione alla confessione ed alla comunione. Entrando in cappella, come anche in refettorio, i giovani chierici avrebbero rispettato sempre il medesimo ordine: prima la camerata dei «piccoli», poi quella «mezzani» e quindi quella dei «grandi». I giovani avrebbero dovuto mostrare il loro saluto togliendosi il cappello, che non doveva avere ornamenti, né fettucce né soggoli. Anche l'abito doveva essere decoroso e conforme alla foggia ecclesiastica: le scarpe avrebbero avuto fibbie e non lacci, unica eccezione le scarpe accollate da calzare nei giorni di pioggia. Assolutamente vietati erano i collari con la «spina a giorno, gli scopettoni, le acconciature nei capelli, gli orologi, che si dovranno depositare in mani del Rettore», insieme con tutti gli altri oggetti di valore, temperini, rasoi e forbici. Era interdetto conservare i dolci negli armadi, perché il seminario li serviva a colazione e nei giorni di festa. L'aspirante al sacerdozio doveva abituarsi alla vita parca e non al lusso. I seminaristi erano obbligati a curare l'igiene personale, cambiandosi «ogni domenica mattina al più tardi la camicia ed almeno una volta il mese le lenzuola del letto». Il Vescovo regolamentò anche l'orario dei servizi e le modalità del loro uso, affinché si evitassero confusioni e disordine. L'ordine era la prima regola da osservare con precisione in tutte le azioni della giornata, dal rassettare il proprio letto al sistemare la biancheria sporca, al mettere a posto la propria sedia dopo lo studio. Non sembra che ai seminaristi fosse consentito l'uso di una scrivania; infatti lo studio avveniva in camerata, stando seduti in silenzio e voltati verso il proprio armadietto, per non disturbare gli altri. Il comportamento reciproco durante i momenti di ricreazione doveva bandire scherzi con le mani o atti sgarbati; non era consentito gioco di carte né il gioco della «nezzola» né altro gioco che implicasse l'uso del denaro. In camerata si doveva entrare solo per andare a riposare e a studiare; non era permesso andarvi in altro orario, se non per qualche giusto motivo e sotto la vigilanza del viceprefetto. Tutte queste prescrizioni erano dettate perché il giovane seminarista si confermasse nella convinzione che il seminario non era assimilabile ad alcun collegio. La scuola doveva preparare il seminarista al sacerdozio, che richiedeva spirito di sacrificio, di abnegazione e decoro nel comportamento. Il carattere si modella dall'infanzia, quando ancora la «pianticella» è tenera e si adatta di buon grado alla disciplina ed alla correzione. Fedele a questi principi pedagogici il Macioti stabili la disciplina da osservarsi nel seminario vescovile di Ferentino: i suoi criteri possono a noi moderni sembrare talvolta troppo rigidi, ma nell'epoca in cui venivano applicati, erano funzionali al modello di sacerdote che l'episcopato si proponeva di conseguire (35). Il Macioti nel 1836 impose anche un'altra norma da osservare: «Poiché una funesta esperienza fa purtroppo conoscere che gravissimi danni ordinariamente risultano ai giovani, sotto doppio riguardo morale e scientifico, dal permettere ch'essi tornino alle loro case nelle vacanze autunnali», il Vescovo ordinò che nemmeno in tale occasione i seminaristi potessero uscire. Naturalmente sarebbe aumentata la retta mensile: 16 scudi per i diocesani e 20 scudi per gli extradiocesani. Intanto la retta annua sarebbe aumentata rispettivamente a 48 e 60 scudi. Oltre a tale versamento i giovani ammessi in seminario avrebbero pagato annualmente uno scudo per gli utensili, uno scudo d'entrata per il Rettore, 30 baiocchi per i servi, 30 baiocchi per la famiglia del vescovo «a titolo di regalia». A Natale, come regalo, i seminaristi avrebbero donato tre paoli ai servi del seminario, due per la famiglia del vescovo e uno per il barbiere. Per l'ammissione in seminario si richiedeva non solo l'approvazione del vescovo, ma anche le testimoniali del battesimo e della cresima, di non avere cause pendenti né nel foro civile né in quello ecclesiastico e l'attestato del parroco sulla buona condotta del giovane e della sua capacità a studiare nelle scuole, condotte dai Gesuiti. Gli alunni forestieri avrebbero dovuto eleggersi il domicilio in Ferentino; a tutti indistintamente era fatto obbligo di provvedersi di «un letto lungo palmi otto e largo palmi sei... due pagliaccetti... una copertina di lana verde, per coprire il letto, lunga palmi 12 e larga palmi otto... biancheria necessaria cosi per la persona come per il letto, salviette e posate... un crocifisso da porre a capo del letto, una sedia, un bicchiere... pettine per la pulizia della testa». L'ingresso in seminario era fissato improrogabilmente il 31 ottobre di ogni anno (36). Dopo la riforma disciplinare di Mons. Macioti i suoi successori furono più solerti nelle visite al Seminario Vescovile di Ferentino. Giovanni Giuseppe Canali, vescovo dal 1840 al 1842 (37), il 29 luglio 1841 durante la sua visita pastorale ispezionò insieme con i canonici convisitatori, De Cesaris e Cocumelli, il seminario. Dopo aver pregato nella cappella, rivolse un fervoroso discorso agli alunni, invitandoli ad essere perseveranti nella via da loro intrapresa (38). La medesima sollecitudine di mons. Canali animò Antonio Benedetto Antonucci (39) suo successore. Questi il 23 novembre 1842 alle ore 16, si recò in seminario, accompagnato dai deputati canonici Giovanni Pietro Trenta, Giovanni Paolo Bertoni e Domenico Lolli. Lo accolsero il rettore can. Ambrogio Lucioli e l'economo can. Domenico Necci. Dopo una breve orazione davanti all'altare della cappella, dedicata a S. Luigi, mons. Antonucci ricevette l'obbedienza degli alunni, che esortò con un lungo discorso ad arricchirsi di fede e di cultura, essendo questi i due cardini, su cui si fondava la corretta educazione del sacerdote. Nella visita all'edificio il Vescovo non notò anomalie o manchevolezze, segno che le prescrizioni del Macioti erano fedelmente osservate e per questo non condusse l'esame personale degli allievi (40). Trasferito mons. Antonucci al titolo arcivescovile di Tarsi, gli successe sulla cattedra episcopale di Ferentino Bernardo Maria Tirabassi, che, a differenza dei suoi predecessori, resse la cattedra per venti anni, dal 1845 al 1865. Mons. Tirabassi nel 1850 svolse una visita al seminario, la cui cappella ordinò di restaurare completamente (41). L'anno seguente 1851 potè comunicare che nel suo seminario erano alloggiati 64 alunni (42), ma purtroppo non potevano godere di vacanze autunnali perché non vi era casa di campagna (43). Nel 1862 i settanta seminaristi, comodamente ospitati nell'istituto, erano sotto la guida di due padri gesuiti, uno rettore e l'altro ministro (44). Il Tirabassi fu un grande benefattore del seminario, la cui biblioteca arricchì con il dono di numerosi libri. La biblioteca del seminario nella prima metà del XIX secolo conservava circa 3.000 volumi; fortunatamente si possiede l'inventario, compilato nel 1836 dal bibliotecario don Giannoni su richiesta del vescovo Macioti (45). Tale inventario ci mette a conoscenza delle opere che i seminaristi di Ferentino potevano consultare. Come ogni biblioteca a disposizione del seminario, anche quella ferentinate possedeva testi di cultura ecclesiastica, agiografica, storica e letteraria. A titolo esemplificativo si possono citare: Valerii Maximi, Facta e dicta memorabilia, la Storia Romana in 7 tomi di Rollin, le Eleganze della lingua toscana di Aldo Manuzio, le Lettere di S. Francesco di Sales in tre libri, l'Introduzione al Simbolo della fede di Luigi di Granata, le Orationes di Mario Equicola, l'Opera di Bossuet in 36 volumi, alcune opere del Bellarmino (Opuscola 5 ascetica, Delle 7 parole dette da Gesù Cristo in Croce, libro volgarizzato da Costa), le opere dei padri della chiesa Agostino, Crisostomo, Giustino, Isidoro, alcune opere di Paolo Segneri, eccellente predicatore del XVII secolo. Quando dopo il 1870 i Gesuiti presero definitivamente stanza nel seminario vescovile, già dal 1867 i redditi del pio istituto ammontavano a 1000 scudi, non contando le pensioni degli alunni. Il curriculum degli studi era ormai nelle sue linee stabilizzato: dall'apprendimento dei primi rudimenti delle lettere alla teologia morale e dommatica (46). Dal 10 novembre 1871(47) i Vescovi di Ferentino cessarono di riferire alla Congregazione del Concilio le loro preoccupazioni organizzative riguardo al seminario vescovile. Avendo affidato ai Gesuiti la gestione dell'istituto, essi avevano risolto uno dei più gravi problemi, quello di reperire insegnanti degni, per dottrina e sapienza religiosa, del grave compito a loro richiesto. Nacquero, però, altre questioni: necessità di ampliare la fabbrica del seminario, cui chiedevano accesso sempre più giovani, necessità di risolvere i problemi organizzativi ed educativi proposti da un ordine religioso, quello Gesuita, che richiedeva una disciplina più sistematica e rigorosa. Tale argomento sarà chiarito nel terzo paragrafo di questo capitolo. Per il momento è bene far luce tra i rapporti tra seminario vescovile e Comunità ferentinate. Fino al XVIII secolo non vi erano stati dissapori tra le due amministrazioni: agli inizi del XIX secolo, con il risvegliarsi della coscienza laica cominciarono a sorgere controversie, che divennero ostilità dopo il 1870. §2. Controversie con il Comune di Ferentino La Comunità di Ferentino dal XVII secolo godeva del diritto di nominare ad un posto gratuito in seminario un giovane cittadino meritevole e bisognoso; tale diritto le proveniva dall'essere titolare di giuspatronato della cappella di S. Pietro in Vincoli, eretta in S. Maria Gaudenti dal can. Giovanni Leonini e poi passata al Comune dopo la sua morte. Anche il papa Benedetto XIII il 12 dicembre 1727 aveva confermato al Comune di Ferentino il diritto di nominare ogni quinquennio un chierico ferentinate «magis idoneus», perché il Comune aveva accettato di assegnare al seminario tutte le rendite della cappellania (1). Il 18 settembre 1830, poiché era vacante il posto in seminario, la cui collazione spettava di diritto alla Comunità, si riunì il consiglio comunale per scegliere il chierico, che dovesse godere del posto gratuito. Il consiglio voleva comportarsi come sempre aveva fatto: estrarre a sorte il nome del candidato. Il consigliere Arcangelo Rossi, invece, chiese la parola ed ottenutala dichiarò che non si doveva affidare alla sorte la carriera di un giovane «iniziato nell'acquisto delle scienze» per «rendersi ... utilitoso a se stesso ed alla Patria». L'estrazione a sorte non rispondeva integralmente ai criteri di giustizia, cui si richiamava il Comune di Ferentino; era, invece, più onesto sottoporre tutti i concorrenti ad un esame collettivo e scegliere quello che si fosse mostrato il migliore per studi e dottrina. Naturalmente i candidati sarebbero stati divisi per classi, in modo che non vi sarebbe stata disparità culturale tra di essi. La Magistratura avrebbe scelto gli esaminatori, ai quali era affidato l'onere di stilare una relazione sull'esito dell'esame; poi il consiglio avrebbe scelto il giovane tra i migliori selezionati. La proposta del Rossi era stata fatta per evitare di ricadere nelle «erronee, deplorabili ed infruttifere scelte dei notissimi Ambrogio Viola e Loreto Patrizi», due giovani che avevano dato un pessimo ricordo di sé. All'arringa del Rossi rispose il consigliere Mattia Cappella, il quale richiamandosi alla Bolla di Benedetto XIII, non vedeva la necessità di una tale seduta straordinaria di esami; non solo nella bolla si lasciava piena libertà al Comune di operare la scelta, ma la prassi ordinaria, divenuta ormai una consuetudine, aveva sempre ammesso pacificamente l'estrazione a sorte con voti segreti. Senza formalità d'esame il consiglio, prendendo direttamente visione delle istanze dei concorrenti, poteva operare una scelta giusta e coscienziosa. Il Presidente della assemblea, Giuseppe Santarelli, riscontrando l'opposizione delle due proposte, le mise entrambi in votazione. Dapprima si votò la proposta Rossi, che ricevette otto voti favorevoli contro sette contrari; Poi si passò a votare per l'arringa Cappella, che riportò la medesima votazione. Pertanto data la parità dei suffragi, si dovette procedere ad altri scrutini segreti. Al primo scrutinio risultò nuovamente la parità, al secondo invece riportò la maggioranza la proposta Rossi di sottoporre ad esame i concorrenti al posto gratuito (2). La commissione d'esame risultò composta dai canonici De Cesaris, Collalti e Cocumelli e dal consigliere Giovanni Battista Marchioni e la data della prova fu fissata il 9 ottobre 1830. All'esame si presentarono 8 studenti: Ambrogio Ceccarelli, studente di grammatica inferiore, di anni 15 Antonio Querci, studente di grammatica superiore, di anni 15 Pasquale Bernola, studente di grammatica superiore, di anni 19 Domenico Cataldi, studente di grammatica superiore, di anni 17 Filippo Palombo, studente di umanità, di anni 19 Ambrogio Patrizi, studente di umanità, di anni 17 Luigi Cataldi, studente di umanità, di anni 19 Vincenzo Virgili, studente di umanità, di anni 18 Furono scrutinati all'unanimità e per la classe di umanità furono approvati col magis: Luigi Cataldi, primo; Ambrogio Patrizi, secondo; Filippo Palombo, terzo. Per la classe di grammatica: Pasquale Bernola, primo; Antonio Querci, secondo. Gli altri vennero respinti; la commissione, dunque, passò i nominativi dei cinque vincitori al consiglio perché eleggesse il candidato, che avrebbe goduto del posto gratuito per un quinquennio. Prima di passare ai voti il consigliere Ambrogio Lolli dichiarò che l'esame era stato condotto per suggerire al consiglio un criterio regolativo per la scelta. Tuttavia, secondo il tenore di breve pontificio, sembrava che non si dovesse fare distinzione per merito, ma che ogni cittadino potesse avere eguali possibilità di concorrere al posto gratuito. Invece il regolamento adottato dal Comune dava adito a pensare che con l'esame il consiglio ponesse una pregiudiziale negativa per i tre respinti. Il Lolli chiedeva di ritenere l'esame come puramente consultivo e di ammettere alla scelta tutti gli otto nominativi dei candidati. Il consigliere Mattia Cappella, sostenendo l'ipotesi del Lolli, aggiunse che l'esame doveva essere considerato come mezzo per valutare l'idoneità dei giovani, non per restringere la libertà del Consiglio; quindi tutti i candidati senza nessuna distinzione tra promossi e bocciati, dovevano concorrere all'assegnazione del posto gratuito. Il Consiglio, invece, con 10 voti contrari su 17 votanti respinse tale proposta e ammise al «bussolo» solo i 5 candidati che avevano superato l'esame preliminare: risultò eletto Filippo Palombo con 12 voti favorevoli e 5 contrari (3). Il consiglio approvò la votazione e sciolse la seduta, ma il gonfaloniere Enrico Lolli non si diede per vinto considerando l'elezione del chierico Palombo ingiusta nei confronti del chierico Cataldi, il quale era risultato primo alla prova selettiva. Se il consiglio aveva scelto il nominativo senza tener conto dell'esame, perché dunque proporre un concorso tra i candidati? (4) Anche Luigi Cataldi presentò il suo reclamo a mons. Provenzali, delegato apostolico di Frosinone; egli, avendo compiuto il corso di umanità ed essendo passato a pieni voti in quello di retorica, non poteva sopportare di essere stato posposto al Palombo, maggiore di età, ma inferiore della preparazione, trovandosi ancora il Palombo nello studio di grammatica (5). Nonostante questi reclami, la richiesta del Cataldi fu giudicata inammissibile e pertanto respinta (6). Terminato il quinquennio di Filippo Palombo, il 1° agosto 1835 si bandì un nuovo concorso per assegnare il posto gratuito in seminario. Ormai la prassi concorsuale era un dato di fatto e nella commissione entrarono a far parte un gesuita, rappresentante delle scuole pubbliche, i canonici Magni e Cocumelli e il consigliere Giovanni Battista Marchioni. All'esame, stabilito per il 22 luglio, avevano partecipato solo due concorrenti: Vincenzo Bruscoli di 20 anni e Romualdo Di Rocco di 18 anni. Questa volta il consiglio rispettò la graduatoria stabilita dalla prova d'esame, confermando al Bruscoli, con 24 voti favorevoli su 31 votanti, l'ammissione al posto gratuito (7). I rapporti all'interno del consiglio andarono sempre più deteriorandosi; infatti allo scadere del quinquennio goduto dal giovane Vincenzo Bruscoli, si riaccese la discussione. Il consigliere Pio Roffi nel suo intervento lodò la prassi, seguita negli ultimi 10 anni, di espletare il concorso culturale prima di passare all'elezione del chierico. Tale concorso aveva dato buoni frutti non favorendo più «persone, che altro scopo non ebbero che alimentare il ventre, senza trarne o niuno o poco profitto»; utilizzando l'esame selettivo era stato aiutato il giovane Bruscoli, che era un sacerdote «ottimo di conoscenza e di specchiata condotta». Tuttavia il Roffi proponeva alcune modifiche al concorso: 1) «apporre qualche condizione per favorire i poveri; 2) concedere il posto ogni biennio «a quelli già in sacris o prossimi» al sacerdozio, secondo quanto avrebbe desiderato il vescovo. Al Roffi rispose il consigliere Vincenzo Bertoni, che, richiamando i consiglieri ad una più attenta osservanza del Breve di Benedetto XIII ricordò che il diritto di eleggere un giovane al posto gratuito in seminario prevedeva espressamente una scansione quinquennale. Quanto ai requisiti i concorrenti dovevano avere: certificato della ricevuta tonsura, di buona condotta, degli studi conseguiti, di povertà della famiglia, di non aver superato i 18 anni, attestato di rinunciare per un quinquennio ad altre borse di studio. Il Bertoni proponeva che solo i Padri Gesuiti di Ferentino componessero la commissione e che il Consiglio scegliesse tra quei candidati che avessero superato la prova d'esame. Messe ai voti la proposta Roffi e quella Bertoni, ritenute dal consiglio un metodo unico per la selezione, la riunione le approvò a maggioranza con 26 voti favorevoli su 28 votanti (8). La accettazione ditale proposta non fu, però, pacifica. Il chierico Romualdo Di Rocco, che già aveva concorso al posto gratuito, senza fortuna, nel 1835, dopo cinque anni voleva ripresentare la propria candidatura; ma il consiglio, che aveva espletato solitamente la prova selettiva nel mese di luglio, andava procrastinando l'esame (9). In realtà tale ritardo era causato da problemi organizzativi, non riuscendo il Comune a reperire i membri della commissione esaminatrice: i Padri Gesuiti si erano rifiutati di accettare l'incarico, proposto loro il 9 agosto 1840 e, nonostante una nuova convocazione di altri commissari, gli sforzi del consiglio comunale vennero frustrati, tanto che Francesco Antonio De Andreis, gonfaloniere facente funzione, chiedeva al Delegato Apostolico di Frosinone che venisse restaurata la prassi tradizionale del sorteggio tra i candidati, senza premettere esame (10). Finalmente nel novembre il Vicario Capitolare di Ferentino riuscì a comporre una commissione esaminatrice, che stabilì il criterio di selezione: non sarebbe stato ammesso chi superava i 10 errori per traduzione. Tutti i concorrenti sbagliarono e perciò non furono ammessi. Il concorso, quindi, non poté essere espletato, perché il comune nella sua autonomia aveva deciso che la scelta dovesse cadere su uno di quei candidati, che avesse superato l'esame. Il Vicario Capitolare, riferendo alla Delegazione Apostolica sull'accaduto, lamentava l'introduzione del criterio selettivo nel concorso, bandito dal comune per l'assegnazione del posto gratuito in seminario, e richiedeva che si ristabilisse la prassi tradizionale del semplice sorteggio tra i nominativi dei candidati. La Delegazione Apostolica frusinate il 18 dicembre 1840 rispose che avrebbe deciso solo dopo le controdeduzioni del consiglio comunale di Ferentino. Presa la parola, nel consiglio comunale del 7 gennaio 1841, il consigliere Pio Roffi dichiarò che sarebbe stato opportuno procedere a nuovo concorso, convocando una commissione composta dai canonici Lolli, Trenta e Fratazzi; questi commissari avrebbero presentato al Consiglio solo un candidato, quello risultato migliore di tutti. In risposta a questa esasperata selezione intervenne il consigliere Vincenzo Bertoni, che propose alla commissione di segnalare almeno tre nomi dei candidati approvati, tra i quali il Consiglio avrebbe scelto il candidato vincente, secondo le norme stabilite nella riunione consiliare del 13 luglio 1840. Nessuna delle due proposte, sia quella Roffi che quella Bertoni, venne approvata e perciò il presidente dell'assemblea, Francesco Antonio De Andreis, rimise la decisione al Delegato apostolico di Frosinone (11). Il 18 marzo 1841 il Delegato concesse al Comune di Ferentino di riaprire il concorso per il posto gratuito in seminario (12). Nella contesa si inserì anche il vescovo, mons. Giuseppe Maria Lais, cui il Delegato aveva chiesto informazioni. Il Lais, in una lunga lettera, spiegò la sua versione dei fatti e richiamandosi al Breve apostolico di Benedetto XIII (12 dicembre 1727), lo interpretava in modo diverso dai consiglieri comunali. Infatti sosteneva che «nel citato breve vi si prescrive che il giovane da nominarsi sia un cittadino ferentinate, non si fa motto affatto di premettere un concorso per la scelta del medesimo e, per verità, trattandosi di un giovane che deve abilitarsi agli studi, non si può pretendere che abbia studiato; al più si può esigere che sia iniziato almeno ne' primi studi per la carriera ecclesiastica». Quindi per il Lais la discriminante culturale era inutile, doveva tenersi in conto un altro elemento: che il giovane scelto fosse un cittadino e non uno del «volgo», che abbia una condotta lodevole e sia manifestamente inclinato alla carriera ecclesiastica, «che poi sia indigente, lo porta con sé la giustizia, poiché non deve alimentarsi de' beni della Chiesa chi non ha bisogno». Su questa linea di interpretazione il Lais esaminava anche la condotta del consiglio comunale e vi ravvisava «un qualche sospetto di broglio». Fino al 1830 le nomine comunali al posto gratuito in seminario erano state condotte pacificamente col sistema del sorteggio; dopo tale data si era introdotta una nuova regolamentazione, suggerendo per le scelte il metodo concorsuale. Tuttavia gli stessi consiglieri, discordi sul modo di condurre l'esame e sul successivo criterio di scelta da adottare riguardo ai vincitori, ma specialmente la ricusa di molti esaminatori, convocati per la formazione delle commissioni, di per sé mostravano scontentezza e un tentativo di sottrarsi alle brighe della politica paesana. Inoltre proprio durante il 1840, in occasione dell'espletamento del con corso per il quinquennio 1840- 1845, il consiglio apertamente aveva dichiarato, nonostante i risultati assolutamente negativi della prova di esame, che mai avrebbe vincolato la sua autonomia di scelta al voto degli esaminatori (13). L'atteggiamento pratico dei consiglieri contraddiceva le dichiarazioni teoriche; quindi il Vescovo vi scorgeva «una qualche mano segreta» che «procurava d'intorbidare le menti, per giungere allo scopo prefissosi ... l'impegno... a favore d'un figlio d'un impiegato comunale, che ha padre vivente». L'ingiustizia era veramente palese perché si ledeva il diritto del chierico Alessandro Simonetti, giovane di «specchiata condotta, che ne' studi ne' quali è iniziato nelle scuole dei PP Gesuiti, dà continui contrassegni di progresso, ch'è cittadino.., orfano di padre, povero di sostanze». Anche il cardinale Polidori, protettore di Ferentino, lo aveva segnalato e questo intervento del porporato non era lesivo del Breve apostolico di Benedetto XIII, che richiedeva espressamente i requisiti già in possesso del Simonetti e non prescriveva «esperimento o concorso di sorte alcuna»; non era lesivo nemmeno dell'autonomia deliberante del Comune, «poiché questo non deve essere arbitrario», ma nell'esprimere pienamente la sua capacità giuridica deve tutelare i principi primi di giustizia, necessari «per una elezione giusta e spassionata». Il Vescovo però non disdegnava il criterio del concorso, purché questo, nel suo espletamento, tenesse in considerazione non solo i requisiti culturali, ma anche quelli indicati dal Breve apostolico. Nel caso che venisse bandito un nuovo concorso e persistesse il tentativo di broglio da parte dell'amministrazione comunale, il Lais sarebbe stato costretto ad opporre alla scelta del Comune il suo diritto di veto, diritto che gli riconosceva anche la costituzione apostolica del 12 dicembre 1727, laddove affermava che l'esecutore legale del Breve era lo stesso vescovo. Quindi, essendo il breve apostolico una legislazione concernente l'ammissione in seminario, tra i principali requisiti il Vescovo collocava, come primo, quello della manifesta vocazione ecclesiastica, perché non si voleva permettere l'ingresso a «chi portasse la dissipazione ed uno spirito alieno da quel pio stabilimento» (14). Il concorso venne espletato il 6 maggio 1841 e la commissione fu composta dai canonici Paolo De Cesaris, Domenico Lolli, Giovan Pietro Trenta e Domenico Fratazzi (15). I canditati che presentarono istanza di partecipazione furono tre: Francesco Rossi, Vittorio Pro e Alessandro Simonetti, ma solo il Simonetti si presentò alla prova selettiva. Anche il consiglio comunale, il 28 maggio del medesimo anno, confermò la nomina del Simonetti, perché orfano di padre, povero e degno di ogni considerazione; infatti il padre era stato un benemerito cittadino e consigliere comunale (16). Con la nomina ufficiale del Simonetti (17) il consiglio accordava convalida alla richiesta episcopale, ma ribadiva con forza la sua autonomia giurisdizionale, scegliendo il chierico non perché chiamato alla vita sacerdotale, ma perché figlio di un benemerito cittadino. Con tale delibera l'assemblea lasciava intendere che non era competenza sua il valutare l'effettiva vocazione religiosa, essa si avvaleva solo di un diritto, ormai acquisito, di nominare uno studente cittadino e povero ad una borsa di studio quinquennale in seminario. Era ormai in atto una frattura, difficilmente ricomponibile, nei rapporti tra la comunità laica di Ferentino e il vescovo, tanto che Francesco De Andreis, gonfaloniere facente funzione, il 12 ottobre 1841 al Delegato Apostolico di Frosinone comunicò laconicamente che il consiglio comunale non era approdato ad alcuna risoluzione positiva in merito alla prassi da osservare per la scelta del candidato da assegnare al godimento di un posto gratuito quinquennale in seminario (18). La Delegazione non prese provvedimenti e il consiglio comunale di Ferentino continuò a seguire il regolamento stabilito nel 1830. Infatti quando nel 1857 si riaprì il concorso per l'assegnazione del posto gratuito in seminario, subito vennero nominati i membri della commissione: don Ambrogio Lucioli, don Antonio La Posta, signor Ambrogio Pace (19). La commissione svolse l'esame ai due candidati, il suddiacono Camillo Iaconelli e il chierico Felice De Andreis il 12 dicembre e dopo lo scrutinio, avvenuto il 18 dicembre, assegnò il primo posto per merito allo Iacononelli ed il secondo al De Andreis. Il consiglio, secondo la risoluzione presa nella assemblea del 13 luglio 1840, procedette alla scelta tra i due candidati il 28 dicembre 1857. Prima di passare ai voti il consigliere Pio Roffi espose la sua proposta: suggerì di scegliere il chierico De Andreis perché più giovane, potendo, nei cinque anni di studio, rendersi abile al sacerdozio. Lo Iaconelli, essendo già ordinato in sacris, sembrava aver raggiunto lo scopo di essere prossimo al sacerdozio; quindi, assegnandogli il posto gratuito, si sprecava l'opportunità di istruire un altro giovane nel delicato compito del sacerdozio. Il consiglio approvò la proposta; dalla votazione però si astenne il consigliere Francesco Antonio De Andreis, padre del chierico concorrente Felice, che ottenne 14 voti favorevoli su 15 votanti (20). Felice De Andreis fu nominato al godimento del posto gratuito in seminario il 2 gennaio 1858 (21), ma subito sorsero problemi riguardo al riconoscimento di tale delibera consiliare. Il 14 gennaio 1858 il Delegato Apostolico, con dispaccio dichiarava nulla l'elezione del De Andreis, avvenuta nell'assemblea comunale il 28 dicembre 1857. Tale dichiarazione di nullità era scaturita dall'illecito comportamento dell'assemblea consiliare di Ferentino, che aveva disatteso tanto le norme stabilite dal breve papale del 12 dicembre 1727 quanto la delibera consiliare del 13 luglio 1840, secondo la quale si doveva nominare al posto in seminario un alunno, che durante il quinquennio non dovesse essere provvisto di altri benefici comunali. invece Felice De Andreis, successivamente alla nomina al posto gratuito, aveva ricevuto dal consiglio, nella stessa data del 2 gennaio 1858, il godimento di un beneficio di giuspatronato comunale in S. Ippolito, intitolato a S. Paolo. La borsa di studio quinquennale in seminario veniva annullata e il diritto passava all'altro candidato, Camillo Iaconelli. Il consigliere Giuseppe Bono si oppose all'accettazione del dispaccio delegativo, dichiarandolo lesivo dell'autonomia comunale, anche perché era notorio che le norme, stabilite dall'assemblea del 1840, cui si era richiamato il Delegato, erano temporanee e transitorie. Pertanto doveva riconfermarsi nel godimento del posto gratuito in seminario il chierico Felice De Andreis. Così stabilì con votazione il consiglio comunale, approvando la proposta Bono con 14 voti favorevoli su 15 votanti (22). Anche il vescovo Bernardo Maria Tirabassi entrò nella questione reclamando l'osservanza letterale del breve pontificio del 1727 e l'annullamento della nomina al De Andreis, in quanto non idoneo alla carriera ecclesiastica (23). La questione si inaspriva perché il consiglio comunale si ostinava a considerare il seminario alla stregua di un semplice collegio - convitto per l'istruzione umanistica; il Vescovo, invece, ribadiva la natura del pio istituto, un luogo specializzato per la formazione esclusiva di sacerdoti. Il Ministro dell'Interno e Grazia e Giustizia, mons. Andrea Pila, intervenne nella controversia, richiedendo al Delegato Apostolico di Frosinone informazioni. A lui era giunta la supplica di Francesco Antonio De Andreis, padre del chierico Felice, indebitamente sospeso dal godimento del posto in seminario, assegnatogli dal consiglio comunale il 28 dicembre 1857. Nonostante il dispaccio della Delegazione Apostolica del 14 gennaio 1858, non era stato possibile dichiarare nulli gli atti del consiglio comunale di Ferentino in merito all'assegnazione del posto gratuito. Gli atti erano sostanzialmente e formalmente corretti; tuttavia il Delegato Apostolico, desiderando favorire, al pari dell'Ordinario diocesano, il concorrente Iaconelli, aveva sospeso il 23 febbraio 1858 la deliberazione consiliare del 28 gennaio 1858 fino a nuovo ordine. Non era il consiglio comunale ferentinate a commettere brogli! Perciò il De Andreis sollecitava una pronta giustizia e la reintegrazione del figlio al godimento della borsa di studio quinquennale (24). Il Ministro richiese informazioni sulla vertenza tra Comune e Vescovo riguardo al caso De Andreis ed il Delegato di Frosinone gli inviò il 30 marzo 1858 un rapporto informativo molto particolareggiato sullo sviluppo della vicenda. Se da una parte il Vescovo reclamava il riconoscimento dello Iaconelli, perché era stato giudicato il più bravo dalla commissione, il consiglio comunale rivendicava la sua autonomia giurisdizionale: le due posizioni erano inconciliabili, nonostante gli interventi pacificatori del Delegato Apostolico. Il Delegato, però, riteneva, per porre fine alla vertenza, che non era illegale riconoscere la validità al deliberato consiliare, in quanto, accettando il responso della commissione, veniva ad affermarsi che il diritto di nomina non competeva più al Comune: e questo era veramente lesivo del principio di autorità (25). Mons. Pila, avendo con cura esaminato la documentazione inviatagli dal Delegato di Frosinone, deliberò la conferma del De Andreis al godimento del posto gratuito in seminario, perché nel concorso non può essere privilegiato chi è più grande di età e quindi più avanzato negli studi. Se lo Iaconelli era stato collocato al primo posto nella graduatoria dell'esame selettivo, ciò era stato determinato dalla sua maggiore preparazione rispetto a quella del chierico De Andreis, più giovane d'età e frequentante un corso di studi inferiore. L'ingiustizia era stata commessa dalla commissione giudicatrice, che aveva condotto l'esame senza tener conto dei diversi livelli culturali tra i due concorrenti. Per ristabilire il diritto, dunque il Ministro concedeva la borsa di studio al chierico Felice De Andreis e dava comunicazione del suo deliberato tanto alla Delegazione Apostolica di Frosinone (26) quanto al Comune di Ferentino (27). L'ostinazione di De Andreis non era senza motivo; egli si sentiva chiamato alla vita ecclesiastica tanto che, spirato il quinto anno della sua borsa di studio, egli supplicò il consiglio comunale a prorogargliela di altri due anni, per completare gli studi teologici da lui iniziati con buon profitto. Avendo anche la Delegazione Apostolica di Frosinone, cui il De Andreis si era rivolto, accettato la possibilità della proroga di due anni, il consiglio comunale approvò la richiesta del suddiacono Felice con 12 voti favorevoli su 14 votanti (28). Nel l864, il 6 dicembre, il consiglio comunale di Ferentino venne di nuovo convocato per eleggere un alunno al posto gratuito in seminario; si presentarono quattro concorrenti, tra i quali a maggioranza fu prescelto il chierico Salvatore Palladini, con 15 voti favorevoli su 17 votanti (29). Tuttavia, benché non fosse spirato il quinquennio, il 18 luglio dell'anno seguente (1865) il vescovo Gesualdo Vitali dichiarò vacante il posto (30). Il gonfaloniere Alfonso Giorgi convocò il consiglio per il 23 settembre per le ore 8,30 (31), per surrogare il Palladini. La riunione ebbe luogo solo il 27 ottobre 1865, perché il 23 settembre il consiglio era stato interrotto dalla discussione sulla pregiudiziale posta dal consigliere Giuseppe Rossi. Il Rossi, richiamandosi alla decisione del vescovo Vitali, che aveva escluso dal seminario il Palladini per cattivo rendimento, proponeva di considerare nei concorrenti, come requisiti prioritari, la buona condotta e l'attitudine agli studi (32). Aggiornato il consiglio al 27 ottobre, in tale data si esaminarono le istanze di otto concorrenti e i consiglieri dovettero ricorrere ad una seconda votazione per assegnare il posto al chierico Giampietro Catracchia (33), che fu nominato dal gonfaloniere il giorno dopo (34) ed approvato dal Delegato Apostolico di Frosinone il 10 novembre del medesimo anno (35). Il chierico Catracchia l'anno successivo fu ordinato sacerdote, liberando così il posto in seminario; pertanto il 10 novembre 1866 si riunì nuovamente il consiglio comunale per procedere ad un'altra nomina. Si iscrissero al concorso otto giovani, dai quali fu scelto Arcangelo Rossi con 13 voti favorevoli su 17 votanti; si era astenuto dalla votazione suo padre, il consigliere Giuseppe Rossi (36). Fino al 1866 le elezioni al posto gratuito in seminario furono pacifiche, perché per consuetudine i chierici erano stati preferiti ai laici e quelli non costituiti nella tonsura non erano nemmeno stati accettati tra i concorrenti. Invece con l'elezione di Arcangelo Rossi, figlio non ancora decenne del notaio Giuseppe, la consuetudine era stata stravolta, preferendo questo bambino al chierico Raffaele Angelisanti (37); era quindi doveroso assegnare il posto gratuito a chi fosse già indirizzato alla carriera ecclesiastica. Non fu solo l'accendersi delle polemiche sull'assegnazione del posto gratuito in seminario ogni quinquennio, che guastò i rapporti tra vescovi e Comune di Ferentino: un altro argomento al contendere fu offerto dal reperimento di fondi per la fabbrica del collegio - convitto Filetico, passato dal 1815 dalla gestione dei Francescani Conventuali a quella dei Gesuiti (38). La fama dei maestri e l'apertura di scuole di grammatica, belle lettere, diritto e teologia attirarono un numero sempre maggiore di allievi, che provenivano anche dal vicino Regno di Napoli. Per accogliere dignitosamente gli allievi si aveva bisogno di unire alla scuola anche un convitto; quindi si sarebbero dovuti ampliare i locali a spese della Comunità di Ferentino perché la scuola apparteneva al Comune. Il Comune nel 1833 non aveva i fondi sufficienti per affrontare tali spese, per cui risolse di seguire la via meno costosa: ammettere a frequentare le scuole solo un numero limitato di allievi ed escludere i soprannumerari, particolarmente forestieri. I padri degli esclusi reclamarono ed ottennero l'interessamento anche del vescovo, che vedeva compromesso il buon rendimento del seminario, in quanto, per penuria di mezzi economici, era costretto a inviare i suoi sessanta alunni a frequentare le scuole dei Gesuiti. Tra i seminaristi vi erano molti forestieri, i quali sarebbero stati colpiti dalla medesima esclusione. Il vescovo Lais interessò alla questione la Congregazione degli Studi, proponendo come alternativa l'ampliamento del locale grazie alle contribuzioni provenienti dai paesi della provincia, che inviavano i loro allievi nel collegio ferentinate. La Sacra Congregazione rispose al Vescovo elogiandolo per la generosa iniziativa di promuovere la cultura non negandola a nessuno. Era lodevole e degna di ogni attenzione la proposta di sollecitare la Provincia a contribuire per le spese di ampliamento delle scuole di Ferentino; tuttavia per ottenere qualche successo a tale disegno bisognava rivolgersi direttamente agli amministratori provinciali. Ciò fu prontamente fatto da parte del comune il 30 gennaio 1833 ma grande fu la sorpresa, quando dalla Delegazione Apostolica di Frosinone giunse la comunicazione che il 9 aprile del medesimo anno il Segretario di Stato aveva ordinato che l'ampliamento si facesse solo a spese del comune. Il consiglio comunale interpellò il Vescovo diocesano per sentire «se intendeva di contribuire alcuna somma di denaro necessario per la nuova fabbrica, in vista del vantaggio, che risente il seminario diocesano, i cui allievi frequentano le suddette scuole per l'esoneramento della spesa dei maestri». Intanto il consiglio comunale fu adunato per risolvere la delicata questione il 7 maggio 1833. I temi da dibattere erano due: 1) vietare l'ammissione degli studenti forestieri, per non privare i cittadini dell'istruzione; 2) nel caso che tale criterio risultasse inattuabile e si dovesse procedere all'ammissione totale di tutti gli alunni, cittadini e forestieri, l'ampliamento del locale doveva avvenire anche a spese della Provincia, sia perché il comune di Ferentino da solo ogni anno doveva sostenere una spesa di circa 900 scudi per la pubblica istruzione, sia perché, essendo il collegio unico della provincia e accogliendo giovani da ogni parte della medesima, anche la Provincia doveva sentirsi impegnata a contribuire alle spese scolastiche. Il consigliere Pio Roffi chiese la parola ed espose la sua opinione: poiché, come testimoniavano i deliberati della Congregazione degli Studi, era andato a vuoto il progetto di coinvolgere la Provincia nel pagamento delle spese scolastiche, si doveva senz'altro procedere alla esclusione dei forestieri dalla scuola ferentinate. Messa ai voti la sua proposta, essa fu approvata a maggioranza schiacciante: 23 voti su 24 votanti (39). Naturalmente la reazione del Vescovo fu immediata, perché fra i forestieri vi erano inclusi anche i seminaristi, provenienti dal territorio della diocesi. Di fronte alle rimostranze episcopali, il Comune oppose la richiesta ufficiale che anche il Vescovo contribuisse alle spese di ristrutturazione ed ampliamento dell'edificio scolastico comunale, motivando la tassazione con l'utilità che il seminario ricavava dall'inviare i suoi alunni a seguire le lezioni presso la scuola gestita dai Gesuiti. La preoccupazione del Vescovo era aumentata dal parere favorevole che la Congregazione degli Studi aveva espresso su tale nuova tassazione. Per esporre le sue ragioni il Vescovo scrisse il 21 maggio 1833, al delegato apostolico di Frosinone, mons. Provenzali, una lettera molto circostanziata nella descrizione dei fatti. Senza voler esprimere giudizi negativi sull'operato della Congregazione, piuttosto ignara delle reali condizioni economiche del seminario, mons. Lais riprovava la faciloneria, con cui si disegnava di imporre un'altra tassa al pio istituto di Ferentino. Il seminario avrebbe potuto sostenere l'onere di quella contribuzione straordinaria solo utilizzando estremi rimedi, cioè creando un mutuo; ma questa risoluzione oltre a creare altri debiti e pesanti obbligazioni per le povere finanze del seminario diocesano, avrebbe anche gettato cattiva luce sull'operato del Lais, che accendeva debiti per «una causa estrinseca» alla retta conduzione del pio istituto. Il Vescovo riconosceva i vantaggi derivanti dall'avere scuole interne al seminario; ma la situazione diocesana non glielo permetteva, per cui doveva gioco forza servirsi dei Padri Gesuiti e del loro collegio, per poter istruire i seminaristi. Alle origini del seminario era stato possibile costruire scuole interne perché pochi i seminaristi e solo quattro i docenti, per i quali l'onorario non superava complessivamente i 100 scudi. Con l'accrescimento del numero degli alunni, che raggiungevano persino le settanta unità, era impossibile servirsi di maestri a pagamento: per questi si poteva ricorrere ai Gesuiti che insegnavano nelle scuole pubbliche, mentre per la necessità del seminario bastava un ripetitore. Gli alunni del seminario vescovile più volte al giorno dovevano uscire dall'istituto, ma, economizzando sulla spesa dei maestri si poteva dare sostentamento e alloggio a più giovani non essendo sempre sufficiente la quota della retta annuale, spesso decurtata per venire incontro alle esigenze economiche delle famiglie povere. Ora la tassa comunale rischiava di compromettere il precario equilibrio economico del seminario. La tassazione prevista e richiesta dal consiglio comunale si basava su un principio, che il Vescovo non esitò a definire falso e addirittura equivoco: quello di considerare il seminario «estrinseco alla Comune in cui trovasi. Il seminario non è che un corpo morale, il quale forma parte della stessa comune; esso non consiste nel fabbricato materiale, ma nell'unione degli individui, che vi dimorano e vi si educano sotto la disciplina di chi è destinato a presiedervi e vi ricevono il mantenimento. Sotto questo essenzialissimo suo rapporto il medesimo seminario soggiace a pagamenti de' dazi e pesi camerali, provinciali e comunitativi». Come ente il seminario era già soggetto ad una tassazione che, di riflesso, gli dava diritto a «godere de' privilegi e favori ... tra quali favori meritano primaria considerazione l'assistenza de' professori sanitari e l'uso de' mezzi di pubblica istruzione». Quindi era ingiusto, in linea di principio e di fatto, escludere il seminario vescovile dall'usufruire di scuole pubbliche Quanto alla esclusione dei forestieri dimoranti nell'istituto, anche tale risoluzione era ingiusta, perché disconosceva la natura stessa del seminario, nato, secondo il Concilio di Trento, «a vantaggio non della sola città, ove sia piantata la cattedrale, ma della intera diocesi»: escludere i diocesani sarebbe stato come contravvenire all'ordine del Concilio. Il vescovo Lais riteneva che la scuola filetica, retta dai Gesuiti, dovesse essere ampliata grazie alle contribuzioni dei Comuni della Provincia, che, inviando i loro studenti in Ferentino per ricevere «i sinceri principi della moralità e di letteratura», traevano indubbio beneficio dalla scuola gesuitica. Il Lais chiudeva la sua fervida perorazione, chiedendo al Delegato Apostolico di Frosinone di intervenire «perché si rigetti la stessa risoluzione per quella parte che pregiudichi questo ... seminario e pel resto si adotti un temperamento più confacevole al bene della pubblica istruzione ed al sostegno del primario diritto, che v'ha questa Comune» (40). Non fu senza effetto la presa di posizione del Lais; infatti il cardinale Gamberini per ben due volte ricordò al delegato apostolico di Frosinone, mons. Antonelli, che era ingiusto richiedere al Vescovo ferentinate una tassa speciale per l'ampliamento delle scuole pubbliche, quando egli già pagava la tassa per le scuole (41); era preferibile, per le necessità del Comune, ricorrere alla tassa «chiamata delle scuole», da imporre alla Provincia (42). Il Collegio - Convitto gesuitico fu infine ampliato e ammodernato secondo i criteri didattici previsti dalla disciplina scolastica dei Gesuiti, ma non cessarono le questioni. Nel 1839 il gonfaloniere Domenico Stampa riferì al Delegato Apostolico di Frosinone che la Comunità disegnava di far sopprimere la scuola di legge, aperta nel collegio gesuitico ferentinate, perché pochi erano gli iscritti e l'insegnamento non concedeva gradi accademici. L'unico ad opporsi a tale soppressione fu il vescovo Macioti, che si serviva di tale scuola per nove suoi seminaristi. Egli aveva ordinato ai seminaristi di usufruire della disciplina giuridica, impartita dai Gesuiti, perché era molto utile per il clero conoscere non solo le scienze filosofiche e teologiche, ma anche quelle inerenti al diritto. Anche se la scuola di diritto, costituita in Ferentino, non era legalmente riconosciuta, gli studenti interessati alla giurisprudenza avrebbero potuto continuare in Roma gli studi giuridici, facendosi riconoscere e valutare gli anni di studio, svolti nel collegio ferentinate. (43) Intanto i rapporti tra seminario diocesano di Ferentino e padri Gesuiti, docenti nelle scuole comunali, si stringevano: dal 1837 al 1859 il seminario concedeva annualmente 10 scudi per i premi da assegnare agli scolari (44). Durante la triste esperienza della Repubblica Romana i Gesuiti furono cacciati dal collegio da loro diretto, ma trovarono accoglienza nel seminario vescovile, dove, deposto l'abito religioso, impartivano lezioni ai seminaristi (45). Dopo questo fatto cominciò una più stretta collaborazione tra l'ordine gesuitico e l'amministrazione del seminario vescovile, collaborazione che culminò nel 1871, quando i Gesuiti presero definitivamente residenza nell'istituto. § 3. I Gesuiti alla guida del seminario I Gesuiti erano stati gli animatori della vita ferentinate dal 1815 al 1870 non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello spirituale. In una lettera del 13 gennaio 1860 il vescovo Tirabassi ringraziava il P. Pasquale Cambi, gesuita, perché gli aveva donato una reliquia di S. Stanislao Kostka a cui patrocinio aveva raccomandato il seminario di Ferentino (1). Il Vescovo si augurava che quel dono prezioso promuovesse sempre più la venerazione verso il santo gesuita polacco, alla cui protezione anche il vescovo Macioti aveva affidato la camerata dei «piccoli» (2). Quando nel 1870 cadde definitivamente il potere temporale dei Papi ed anche Ferentino entro a far parte del Regno d'Italia, cambiarono tutte le strutture politiche e scolastiche della cittadina e persino le istituzioni ecclesiastiche subirono il contraccolpo del mutamento. Già dal 14 settembre le truppe piemontesi avevano invaso la città e avevano messo a soqquadro il collegio retto dai Gesuiti, temendo che vi nascondessero uomini armati; in realtà le truppe erano composte da vili ladroni, desiderosi solo di accaparrarsi un ricco bottino di guerra. Alle violenze dei soldati si aggiunsero le angherie della nuova giunta municipale. Il Sindaco, reclamando i diritti della municipalità, rivendicò la gestione della scuola al comune (3). I Gesuiti si opposero strenuamente al tentativo di sottrazione delle istituzioni ecclesiastiche; riuscirono, per ben due volte, sia nel tribunale di Frosinone che in quello di Viterbo, ad avere partita vinta nelle cause loro intentate dal Sindaco Achille Giorgi per contrastare il loro diritto di insegnare pubblicamente. Tali sentenze furono vanificate dalla legge di soppressione degli Ordini Regolari e quindi il 28 novembre 1873 il sindaco fece sapere ai Gesuiti di abbandonare immediatamente il collegio, ordine che i religiosi rispettarono in quella notte stessa. I Gesuiti furono ospitati provvisoriamente in case private: tre padri presso la sorella di padre Frattali, Elisa Lesen; altri due, per breve tempo, nelle case di privati. Intanto i religiosi prestavano la loro opera spirituale a favore delle Suore Clarisse; ma il sindaco, per danneggiarli ulteriormente, minacciò la badessa di gravi danni, se continuava a proteggere i Gesuiti. La situazione, già precaria, rischiava di peggiorare ulteriormente, se non interveniva il canonico Stanislao Cocumelli, fratello del padre Vincenzo; il canonico li fece accogliere nella chiesa di S. Salvatore, detta comunemente di S. Giuseppe. In questa chiesa, che minacciava rovina, i Gesuiti si insediarono, la restaurarono, e dopo aver annesso al loro ordine l'antica Congregazione di S. Giuseppe, eretta nella chiesa, iniziarono il loro ministero sacerdotale, che richiamò gran concorso di popolo. Il numero dei Gesuiti, dimoranti in Ferentino, cominciò a diminuire, perché padre Corti si ammalò e morì; unico superstite padre Lippi continuò la sua opera, istituendo il pio esercizio del mese di maggio ed il sodalizio delle Figlie di Maria. Intanto già nel 1870-1871 tre padri gesuiti iniziarono ad impartire lezioni nelle scuole inferiori, ormai rese private, del seminario diocesano; Poiché i seminaristi non ebbero più l'autorizzazione a frequentare le scuole del collegio comunale, il vescovo Vitali chiese al Padre Provinciale della Compagnia di Gesù l'autorizzazione all'insegnamento dei Gesuiti nel seminario vescovile. Nell'anno scolastico 1871-1872 il personale del seminario ferentinate fu cosi ripartito: P. Carlo M. Turri, rettore e maestro di Belle Lettere; p. Tito Giacobini, Morale e Teologia dogmatica; p. Stefano Anticoli, ministro e lettore di Filosofia (4); p. Giuseppe Severi, maestro di Grammatica della classe media e superiore. Purtroppo, il numero degli alunni residenti in seminario e l'angustia dell'edificio imponevano che le lezioni si tenessero nel dormitorio. Le camerate inoltre erano anguste e la biblioteca, conservata in uno stretto ambiente, aveva bisogno di essere sistemata meglio. Lo stipendio annuo dei quattro maestri ammontava a 500 scudi come fu pattuito; ma alla fine dell'anno scolastico, il vescovo mons. Gesualdo Vitali, come atto di ringraziamento, dopo l'accademia che chiudeva l'anno, con un biglietto di ringraziamento inviò al p. Turri, rettore, 100 scudi di premio. Tale premio, dono personale del Vescovo, fu assegnato annualmente fino alla morte del Vitali. Gli alunni continuavano a crescere sia nel numero (oltre 60 giovani) sia nel profitto, tanto che il personale docente dovette essere ampliato. Nel seminario vescovile di Ferentino, il cui corso di studi era strutturato dalla grammatica inferiore alla teologia, a partire dall'anno scolastico 1872-1873 furono aggiunte le esercitazioni di Sacra Scrittura, di diritto canonico, di lingua francese. Inoltre il padre Giacobini ebbe l'incarico di direttore spirituale dei seminaristi, i quali ricevevano insieme all'istruzione una formazione morale, che li abituava alla frequenza ai sacramenti ed alle funzioni celebrate in S. Giuseppe, alla visita degli infermi, alla partecipazione alle prediche svolte nelle chiese cittadine (5). Prima che si aprisse il nuovo anno scolastico 1872-1873, all'interno del corpo docente si ebbero degli avvicendamenti. Padre Severi, che soffriva di stomaco, il 17 settembre 1872 ottenne di recarsi a Napoli per potersi curare; ritornato, dapprima si recò «a diporto» a Prossedi, poi andò a svolgere gli esercizi spirituali a Giuliano, e ritornò a Prossedi. Padre Soriani fu destinato il 21 ottobre del medesimo anno a Tivoli; il 24 ottobre arrivò in seminario p. Augusto Succi, maestro di matematica e fisica, ed il 3 novembre p. Giuseppe Bianchini, nuovo ministro e maestro di grammatica superiore. L'anno scolastico 1872-73 iniziò, in nome dell'Immacolata Vergine e sotto gli auspici del «patriarca» S. Giuseppe e di S. Carlo, il 4 novembre 1872. Il personale del seminario era composto da p. Turri, rettore e maestro di Belle Lettere, p. Bianchini, ministro e maestro di Grammatica superiore, p. Giacobini, direttore spirituale e professore di Dogmatica e Morale, p. Succi professore di Fisica e Matematica, don Pietro Bocanelli, sacerdote diocesano di Ferentino, maestro di Grammatica inferiore e don Camillo Iaconelli, economo (6). Per sostenere il peso economico dell'ampliamento didattico, non erano più sufficienti le magre entrate dell'istituto. I sette padri Gesuiti erano già troppo sacrificati nell'angustia dei locali. Essi vivevano in tre piccole stanze, una quarta, ancora più stretta ed esposta a nord fungeva da biblioteca. Il vitto era modico e povera di medicamenti era l'infermeria. C'era bisogno di altri introiti, perché non bastava né lo stipendio dato ai docenti né le elemosine delle messe. Il Rettore espose queste difficoltà economiche e dopo qualche discussione sia con il Vescovo che con gli amministratori del luogo pio, si stabilì di aumentare la retta mensile dei seminaristi di 5 scudi. Il lavoro dei Gesuiti si accrebbe ancor di più perché, oltre agli interni, incominciarono a frequentare la scuola del Seminario anche 12 chierici esterni (7). Nel 1878 fu un anno molto critico per il seminario vescovile di Ferentino; se dopo il 1870 le iscrizioni dei giovani avevano fatto salire il numero ad ottanta, nel 1878 il pio istituto rischiò la chiusura. L'anno scolastico si aprì con soli 13 allievi (8) e, per scongiurare il pericolo della chiusura, il Padre Rettore implorò l'aiuto di S. Giuseppe, promettendo con voto di far celebrare una messa il giorno 19 di ogni mese (9). Il motivo, per cui ci fu un decremento di iscritti, dipese da un duplice ordine di fattori: la leva obbligatoria per tutti e il nuovo ordinamento degli studi, che prevedeva esami di idoneità, per chi frequentava scuole private. Non fu tanto la leva obbligatoria, imposta a tutti i cittadini di sesso maschile dallo Stato Italiano a far calare le presenze in seminario, quanto il cattivo esito degli esami, cui erano sottoposti i chierici. La pessima prova fu conseguenza di un programma di studi diverso da quello richiesto dalle scuole statali. Inoltre si erano verificati anche fenomeni incresciosi di indisciplina che costrinsero il Rettore ed il Vescovo ad espellere i facinorosi (10). Il 24 dicembre 1878, essendo andati i seminaristi a dare gli auguri di Natale al Vescovo, questi li rimproverò per il cattivo esempio che davano durante le funzioni religiose della mattina: non solo non si erano presentati alla messa i sei seminaristi convocati, ma se ne erano andati anche a spasso. Gli altri seminaristi, durante le cerimonie liturgiche, erano scomposti nell'atteggiamento, ridevano e parlavano. Il rimprovero non fu preso molto in considerazione; infatti nemmeno due mesi dopo, il 20 febbraio, giorno di giovedì grasso, otto seminaristi, capeggiati dal prefetto e dal sottoprefetto, invece di andare a dormire dopo la cena, nonostante che il Rettore avesse chiuso la porta, si introdussero in biblioteca e li organizzarono una cena supplementare. Il Rettore, accortosi che in biblioteca era accesa la luce, andò a ispezionare la camerata, vide chi stava a letto e chi mancava; poi, recatosi in biblioteca, apri pian piano la porta e colse i trasgressori, mentre mangiavano. Li riprese e li invitò ad andare a letto; ma quelli non obbedirono e continuarono a fare rumore per i corridoi. Anche padre Succi li rimproverò mandando un inserviente, ad invitarli alla moderazione. Nemmeno questi riuscì a moderarli, allora il Rettore si impose di autorità minacciando per il giorno dopo severe punizioni. Infatti il giorno seguente, a pranzo, gli otto malandrini rimasero a pane e acqua; ma questi, quando videro servire agli altri il pranzo, si alzarono dal loro posto e uscirono dal refettorio. Diede il cattivo esempio prima il prefetto Corsi, e dopo di lui il sottoprefetto Silvino De Alexandris e gli alunni Severino Gasbarra, Casali e Alfredo Iacobelli (11). Gli altri tre in punizione, Agostino Gabrielli, Cesare Magliozzi e Stanislao De Luca, non si mossero dal posto e dopo il pranzo chiesero scusa al Rettore. Tra i seminaristi «ribelli» continuava a correre il malcontento, come accadde il venerdì santo, 11 aprile 1879, quando a pranzo, essendo stato servito il pane avanzato a colazione, alcuni si lagnarono ad alta voce. Lo scandalo, però, successe il 21 maggio del medesimo anno, quando Alfredo Iacobelli fu espulso dal seminario «per la sua insubordinazione, per gli amoreggiamenti con due civettine e per un libro pessimo trovatogli». Lo Iacobelli non era tagliato per la vita ecclesiastica, per questo subiva con impazienza la disciplina del seminario. Il giovane si rifiutò di andarsene dall'istituto forse intimorito per la reazione paterna; allora fu mandato in castigo nella camerata dei «mezzani» in attesa dell'arrivo del genitore. Questi arrivò la sera ed ebbe un furibondo colloquio con il Rettore, poi, violando la clausura della camerata dei «grandi», cercò di introdurvi il figlio, imponendogli di rimanervi «finché non fosse strappato dai Carabinieri». Il 23 maggio il giovane obbedì ai consigli del canonico Patrizi, che lo pregava di star separato e di andare a dormire nella camera dei «mezzani». Il padre, Cataldo, prima di partire per Supino aveva supplicato il Vescovo affinché intercedesse a favore della riammissione del figlio in seminario. Mons. Vitali avrebbe acconsentito, ma i Gesuiti, che risiedevano nel pio istituto, minacciarono di andarsene tutti se lo Iacobelli tornava; allora, negando la grazia alla supplica, il Vescovo concesse ai giovane di restare fino alla conclusione dell'anno scolastico in seminario, poi sarebbe stato licenziato definitivamente. Il 23 giugno, invece, il padre ritirò anticipatamente il figlio e si fece dare indietro la retta dei due mesi, che restavano alla conclusione dell'anno scolastico. Il cronista laconicamente annotò: «Sia ringraziato Dio e S. Luigi Gonzaga che se n'è ito colle buone, senza chiasso» (12). Liberato il seminario da studenti troppo vivaci, il 18 ottobre 1879, arrivò il nuovo padre ministro e maestro di Grammatica; p. Giuseppe Bonavenia. Questi fece adottare un nuovo ordine di studi, ispirato al programma dei Ginnasi del Regno d'Italia (13): il Ginnasio veniva distinto in quattro classi ed avrebbe avuto due maestri, uno per le prime due classi, uno per le ultime due (14). Le innovazioni favorirono la rinascita della scuola del seminario, in cui si iscrissero giovani non solo della diocesi di Ferentino ma anche da Roma, Napoli, Abruzzo, Calabria, Puglia e Sardegna. Il 31 dicembre 1879, dopo un breve periodo di dolorosa malattia morì il vescovo Vitali e il 29 maggio 1880 gli successe Pietro Facciotti di Palestrina. (15) Durante l'anno scolastico 1879-1880 il seminario vescovile fu dedicato a S. Giuseppe, sposo della Madonna, perché grazie al suo intervento era stato scongiurato il pericolo della chiusura dell'istituto. Il seminario sperimentò nuovamente il patrocinio del protettore anche nell'anno scolastico 1882 - 1883: infatti in tale periodo l'istituto dovette affrontare e superare tre gravi pericoli. I seminaristi non potevano più uscire a spasso perché offesi con parole volgari dagli studenti del collegio comunale e persino presi a sassate. Contemporaneamente cominciarono a circolare calunniose illazioni contro i Padri Gesuiti, che insegnavano nel seminario. Tali calunnie furono pubblicate in un libercolo ed anche in giornali come Il bersagliere, La Capitale, La Libertà, Il Popolo Romano. Il rettore venuto a conoscenza di questa campagna diffamatoria mandò i giornali al Padre Provinciale e dovette subire nel gennaio 1880 l'ispezione di due visitatori, inviati dal Ministro della Pubblica Istruzione I funzionari controllarono ogni stanza del seminario ferentinate ed esaminarono gli allievi, che elogiarono per cultura e preparazione. Così l'accusa cadde nell'oblio. Superato questo scoglio, ad aprile del medesimo anno scoppiò un'epidemia di colera nel paese; in seminario si verificarono alcuni casi, ma la preghiera devota al patrono S. Giuseppe scampò miracolosamente il pio istituto dal contagio (16). Mons. Facciotti nel 1881 dovette organizzare didatticamente il corso di filosofia razionale e «sperimentale». Il problema consisteva nel raggruppare il corso di filosofia razionale nel primo anno e quello di matematica e fisica in quello successivo oppure suddividere entrambi i corsi in due anni ciascuno. Il Vescovo richiese che si esponessero i pareri favorevoli e contrari alle due proposte. Al primo quesito «se si abbia a far tutto il corso di filosofia razionale in un anno e quello di matematica e fisica in un altro», cinque erano le risposte favorevoli e quattro le contrarie. A favore della scansione annuale vi era il vantaggio di avere sempre aperto «il passaggio dalle classi ginnasiali», di applicarsi ad una sola materia, di avere maggiore continuità e di richiedere solo un professore ed un anno di tempo. Tra gli svantaggi si annoveravano quello di non riuscire ad approfondire la materia, di non avere esercitazioni di latino per un anno, di creare ostacoli per gli studenti senza attitudine per le matematiche (inconvenienti ai quali si poteva ovviare con qualche esercizio letterario almeno per i giorni di vacanza), di dover svolgere un corso troppo elementare e «compendiato». Il secondo quesito richiedeva di rispondere se era possibile «dividere l'uno e l'altro corso in due anni». A favore di tale proposta giocava la possibilità di una maggior applicazione allo studio, di una ripartizione più didattica nelle discipline, essendo il primo anno propedeutico al secondo; non sarebbe mancata la possibilità di svolgere esercizi letterari e ridurre lo spazio da attribuire alle matematiche. Di contro vi erano altri svantaggi: ad esempio quello di avere «il passaggio alla filosofia... un anno sì e l'altro no», di essere applicati allo studio di più materie con evidente dispersione di tempo e di fatica, di richiedere l'insegnamento di più docenti. «Due professori toglierebbero ogni inconveniente e meglio tre»; inoltre si sarebbe dovuto concedere un periodo di almeno due ore e mezza di scuola al mattino e altrettante la sera. Questo tempo sarebbe stato insufficiente per spiegare ripetere le materie e far esercitare gli scolari. I seminaristi avrebbero potuto studiare con diligenza le materie letterarie, ma «con discapito di tempo e di applicazione alle materie filosofiche». Il Vescovo di suo pugno stilò il regolamento: lo studio della filosofia razionale e «sperimentale» sarebbe stato ripartito in due anni e il P. Augusto Succi per gli studenti del secondo anno si sarebbe impegnato ad insegnare la fisica, che altrimenti sarebbe stata ignorata (17). Sempre mons. Facciotti dettò il regolamento da seguire per lo svolgimento degli esami annuali. Al termine del corso annuale di studi «tutti gli alunni di qualsivoglia scuola e classe» avrebbero sostenuto due prove: una scritta e l'altra orale. I saggi scritti sarebbero stati svolti nel mese di luglio e ripartiti in modo tale che tra essi vi sarebbe stato un congruo spazio di tempo; gli orali avrebbero avuto luogo nel mese di agosto. I temi per gli «esperimenti» sarebbero stati assegnati «nell'atto e nel luogo stesso dell'esame»; invece le materie oggetto d'esame orale, scelte dai professori entro il mese di giugno, non avrebbero dovuto esulare dalle discipline studiate durante l'anno scolastico. Il merito degli alunni sarebbe stato determinato non solo dai risultati conseguiti durante tutto l'anno scolastico, ma anche dal valore mostrato durante l'esame (18). Subito dopo il superamento della prova orale, nell'ultima decade di agosto ci sarebbe stata la distribuzione dei premi; coloro che non erano riusciti a superare qualche materia e, quindi, non erano iscritti nel libretto dei premi, avrebbero subìto l'esame di riparazione prima della riapertura delle scuole e nella data stabilita dal Rettore. I superiori, però, avrebbero potuto dispensare dalla riparazione di qualche materia secondaria (storia e geografia) solo gli alunni di quinta ginnasiale, che aspiravano al passaggio in Filosofia (19). Il motivo di questa piccola riforma del regolamento del seminario era nato da una riunione del collegio dei professori con il Vescovo. Tale consiglio propose alla discussione alcuni problemi, che non si potevano più ignorare. Nel corso del precedente anno scolastico 1884-1885 i docenti si erano resi conto di alcune manchevolezze del regolamento disciplinare e didattico. Una prassi sempre seguita era quella degli esami trimestrali; cioè l'insegnamento di ogni materia veniva strutturato in modo tale che la verifica dell'apprendimento avveniva allo scadere del trimestre. L'esperienza aveva dimostrato che tali esami invece di favorire lo sviluppo del programma, si risolvevano in una perdita di tempo. Inoltre gli studenti non imparavano a memoria i classici latini e italiani, mentre apprendevano mnemonicamente la storia e la geografia, senza riflettere o capire le cause degli avvenimenti. Era trascurato l'insegnamento della lingua italiana e la preparazione culturale conseguita in seconda e terza ginnasiale era insufficiente per il passaggio alla classe quarta; anche gli studenti del corso superiore filosofico mostravano gravi carenze, non superate durante la frequenza della quarta e quinta ginnasiale. Era urgente prendere dei provvedimenti che almeno limitassero i vizi di uno studio non sempre approfondito e di un metodo di insegnamento, che spesso indirizzava all'acquisizione di tecniche mnemoniche e non sviluppava la riflessione. Allora all'unanimità l'assemblea prese la deliberazione di abolire gli esami trimestrali, mentre rimanevano i gradi intermedi o «dignità»; poi per la ripartizione dei compiti didattici si stabiliva che don Raffaele Angelisanti avrebbe insegnato nella prima ginnasiale, il padre ministro nella seconda ginnasiale e il padre Bianchini nella terza ginnasiale. Questi ultimi due avrebbero insegnato solo italiano, latino e greco; mentre padre Lippi avrebbe insegnato tutte le altre materie comprese nel curriculum della seconda e terza ginnasiale (20). I Padri Gesuiti non solo in seminario prestavano la loro opera, ma si prodigavano anche svolgendo missioni nei centri della diocesi, compiendo veri «miracoli», come quello di riuscire a far confessare persone, che non si accostavano al sacramento della penitenza da 15-20 anni. Nell'anno scolastico 1883 1884 si verificarono altri cambiamenti nel corpo insegnante: p. Costantino Lippi, zelante parroco di S. Salvatore, fu chiamato ad insegnare in seminario (21); p. Luigi Bianchi, dopo avere insegnato per due anni in quarta e quinta ginnasiale, fu revocato; p. Francesco Rossi fu destinato al Seminario Stratense, dopo aver svolto insegnamento nella scuola elementare. Fu rimosso anche p. Pio De Mandato per tre anni lettore di teologia e prefetto spirituale degli alunni (22). Il 19 aprile 1885, il vescovo Facciotti consacrò alla Madonna 12 giovani, istituendo nel seminario il sodalizio dell'Immacolata Concezione (23). Fino al 1886 il compito di padre spirituale dei seminaristi era stato svolto con diligenza dal p. Roberto Gherardi; dopo tale data lo sostituì p. Ettore Venturini, maestro di teologia (24). Anche p. Carlo M. Turri definitivamente abbandonò la carica di rettore nel 1887 (25). Prima che p. Turri rinunciasse alla carica dopo 16 anni di servizio sorsero, delle incomprensioni tra lui e il vescovo Facciotti. Il Vescovo nelle sue visite al seminario si era accorto dell'angustia dell'edificio, che non poteva più contenere oltre gli ottanta seminaristi in esso dimoranti. Era necessario ampliare la fabbrica, ma le finanze del pio istituto non consentivano molte spese. Dapprima si pensò di accomodare l'edificio alla meglio, distribuendo gli alunni nelle camerate, ma subito tale progetto causò i primi dissapori. In una lettera del 2 ottobre 1886 il rettore padre Turri rimproverava il Vescovo di aver cambiato progetto del restauro dell'edificio inaspettatamente. Prima era sembrato che mons. Facciotti avesse accettato la proposta del rettore di far ristrutturare le stanze adibite a biblioteca; successivamente era giunta al p. Turri la notizia dell'inizio di altri lavori. Aveva sentito dire che il Vescovo disegnava di mettere nella camera dei «piccoli» i sette «grandi» della seconda camerata, nella parte di stanza separata dal resto dell'ambiente da un arco. Tale progetto al Rettore apparve subito poco funzionale, sia perché le due camerate sarebbero state intercomunicanti con grave pregiudizio della disciplina, sia perché il numero dei «grandi» si sarebbe accresciuto di lì a poco con i ragazzi quindicenni provenienti da Chieti. Al Rettore pareva opportuno che i «grandi» stessero al piano superiore, vicino alla sua camera per essere continuamente vigilati (26). La risposta del Vescovo fu immediata; lo stesso giorno, al ricevimento della lettera del Rettore, mons. Facciotti stese di getto una replica, che poi limò per renderla meno aspra. Il progetto iniziale di sistemare la biblioteca in vari ambienti era stato mutato perché era apparso subito inconcepibile; ma era «del tutto nuova l'idea di collocare i sette alunni grandi nell'appendice che si andrà a fare nella camerata seconda (dei «piccoli»)». Il Vescovo non aveva mai pensato a tale opportunità né altri l'avevano manifestata; anche se qualcuno avesse proposto tale mescolanza, l'Ordinario non l'avrebbe mai approvata. Faceva parte integrante «dell'unico progetto realizzabile... l'idea di collocare nell'attuale camera dei piccoli, dopo che sarà ingrandita del vano adiacente, la camerata dei mezzanini, come quella che riesce sempre la più numerosa (canc.: e d'ordinario la più irrequieta) e di trasportare i piccoli all'attuale camera dei mezzani e questi collocarli nella camera inferiore, ora dei mezzanini» (27). Sperando di aver chiarito ogni dubbio e desiderando di evitare ogni «incidente» che potesse ritardare i lavori di ristrutturazione dell'edificio, mons. Facciotti scrisse anche a p. Tommaso Ghetti, provinciale della Provincia romana della Societas Iesu. La sua lettera doveva essere una chiarificazione degli screzi sorti fra lui ed il padre rettore che aveva minacciato, mediante pronunciamento del Padre Provinciale, il ritiro di due professori. il padre Succi e il padre Bianchini. Padre Turri, infatti, aveva lamentato che ai due padri non era stata ancora assegnata una comoda abitazione, almeno due camere; se tali ambienti non fossero stati approntati in breve tempo, egli si sarebbe trovato costretto a ritirare i due professori dal seminario vescovile di Ferentino. Il Vescovo, per scongiurare tale pericolo, subito si recò in seminario, per provvedere alle necessità dei due padri Succi e Bianchini. Non riuscendo a trovare accordo con il Rettore, al Facciotti non restò altro che iniziare le trattative di acquisto di una casa vicina al seminario, di proprietà della famiglia Roffi Isabelli, abitata dal Colocci. Con tale acquisto, che imponeva sacrifici gravosi come quello di «comprare quella casa... a prezzo di affezione», il Vescovo avrebbe risolto due problemi: reperire l'alloggio ai professori e procurarsi locali per le aule scolastiche, dato che il seminario non disponeva di spazio per la scuola interna. Sfortunatamente le trattative di acquisto non andarono in porto, perché il signor Roffi Isabelli era impedito da una clausola testamentaria di vendere quella casa; infatti «la conservazione della casa e l'assunzione del cognome Isabelli erano due condizioni apposte all'eredità». Al Vescovo, quindi, rimase solo l'opportunità di adattare due camere, ricavandole da un ambiente già esistente all'interno del seminario; questo, data la situazione, era l'unico progetto realizzabile a breve termine (28). Chiarita la situazione e ricevute anche le scuse del Padre Provinciale (29), il vescovo Facciotti continuò nella realizzazione dei lavori di restauro, ma subito si evidenziò la necessità di ampliare l'edificio con la costruzione di una nuova ala. Le finanze del pio istituto erano ridotte ai minimi termini: i sessantasei seminaristi pagavano una retta annua che a stento copriva le spese per il vitto (sei di essi erano accolti gratuitamente nel pio istituto). Per il vitto ai sette gesuiti che risiedevano in seminario (superiori e professori), si spendevano £. 2500. Lo stato attivo del bilancio economico del 1888 ammontava a £. 4829, quello passivo a £. 11432 con un disavanzo di £. 6603 (30). I lavori di ristrutturazione dell'edificio erano urgenti e non si potevano più procrastinare, anche a costo di richiedere un mutuo, espediente troppo oneroso per le finanze della diocesi. La Provvidenza intervenne perché il pontefice Leone XIII, assai legato alla diocesi ferentinate, perché vi aveva ricevuto gli ordini minori nel 1843, nel 1888 inviò al seminario vescovile di Ferentino un dono di 23.000 lire con il card. Gaetano Aloisi Masella; successivamente il Papa donò altre somme per un totale complessivo di £. 26.000. La Compagnia di Gesù donò £. 1.000 ed il resto si ottenne grazie alle oblazioni dello stesso Vescovo e di pie persone (31). Si conserva nell'Archivio Vescovile di Ferentino sia il «Resoconto sommario dell'amministrazione della Fabbrica del Seminario», sia il «Giornale dei pagamenti». Questi due interessanti documenti sono rilegati insieme nel volumetto, che contiene le Regole per il buon andamento del Seminario di Ferentino stilate dal vescovo Gritti nel 1727 (32). Il «Giornale dei pagamenti» è compilato dallo stesso vescovo Facciotti e riporta tutte le spese affrontate per la fabbrica del nuovo edificio, i cui lavori durarono dal 1889 al 1890, con la direzione dei lavori affidata all'architetto Giuseppe Morosini e all'architetto Augusto Carletti. Se la fabbrica fu ultimata nel giro di un anno i pagamenti per il lavoro durarono fino al dicembre 1895 per una somma totale di £. 50.535 e 7 centesimi. Le entrate, invece, ammontarono a £. 41.194 e 45 centesimi (33); ci fu un disavanzo di £. 5.340 e 62 centesimi, che tuttavia il vescovo Facciotti il 22 settembre 1897 riuscì a colmare, devolvendo all'amministrazione del seminario i fondi stanziati per la fabbrica della nuova cattedrale, iniziata dal predecessore mons. Tirabassi, mai portata a termine (34). Terminati i lavori, il nuovo edificio constava di due piani, era largo circa 34 piedi e lungo 100; il vescovo fece apporre una lapide commemorativa, composta da p. Antonio Angelini, sull'ingresso della nuova ala dell'edificio (35). Durante l'anno 1889 si erano verificati altri avvicendamenti nelle cariche: alla morte dell'economo, il can. Camillo Iaconelli, fu nominato Cesare Corsi. Anche p. Bianchini fu collocato a riposo ed il suo incarico di docente di terza ginnasiale fu dato a p. Giovanni Perciballi (36). Alla carica di Rettore, dopo le dimissioni di p. Turri, era stato eletto p Felice Massaruti, che si era prodigato moltissimo durante i lavori per l'edificazione della nuova ala del Seminario. Nel 1890, mentre il p. Massaruti stava predicando le missioni in Guarcino, si ammalò di polmonite e morì il 5 aprile; a lui successe fino al 13 giugno temporaneamente p. Gerardo Bracaglia, ministro del Seminario, e poi il p. Luigi Banti, che mantenne la carica di rettore fino alla sua morte, avvenuta nel 1909. Nel 1890 giunse nel Seminario p. Cesare Agolanti, nuovo maestro di terza ginnasiale e gli alunni di questa classe sostennero con successo gli esami di passaggio alla classe quarta in Veroli (37). L'anno successivo, 1891, di nuovo i Seminaristi sperimentarono il patrocinio del loro protettore S. Giuseppe; il 18 aprile, mentre stavano in cappella per i vespri in onore del santo patrono, il pavimento al centro della stanza crollò sotto i piedi del Rettore e di alcuni alunni. Nonostante il volo di circa dieci piedi di altezza, tutti uscirono incolumi: notevole fu la paura degli altri Seminaristi, che assistettero al disastro. I lavori di restauro furono veloci: infatti Leone XIII, donò, per rifare il pavimento, altre 3.000 lire. Nello stesso anno i Seminaristi, che dovevano essere ammessi al primo liceo, si recarono a Roma per sostenere l'esame di stato: di sei, che sostennero la prova, solo uno fu promosso, gli altri furono rimandati alla sessione riparatrice di settembre. Prima dell'inizio dell'anno scolastico 1891 - 92 vennero rimossi dalle loro cariche il p. Stanislao Orzechowski, sostituito da Giacomo Ciuffa, e p. Cesare Agolanti, sostituito da Giuseppe Buccolini (38). La cattiva prova, data agli esami, fece risentire i genitori dei seminaristi, che, lamentandosi, minacciarono di ritirare dal Seminario i loro figli. Il vescovo Facciotti si apprestò a richiedere al padre provinciale di Roma, Emanuele De Caro, altri maestri, che soddisfacessero meglio lo svolgimento del programma, richiesto dai programmi statali. Il padre provinciale rispose il 6 dicembre 1891 con una lettera molto significativa: egli non poteva inviare altri padri gesuiti nel seminario vescovile per motivi economici. La carenza di personale docente rendeva «difficile, per non dire impossibile, oltre all'insegnamento delle facoltà di Teologia e di Filosofia, seguire il programma governativo proprio dei Ginnasi». I docenti non riuscivano a far fronte ai due programmi e, purtroppo, presentandosi i seminaristi agli esami con una preparazione frammentaria, essi venivano bocciati: naturalmente «una parte di responsabilità è forza che cada su chi regge gli studii». Il Padre Provinciale non poteva aumentare il numero dei Padri già dimoranti in Ferentino ed allora proponeva, come rimedio, il ritorno «all'antico», cioè al periodo in cui si sceglievano i docenti tra il clero diocesano. Forse, non essendoci più l'egemonia culturale gesuitica, molti seminaristi si sarebbero ritirati dall'istituto; ma ciò che poteva all'apparenza sembrare un male, successivamente sarebbe stato un beneficio per il seminario ferentinate, che sarebbe ritornato ad essere vivaio di vocazioni religiose e non un collegio, dove conseguire a buon prezzo l'ambito diploma della licenza ginnasiale. Il decremento degli iscritti avrebbe giovato anche alla diminuzione della retta e cosi si sarebbero incoraggiate le vocazioni religiose. L'aiuto di sacerdoti diocesani, che avrebbero insegnato nella classe elementare ed in quella preparatoria, avrebbe permesso ai Gesuiti di dedicarsi solo all'insegnamento della Teologia, Filosofia, Retorica e Belle Lettere (39). Dal seminario ferentinate uscirono, nel 1892, sacerdoti Domenico brio di Villa S. Stefano, Francesco Saverio Di Torrice di Ferentino, Ludovico De Sanctis di Ceccano e Giuseppe Gasbarra di Ferentino (40). Nel seminario non si curava solo la preparazione culturale e spirituale degli alunni, ma anche la formazione completa della personalità, che richiedeva anche momenti di svago (41). Prima della Quaresima nel 1893, in occasione del Carnevale i seminaristi organizzarono un «trattenimento», cioè una serie di spettacoli dal giovedì al martedì grasso per cinque sere, alle ore 18. Li aveva guidati il p. Roberto Gherardi, che li consigliò di stampare anche una locandina valevole come biglietto di invito. Il programma consisteva in brevi rappresentazioni teatrali, frammentate da pezzi di musica vocale e strumentale. Il giovedì grasso si rappresentò Enguerrando, dramma in tre atti con prologo e, dopo l'intervallo, Il giovane maestro, scherzoso in prosa e musica. Il sabato ci furono tre rappresentazioni: La locanda (commedia in due atti), Il giovane maestro (scherzo in prosa e musica), Terzetto buffo. La domenica era in programma L'Ave Maria, un dramma in cinque atti, e il terzetto buffo Crispino e la comare; il lunedì si replicava L'Ave Maria e si recitava il duetto di Donizetti Siete un asino calzato. Il martedì, ultimo giorno di rappresentazione, si recitava la commedia in quattro atti Lo Spilorcio e, a conclusione della serata, la replica di quello che oggi chiameremmo commedia musicale, Il giovane maestro, già rappresentato il sabato precedente (42). Questo spettacolo, cui parteciparono molti cittadini, ebbe gran successo; però alla fine dell'anno scolastico giunse la triste notizia che p Gherardi, padre spirituale e lettore di teologia, era stato trasferito a Frascati, al suo posto fu inviato il p. Carlo Giuseppe Rinaldi (43). Nel 1895 p. Lippi fu sostituito da p Domenico Lazzarini; P. Gherardo Bracaglia, che per quindici anni aveva ricoperto l'incarico di ministro, fu sostituito da p. Silvio Fabbri, che ricoprì anche l'incarico, precedentemente svolto da p. Succi, di docente di filosofia razionale: al maestro di quarta e quinta ginnasiale Giuseppe Casali docente di italiano, si sostituì Salvatore Giordani (44). Il vescovo Facciotti intervenne presso il Padre Provinciale, chiedendo che padre Lippi venisse sostituito da p Radaelli; l'unico inconveniente era che il Radaelli non avrebbe potuto raggiungere il seminario di Ferentino in breve tempo, ma provvisoriamente lo poteva supplire il Rettore (45). La richiesta del Vescovo non fu accolta e a Ferentino fu mandato p. Lazzarini a cui il Facciotti promise uno stipendio annuo di £. 300. Al momento della riapertura delle lezioni per l'anno scolastico 1895-96 risultò scoperto l'insegnamento del latino nella seconda ginnasiale; il Vescovo pensò di assegnarlo al p. Lazzarini, che invece rifiutò l'incarico. Mons. Facciotti, non potendo reperire altri docenti, come consigliava il Rettore, sia per non gravare l'istituto di un altro onere finanziario, sia perché non vi erano maestri idonei in possesso dei requisiti richiesti, si rivolse al p. Provinciale perché potesse ottenere l'accettazione del p. Lazzarini a docente di latino per la seconda ginnasiale (46). Il Padre Provinciale, Emanuele De Caro, nella risposta spiegò il motivo per cui aveva mandato p. Lazzarini in sostituzione del p. Lippi; infatti a suo giudizio aveva buoni titoli per insegnare geografia e catechismo e per la sua sapienza avrebbe certamente dato lustro al seminario di Ferentino. Alla richiesta di assegnare altri compiti didattici al dotto p. Lazzarini il Provinciale opponeva delle riserve, in quanto nella Compagnia la regola principale era di non costringere «i sudditi a ciò che si giudica eccessivo. La cura della chiesa di S. Giuseppe e della congregazione e l'insegnamento del latino in una classe ginnasiale con le altre incombenze eccede veramente le forze del p. Lazzarini». Vi era anche un motivo in più per non gravare il padre con oneri scolastici: egli era venuto a Ferentino mal volentieri e con animo insoddisfatto vi rimaneva. Nessuno in tutta la provincia, confidava amaramente il Provinciale, voleva venire in Ferentino alla condizione «di dover fare una scuola sia pur secondaria e per breve ora». Il p. Lazzarini non voleva insegnare non solo per «ripugnanza» alla scuola, ma anche perché era consapevole che troppe incombenze lo avrebbero costretto a non essere diligente in tutto. Il p. Provinciale era a conoscenza dei problemi finanziari, in cui si dibatteva il seminario vescovile di Ferentino, tuttavia non voleva gravare i padri gesuiti con altro lavoro: «quando si tratta di mutare o alleggerire qualche vecchio, non si può imporre ai nuovi venuti un peso insopportabile». Nella conclusione della lettera il De Caro suggeriva al Vescovo un possibile «rimedio»; già da quando si era parlato della rimozione del p. Lippi, egli aveva suggerito al rettore di assegnare la chiesa di S. Giuseppe con la Congregazione, in essa eretta, ad un sacerdote del clero diocesano e «con quello che si richiede al mantenimento del p. Lazzarini si paghi un professore esterno; e detto padre si ritiri del tutto da Ferentino» (47). Purtroppo il p. Domenico Lazzarini non vide mai realizzato tale progetto e rimase nel seminario ferentinate fino al 1923, ora come rettore (1911 e 1922-23) ora come ministro (1898-1901, 1910, 1914-16). Di nuovo il numero dei seminaristi crebbe e ad essi si aggiunse un discreto gruppo di «chierici dimoranti in Ferentino fuori del Seminario», per i quali fu opportuno scrivere un «Regolamento» (48). Anche i chierici frequentanti il Seminario, ma dimoranti fuori di esso, dovevano indossare l'abito ecclesiastico e la tonsura (art. I); non dovevano «accompagnarsi a giovani conosciuti come sospetti in fatto di religione e di costumi... mettersi a giocare o correre in luoghi dove sia frequenza di popolo» (art. II). Il loro comportamento doveva essere sempre dignitoso e mai fonte di scandalo, tanto che all'imbrunire i giovani dovevano già stare in casa e non uscirne se non per gravi motivi e «accompagnati da persona grave e di nota probità» (art. III). Dopo l'ammissione alle scuole del Seminario, rinnovabile di anno in anno a beneplacito del Vescovo (art.IV), l'obbligo principale del chierico esterno era la puntualità alle lezioni ed il rispetto al regolamento designato dal p Rettore (art. V). A tale obbligo seguivano altri oneri spirituali: ascoltare la messa tutti i giorni e partecipare alla congregazione mariana del seminario tutti i dì festivi (art. VII). Dalla congregazione mariana e dalle esortazioni e catechismi, svolti ogni giovedì, il chierico non poteva assentarsi senza l'ordine del rettore o del direttore spirituale (art. IX), anche se in tali occasioni egli doveva prestare servizio catechistico in parrocchia, servizio cui pure era obbligato (art. XIV). L'unica differenza tra il chierico esterno e l'alunno consisteva nella residenza. Il primo tornava a casa dopo le lezioni e gli era «interdetta qualsivoglia comunicazione con gli alunni»; il secondo risiedeva stabilmente all'interno del Seminario. Per gli altri oneri anche l'esterno era obbligato a confessarsi e comunicarsi ogni 15 giorni (art. VIII), a seguire annualmente gli esercizi spirituali (art. X), a prestare servizio in cattedrale nelle novene, nelle funzioni in occasioni di esercizi e di missioni al popolo (art. XI), alle processioni (art. XII) e alle funzioni parrocchiali durante la vacanza autunnale (art. XIII). Il gruppo dei chierici esterni avrebbe sostituito nella partecipazione a messe cantate e nei vespri i seminaristi, qualora questi ne fossero stati impediti (art. XI). Il 1897 fu un anno di notevoli cambiamenti per il seminario. Cambiò nuovamente il personale: p. Silvio Fabbri fu sostituito da p. Lazzarini nell'incarico di ministro o vicerettore; p. Mozzetti, docente di teologia, e p. Natalini, docente di matematica e fisica, furono trasferiti nel seminario stratense. In Ferentino furono inviati gli insegnanti p. Giuseppe Buccolini, per la seconda ginnasiale, e p. Massimiliano Basagni, per la quarta e quinta ginnasiale (49). Anche il vescovo Pietro Facciotti si dimise per motivi di salute e rimase in diocesi solo come amministratore apostolico, in attesa che lo sostituisse il nuovo Ordinario mons. Domenico Bianconi di Priverno, che fece il suo ingresso solenne nella diocesi ferentinate il 28 aprile 1898 (50). Con l'arrivo del nuovo Pastore si verificò un incremento di iscrizioni in seminario; infatti vi chiesero accesso non solo il nipote del Vescovo, ma anche moltissimi giovani della diocesi di Priverno. Per festeggiare il novello pastore i seminaristi si esibirono in un applauditissima accademia musicale e poetica (51). Prima che si concludesse l'anno 1898 ci furono diversi avvicendamenti nella classe insegnante del seminario. Salvatore Giordani partì per compiere il servizio militare e fu supplito da p. Giovanni Perciballi. Il p. Basagni, per motivi di salute, non poté mantenere l'insegnamento della quarta e quinta ginnasiale; quindi il suo corso fu sdoppiato, a lui fu data la quarta e al p. Perciballi la quinta ginnasiale. La terza ginnasiale fu affidata al p. Buccolini e la prima e la seconda classe a sacerdoti del clero diocesano (52). Intanto cominciarono a sorgere piccole incomprensioni tra il clero cittadino e i Gesuiti, le cui prime avvisaglie furono le laconiche dimissioni da maestro di canto gregoriano e di prima ginnasiale del canonico Camillo Zeppa, senza specificarne il motivo, il 31 agosto 1897 (53). Note 1) Giuseppe M. Lais fu eletto vescovo di Ferentino il 10 marzo 1823 e resse la diocesi fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 1836. Fu amministratore apostolico della diocesi di Anagni e il 12 ottobre 1834 in Ferentino conferì gli ordi minori al futuro Leone XIII (Gioacchino Pecci). La sua opera fu contrassegna da un notevole zelo. Morì in odore di santità ed il suo corpo fu sepolto in cattedrale. 2) Vincenzo Macioti, di Velletri, successe al Lais sulla cattedra di Ferentino il 1° febbraio 1836. Il suo episcopato fu breve, non durò che quattro anni; tuttavia non fu infecondo di opere. Eresse la collegiata di S. Maria in Supino e svolgendo nel 1836 la sacra visita riformò tutte le istituzioni della sua diocesi. Morendo nel 1840, lasciò tutte le sue sostanze per l'erezione di un orfanotrofio in Ferentino. 3) Bernardo M. Tirabassi fu eletto vescovo di Ferentino il 20 gennaio 1845.Fu nunzio ed incaricato d'affari della Santa Sede presso la corte granducale di Firenze. A Lucerna, in Svizzera, fu uditore della Nunziatura. Preso possesso della diocesi ferentinate, svolse nel 1846 una visita pastorale molto diligente e puntuale. A lui si deve anche un'edizione del catechismo, diviso in 10 classi. Morì nel 1865. 4) Gesualdo Vitali, eletto vescovo di Ferentino il 27 marzo 1865, resse la diocesi per 15 anni, fino al 1880. Ebbe una particolare benevolenza per i Gesuiti, e subito dopo la presa di Roma da parte dei piemontesi, nel 1873 chiamò a dirigere il seminario vescovile. Partecipò al concilio Vaticano I con interventi personali: Alla sua morte lasciò al capitolo di Ferentino la sua biblioteca, ricca di volumi di diritto Canonico e Civile (Cfr. B. Bellone, I vescovi dello stato pontificio al Concilio Vaticano I, Roma 1966, ff. 40 - 43). 5) Pietro Facciotti, eletto vescovo di Ferentino il 27 febbraio 1880, resse la diocesi fino al 1897, quando per motivi di salute abbandonò la cattedra, assumendo titolo di vescovo di Calcide d'Europa. Grazie ai proventi offertigli da Leone XIII, ampliò il seminario, costruendo il nuovo braccio sull'area del giardino. Restaurò il vecchio edificio, rinnovò la cappella e ricavò nel fabbricato un decoroso appartamento per i Gesuiti. 6) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, f. 318, minuta della Relazione ad limina di N. Buschi del 1815. 7) Arch. Sem., Esito, 1834 - 1835, f. 1r. 8) AVF, Visite Pastorali, 1836, Quesiti generali e Risposte. 9) Ibidem; nel 1836 il cuoco era Bartolomeo Spadone. 10) Ibidem; nel 1836 lo sguattero era Francesco Caprara. 11) Ibidem; nel 1836 il cameriere era Angelo Genovesi. 12) Ibidem; il cuoco giubilato era nel 1836 Giovanni Fabianini. 13) Arcb. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il dottore del seminario era Domenico Iaconelli. 14) Arch. Sem., Esito, 1839 - 1840, f. 1; il chirurgo del seminario era Giuseppe De Luca. 15) Arch. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il ragioniere o computista era Giovanni Pisani. 16) Ibidem; il procuratore era il signor Francesco Antonio Poce. 17) Ibidem, il portiere era il signor Bernardino Arduini. 18) Ibidem; il barbiere nel 1826 - 27 era il signor Domenico Marra. 19) Ibidem; il rettore nel 1826 - 27 era il can. Pietro Paolo Pisani. Dagli altri registri di uscite conservati nell'Archivio del Seminario di Ferentino, si conoscono i nomi dei rettori, fino all'anno 1843 - 44. Nel 1827 - 28 era il can. Renato Magni, che tenne la carica fino al 15 gennaio 1837; dal 15 gennaio al 31 ottobre 1837 fu rettore il can. Collalti. Dal 1837 al 1841 fu rettore don Luigi Gasbarra; dal 1841 al 1844 il can. Ambrogio Lucioli. 20) Ibidem; l'economo del seminario nel 1826 - 27 fu il can. Acquaquita, che tenne tale carica fino al 1831 - 32. Dal 1833 al 1838 fu economo don Luigi Liburdi; dal 1839 al 1841 il can. Ambrogio Virgili; nel 1841 - 42 il can. Mariano di Rocco e nel 1843 - 44 il can. Domenico Necci. 21) Ibidem, il ripetitore nel 1826 - 27 era don Ambrogio Lucioli, che mantenne la carica fino al 1834 - 35. Nel 1836 - 37 fu ripetitore don Vincenzo Giannoni; nel 1837 - 38 Luigi Gasbarra, in quell'anno anche rettore; dal 1839 al 1844 don Giovanni Battista De Santis. 22) I prefetti erano tre: uno per la camerata dei «piccoli», uno per quella dei «mezzani» ed uno per quella dei «grandi». Nel 1841 - 42 ricevettero anche un modico stipendio per l'opera da loro svolta. Alessandro De Luca, Prefetto dei «grandi», ricevette 10 scudi; Giuseppe Marella e Arduino Baglioni, prefetti dei «mezzani», rispettivamente 6 e 4 scudi; Giacinto De Santis, prefetto dei «piccoli», 6 scudi. 23) Arch. Sem., Esito, 1826 - 1827, f. 1; il maestro di canto nel 1826 - 27 era il signor Giuseppe Ballabene; egli tenne la carica fino al 1831 - 32. Nel 1833 - 34 il ruolo di maestro di canto fu vacante, ma nel 1836 - 37 fu ricoperto, con un salario di 12 scudi, dal can. Giovanni Battista Cocumelli, che mantenne l'incarico fino al 1837 - 38; dal 1839 al 1844 il ruolo di maestro di canto fu ricoperto dal rettore. 24) AVF, Visite Pastorali, 1836. 25) Cappelletti, Le diocesi d'Italia, Ferentino, p. 424. Cfr. anche AVF, Vescovi, f. 101v. 26) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, ff. 427ss, minuta della Relazione ad limina di Gaudenzio Patrignani 1822. Il 21 novembre 1807 Filippo Colonna si avvalse del suo diritto di elezione e presentò il chierico Caperchi. Per l'altro mezzo posto, di giuspatronato della sua famiglia, lasciò al vescovo la scelta tra il novello sacerdote Angelo Mattia, il chierico Michelangelo Masi di Ceccano ed il chierico Giuseppe Valenti di Patrica (AVF, Informazioni, vol. D/VI ff. 630ss. 27) Ibidem, ff 433ss. 28) Ibidem. Nel 1822 era vacante l'insegnamento di canto gregoriano. 29) La retta, che i seminaristi versavano anticipatamente ogni trimestre, oscillava, intorno ai primi decenni del XIX secolo, dai 36 scudi (AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, minuta di Relazione ad limina di Nicola Buschi, 1815, ff 318ss) ai 48 scudi annui (Ibidem, minuta di Relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f. 432v.). 30) AVF, Visite Pastorali, 1755 - 1825, minuta di Relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f 439. 31) F. Caraffa, Il seminario diocesano diAnagni, cit., p. 21. 32) AVF, Decreti disciplinari e locali emanati in atto della I S. Visita Pastorale da S.S. Ill.ma e Rev.ma Mons. vescovo Vincenzo Macioti, in Visite Pastorali, 1836. 33) Riguardo alla Bolla papale di Benedetto XIII dal 12 dicembre 1727 si rimanda al prossimo paragrafo di questo capitolo: «Controversie con il Comune di Ferentino». 34) Sono le regole stilate nel Sinodo del 1767. (Cfr. AVF, Visite Pastorali, 1755 1825, minuta di relazione ad limina di G. Patrignani, 1822, f. 433r). 35) AVF, Decreti disciplinari di Mons. Macioti (1836), cit. Il Vescovo non tralasciò di ordinare anche il comportamento degli inservienti del seminario che si presentavano scamiciati, sudici e non rispettavano le più elementari norme dell'igiene nel preparare e servire i cibi. Ai camerieri il Macioti ordinò di indossare grembiuli sempre puliti, quando servivano a tavola i seminaristi; di spazzare le camerate due volte la settimana in estate e una volta la settimana in inverno. Al cuoco ordinò di usare forchettone e cucchiaione e non le mani per dividere le pietanze; inoltre gli prescrisse di mantenere sempre pulita la cucina e di rimuovervi il suo letto, entro il termine di giorni tre. L'economo avrebbe stabilito un'altra stanza per abitazione del cuoco. Anche agli inservienti del seminario era richiesto l'esercizio di una vita pia e cristiana. Una volta al mese avrebbero esibito al rettore l'attestato di essersi confessati; se per tre volte fossero stati inosservanti di tale ordine, sarebbero stati licenziati. 36) AVF, Avviso a tutti quelli che desiderano porre i loro giovani nel Seminario di Ferentino, 1836, stampato nella tipografia vescovile di Ferentino. 37) Mons. Canali abbandonò la diocesi di Ferentino, perché nel 1842 fu proclamato vicegerente di Roma e quindi trasferito al titolo di Arcivescovo di Colossi. Nel 1845 fu nominato patriarca di Costantinopoli. 38) AVF, Visite Pastorali, 1841, fascicolo G. Visita del Venerabile Seminario di Ferentino, 29 luglio 1841. 39) Mons. Antonucci resse la diocesi di Ferentino per soli tre anni, dal 22 luglio 1842 al 1845, quando fu nominato al titolo di Arcivescovo di Tarsi e inviato come nunzio Apostolico alla corte sabauda di Torino. 40) AVF, Visite Pastorali, 1842. 41) AVF, Visite Pastorali, 1850. 42) ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di B. M. Tirabassi del 18 dicembre l85l. 43) Ibidem, Relazione di B. M. Tirabassi del 15 dicembre 1856. 44) Ibidem, Relazione di B. M. Tirabassi del 18 dicembre 1851. 45) AVF, Visite Pastorali, 1836. 46) ASV, Relationes ad limina, B, Relazione di G. Vitali del 12 giugno 1867. 47) Ibidem, Relazione di G. Vitali del 10 novembre 1871. § 2. Controversie con il Comune di Ferentino 1) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 18 settembre 1830, con acclusa copia della bolla di Benedetto XIII (12 dicembre 1727). 2) Ibidem. 3) Ibidem, deliberazione consiliare del 14 ottobre 1830. Gli altri concorrenti riportarono questi voti: Luigi Cataldi, voti favorevoli 8, voti contrari 9; Ambrogio Patrizi, voti favorevoli 8, voti contrari 9; Pasquale Bernola, voti favorevoli 6, voti contrari 10 (astenutosi dalla votazione il consigliere Giuseppe Bernola, perché cugino); Antonio Querci voti favorevoli 11, voti contrari 6. 4) Ibidem, lettera di Enrico Lolli al governatore di Ferentino Giuseppe Santarelli (24 ottobre 1830). 5) Ibidem, supplica di Luigi Cataldi al Delegato apostolico di Frosinone (19/11/1830). 6) Ibidem, risposta al Delegato Apostolico di Frosinone del 31 ottobre 1830. 7) Ibidem, deliberazione consiliare del 1° agosto 1835. 8) Ibidem, deliberazione consiliare del 13 luglio 1840. 9) Ibidem, supplica di Romualdo Di Rocco a mons. Orlandini, delegato apostolico di Frosinone (8 agosto 1840). 10) Ibidem, supplica di F.A. De Andreis al Delegato Apostolico di Frosinone (3 novembre 1840). 11) Ibidem, deliberazione consiliare del 7 gennaio 1841. 12) Ibidem, Risposta del Delegato Apostolico del 18 marzo 1841. La Delegazione prima di dare il responso aveva preso informazioni, cercando di moderare la rivendicazione di autonomia del Comune (22 marzo 1841). 13) Ibidem, dichiarazione di Domenico Bellà a mons. Orlandini, delegato apostolico, sull'autonomia dei diritti del Comune di Ferentino (18 gennaio 1841). 14) Ibidem, lettera del vescovo G. M. Lais al Delegato Apostolico di Frosinone (12 marzo 1841). 15) La Delegazione Apostolica di Frosinone aveva stabilito che, qualora i membri convocati per la commissione d'esame si fossero rifiutati di accettare l'incarico, il Comune di Ferentino, su proposta del Vescovo, avrebbe eletto altri commissari, scelti tra il clero diocesano, rimborsando le spese di viaggio (ibidem, informazione sulla nomina di un alunno nel seminario di Ferentino, 22 marzo 1841). 16) Ibidem, delibera consiliare del 28 maggio 1841. 17) Ibidem, delibera consiliare del 1° giugno 1841 con nomina del chierico Alessandro Simonetti al posto gratuito in seminario per il quinquennio 1840 - 45. Allo scadere dei cinque anni il Simonetti richiese una proroga di altri tre anni per terminare i suoi studi. La richiesta fu accordata all'unanimità(Ibidem, delibera consiliare del 6 ottobre 1845). 18) Ibidem, lettera di F. De Andreis al Delegato Apostolico di Frosinone (12ottobre 1841). 19) Ibidem, delibera consiliare del 25 novembre 1857. 20) Ibidem, delibera consiliare del 28 dicembre 1857. 21) Ibidem, delibera consiliare del 2 gennaio 1858. 22) Ibidem, delibera consiliare del 28 gennaio 1858. 23) Ibidem, Lettera del vescovo di Ferentino al Delegato Apostolico (21 marzo 1858). 24) Ibidem, supplica al Ministro dell'Interno e Grazia e Giustizia da parte di Francesco Antonio De Andreis (marzo 1858). 25) Ibidem, Informazioni sulla vertenza Vescovo diocesano - Comune di Ferentino sulla nomina di un alunno in seminario (30 marzo 1858). 26) Ibidem, Il Ministro dell'Interno al Delegato Apostolico di Frosinone (12 aprile 1858). 27) Ibidem, il Ministro dell'Interno al Gonfaloniere di Ferentino (28 aprile 1858). Camillo Iaconelli, pur essendo stato escluso dal godimento del posto gratuito, riuscì a diventare sacerdote. Nel 1878, essendo canonico, ricoprì la carica di economo del seminario (AVF, Visite pastorali, 1878). 28) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 3 ottobre 1862. 29) Ibidem, delibera consiliare del 6 dicembre 1864. Gli altri concorrenti erano stati: Ballabene Cesare (voti favorevoli 10, contrari 7); Ceccarelli Vincenzo (voti favorevoli 9, contrari 8); Gasbarra Alfonso (voti favorevoli 11, contrari 6). Al chierico Palladini la Delegazione Apostolica di Frosinone riconobbe l'assegnazione della borsa di studio il 13 dicembre del medesimo anno (ibidem, deliberazione del Delegato Apostolico di Frosinone del 13 dicembre 1864). 30) Ibidem, lettera del Vescovo al Gonfaloniere di Ferentino (18 luglio 1865), copia. 31) Ibidem, lettera del gonfaloniere al Delegato Apostolico di Frosinone (16 settembre 1865). 32) Ibidem, delibera consiliare del 23 settembre 1865. 33) Ibidem, delibera consiliare del 27 ottobre 1865. Gli altri concorrenti furono Angelisanti Raffaele, Ballabene Giuseppe, Borgetti Stanislao, Ceccarelli Vincenzo, Coppotelli Carlo, Gasbarra Pietro Paolo, Trenta Giuseppe. 34) Ibidem, nomina di Giampietro Catracchia da parte del Gonfaloniere (28 ottobre 1865). 35) Ibidem, approvazione della borsa di studio a Giampietro Catracchia da parte del Delegato Apostolico di Frosinone (10 novembre 1865). 36) Ibidem, delibera consiliare del 10 novembre 1866. Gli altri concorrenti furono: Angelisanti Raffaele, Patrizi Ignazio, Palombo Raffaele, Cerilli Antonio, Trenta Giuseppe, Ballabene Giuseppe. 37) Ibidem, supplica al Delegato Apostolico di Frosinone da parte del chierico Raffaele Angelisanti (20 novembre 1866). 38) I Gesuiti nel 1815, l'11 febbraio, con la bolla Ea fuit di Pio VII avevano ricevuto l'autorizzazione a stabilirsi in Ferentino per condurre le scuole comunali. 39) ASFr, Seminario, delibera consiliare del 7 maggio 1833. 40) Ibidem, lettera del vescovo G. M. Lais al Delegato Apostolico di Frosinone (21 maggio 1833). 41) Ibidem, lettera del card. Gamberini al Delegato Apostolico di Frosinone (26 settembre 1833). 42) Ibidem, lettera del card. Gamberini al Delegato Apostolico di Frosinone (7 dicembre 1833). 43) Ibidem, lettera del Gonfaloniere di Ferentino al Delegato Apostolico di Frosinone (7 ottobre 1839). 44) AVF, Stati temporali ff. 19v. e ss. 45) ASFr, Seminario, Dichiarazione del governatore di Ferentino Francesco Maria Angelilli (11 aprile 1848). § 3. I Gesuiti alla guida del seminario. 1) ARSI, Lettere, lettera di Bernardo M. Tirabassi a P. Pasquale Cambi (13 gennaio 1860). 2) Cfr. supra nota 36 del primo paragrafo di questo IV capitolo. 3) La pretesa del Comune si fondava sulla donazione che l'abate Raonio fece della scuola privata, eretta con i beni di Martino Filetico (1430 - 1490) a beneficio dei bambini poveri tanto della città quanto del suo territorio (ACF, Exemplum, p. 151). 4) P Anticoli fu sostituito il 5 febbraio 1872 dal confratello p. Giovanni Soriani (Arch. Sem., Diario, I , anno scolastico 1871 - 72). 5) ARSI, Historia Seminari, 1870 - 1883. 6) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1872 - 73. 7) ARSI, Historia Seminarii, 1870 -1833. 8) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1877 - 78. Il 4 novembre 1877 all'apertura dell'anno scolastico si presentarono solo gli esterni, cinque o sei ragazzi e tre seminaristi. Per il resto dell'anno l'affluenza di iscritti fu molto ridotta. Alle funzioni ed alle lezioni parteciparono solo gli "esterni". 9) ARSI, Litterae Annuae, 1870 - 1833. 10) ARSI, Historia Seminarii,1870 - 1882. 11) Alfredo Iacobelli era un po' discolo: il 7 dicembre 1877 era scappato dal Seminario, per rifugiarsi dallo zio Cataldo Fornari, presso cui rimase fino al giorno successivo. Il vescovo informò dell'accaduto il padre del giovane Alfreso, minacciandolo di non far rientrare più il figlio in seminario. Il padre dello Iacobelli si ammalò e, in seguito al pentimento del giovane, il vescovo si commosse e lo riammise in seminario con la pena di stare un giorno a pane ed acqua e la minaccia dell'espulsione definitiva alla successiva grave marachella (Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1876-77). 12) Arch. Sem., Diario, I, anno scolastico 1878 - 79. 13) Ibidem, Anno scolastico 1879 - 80; ARSI, Historia Seminarii, 1870 - 1833 e Litterae Annuae, 1870 - 1882. 14) Prima di questa modifica, la conduzione didattica del seminario da parte dei Gesuiti rispecchiava quella stabilita nel Collegio Filetico di Ferentino. (ASFr, Seminario, Esaurimento dei quesiti proposti dal Ministro della Pubblica Istruzione, 24 maggio 1849). Nella scuola comunale il corpo docente era composto da nove docenti: il maestro di leggere e scrivere, il maestro di seconda classe "nel genere stesso", il maestro di grammatica inferiore, il maestro di grammatica superiore, media e suprema, il maestro di umanità e retorica, e quattro professori (filosofia, teologia dommatica, teologia morale e storia ecclesiastica, giurisprudenza). Nelle prime due classi si insegnava a leggere e scrivere, utilizzando cartelloni illustrati per le lettere dell'alfabeto, i consueti abbecedari e facendo esercitare gli allievi in semplici esercizi di scrittura. Nella seconda classe si perfezionava tanto il metodo della scrittura tanto quello della lettura e si insegnavano i primi rudimenti della lingua italiana e di quella latina, utilizzando come sussidi didattici rispettivamente la grammatica italiana del Pallavicino e la grammatica latina intitolata Ianua. Il maestro di grammatica inferiore aveva due classi: infimetta e infima superiore. Nel suo corso utilizzava il testo dell'Alvarez, nel primo grado faceva esercitare gli allievi nella traduzione dal latino dell'Epitome di Storia Sacra, nel secondo grado una scelta di lettere di Cicerone, detta "Ciceroncino", e le favole di Fedro. Come esercizio gli alunni svolgevano traduzioni di piccoli temi dall'italiano al latino. Per la lingua italiana il maestro spiegava le regole del Corticelli e come esercizio autocorrettivo dava sermoni scorretti da riportare in buona forma. Il maestro di grammatica superiore distingueva il suo corso in due classi: media e suprema. Nel suo corso approfondiva i temi proposti nelle due classi precedenti e faceva esercitare i suoi allievi sulla traduzione delle Epistole Familiari di Cicerone, delle Favole di Fedro, delle Elegie di Ovidio, dei Commentari di Cesare; nella classe "suprema" aggiungeva le Egloghe, di Virgilio e gli Endecasillabi di Catullo e lo studio della prosodia latina e italiana, indirizzando gli alunni alla composizione in versi. Il maestro di Umanità e Retorica faceva studiare in due anni i precetti del bel dire del P. De Colonia e faceva tradurre in italiano l'Eneide di Virgilio, le Orazioni di Cicerone, i Carmi di Catullo, le Elegie di Tibullo e Properzio e le Odi di Orazio. "Circa l'idioma patrio si lasciava imparare a memoria pezzi scelti dalle Prediche del Segneri, della Storia dell'Indie del Bartoli, della Divina Commedia di Dante, dell'Epica del Tasso" e di qualche altro autore della letteratura. Si facevano esercitare gli allievi anche in composizioni o temi sia in prosa che in versi. Il professore di filosofia divideva il suo corso in due anni: nel primo anno spiegava la filosofia razionale cominciando dalla dialettica pura ed applicata e proseguendo nella metafisica, psicologia cosmologia e teologia naturale, e le "istituzioni" di etica, secondo il metodo "sillogistico" o deduttivo. Nel secondo anno il professore spiegava le matematiche (aritmetica, algebra. geometria, fisica, meccanica e chimica). Un professore di Teologia insegnava la dogmatica e l'altro la morale e la storia ecclesiastica. Il professore di Giurisprudenza divideva il suo corso in due anni: nel primo anno spiegava le Istituzioni Civili e Criminali, nel secondo il diritto canonico, il diritto naturale e delle genti. Nel seminario di Ferentino, essendovi iscritti giovani dai dodici anni che già sapevano leggere e scrivere, mancavano i primi quattro corsi scolastici, corrispondenti alle moderne scuole elementari. Il metodo seguito dai docenti insisteva sull'esercizio della memoria e dell'imitazione dei classici; lasciava poco spazio allo spirito creativo. Nullo era il ruolo del discente in questa scuola imperniata sul criterio dell'adultismo. 15) ARSI, Historia Seminari, cit., 1870 - 1883; Arch. Sem. Diario, I, anno scolastico 1879 - 80. 16) Ibidem. 17) AVF, Fondo Seminario, Regolamento per il corso di Filosofia razionale e sperimentale per l'anno scolastico 1881 - 82. 18) Ibidem, Regolamento per gli esami annuali (1885). 19) Ibidem, Risposte al rettore riguardo ai quesiti relativi all'ordinamento degli studi (22 giugno 1885). 20) Ibidem, Verbale del collegio dei docenti del seminario di Ferentino (26 ottobre1885); cfr. anche ARSI, Historia Seminarii, anno 1885 - 1886. 21) ARSI, Historia Seminari, anno 1883 - 84 e Litterae Annuae, anno 1883 - 85. 22) ARSI, Litterae Annuae, anno 1883 - 85. 23) ARSI, Mistoria Seminari, anno 1883 84. 24) ARSI, Litterae Annuae, anno 1886 - 87; Mistoria Seminarii, anno 1886 - 87. 25) Ibidem, anno 1887 - 88. 26) AVF, Fondo Seminario, lettera di padre Turri al vescovo Facciotti (2 ottobre 1886). 27) Ibidem, Risposta del vescovo Facciotti a p. Turri (2 ottobre 1886), minuta. 28) Ibidem, minuta di lettera del vescovo Facciotti al p. Provinciale Tommaso Ghetti ( 3 ottobre 1886). 29) Ibidem, Risposta del padre provinciale Tommaso Ghetti al vescovo Facciotti (Roma, 5 ottobre 1886). 30) Ibidem, Bilancio del Seminario di Ferentino per l'anno 1886. 31) ARSI, Historia Seminarii, anno 1889 - 1891. 32) AVF, Regole. 33) Il "Resoconto sommario dell'amministrazione della Fabbrica del Seminario" ci fa conoscere i nomi degli altri munifici benefattori: 1) Pio legato di Teresa Brocard, in cartella del Consolidato Blont, £. 625 (i frutti, percepiti dalle cartelle negli anni 1887 - 1890 e primo semestre 1880, ammontavano a £. 122 e 6 centesimi); 2) Don Michelangelo Sindici per la prepositura di S. Andrea £. 518 e 40 centesimi; 3) Can. Alessandro Gizzi per ignota persona £. 100; 4) Due benefattori incogniti £. 50 ciascuno; 5) Dalla prepositura di S. Giovanni Evangelista £. 600; 6) Dalla prepositura di S. Valentino, S. Pancrazio e S. Andrea £. 1532 e 29 centesimi; 7) Dal marchese Adriano Berardi per l'acquisto del caseggiato di proprietà del seminario in contrada S. Agata £. 3000; 8) Prestito elargito dalla S. Sede di £. 10.000 da estingersi un rate annue da £. 800. Il seminario depositò nel Banco Guerrini le 20.000 lire donate da Leone XIII e vi percepì interessi per £. 913 e 40 centesimi; e le successive 5000 lire, dono del Santo Padre, diedero £. 133 e 30 centesimi di fruttato. 34) AVF, Regole, "Resoconto sommario deìI'Amm.ne della fabbrica del seminario", terza pagina, autografo di mons. Facciotti. 35) Il testo della lapide è il seguente: AN. MDCCCXC AEDES ADOLESCENTIBUS IN SACERDOTII SPEM VIRTUTE INTEGRITATE MORUM DOCTRINA IMBUENDIS CONCLAVIUM QUAE A FUNDAMENTIS EXCITATA SUNT ACCESSIONE SE LATIUS EXPLICUERUNT ET NOBILIOREM INDUTAE FORMAM PROVIDENTIAM LEONIS XIII PONTIFICI MAXIMI CURAM ET STUDIUM PETRI FACCIOTTII EPISCOPI FERENTINATIUM POSTERIS PRODENT ANTONIUS ANGELINIUS E SOCIETATE IESU. 36) ARSI, Historia Seminarii, anno 1889. 37) Ibidem, anno 1890. 38) Ibidem, anno 1891. 39) ARSI, Lettere, lettera di Emanuele De Caro al Vescovo Facciotti (Roma, 6 dicembre 1891). 40) ARSI, Historia Seminarii, anno 1892. 41) Ne sono testimonianza le numerose volte in cui i vari cronisti dei diari del seminario annotavano ora l'accademia per gli auguri al Rettore o al Vescovo, ora l'accademia finale dell'anno scolastico, ora l'accademia cui venivano invitati anche i familiari e i cittadini. (Arch. Sem, Diario, voll. I e II). 42) AVF, Fondo Seminario, Biglietto d'invito per il "trattenimento" del Carnevale 1893. 43) ARSI, Historia Seminarii, anno 1893. 44) Ibidem, anno 1895 - 1898; Litterae Annuae, anno 1895. 45) ARSI, Lettere, lettera del vescovo Facciotti al Padre Provinciale (Ferentino 15 febbraio, 1895). 49) ARSI, Historia Seminarii, anno 1895 - 1898. 50) ARSI, Litterae annuae, anno 1898. Domenico Bianconi fu nominato vescovo di Ferentino nel 1897, ma prese possesso della diocesi solo l'anno successivo. Aveva 45 anni ed era di bell'aspetto; ebbe subito il favore e la simpatia di tutta la diocesi. Si prodigò per il seminario, che arricchì di un altro piano e restaurò ricavando ambienti più decorosi e funzionali. Alla sua venuta in diocesi i Padri Gesuiti che gestivano il Seminario manifestarono il desiderio di andarsene da Ferentino, ma il Vescovo riuscì a trattenerli alla guida del pio istituto fino al 1922 anno della sua morte (AVF, Vescovi, f. 103v). 51) ARSI, Historia seminarii, anno 1895 - 1898. 52) Ibidem. 53) AVF, Fondo Seminario, Dimissioni del canonico Camillo Zeppa (31 agosto 1897). CAPITOLO V LE VICENDE DEL SEMINARIO NEL XX SECOLO Nel corso del XIX secolo le rendite del Seminario Vescovile di Ferentino si accrebbero grazie alla generosità di alcuni pii fedeli, che istituirono delle borse di studio per sostenere i seminaristi bisognosi. Tra questi si ricorda il lascito Ruzza, con cui il sacerdote Francesco Ruzza, il 22 agosto 1839, aveva istituito un legato pio, mediante il quale assegnava alla confraternita dello Spirito Santo di Supino la facoltà di scegliere un giovane per un posto gratuito in seminario, riservandosi il diritto di scegliere un giovinetto della diocesi a godere di un altro posto gratuito (1). Nell'istituzione di tale lascito il Ruzza si riservò, vita natural durante, il diritto di nomina, che alla sua morte passò alla famiglia Pilotti di Patrica (2). Questa, poi, se lo trasmise in linea maschile. In Supino non era del tutto nuova la pia volontà di contribuire al sostentamento dei giovani incamminati sulla via dello stato ecclesiastico: di una tale pratica era stato iniziatore l'arciprete Giovanni Merlini, che il 15 agosto 1794 aveva, nel suo testamento, espresso la volontà di stabilire rendite per la fondazione di due posti gratuiti in seminario, godibili da due giovani di Supino. Egli riconosceva esecutori testamentari i marchesi Bisleti (3). Anche nella città di Ferentino vi furono alcune famiglie, che istituirono legati per l'istruzione. Il più consistente legato, di 2.000 scudi, fu lasciato il 22 marzo 1849 da Faustino Sterbini. Questo lascito così generoso fu devoluto ai suoi eredi alla costituzione di due posti gratuiti in seminario e la somma eccedente era utilizzabile per l'acquisto di libri o di altro materiale necessario per i due convittori (4). Nella seconda metà del XIX secolo anche la famiglia Franchi di Ferentino istituì un posto gratuito in seminario a favore di un concittadino designato dalla stessa famiglia Franchi (5). Gli stessi Ordinari diocesani furono promotori della costituzione di borse di studio a favore dei seminaristi poveri e specialmente per la formazione di un clero locale colto e virtuoso. Nel 1869 il vescovo Vitali, durante la visita pastorale, si recò nella città di Prossedi e si accorse che solo un sacerdote era oriundo del luogo; un altro risiedeva per ragioni di studio in Roma «senza speranza di averlo a cooperatore delle pastorali sollecitudini in quella terra sua patria». Mons. Vitali sentì l'urgenza di rimediare ad una tale situazione, aiutando i giovani di Prossedi, inclinati al sacerdozio, con l'istituzione di due mezzi posti gratuiti, ricavati dalla soppressione di alcuni benefici vacanti. Infatti nella collegiata di S. Agata vacavano il beneficio di giuspatronato del Principe Gabrielli e due benefici corali. Sia il patrono che i canonici, interpellati sulla possibilità di soppressione dei benefici per devolverli alla fondazione di due posti semigratuiti in seminario, si dichiararono favorevoli al progetto, finalizzato al miglioramento del clero locale (6). Nei primi anni del XX secolo, però, le rendite dei benefici annessi ai due posti semi-gratuiti non erano più sufficienti per il sostentamento dei convittori; per questo fu richiesta la fusione dei due mezzi posti in una borsa di studio per un unico seminarista (7). La pratica di istituire borse di studio, per mantenere agli studi aspiranti al sacerdozio, è continuata nel XX secolo. È del 27 luglio 1922 la costituzione, ad opera del sacerdote Felice Qualandri di Alatri, di un posto gratuito nel seminario di Ferentino, a vantaggio dei discendenti della famiglia Qualandri e, in loro assenza, di giovani di Ceccano o di altre città della diocesi. Le rendite del lascito Qualandri ammontavano a £. 10538 e 85 centesimi. Il Qualandri, con parere favorevole del vescovo di Alatri Antonio Torrini, allora amministratore apostolico della diocesi ferentinate, si riservava, vita natural durante, il diritto di nomina, che alla sua morte sarebbe stato assunto dal Vescovo di Ferentino (8). Nei primi anni del Novecento la retta mensile intera era di £. 40; mentre per il posto semi-gratuito si dovevano sborsare solo £. 25 al mese (9). I giovani bisognosi, che studiavano in seminario, erano sempre più numerosi, tanto che il Papa concesse al Vescovo di Ferentino la facoltà di dividere i posti gratuiti o di riunire quelli semi-gratuiti secondo le esigenze dei seminaristi. Intanto nel 1906 era stata istituita la cassa diocesana con un fondo iniziale di £. 5.000 per i bisogni economici del seminario (10). Il numero degli alunni cresceva e toccò le cento unità, tanto che il Vescovo Bianconi dovette far costruire una nuova ala esposta in direzione della valle del Sacco (11); nel 1900 l'edificio fu provvisto dell'impianto di illuminazione a luce elettrica (12). Nonostante questi dati confortanti, cominciarono a circolare voci che i Gesuiti nutrissero il proposito di abbandonare l'istituto da loro diretto dal 1870. Il Vescovo convocò tutti i Padri, dimoranti nel seminario, per avere conferma di quanto aveva udito; ma tutti smentirono con decisione tali voci calunniose (13). Ci fu tuttavia un avvicendamento nelle cariche: a padre Lanzi successe nell'ufficio di ministro padre Basile, padre Buccolini fu sostituito nell'insegnamento in terza ginnasiale da padre Giovanni Garattoni (14). Poiché agli inizi dell'anno scolastico 1903 - 1904 padre Basile passò ad insegnare Lettere nella quinta ginnasiale, venne surrogato da padre Francesco Fortuna. Nel medesimo anno scolastico padre Gherardi introdusse di nuovo nel curriculum del seminarista l'insegnamento della musica, come richiedeva il papa Pio X (15). Intanto, per motivi di salute, padre Perciballi dovette abbandonare l'insegnamento delle lettere nella quarta ginnasiale; l'incarico fu assegnato a Carlo Pediconi, che, ammalatosi, venne sostituito da Adamo Ceccarelli. Anche il Ceccarelli, però, fu revocato dall'ufficio, cosicché venne sostituito da padre Michele Mandatori. Grazie all'intervento sollecito del Vescovo, il Padre Provinciale dei Gesuiti inviò in Ferentino altri due maestri: Giovanni Moglia per filosofia e Galileo Venturini per la quarta ginnasiale (16). Alla quinta ginnasiale nel 1910 fu assegnato come docente padre Michele Mirabelli (17). Nel 1911 tanto padre Succi quanto padre Gherardi lasciarono il seminario; mentre padre Francesco De Via veniva eletto padre spirituale e padre Pasquale Monterisi abbandonava l'ufficio di rettore (18). Nel giro di pochi mesi nuovamente si verificò un rapido avvicendamento negli incarichi: il 31 ottobre 1912 fu nominato padre spirituale Leopoldo Gaudiosi ed il 26 dicembre del medesimo anno padre Buccolini presentò le dimissioni da rettore (19). Nei duri anni della prima guerra mondiale il seminario vescovile di Ferentino dovette affrontare numerose difficoltà, non ultima quella del razionamento dei viveri nel 1918 (20). Alle difficoltà economiche si aggiunsero anche quelle dovute alla carenza di personale, formato da padri ormai avanti negli anni. Nel 1917, trovandosi in Ferentino il LIX battaglione dell'esercito per svolgere esercitazioni militari, padre Beniamino Gallo, che nel 1914 insegnava latino, (21) fu nominato cappellano dei soldati. Il padre Gallo non solo curò i loro bisogni spirituali, conducendoli a soddisfare il precetto pasquale in S. Francesco, ma organizzò nel seminario una scuola gratuita per i soldati analfabeti. Ogni pomeriggio nel granaio, sistemato opportunamente, il dotto gesuita accoglieva duecento giovani ed impartiva loro i rudimenti del leggere e dello scrivere. I frutti di tale insegnamento non erano del tutto positivi; infatti la preparazione dei giovani soldati a stento raggiungeva la mediocrità, essendo essi stanchi per le esercitazioni mattutine e poco assidui nella frequenza alle lezioni. Tuttavia il successo in campo spirituale era assicurato, in quanto, per frequentare la scuola, i soldati non avevano più possibilità di recarsi nelle taverne (22). Il seminario di Ferentino in questo primo ventennio del XX secolo era frequentato da giovani provenienti da ogni parte d'Italia e specialmente dall'Abruzzo, dalle Puglie, dalla Calabria e dalla Sardegna; non mancavano giovani siciliani e bergamaschi Nonostante che i professori frequentemente venissero trasferiti, sia a causa delle vicende belliche, sia per esigenze inderogabili dell'Ordine gesuitico, il seminario prosperava e rigoglioso era il frutto, che si raccoglieva. I seminaristi venivano curati molto sia nella cultura che nello spirito. Dal 1913 al 1918 fu rettore del seminario padre Giuseppe Buccolini; dal 1914 al 1916 fu vicerettore (o ministro) padre Domenico Lazzarini e dal 1917 al 1918 padre Vito Coppola. Più movimentata l'assegnazione dell'incarico di padre spirituale, che nel 1915-1916 fu affidato all'ottimo padre Roberto Gherardi (23), nel 1917 al padre Celestino Alisiardi (24), cui successe padre Costantino Semadini per il biennio 1918-21 (25). La situazione del corpo insegnante diveniva di anno in anno sempre più precaria. Nel 1914 non poté formarsi la quarta ginnasiale per la esiguità degli alunni, frequentando solo tre seminaristi (26). L'anno successivo, nel mese di novembre, giunse padre Antonio Fanti, nominato prefetto dei «piccoli». Questo incarico dato ad un gesuita era un fatto insolito, infatti mai si era verificata una tale situazione nel seminario ferentinate; purtroppo si dovette ricorrere a sacerdoti gesuiti, mancando sacerdoti secolari adatti (27). Questo era indizio di una crisi, che cominciava a manifestarsi all'interno della secolare istituzione ecclesiastica. Nel 1915, a causa della guerra contro l'impero austriaco, don Giuseppe Casali, professore nel seminario, fu chiamato alle armi ed al suo posto fu inviato dal Padre Provinciale Paolo Dell'Olio, come supplente di filosofia, Oreste Mirri, uno scolastico gesuita (28). Lo stillicidio della guerra privò, nel 1916, il seminario di Ferentino di altri insegnanti, tra i quali lo stesso padre Fanti. Ancora una volta essi poterono essere sostituiti: infatti i superiori inviarono come supplenti il padre Francesco Saverio De Corato e lo scolastico Elia Bonamore (29). Nel 1917, anno più duro del primo conflitto mondiale, padre De Corato e padre Garattoni furono inviati a curare alcune chiese parrocchiali fuori della diocesi ferentinate. Il corpo docente del seminario, però, rimase immutato, perché giunsero padre Pietro Radaelli, come insegnante delle classi elementari, e lo scolastico Emilio Marchetti, come supplente dei professori del ginnasio (30). Nel gennaio del 1918, purtroppo, il padre Radaelli morì improvvisamente; questa triste situazione evidenziò ancor di più la carenza del personale docente, che angustiava l'Ordine gesuitico, tanto che si dovette ricorrere ad un sacerdote diocesano, don Filippo Gucci, per sostituire il defunto p. Radaelli. Don Filippo Gucci con molta perplessità accettò l'incarico di insegnante elementare; infatti da poco si era ristabilito in salute, avendo subito una fastidiosa malattia. Egli si lasciò convincere dal Vescovo, anche perché cinque sarebbero stati gli alunni da educare e istruire (31). Intanto Emilio Marchetti lasciò il seminario per compiere il servizio militare. Anche padre Gallo abbandonò Ferentino, essendo stato trasferito a Bologna; gli successe nell'insegnamento della matematica e delle scienze naturali lo scolastico Elia Bonamore, che purtroppo alla fine del mese di aprile nel 1919 uscì dall'Ordine lasciando il seminario di Ferentino nella grave difficoltà di reperire un nuovo insegnante di matematica. Era ritornato dalla guerra don Casali, docente di filosofia e matematica, ma la sua precaria salute non gli permetteva di assumere l'incarico dell'insegnamento. Si dovette, allora, ricorrere al padre Antonio Trentini, che insegnava le medesime discipline nel seminario Leoniano di Anagni (32). I padri Gesuiti, che gestivano il seminario, erano impegnati anche in altre attività religiose; ma il loro numero diminuiva sia per le defezioni dall'Ordine sia per le avverse condizioni generate dalla guerra. Essendo stato richiamato padre Busetti nella provincia veneta, i padri Gesuiti di Ferentino nel 1919 si ridussero da nove a cinque. La piccola comunità, agli inizi del 1920, fu rimpinguata dall'arrivo di padre Enrico De Sanctis per cinque anni missionario in Brasile e ritornato in Italia per motivi di salute. Sembrava che il problema dei professori si fosse positivamente risolto, quando invece precipitò. Padre Antonio Fanti, il 13 novembre 1920, abbandonò l'Ordine gesuitico per entrare in quello Certosino. La sua defezione causò un nuovo squilibrio all'interno della comunità gesuitica, che amministrava il seminario ferentinate; infatti mancò il docente per la scuola di grado preparatorio al ginnasio. Il rettore, Filippo Diamanti, si trovò in gravi difficoltà ma grazie all'intervento del Vescovo, l'incarico dell'insegnamento nelle classi inferiori fu affidato a don Filippo Gucci, economo dell'istituto. La serie delle disavventure, del seminario non terminò: per gravi motivi di famiglia il docente di italiano, latino e greco delle classi quarta e quinta ginnasiale si allontanò dall'istituto. Non fu facile rimpiazzarlo e con serie difficoltà si poté portare a compimento l'anno scolastico. La situazione dell'istituto era tanto grave che provocò un'ispezione. Tuttavia quando il padre Francesco De Paula Nalbone, inviato come visitatore, giunse nel seminario nel seminario di Ferentino per ispezionarlo, constatò con grave soddisfazione che i pochi padri gesuiti, in esso dimoranti, avevano fatto miracoli. Il visitatore si fermò nel seminario dal 6 al 12 aprile e riportò in Roma un'ottima impressione dell'istituto, la cui fama nella provincia romana era ben meritata (33). Il 30 aprile 1920 con una solenne cerimonia si collocò nell'ingresso antistante la scala che conduceva alla cappella, una statua di S. Giuseppe al posto del dipinto su tela. Il vescovo, che presenziò alla benedizione, concesse cinquanta giorni di indulgenza, da lucrare una volta al giorno, per coloro che sostassero in preghiera dinanzi alla effigie del Santo (34). La crisi economica, che seguì la fine del primo conflitto mondiale, strinse anche il seminario. L'aumento della retta ai seminaristi e i sussidi elargiti dal Vescovo non erano più sufficienti a sostenere le spese richieste dalle esigenze dell'istituto. Allora i deputati del seminario, i canonici Zeppa, Corsi e Angelisanti e l'abate Di Torrice, supplicarono il Papa perché li autorizzasse a contrarre un mutuo per tacitare i creditori e colmare il grave deficit finanziario dell'istituto. Il debito complessivo era di £. 90.000, cifra sorprendente per quell'epoca; esso poteva essere estinto, creando un mutuo di £. 100.000 presso la Banca Regionale di Roma, che avrebbe preteso interessi, sulla cifra prestata, al 7% (35). Alle difficoltà economiche si aggiunsero anche piccoli scherzi tra i Gesuiti e i Deputati del seminario. Il 2 novembre 1922 don Cesare Cossè, deputato dell'istituto, fece pervenire una risentita lettera di dimissioni a don Ernesto Angelisanti. Egli dichiarava di non voler più «mettere piede in seminario, finché vi fosse rimasto il padre Garattoni» (36). Le antipatie tra clero diocesano e Gesuiti non erano nuove: il 28 luglio 1898 in una lettera infuocata, il can. Camillo Zeppa, lamentando il disordine con cui i seminaristi sotto la guida gesuitica seguivano le sacre funzioni in cattedrale, reclamava con forza: «ma si ricordino che non sta bene ad abusare della posizione in cui si trovano (i Gesuiti) e che il seminario alla fin fine è del Clero» (37). C'era dell'idiosincrasia tra ecclesiastici, ma non fu questo l'unico motivo che spinse i Gesuiti ad abbandonare il seminario ferentinate. Se si scorre il ricco carteggio, che intercorse tra Vescovo di Ferentino, Padre Provinciale e Generale della Compagnia di Gesù, si chiarificano i veri motivi della controversia questione. § 1. I Gesuiti abbandonano il seminario Agli inizi del XX secolo i Gesuiti si trovarono in difficoltà a sostenere il seminario ferentinate per mancanza di personale. Infatti il padre Caterini, provinciale, non aveva alcuna possibilità di surrogare i due professori trasferiti, Venturini e Maccioni. Solo un miracolo poteva risolvere la situazione, altrimenti le cattedre sarebbero rimaste vacanti (38). Il Vescovo Bianconi, messo al corrente di tale triste evenienza, si rivolse al padre generale dell'Ordine, Francesco Saverio Wernz, per reclamare contro le deliberazioni del Padre Provinciale di inviare in altre località i professori, assegnati invece a Ferentino. Il Preposito Generale si trincerò dietro la scusante che purtroppo nell'Ordine vi era penuria di soggetti adatti all'insegnamento e, pertanto, si dovevano utilizzare ai massimo quelli, di cui si aveva disponibilità (39). Il padre Wernz comunicò le sue decisioni anche al cardinal De Lai, segretario della Congregazione Concistoriale, ricevendo pieno consenso: se le esigenze della Compagnia richiedevano di «distaccare religiosi dalla loro comunità per destinarli ad altre mansioni», ciò era giustificato dal fine per cui si compiva una tale dolorosa scelta (40). Le difficoltà di reperire personale docente in un primo momento si appianarono; ma nel 1920 sorsero nuovamente e questa volta furono insuperabili, tanto da obbligare i Gesuiti a lasciare il seminario di lì a poco. Il vescovo Bianconi scrisse una lettera al Padre Provinciale, con la quale presentava un suo progetto di ristrutturazione degli incarichi nel seminario vescovile di Ferentino. Il padre Lazzarini, rimessosi in salute, poteva sostituire padre Garattoni «o quale ministro o quale rettore di S. Giuseppe e nel caso presentarsi nell'insegnamento di qualche materia, per lui non gravosa, nelle scuole inferiori». Quanto alla direzione di spirito i seminaristi si servivano già in gran parte dal padre Vella e diversi dai padri Cappello e Monterisi: «quindi sostituire al padre Lazzarini il rev. P. Vella non sarebbe che confermare le disposizioni degli alunni e dei padri di questo collegio». Per il Rettorato mons. Bianconi proponeva nuovamente padre Basagni o, nella sua impossibilità, padre Coppola. Se si sceglieva il secondo nominativo, la sua opera avrebbe dato buoni risultati, qualora il Padre fosse stato coadiuvato dal padre De Sanctis (41). Tali cambiamenti avrebbero giovato al seminario di Ferentino, senza pregiudicare la condizione del Leoniano. Il Padre Provinciale, Carlo Miccinelli, rispose il 7 ottobre 1920, ma la sua lettera non corrispose alle aspettative del Vescovo, anzi fece intravvedere la possibilità reale che i Gesuiti se ne andassero da Ferentino. Mons. Bianconi trasmise al Padre Provinciale una lettera accorata, con la quale implorava che si revocasse l'insano proposito di abbandonare il seminario ferentinate, che il Vescovo non esitò a definire vestibulum del vicino collegio Leoniano. Se era difficile per i Gesuiti tenere aperta la Casa di Ferentino, ancor più difficoltoso era per l'Ordinario sostituire ad essi il clero diocesano purtroppo impreparato a tale missione e assai ridotto di numero (42). Mons. Bianconi si era accorto ormai che il Padre Provinciale non aveva più interesse a mantenere i suoi padri a Ferentino (43). La risposta del Padre Provinciale fu subitanea e risentita: non era piacevole per i Gesuiti chiudere una casa piena di care memorie, ma «la provincia è ridotta di soggetti e stremata di forze, né può fare a meno di proporzionare le opere ai suoi mezzi attuali, se vuol prendere nuova spinta ed incremento». D'altra parte l'Ordine «per rinfrescare» le sue forze, avrebbe dovuto operare altre riduzioni (44). L'Ordinario tornò a richiedere che la dipartita dei Gesuiti fosse meno traumatica possibile. Infatti riuscì ad ottenere che fino al mese di agosto dell'anno successivo (1922) rimanessero due padri operai e il Rettore. Poiché i due padri operai Lazzarini e Garattoni non possedevano le doti per essere scelti come rettore, il Padre Provinciale riteneva opportuno scegliere il padre Basagni (45). Questa soluzione non salvava però il seminario, perché i due padri operai Lazzarini e Garattoni avevano solo l'ufficio di confessare i giovani e il rettore era inabile a causa dell'itterizia, che lo molestava; quindi il reperimento dei docenti ed il problema delicato della conduzione dell'istituto veniva definitivamente affidato al Vescovo e al clero diocesano. Mons. Bianconi si trovò disorientato a risolvere un tale problema, perché conosceva la condizione del suo clero e per questo cercò di far recedere il padre Miccinelli dal proposito di ritirare del tutto i suoi padri dal seminario diocesano (46). Il Vescovo non voleva rassegnarsi a perdere i Gesuiti; d'altra parte la Compagnia di Gesù era impotente a soddisfare le esigenze di un istituto tanto importante, come lo era il seminario. Ormai era stabilito che i gesuiti avrebbero lasciato la direzione dell'istituto in via definitiva nell'ottobre del 1922; i tre padri rimasti avevano solo l'ufficio di mantenere il seminario fino a quando la Congregazione dei Seminari avrebbe risolto la situazione, inviando il nuovo Rettore (47). Poiché il p. Basagni non migliorava nella salute, intanto fu inviato nel seminario, come insegnante, il padre Preti; tuttavia la quinta ginnasiale rimaneva senza docente, per cui Mons. Bianconi pensò di richiedere al padre Miccinelli, padre provinciale, che inviasse per tale ufficio il padre Marchetti (48). Invece nel seminario diocesano, secondo, l'irremovibile decisione dell'Ordine, rimasero in via provvisoria solo i padri Basagni, rettore, Lazzarini e Garattoni. Il vescovo Bianconi continuò a rivolgere suppliche sia al papa Benedetto XV sia al Padre Generale della Compagnia di Gesù Ledochowski, senza però ottenere soddisfazione. L'Ordinario ferentinate dichiarava di non avere personale per sostituire i padri Gesuiti al seminario; il padre Generale ribatteva che identica era la situazione dell'Ordine da lui guidato. Era doloroso non poter soddisfare le giuste richieste del Vescovo, ma era assolutamente inderogabile la decisione presa, anche perché tutte le vie di un possibile accomodamento erano state esaminate e tutte nello stesso tempo scartate per mancanza di forze umane disponibili (49). Alla morte di Mons. Bianconi l'amministratore apostolico di Ferentino, il vescovo di Alatri Antonio Torrini, ritornò alla carica per ottenere che i Gesuiti rimanessero nel seminario ferentinate. La risposta fu anche questa volta negativa. L'Ordine non poteva condurre più il pio istituto di Ferentino; già era stato costretto «a restringere il campo delle sue opere, cosicché si è dovuto togliere dal convitto di Strada il liceo ... e concentrare in gran parte il Convitto dell'Istituto Massimo di Roma nel convitto di Mondragone». Nella provincia romana il numero dei padri diminuiva, essendone morti undici nel giro di un anno; non essendoci un ricambio di forze giovani, la situazione dell'Ordine era assai precaria (50). In una situazione così disperata, che minacciava di precipitare da un momento all'altro con la ventilata partenza dei Gesuiti, i padri residenti in Ferentino inviarono una supplica al Papa, per impedire che tale evenienza potesse verificarsi o almeno per trattenere alcuni rappresentanti dell'Ordine nel seminario e in città (51). Troppe ed importanti erano le opere che i Gesuiti, in più di cento anni di permanenza in Ferentino, avevano promosso e curato. Il memoriale le elencò tutte: 1. Congregazione Mariana dei contadini, con oltre un migliaio di iscritti, uomini e donne. 2. Apostolato della preghiera tra contadini, operai e studenti, con più di ottocento iscritti. 3. Direzione spirituale di asili e orfanotrofi. 4. Ritiri mensili ai Monasteri della città; prediche e confessioni in ogni luogo della diocesi. 5. Cura spirituale delle famiglie più abbienti e influenti nell'ambiente cittadino. 6. Cura spirituale della gioventù maschile e femminile. 7. Aiuto pastorale ai sacerdoti diocesani. 8. Associazione di Maestri e Maestre cattoliche (52). 9. Infine la perla di tutta l'attività apostolica dei Gesuiti: la cura del seminario diocesano, vero serbatoio di vocazioni per l'Ordine e per la diocesi, tanto sfornita di clero che i sacerdoti dovevano spesso binare. Il popolo di Ferentino era veramente affezionato alla Compagnia di Gesù, che accolse nel 1815 subito dopo la sua ricostituzione. Esso aveva sempre risposto con fervore a tutte le iniziative proposte dai padri Gesuiti, che in tale ambiente sì fertile, nonostante la complessità ed ampiezza delle opere, erano assai felici di lavorare, anche se al limite delle forze. Le buone opere, che nascevano, li ricompensavano dalle fatiche. I Padri di Ferentino chiudevano il memoriale sostenendo: «Tante opere che proprio ora sono in fiore e cominciano a sbocciare, andrebbero necessariamente perdute con infinita gioia dell'inferno e di un branco bruniano, che da parecchi anni stanno lavorando in ogni maniera per danneggiare seriamente ed accanitamente questa povera città. Anche padri gravissimi e altolocati nella Provincia piangono al solo pensiero di chiusura e stanno pregando per la salvezza del Seminario e della città». Non si voleva certo disobbedire alle decisioni dei superiori, ma questi, prima di prendere qualsiasi risoluzione, avrebbero almeno dovuto avere la cognizione piena dell'opera che si voleva chiudere. L'esito del memoriale fu veramente insperato; infatti il cardinale Bisleti, Prefetto della Congregazione dei Seminari, lo presentò nell'udienza del 6 novembre 1922 al Papa. Il Pontefice decise di inviare una visita di ispezione e scelse come visitatore mons. Pietro Cisterna. Il vescovo di Alatri mons. Torrini, che aveva preso a cuore la situazione del seminario vescovile e si era più volte interessato a impedire la partenza dei Gesuiti, subito comunicò alla Curia di Ferentino le notizie positive in suo possesso e specialmente la data della visita: il 16 novembre 1922 (53). Mons. Torrini raccomandava di far trovare tutto in ordine, specialmente i registri delle gestioni passate e la copia del bilancio preventivo. Mons. Cisterna eseguì puntualmente gli ordini a lui commessi e portò in dono al seminario la somma di £. 100.000 elargita graziosamente dallo stesso Pontefice (54); ma irremovibile fu la risoluzione della Compagnia di Gesù di chiudere la Casa di Ferentino. L'opera, che i Gesuiti svolgevano in ogni parte d'Italia e anche all'estero era colossale e pochissimi gli operai, tanto che si doveva rinunziare a molte opere periferiche per potenziare le istituzioni più importanti: il Noviziato, l'Università Gregoriana, i Collegi Germanico e Americano, i collegi laici «Massimo», «Mondragone» e «Strada», la Curia Generalizia, La Civiltà Cattolica, l'Istituto Biblico, le residenze di Livorno, Firenze, Bologna e il Brasile (55). Il nuovo vescovo di Ferentino, Alessandro Fontana (56), non si rassegnò tanto facilmente alla decisione della Compagnia di Gesù di abbandonare il seminario (57); anzi sperò insieme con il canonico Ernesto Angelisanti, delegato vescovile, che la reliquia di S. Francesco Saverio, inviata in pellegrinaggio a Ferentino, avrebbe operato il miracolo (58). Il canonico Angelisanti, pur accettando le decisioni dei superiori, implorava il Padre Provinciale ad inviare nel seminario almeno un rettore, per dare «a tutti la sensazione che non siamo abbandonati dalla Compagnia». Il progetto, che l'Angelisanti presentava, proponeva il padre Silvi come rettore della chiesa di S. Giuseppe, il padre Orzekowski come padre spirituale del seminario; il padre Garattoni si sarebbe occupato della scuola e il padre Preti della direzione e della disciplina. Il clero locale avrebbe continuato a collaborare. Il canonico con la sua accorata lettera cercò di toccare tutti i tasti della umana compassione. Ricordò al Provinciale che lo stesso Pontefice aveva invitato il novello Presule di Ferentino a recarsi in suo nome dal Preposito generale della Compagnia, fiducioso che non avrebbe mancato di accontentarlo. Descrisse la dolorosa espressione che mons. Fontana all'ultimo e definitivo diniego del Provinciale sulla questione del Rettore del seminario. Il canonico concluse la sua lettera sperando che fosse ancora possibile trovare un solo Padre Gesuita per il seminario. Anche se l'eloquenza di Don Ernesto era irresistibile, niente poté contro l'irremovibilità del Padre Provinciale Giuseppe Filograssi che, propose di rivolgersi ad altri ordini religiosi, come, ad esempio, i padri Giuseppini, per poter risolvere il problema del personale per il seminario ferentinate. Con il «cuore» avrebbe desiderato assecondare la fervente richiesta del sacerdote ferentinate, ma la situazione della Provincia romana impediva spostamenti di personale: ogni casa era al completo. Lo stesso Padre Generale si era trovato «costretto a dichiarare di non aver trovato alcuno disponibile per il seminario fuori della Provincia» (59). Ancora una volta il vescovo Fontana si rivolse al Pontefice perché, con il suo intervento, assicurasse il mantenimento della Casa dei Gesuiti in Ferentino e nel seminario (60). Nella minuta di tale supplica, conservata nell'Archivio Vescovile di Ferentino, il canonico Angelisanti racconta quasi telegraficamente l'iter da lui seguito per consegnare la supplica. Consegnò la lettera al Padre Generale su consiglio del Papa; tornò tre volte a cercare il padre Filograssi, provinciale, il padre Fabbri, Matis, Moglia, Alisiardi e Nalbone. Quest'ultimo non era in casa. Se padre Matis lasciò intravvedere qualche positivo spiraglio, ciò non fece il Padre Provinciale (61). Infatti il 12 febbraio 1924 giunse la dolorosa lettera del Preposito generale Ledochowski, che annunciava l'imminente chiusura della Casa di Ferentino (62). Sei giorni dopo, il 18 febbraio, anche il padre provinciale Giuseppe Filograssi scriveva ai padri di Ferentino e al vescovo. Ai Padri il Provinciale consigliava di mantenere la perfetta ubbidienza, di accettare la decisione dei superiori con rassegnazione e, verificandosi pressioni ed insistenze da parte dei ferentinati, di tacere e non prendere parte a recriminazioni. La decisione di abbandonare il seminario era stata presa dopo matura e attenta riflessione (63). L'espresso, inviato al vescovo (64), arrivò il 19 febbraio, il giorno successivo; la risposta fu laconica. Il vescovo, mons. Fontana, incaricò il canonico Angelisanti a rispondere, chiedendo che non si comunicasse ancora ai Padri dimoranti in seminario la decisione presa (65). Solo il 13 maggio 1924 il vescovo Fontana riuscì a scrivere una lettera al Padre Provinciale, con cui, pur prendendo atto dell'irrevocabile decisione della Compagnia, riteneva insufficiente la spiegazione ufficiale addotta. Egli aveva richiesto che si tacesse ai Padri del seminario la risoluzione del ritiro; invece ciò non era accaduto e tutto il paese era in subbuglio (66). Mons. Fontana ottenne che per un altro anno rimanessero nel seminario i padri Preti e Garattoni (67). L'ultimo atto, quello conclusivo della prolungata questione tra Gesuiti e Vescovo di Ferentino fu una lettera di ringraziamento inviata da mons. Fontana come «attestato sincero della massima lode e riconoscenza per quanto Essa (la Compagnia di Gesù) ha fatto a vantaggio spirituale della città e diocesi» ferentinate (68). Ormai si chiudeva un periodo di storia, durato circa settant'anni e a nulla valse il tentativo episcopale, avanzato nel 1927, di invitare la Compagnia di Gesù ad acquistare l'edificio del Collegio - Convitto, messo in vendita dal comune (69). Le cure del seminario, dunque, furono affidate completamente al clero diocesano: don Francesco Saverio Di Torrice venne nominato rettore, mentre la deputazione tridentina fu composta dai sacerdoti Raffaele Pro, Gaetano Pinelli e Ildebrando Di Torrice (70). § 2. Il Seminario nella realtà contemporanea Non fu facile per molti accettare la dipartita dei Gesuiti dal seminario vescovile (71); fu inevitabile la rassegnazione, quando nonostante tutti gli sforzi, il ritiro dei Padri dall'istituto ecclesiastico fu un fatto definitivo. Tuttavia il cambiamento non fu traumatico: i Gesuiti abbandonarono poco alla volta il seminario diocesano, in uno spazio di tempo compreso tra il 1920 e il 1925. Le strutture dell'istituto erano ben consolidate. Cinque erano i docenti delle scuole inferiori: uno per la scuola preparatoria, uno per la I e la II classe «elementare», uno per la III e IV «elementare», uno per la II e III ginnasiale, uno per la IV e V ginnasiale (72). Completava il corso di studi il triennio liceale con lo studio della filosofia e della teologia. Il seminario, come ogni istituto scolastico, era sottoposto ad ispezioni. L'autorità laica non era tenuta ad ispezionarlo se non per controllare l'igiene e l'abitabilità dei locali. Quanto al metodo di insegnamento seguito e ad i manuali consultati, questi erano lasciati all'autonoma scelta degli Istituti ecclesiastici. Infatti i seminari erano dichiarati non soggetti alla disciplina, che regolava le istituzioni scolastiche statali, essendo istituti esclusivamente destinati ai giovani, che intraprendevano la carriera ecclesiastica. Una circolare ministeriale del 18 dicembre 1872 concedeva ai consigli scolastici provinciali di richiedere ai rettori dei seminari solo la lista dei loro insegnanti ad ogni inizio di anno scolastico. Tuttavia i seminari erano sottoposti periodicamente alle ispezioni comandate dalla competente autorità, la Congregazione per le Università e i Seminari. Nel 1925 il cardinale Gaetano Bisleti, prefetto della Congregazione per i Seminari, comunicò al vescovo di Ferentino, mons. Fontana, che il suo seminario diocesano sarebbe stato visitato da mons. Volpi, arcivescovo di Antiochia di Pisidia (73). Gli elementi rilevati dall'ispezione, che fecero irritare il cardinale Bisleti, furono quelli relativi ai programmi di insegnamento ed alla poca selezione nell'accettare i giovani in seminario. Il Vescovo aveva comunicato che riguardo all'insegnamento letterario e scientifico nel ginnasio si seguivano i programmi ministeriali; il Cardinale Prefetto rimproverò mons. Fontana perché «quel conforme ai programmi governativi suona per noi, per la S. Sede, per la Santa Chiesa, una vera umiliazione, quasi non avesse avuto e non avesse programmi suoi per i suoi seminari, per la formazione intellettuale e morale di coloro che debbono essere la luce del mondo, il sale della terra e quindi fosse costretta, ad attingere la solida dottrina, di ricorrere ai ben noti programmi dello Stato, che non cooperano davvero a quella formazione intellettuale e morale, che conviene ed è necessaria ai Ministri di Dio». I programmi ed i metodi da seguire erano contenuti e spiegati nell'Ordinamento dei Seminari, approvato da Benedetto XV e pubblicato il 26 aprile 1920. Il card. Bisleti non si limitò a rimproverare il Vescovo, perché sembrava non aver seguito il dettato dell'Ordinamento, che pur doveva possedere; egli si inasprì specialmente perché, a suo avviso, il seminario di Ferentino era stato snaturato nella sua finalità più profonda, non essendo più un vivaio di vocazioni religiose, ma un semplice convitto, in cui gli alunni «danno segni di non esser disposti allo stato ecclesiastico». Il seminario diocesano di Ferentino intanto era stato ridotto al rango di seminario minore, impartendo una preparazione scolastica ginnasiale: chi intendeva proseguire gli studi per essere un giorno sacerdote, doveva andare nel seminario regionale di Anagni, dove nel primo anno avrebbe compiuto il corso di Logica e quello Letterario (74). Questo richiamo ufficiale fu salutare e il Seminario acquistò una fisionomia spiccatamente vocazionale (75). Nel pio istituto si formarono molti sacerdoti, che hanno dato lustro alla Chiesa: i cardinali Domenico Iorio, Clemente Micara e Benedetto Aloisi Masella; mons. Giovanni Battista Rosati, vescovo di Todi, mons. Giuseppe Maria Bovieri, vescovo di Montefiascone, Mons. Domenico Ambrosi, vescovo di Terracina-Sezze e Priverno, Mons. Diomede Panici vescovo titolare di Sardi e Segretario di S. R. C., Mons. Agostino Laera, vescovo di Castellaneta; il grande musicista don Licinio Refice; lo storico illustre don Giuseppe De Luca, don Giuseppe Morosini, medaglia d'oro al valor militare, ucciso dai nazisti a Forte Bravetta; padre Pietro Manghisi, missionario del Pime, morto martire in Birmania nel 1953; padre Augusto Lombardi, superiore generale del Pime; don Pasquale Aloisi Masella, gesuita direttore generale dell'Apostolato della preghiera; Mons. Angelo Di Pasquale della Segreteria di Stato e Cerimoniere Pontificio, Mons. Antonio Berloco, ufficiale della S. Rota; Mons. Vincenzo Moramarco della Congregazione per il Culto Divino; Mons. Luigi Felici della Congregazione del Clero. Tra gli studenti, che si sono particolarmente distinti nella vita civile, sono da ricordare i professori universitari Giuseppe Sperduti e Giuseppe Colaianni. Durante la seconda guerra mondiale il seminario ha offerto ospitalità a molti sfollati ed è stato un centro di sollievo per la popolazione abbandonata. L'edificio fu danneggiato dai bombardamenti e si deve alla solerte opera del vescovo Mons. Tommaso Leonetti e del rettore Mons. Giustino Meniconzi la laboriosa ricostruzione. Essi riuscirono, coadiuvati da altri sacerdoti, tra i quali spiccò Mons. Cataldo Peruzzi, ad ottenere la generosa collaborazione di molti benefattori non solo italiani, ma anche statunitensi. Si devono ricordare specialmente l'Americanization Mutual Society So. di Greensburg, i ciociari residenti nelle tre città della Pennsylvania, Greensburg, Aliquippa e Jeanette. Altri generosi benefattori, che donarono tutte le loro sostanze al seminario vescovile di Ferentino, furono l'architetto Luigi Morosini ed i coniugi Ignazio e Maria Cirilli, in memoria della loro unica figlia Rosina. Anche il vescovo di Veroli, Francesco De Filippis, contribuì donando i fondi per la costruzione della scala di marmo, che porta al secondo piano dell'edificio (76). L'edificio attuale del Seminario è stato, dunque, completamente rinnovato e dotato di ogni comfort moderno. È un complesso che, offrendo comodità e tranquillità si dimostra veramente adatto ai fini formativi, cui è indirizzato (77). «Varcando la soglia del Seminario un piccolo parco, ricco di prosperose conifere, offre al visitatore la gradita sorpresa di un'autentica oasi di verde; percorrendo si giunge ai margini del colle, donde lo sguardo abbraccia un panorama superbo, che va dalla Valle del Sacco ai Castelli Romani e ai Monti Tiburtini». Cosi si espresse il vescovo mons. Costantino Caminada, (1962- 1972) per invitare i giovani ad entrare in seminario, perché questa «oasi di verde», centro di tante e notevoli vocazioni sacerdotali, stava attraversando una crisi vocazionale. Tuttavia, nonostante il grave momento, mai il seminario fu chiuso; anzi il rettore, mons. Giustino Meniconzi, insieme con il compianto don Pio Fortuna e con la collaborazione preziosa dei sacerdoti don Luigi Di Stefano e don Giovanni Di Stefano, riorganizzò il regolamento dell'istituto nel 1974, poi approvato dal vescovo Michele Federici (1974-1981) nel 1979. Il regolamento stabilisce una scuola interna comprendente le tre classi della scuola media e le due classi del ginnasio. I giovani, che frequentano tali scuole, entrano in seminario alle otto e, dopo le preghiere e la riflessione spirituale, iniziano le lezioni scolastiche alle ore 8,30. Terminate le lezioni, alle ore 12,30 gli alunni si recano in refettorio per il pranzo. Dopo una mezz'ora di svago i giovani si dedicano allo studio fino alle ore 17, ora in cui sono autorizzati a tornarsene a casa, dove proseguono lo svolgimento dei compiti. La formazione spirituale degli studenti è affidata dal Rettore, che con varie attività (ritiri, partecipazione e animazione di liturgie, tridui vocazionali, primi giovedì del mese, colloqui spirituali) li guida ad una più consapevole maturazione personale. La validità del sistema è stata confermata dalle richieste di alcuni giovani studenti di entrare nel seminario regionale Leoniano di Anagni. La visita, fatta l'11 febbraio 1984 dal delegato per i seminari d'Italia, mons. Andrea Pangrazio, ha dato ottimi risultati. Mons. Pangrazio ha incontrato una comunità serena, fusa in grande unità, pienamente disponibile all'azione formativa, guidata da un équipe di educatori entusiasti del loro lavoro, operanti in spirito di fraterna intesa. Il Seminario di Ferentino dimostra di essere conforme alle esigenze specifiche dell'istituto: un luogo privilegiato per l'accoglienza, il discernimento e l'accompagnamento delle vocazioni. Il 31 maggio 1986, in apertura del terzo centenario di fondazione dell'istituto (1687 - 1987) il papa Giovanni Paolo Il ha ricevuto in udienza particolare il vescovo mons. Angelo Cella, il rettore mons. Giovanni Di Stefano, il collaboratore del rettore don Luigi Di Stefano e gli studenti del seminario. Nel ringraziare Dio per i trecento anni di favori celesti, elargiti al pio istituto, il Santo Padre ha tracciato le linee entro cui deve muoversi un'istituzione, messa al servizio della Chiesa e della comunità dei cristiani: «Porgo il mio saluto a voi tutti che, in occasione del terzo centenario di fondazione del Seminario della vostra diocesi, partecipate a questa celebrazione eucaristica. Siamo qui raccolti attorno all'altare nella festa della Visitazione di Maria Santissima. La Vergine Maria, modello di docilità alla voce dello Spirito, «si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda» (Lc 1,39), dove, al saluto di Elisabetta, risponderà con le parole del Magnificat. La nostra preghiera vuole essere oggi, seguendo il modello di Maria, anche un inno di ringraziamento al Signore Gesù che vi ha chiamati a percorrere con lui la via ardua, misteriosa, ma esaltante del sacerdozio. Cristo ha iniziato in voi l'opera sua, disponendo, con provvidente opera di grazia, che accettaste l'invito a seguirlo per divenire suoi apostoli. Raccogliete con attenzione e docilità i segni del suo invito e sappiate mettere a frutto i mezzi con i quali il seminario di Ferentino vi prepara ad essere ministri nella Chiesa di Cristo. Colui che ha iniziato in voi il buon lavoro saprà anche portarlo a termine con l'opera del suo Spirito. Nell'offrire, in questa messa, il vostro cuore ed i vostri buoni propositi, rinnovate l'impegno di seguire generosamente Cristo e di amarlo come via, verità e vita». Note 1) AVF, Fondo Seminario, pos. 491, Borse di studio e posti gratuiti. 2) Ibidem; il diritto di patronato, trasmesso alla famiglia Pilotti, non fu esercitato sempre in maniera pacifica, tanto che nel 1865 - 66, per la vacanza del posto, Giuseppe Maria Pilotti ne dovette difendere giuridicamente il possesso reclamando l'intervento della Congregazione dei Vescovi e Regolari. La controversia, che vide in opposizione il Pilotti da un lato ed il Vescovo di Ferentino dall'altro, si risolse nel 1866, il 18 dicembre, quando il card. Quaglia, prefetto della Congregazione dei Vescovi, riconobbe con sua sentenza il diritto del Pilotti alla nomina del posto gratuito ed anche la nomina dell'alunno fatta da mons. Tirabassi in pendenza di lite. 3) Ibidem. 4) Ibidem. Agli inizi del XX sec. le rendite del legato Sterbini non furono più sufficienti a mantenere due alunni; perciò furono utilizzate per la creazione di due mezzi posti. 5) Ibidem. 6) Ibidem, pos. 482. 7) AVF, Fondo Seminario, Fascicolo sulla questione posti semigratuiti di Prossedi. 8) Ibidem. 9) Ibidem, lettera della Segreteria della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari al Vescovo Bianconi (Roma, 17 ottobre 1908). 10) Ibidem, dichiarazione anonima dell'8 marzo 1912, da Ferentino. 11) ARSI, Historia Seminarii, 1902. 12) Ibidem, 1900. 13) Ibidem, 1901. 14) Ibidem, 1902. 15) Ibidem, 1903. 16) Ibidem, 1904. 17) Ibidem, 1910. 18) Ibidem, 1911. 19) Ibidem, 1912. 20) Ibidem, 1918. 21) Ibidem, 1914. 22) Ibidem, 1917. Più di trecento soldati parteciparono al precetto pasquale, dopo essere stati opportunamente preparati. Di essi quaranta non avevano ancora ricevuto la Prima Comunione; cosicché per festeggiare tale avvenimento dovettero essere istruiti nel catechismo dei Padri Gesuiti e, quindi, ricevere solennemente il Sacramento in cattedrale, davanti ai loro commilitoni. 23) Nel 1904, ricorrendo il XVI centenario del martirio di S. Ambrogio, patrono di Ferentino, p. Gherardi curò l'esecuzione di un'accademia musicale in Onore del Santo centurione (ibidem, 1904). La morte repentina di p. Gherardi, avvenuta in Ferentino il 24 luglio 1916, commosse tutti. Il Vescovo celebrò le esequie in cattedrale, davanti ad un notevole concorso popolare, lo stesso che accompagnò il cadavere dell'amato sacerdote fino al cimitero (ibidem, 1916). 24) Ibidem, 1917, Il padre Alisiardi abbandonò l'incarico di padre spirituale del seminario nel 1918, perché non poteva contemporaneamente esercitare l'ufficio di confessore nell'orfanotrofio femminile e nell'Ospizio dei Vecchi, ambedue eretti in Ferentino. 25) Ibidem, 1918. Padre Semadini unì all'incarico di padre spirituale dei seminaristi anche quello di direttore della Congregazione degli Agricoltori, eretta in S. Giuseppe, e della Congregazione Mariana per i giovani esterni, esistente dal 1914 in Ferentino. 26) Ibidem, 1914. I tre alunni dovettero sostenere un esame per essere ammessi direttamente in quinta ginnasiale. 27) Ibidem, 1915. 28) Ibidem. 29) Ibidem, 1916. 30) Ibidem, 1917. 31) Ibidem, 1918. 32) Ibidem, 1919. In tale anno al rettore, padre Buccolini nominato vicerettore dei Leoniano di Anagni, subentrò padre Filippo Maria Diamanti. 33) Ibidem, 1920. Altri visitatori avevano ispezionato il seminario ferentinate durante i primi venti anni del 1900: il 23 giugno 1911 Padre Grassi, abate di Montevergine (Ibidem, 1914) e il 6 gennaio il Card. Ludovico Billiot S. J. (ibidem, 1913). 34) Ibidem. 35) AVF, Fondo Seminario, Supplica del 18 maggio 1922. I deputati ventilavano la proposta di affidare alle suore il compito assegnato ai servitori a pagamento. Con una spesa complessiva di 20.000 lire avrebbero sistemato un appartamento indipendente per le suore; inoltre le religiose avrebbero alleviato un poco le spese dell'Istituto. 36) Ibidem, lettera di dimissioni di don Cesare Cossè (Ferentino, 2 novembre 1922). 37) AVF, Fondo Seminario, pos. 471, lettera del can. Camillo Zeppa (Ferentino, 28 luglio 1898). 38) AVF, Fondo Seminario, lettera di padre Caterini al vescovo Bianconi (Castelgandolfo, 21 agosto 1909). 39) Ibidem, lettera del Padre Generale della Compagnia di Gesù al Vescovo Bianconi (Roma, 24 settembre 1909). 40) ARSI, Lettere, lettera del Segretario della Congregazione Concistoriale al Preposito Generale della Compagnia di Gesù (Roma, 1° ottobre 1909). 41) Ibidem, lettera del vescovo Bianconi al Padre Provinciale S. J. (Anagni - Collegio Leoniano, 21 settembre 1920). 42) Ibidem, lettera del vescovo Bianconi al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, gennaio 1921). 43) Ibidem, lettera del vescovo Bianconi al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 2 aprile 1921). 44) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al vescovo Bianconi (Roma, 5 aprile 1921). 45) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al vescovo di Ferentino (Strada, 17 giugno 1921). La questione del seminario ferentinate giunse fino al Papa, che si mostrò ottimista riguardo alla sua soluzione. 46) Ibidem, lettera del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S.J. (Ferentino, 23 giugno 1921). 47) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al vescovo di Ferentino (Roma, 14 luglio 1921). 48) Ibidem, lettere del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Alatri, 30 agosto 1921; Ferentino, 6 settembre 1921). 49) AVF, Fondo Seminario, Pos. 471, lettera del Padre Generale S. J. al vescovo Bianconi (Roma, 20 maggio 1922). 50) ARSI, Lettere, lettera del Padre Nalbone all'Amministratore Apostolico di Ferentino (Roma, 7 luglio 1922). 51) Ibidem, Memoriale compilato dai Padre Gesuiti residenti in Ferentino (1922). 52) ARSI, Litterae Annuae, l903. L'associazionismo cristiano fu favorito dall'attività dei Gesuiti in Ferentino. Il 19 febbraio 1903, ricorrendo l'anniversario di elezione ai pontificato di Leone XIII, il vescovo ferentinate, mons. Bianconi, benedisse i vessilli dei comitati diocesani, detti Democratici Cristiani. Successivamente un'imponente processione, aperta dai seminaristi e dai Gesuiti, si diresse verso S. Maria Maggiore, dove fu celebrata la messa solenne di ringraziamento. 53) AVF, Fondo Seminario, lettera del Vescovo di Alatri (Alatri, 13 novembre 1922). 54) Ibidem, lettera di Alessandro Fontana, vescovo di Ferentino, al can. Ernesto Angelisanti (Ferentino, 28 gennaio 1923). 55) ARSI, Lettere, lettera per conto del P. Generale al vescovo di Ferentino (Roma, 14 agosto 1923). 56) Alessandro Fontana, dei Missionari Imperiali fu vescovo di Ferentino dal 1922 al 1941. Prima di essere eletto a tale onore aveva esercitato l'ufficio di padre spirituale nel Seminario Romano minore e di parroco nella chiesa di S. Vitale in Roma. Il suo episcopato fu improntato da un atteggiamento di paterna e amorosa vigilanza. Si svolse tutto nel più delicato periodo della storia italiana, quello del ventennio fascista e dei primi anni del secondo conflitto mondiale. 57) ARSI, Lettere, lettera del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino 18 agosto 1923). 58) Ibidem, lettera del can. Angelisanti al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 27 agosto 1923). 59) Ibidem, lettera del Padre Provinciale S. J. al canonico Angelisanti (Roma, 11 settembre 1923). 60) Ibidem, copia della Supplica al Papa (Ferentino, 31 gennaio 1924). 61) AVF, Fondo Seminario, pos. 471, minuta della supplica al Papa del 31 gennaio 1924. 62) Ibidem, lettera del Preposito Generale S. J. al vescovo di Ferentino (Roma, 12 febbraio 1924). 63) ARSI, Lettere, lettera del Padre Provinciale S. J. ai Padri dimoranti in Seminario (Roma 18 febbraio 1924). 64) In ARSI, Lettere, la lettera del 18 febbraio 1924 al vescovo di Ferentino è conservata in copia; mentre l'originale si conserva in AVF, Fondo Seminario, pos. 471. 65) ARSI, Lettere, lettera del can. Angelisanti al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 19 Febbraio 1924). 66) Infatti al vescovo era arrivata una lettera di don Giuseppe Pettorini, che, venuto a conoscenza del ritiro dei Gesuiti dal Seminario, chiedeva di scongiurare tale evenienza in ogni modo. Il sacerdote proponeva che si formasse una commissione di cittadini, scelti tra i migliori, e del clero, per presentare al Papa un nuovo promemoria. Nella postilla richiedeva che almeno due gesuiti rimanessero nel seminario ferentinate: uno come padre spirituale l'altro come rettore (AVF, Fondo Seminario, lettera di don Giuseppe Pettorini, Ferentino, 23 maggio 1924). 67) ARSI, Lettere, lettera del Vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 13 maggio 1924) e risposta del Padre Provinciale (Roma, 8giugno 1924). I Padri Preti e Garattoni furono chiamati definitivamente in Roma il 2 aprile 1925 (ibidem, Roma, 2 aprile 1925). 68) Ibidem lettera del vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 1925). Il padre provinciale, Filograssi., rispose a tale lettera di ringraziamento il 7 ottobre 1925 (AVF, Fondo Seminario, pos. 471). 69) ARSI, Lettere, lettera del Vescovo di Ferentino al Padre Provinciale S. J. (Ferentino, 8 gennaio 1927). Risposta negativa del Padre Provinciale S. J., spedita da Roma il 19 gennaio 1927. 70) AVF, Fondo Seminario, Regolamento per gli inservienti del ven. Seminario Vescovile di Ferentino, 25 gennaio 1925. 71) AVF, Fondo Seminario, lettera del can. Ernesto Angelisanti al Consultore nella Concistoriale in Roma (Ferentino, 9 giugno 1925). Il can. Angelisanti, di sua spontanea iniziativa, chiedeva al Consultore di interporre i suoi buoni uffici per mantenere i Gesuiti in Ferentino. Accludeva nella sua lettera la copia della supplica presentata al Padre Generale il 31 gennaio 1924; tale copia doveva essere una testimonianza di come il Vescovo ed il clero si erano occupati e preoccupati di scongiurare un cosi grave pericolo. 72) Ibidem, foglio senza data, in cui si riportano i testi in uso nelle classi di Filosofia e Teologia e la ripartizione del corso di studi ginnasiali in ginnasio inferiore e superiore. Il corso di Filosofia si articolava in due anni (nel primo si studiava Logica, Metafisica e Matematica; nel secondo Etica e Fisica); il corso di Teologia comprendeva lo studio della Teologia Dommatica, Morale e del Diritto Canonico. Per l'ordinamento dei seminari cfr. M. Barbera S. J., Intorno all'ordinamento degli studi del Ginnasio e Liceo nei seminari, edizione di Civiltà Cattolica (via Ripetta 246) Roma 1921. 73) Ibidem, lettera del card. Bisleti al vescovo di Ferentino (1925). 74) AVF, Fondo Seminario, lettera del card. Bisleti al vescovo di Ferentino (Roma, 10 settembre 1925). 75) Questo si evince particolarmente dal regolamento disciplinare del Seminario, stilato da mons. Tommaso Leonetti (1942 - 1962) ed approvato il 1° ottobre 1947. Nel 1929, per opera del padre spirituale del seminario, mons. Ernesto Angelisanti, fu eretto il Circolo Missionario, con lo scopo di accrescere ogni iniziativa missionaria, incrementando nei seminaristi amore e simpatia per le missioni. Tale Circolo fu rinnovato il 20 febbraio 1963. 76) Il Vescovo di Veroli nel 1942 era amministratore apostolico della diocesi ferentinate, rimasta priva del suo vescovo, essendo morto mons. Fontana. Il testo dell'epigrafe commemorativa è il seguente: HAS E MARMORE SCALAS FRANCISCUS DE FILIPPIS VERULARUM EPISCOPUS MUNUS DIOCESOS FERENTINAE ADMINISTRANDAE TUENS EXTRUENDAS DE SUO CURAVIT QUI DISCIPLINAE BONIS MORIBUS STUDIISQUE PRAESUNT ALUMNI UNIVERSI GRATI ANIMI ET OBSEQUII CAUS(S)A ILLIUS MUNIFICENTIAM IN MEMORIAM ET RECORDATIONEM DEDERE ANNO DOMINI MCMXLII PIO XII PONTIFICE MAXIMO 77) Accudiscono la casa le suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria, fondate dalla Beata Caterina Troiani. Esse nel 1947 subentrarono alle suore Francescane Alcantarine, che avevano provveduto al guardaroba ed alla cucina dal 1923 (AVF, Fondo Seminario, pos. 475). Nel 1959 le Suore Francescane di Madre Caterina tentarono di abbandonare la cura ed il servizio del seminario, ma la forte reazione del vescovo Leonetti scongiurò tale pericolo. Prof.ssa Bianca Maria Valeri TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI 1. ACF Archivio Comunale Ferentino Exemplum Exemplum instrumentorum, quae in membranis penes civitatem Ferentinam asservantur opera et sumptu Philippi Stampae excriptum suisque civibus dono datum, anno MDCCLXV. 2. Arch. Cap. Archivio Capitolare di Ferentino 3. Arch. Sem. Archivio del Seminario di Ferentino Diario, I Diario del Ven. Seminario di Ferentino, vol. 1, ottobre 1871- giugno 1881. Il II vol. del Diario comprende il periodo dal giugno 1881 al maggio 1885. Esito, 1826-1827 Esito del Seminario di Ferentino, novembre 1826-ottobre 1827 1834-1835 Esito del Seminario di Ferentino, novembre 1839-ottobre 1840. 4. ARSI Archivio della Provincia Romana della Società di Gesù Lettere Seminario - Chiusura. Lettere di Vescovi, Padri Generali e Padri Provinciali, busta 559.6. Littarae Annuae Littarae Annuae Seminarii Ferentini, busta 559.1 Historia Seminarii Historia Domus Seminarii Ferentini, busta 559.2 5. ASFr Archivio di Stato di Frosinone Seminario Delegazione Apostolica di Frosinone, Ferentino, busta 514, fascicolo 1064 6. ASV Archivio Segreto Vaticano Relationes ad limina Congregatio Concilii, 327 A/B Relationes ad limina, Ferentinum Visite Apostoliche Congregatio Concilii 55, Visita Apostolica di Domenico Petrucci (1578) 73, Visita Apostolica di Pietro Antonio Olivieri (1581) 7. AVF Archivio Vescovile di Ferentino Avvertimenti Avvertimenti per il buon regolamento delli seminaristi (29 gennaio 1753) Informazioni Informazioni e rescritti delle Sagre Congregazioni del Concilio, Immunità, Vescovi e Regolari, Buon Governo e altro Collazioni Collationes beneficiorum Editti Inventarii ed editti, vol. B/I Patentalium Extraordinarium Patentalium Registrum (1644-1703) Regole Regole per il buon governo del Seminario di Ferentino, fatte e date al medesimo da mons. ill.mo e rev.mo Simone Gritti, vescovo di detta città, l'anno 1727 nell'atto della Sagra Visita del medesimo, fatta nel detto anno 1727 Sinodo Sanctae Ferentinae Ecclesiae Prima Diocesana Synodus ab ill.mo et rev.mo D. Pietro Paolo Tosio, Dei et Apostolicae Sedis gratia episcopo fermentino, S. D. N. Clementis PP. XIII praelato domestico ac pontificio solio assistente, abita anno a Cristo nato MDCCLXVII diebus X - XI et XII maii, Romae MDCCLXVIII, ex typographia Generosi Salomoni superiorum permissu. Stati temporali Stato temporale abituale del Collegio della Compagnia di Gesù Vescovi Volume cum serie episcoporum. Miscellaneo Visite Pastorali, 1585 Visita Pastorale di Silvio Galassi (1585), in vol. A/A, ff. 1-82 Visite Pastorali, 1755-1825 Visite Pastorali di vari vescovi, in vol. A/IV Visite Pastorali, 1836 Visita Pastorale di Vincenzo Macioti (1836); si conserva in fascicoli non rilegati Visite Pastorali, 1841 Visita Pastorale di Giovanni Giuseppe Canali (iniziata il 20 maggio 1841); si conserva in fascicoli non rilegati Visite Pastorali, 1842 Visita Pastorale di Antonio Benedetto Antonucci (1842); si conserva in fascicoli non rilegati Visite Pastorali, 1850 Visita Pastorale di Bernardo Maria Tirabassi (1850); si conserva in fascicoli non rilegati Visite Pastorali, 1878 Visita Pastorale di Gesualdo Vitali (visita al Seminario il 26 agosto 1879); si conserva in fascicoli non rilegati |
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 26 aprile 2007 ) |
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